Scritti critici

THE GAY AFTER, ovvero la differenza fra scopare ed avere uno scopo – Enrico Maria Troisi

Lo psichiatra Enrico Maria Troisi

 

Doc3, Rai3, “Prima di tutto” (in ultima serata!?), documento del 19.9 su una famiglia gay che risale la china della conquista del diritto di cittadinanza grazie alla disobbedienza civile di tanti uomini e donne italiani. La salute ed il sorriso di due figli, e il loro diventare uomini, questo era/è l’unico scopo della coppia, oltre alla realizzazione di se stessa. Guardavo, con invidia e nostalgia la coppia e i due figli, avuti dall’utero di una splendida statunitense, coniugata e già mamma, ma, nello stesso tempo, ero attraversato da una profonda inquietudine. Quella di essermi lasciato convincere a non avere più pregiudizi, ora che valori e schemi tradizionali sembrano solo stereotipi. devo provare a falsificare la prova che quella improbabilitá sia normale, come testimoniato dal film. Solo così la considererò un dato incontrovertibile. Per esempio, la coppia gay del documentario è sufficientemente ricca e colta, ha una cospicua rete di fiducia e due famiglie benestanti alle spalle, con regole tradizionali ma senza riserve. Cioè, se puoi contare su danaro, cultura, amici e una robusta famiglia, puoi rovesciare il tavolo. Sennò sarai perlomeno malamente discriminato. Ma queste sarebbero anche le variabili che condizionano la vita di una famiglia tradizionale. Quindi potrebbe essere la poca e maldistribuita ricchezza, materiale e non, a determinare l’anomalia di un’unione gay con figli? In un epoca in cui le differenze di ruolo, sesso ed età tendono ad annullarsi mentre quelle economiche vengono magnificate, parrebbe proprio di sì.

Enrico Maria Troisi

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ANCORA LEI – Sandro Capodiferro

Ancora Lei

Seduto su di un divano di certezze, guardo le immagini da uno schermo colorato mentre volute di fumo accecano i miei occhi: un provvidenziale fastidio per non vedere e fingermi distratto. Nel silenzio del mio salotto asettico e piatto, mi trovo ad ascoltare la voce di un anonimo cronista che riporta la notizia assurdamente declamata tra le tante che impegnano i neuroni per il solo tempo di una frazione di secondo, quasi a fiaccarne la gravità nella scusante di un palinsesto tiranno. Un’altra lei a riempire un minuto scarso di comunicazione, a ritagliare sulle coscienze dei più l’ennesima reazione di salvifico sconforto, mentre intorno a me tutto tace come in attesa di una ribellione che non arriva, se non dentro di me. Questo ambiente che mi accoglie descrive tutto ciò che mi accomuna ad un genere, ad una stirpe, a un modo di essere solo fortuitamente cromosomico. E’ maschile una tenda bianca e ritta sugli attenti, un mobile d’acciaio freddo e lucido. Lo è un frigorifero semivuoto convinto della sua astinenza da un proprietario pigro che spaccia tutto questo per essenziale e utile; è virile una tavola di vetro dove non mangi mai perché un tappeto ha tutto ciò che può servirti ad essere più maschio durante il tuo letale pasto a ventre gonfio e irsuto. E’ così che ci si uccide di soli carboidrati e proteine proclamandosi asciutti e troppo impegnati; si riempiono le vene di insalubri sostanze fatte transitare per gozzi voraci e mal rasati, si iniettano gli alveoli polmonari di nebbia argentea e puzzo di bruciato, rigettandone con maschia decisione pezzi di vita, sprezzanti del pericolo. Quella notizia già non è più nulla e quella lei galleggia nei pensieri di chi dorme consapevole e appagato di quanto tutto questo faccia da sempre drammaticamente parte del gioco. Ma quale è gioco? E’ quello della vita ed è la sua per giunta. Non è un discorso dal quale lasciarsi annoiare nel ripetersi continuo di una storia millenaria fatta di tante lei che nell’anonimato di un istante hanno svettato, celebri un minuto, per esser dimenticate il successivo. E allora guardo ancora la mia stanza e provo a disegnarla nello spazio di un pensiero come se tutte quelle vittime fossero qui. Vedo lo sguardo attento dai mille toni d’espressione, arguto, indagatore, vero, forte ma anche scettico, disilluso, coinvolgente, freddo, colato via in una riga di rimmel che lascia traccia liquida delle proprie emozioni. Ascolto nell’aria le parole giuste, salaci, spontanee o programmate, perfide o dolcissime, di conforto, d’ira o d’amore, pronunciate da bocche morbide e taglienti mentre i denti mordono la patina vivida di un rossetto che ne accentua il lucido pensiero. Seguo intorno a me i gesti di mani capaci di essere ali per librarsi in volo oppure forti strumenti di precisione durante le innumerevoli attività delle quali sono in grado; mani che accarezzano e ora graffiano la mia anima, lucide di smalto, bagnate di saliva. Raccolgo tutto questo intorno a me e me lo metto addosso per ricordare la lei che sono anch’io come lo siamo stati tutti e ancor lo siamo. Fin dalla nascita virile che per prima ha ucciso questa lei, perché essere maschi e non evolvere in uomini è come aver sedato nel cloroformio degli istinti più terreni quella parte femminile che sostiene ogni nostro gesto. Non capire questa nostra comune radice è una bugia della quale fare scempio, è la codarda ipocrisia che è divenuta necessaria per non sentirsi poco più di nulla a confronto di quelle tante lei per le quali una dimensione non ha mai fatto la differenza, un lavoro è sempre stato soltanto una delle tante facce della vita, un amore è diventato il luogo dove essere e non soltanto comparire per sparire impaurite. Sul mio divano ora mi rivesto di me, lavando via il rimmel di quegli occhi, il rosso delle bocche e il brillio di quelle unghie, confondendoli con le mie cromie di nulla come di sottomarca, dolce amica, portando te che ridi in un ricordo di quanto poveri son gli uomini quando per esser come te ti uccidono eliminando la fonte del confronto, illudendosi così di non averne, sodomizzati dall’effimera illusione di un possesso contro natura, come la vile assuefazione alla cronaca che ancora una volta parla di te.

Sandro Capodiferro

VADE AL RETRO, SILVIO!

Personalmente non aspettavo altro che Berlusconi si ricandidasse, per confermare una mia vecchia teoria – molto empirica, devo dire: quando uno nasce tondo, non può morire che facendosi tonto. Silvio sopravvive a tutto e a tutti, e se ci riesce è perché è una macchina, non un uomo. Va avanti perché tiene il motore acceso, sempre. L’imput iniziale che ha ricevuto dall’alto, il suo mandato divino, il culto di sé, lo specchio del reame, il ruscello di Narciso, tutto lo mantiene amortale. Amortale perché tonto. Pronto a riportare l’immagine dell’Italia al bunga bunga, dopo sacrifici del popolo italiano, dopo i suicidi, dopo lo spettro miseria, dopo la perdità della sovranità, dopo l’uomo o gli uomini che ci hanno commissariato dalla Trilateral, dopo la Merkel che ci ha bacchettato fino alle piaghe sulle mani, dopo Napolitano, dopo il palloncino scoppiato di Sarkò, dopo i grillini, dopo ABC, finache dopo Obama ecco che torna Lui, l’uomo del destino. Il Cavaliere Nero.

Già tutti sono in agitazione, fibrillano perché torna la pappa pronta, la mangiatoia bassa anticervicale, il cocco mondato e pronto, la provvidenza divina, il ritorno al futuro.

E già: qualcuno aveva veramente creduto che la partita si fosse chiusa? Ma scherziamo? Angelino candidato premier? Il partito degli onesti? Finiamola! Per favore, finiamola!

Tutto quello che c’è passato addosso come un caterpillar in questi lunghi mesi che fra poco fanno un anno non è servito a niente. I sondaggi lo danno chi dice ventitré chi ventotto chi anche di più. Ma chi li fa questi sondaggi? Chi è il vero pusher di Silvio? Sorvoliamo. Lui è pronto. Turgido. Tonico. Nella pausa s’è finito di rifare anche la faccia con nuovi ritocchi estetici. Molti italiani hanno rimpianto i suoi tempi. Sono pronti statisticamente a rivolerlo. Meglio lui che Monti! Si sa, meglio il male minore, o non si crederà mica che quegli italiani pronti a rivotarlo (o rivoltarlo…) abbiano creduto davvero alla cattiva favola dell’Europa in crisi. Dello spettro Grecia. Sta per finire l’era del tecnico. Sta per tornare la politica, quella che credevamo di esserci lasciata alle spalle, ma quando mai? La politica italiana. Quella degli sprechi di massa. Dell’ottundimento generalizato, sistemico. Della propaganda che, in fondo, ci manca. Quella del gossip. Quella dei Ballarò, Porta a Porta, Matrix, In Onda, Report, Servizio Pubblico. Nuovo pane per i Travaglio. Nuovo travaglio per i giornali mondiali. Nuove sceneggiate. Nuovo populismo, diretto e di riflesso. Nuove inchieste pittoresche che non approdano a nulla di fatto. Nuovi lodi. Nuovi magistrati all’assalto della rocca inespugnabile dei Ghedini & Co. E, se davvero ce la facesse, nuovo impulso al voto-mercato. Ma ce la farà, ne sono certo. Il potere del tonto è illimitato e inarginabile. E viene da pensare che l’Italia intera è tonta. O una buona parte. Ma noi, da che parte stiamo noi?

A Berlusconi va riconosciuto un merito storico: Lui ciclicamente denuda la vera faccia degli italiani. La fa emergere dalla coltre di teorie che si sgretolano poi nei seggi, niente di concreto, solo teoria. E nei seggi, si sa, fanno di tutto. E poi, dobbiamo chiederci: chi si intesterà il merito di aver mostrato responsabilità sia nel dimettersi che nell’aver sostenuto questo intervento tecnico di riabilitazione della credibilità Italia? Bersani? Casini? Lo stesso Alfano? No! Ci vuole un nome! Alfano è solo un pupazzetto, di quelli che piegano volenterosamente la testina in basso e dicono con la molla carica “Sì! Sì! Sì!” Sempre e solo sì. Il nome è Lui. Già immaginiamo la nuova campagna elettorale. Nel 2013 avremo finache l’aria che scandirà il merito di Silvio, l’uomo del destino. La roccia. Il grande statista. In più s’intesterà anche tutto il disprezzo che ha ricevuto come una stimmata di santità e sacrificio. Ci dirà che avremo finalmente una grande stagione di ritorno alla grandezza del nostro paese. Che ci guiderà lui come il profeta alla terra promessa fin dall’inizio da Forza Italia. Ma la verità è che ritornerà ancora la terra della diaspora. Ancora, invece di pensare al lavoro, alla disoccupazione, alla crisi, ai disperati, lo spazio dei media scoppierà perché tutti saranno costretti a parlare di Silvio. Finache i media internazionali, i leaders esteri, gli intellettuali, le agenzie stampa, ancora qualcuno scriverà qualche libercolo su di Lui. L’Italia intera, da grigia e seriosa, si tingerà di nuovo di quel grottesco rosa a chiazze marroni. Quella macula tra edonismo, malcostume e merda. Perché ci aspetta una nuova montagna di merda. Ci seppellirà del tutto? Vedremo. Intanto, chiudiamo se non gli occhi almeno le narici. Se qualcuno si chiedeva quale ormai poteva essere il peggio, adesso sappiamo: è arrivato.

Salvatore Maresca Serra, Roma 12 luglio 2012

Femminicidio

Gli “uomini” che uccidono le donne – con questo ributtante termine “femminicidio” – odiano e uccidono la donna in sé, prima di ucciderla fuori da sé. Ho guardato Matrix ieri sera e non ho trovato nulla di questa fondamentale certezza: una chiave essenziale per affrontare alla radice questa strage, perché di una vera strage italiana, e non solo, si tratta. La parte femminile in un uomo, la migliore e la più “virile”, viene recepita come una minacciosa latenza inconfessabile di terrificante omosessualità, mentre è tutt’altro. È una completezza indispensabile al rapporto tra i due generi, e al rapporto con se stessi. Non se ne parla, o non se ne parla mai abbastanza ché è un argomento scomodo, in uno stato viriloide e fallocrate come il nostro. Quali donne, grandi donne, celebriamo nei monumenti, nelle dediche delle piazze e delle strade? Un’Italia così non può difendere la donna, né portarla sul piano del rispetto simbolico, di cui i potenziali assassini hanno bisogno. Ritengo nonsolo lo stato, ma soprattutto la chiesa responsabile di questo nefasto imprinting culturale. Alla donna non è stata mai concessa una legittimazione dell’autoaffermazione quale istituzione nella società, una piena coscienza di sé, un’autorevolezza significativa. Dove sono i riconoscimenti della chiesa alla donna? La riconoscenza? L’istituzionalizzazione piena e completa? Quando vedo una Merkel che tiene in scacco tutta l’Europa, da un lato dissento radicalmente con le sue scelte e gli interessi faziosi che rappresenta, dall’altro ne sono felice perché si tratta di una donna, comunque. Non avremo mai una donna autorevole come la Merkel in Italia. Forse non ce ne sono in giro di italiane all’altezza di questi ruoli? Ma davvero? O abbiamo solo quelle portate nelle istituzioni da Berlusconi, come la Minetti? Io vedo solo un occultamento dei modelli femminili, quelli veri, indispensabili alla risposta piena a questa strisciante strage quotidiana. Le donne devono farsi sentire, e trovare uomini veri che combattano al loro fianco. Se non ora… quando?

Salvatore Maresca Serra – Roma, 24 maggio 2012

EDITORI A PAGAMENTO

Essere pubblicati, o non essere pubblicati (quindi auto-pubblicarsi, in qualche modo o maniera) dagli “editori”? Questo è il problema.

Il problema che non è più quello degli scrittori e basta: essere scrittori – da quando l’editoria ha spalancato le porte ai dilettanti, agli improvvisati e agli assassini, ai volti diventati noti per qualsiasi storia che la società dei media ha fatto ingurgitare al pubblico passivo prolassato neuronale per definizione – è l’aspirazione più funzionale a questo sistema culturale: bastano un editor (spesso anche no), un correttore di bozze (se c’è), un ufficio stampa (o gli amici sfigati su Fb), e un pubblico che non sia un pubblico di «lettori» – che in Italia non esiste quanto dovrebbe, ma esiste quando non dovrebbe -, e che siano quelli che implicitamente autorizzano chiunque non solo a scrivere, ma a cercarsi poi – di pari passo – un editore: chiunque e comunque esso sia. Siamo tutti scrittori e abbiamo tutti una motivazione per esserlo, non c’è dubbio. Allo stesso modo, tutti dipingono e credono d’essere artisti, tutti poetano e credono d’essere poeti, tutti suonano e credono… e così via. Perché no? Trovare un editore, dicevamo: questo sembra essere il problema, oppure non essere affatto, non sembrare – neanche – tale: visto che, da Lulu.com (adesso anche punto it) a un’interminabile ridda di nomi, pagare e “diventare di colpo «scrittori»” sembra invece che sia la cosa più facile, da un po’ di anni. Il colpo è la regola. Anni disastrati da un’altra cosa, che si chiama «conflitto d’interessi, e corruzione», e che – dopo aver vomitato milioni di parole sui media, nel parlamento, nelle sedi e le riunioni dei partiti che hanno avuto la loro occasione di eliminare il conflitto (chissà perché sprecata), nelle abiure di scrittori “dotati di etica”, nei sommovimenti viscerali di lettori schierati – continua, in sottotono, a far parlare di sé, anche dopo la presa di posizione di certo Vito Mancuso, e l’ennesima legge ad personam (“ad aziendam”, dice Antonio Moresco nel 2010) per salvare Mondadori (gruppo) dal fisco. Vicende ormai – in parte – sorpassate dai Saviano, eccetera. Brevemente, mi sembra utile ricordare, da quando Berlusconi “apprese” della morte di Formenton, quella che, in termini processuali, fu la vicenda che portò Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling&Kupfner, eccetera a diventare una proprietà di famiglia B. e un 50,41% di Fininvest: nel 2007 in appello Cesare Previti, avvocato Fininvest, accusato di corruzione giudiziaria, fu condannato a un anno e sei mesi; Attilio Pacifico, avvocato Fininvest, accusato di corruzione giudiziaria, fu condannato a un anno e sei mesi; Giovanni Acampora, anch’egli avvocato Fininvest, accusato di corruzione giudiziaria, fu condannato a un anno e sei mesi; Vittorio Metta, ex giudice, accusato di corruzione, fu condannato a due anni e otto mesi. Perciò, se lasciamo parlare le sentenze, Mondadori fu conquistata da Silvio Berlusconi grazie a una corruzione portata in atto da alcuni suoi avvocati di Fininvest, in altre parole la sentenza del gennaio del 1991 che annullava il lodo arbitrale fu conseguenza di una corruzione, altrimenti la cordata di maggioranza sarebbe andata a De Benedetti. Corruzione, corruzione, corruzione…

Per qualcuno, una dote che si richiede oggi a uno scrittore è – tra le altre (?) – quella limpidezza tale che consentirebbe a chiunque di non considerarlo un ignavo, quindi che non sia, apocalitticamente, vomitato dalla bocca di Dio. Un dio che potrebbe essere il mercato, quindi il naturale coagulo dei lettori-compratori – in una logica aziendale, ma che invece – s’intenda – in un «linguaggio teologico», quindi non aziendale…, trattasi bensì di una divinità che – per prima (si suppone) – debba stare lì ad animare e (con)sustanziare il primo gesto di uno scrittore: contaminarsi o meno di tutto ciò che vige e opera dietro il logo del suo (reale o potenziale) editore.

Per essere scrittori oggi (gli aspiranti tali lo sappiano!) in Italia bisogna assumere da subito i tratti militari dei difensori della civitas, della democrazia, della giustizia. Dulcis in fundo, dell’etica.

Altro che essere pubblicati o auto-pubblicarsi! Sempre per qualcuno, essere scrittori deve assiomaticamente suonare così: essere contro la corruzione. Ma come si può fare, nei fatti?

Lo scopo principale dell’assiomatizzazione di una teoria è proprio quello di costruire una gerarchia dei concetti che la costituiscono, in modo da organizzarla. Quindi, siamo qui per fare questo.

Nel gioco grottesco-danzante dei paradossi, si deve a Berlusconi se questo processo gnoseologico sembra essersi verificato: quanto è necessario conoscere ciò che si è, oggettivandolo e, inevitabilmente, lo si diventa ignorandolo? Trascurandolo? Sottodimensionandolo?

Va da sé che, d’un tratto, dovremmo appiccicare addosso ad ogni scrittore mondadori un marchio – magari sulla fronte, proprio come nell’Apocalisse – d’ignominia, che deriverebbe dall’aver avuto rapporti – contronatura, democraticamente parlando – con quella sudicia e conflittuale cloaca che inquina corrompendolo lo Stato italiano che – sappiamo bene, per excursus storico – è del tutto alieno a tutto ciò che, nel rapporto col potere, coi massimi sistemi, con le anticamere o i salotti dei circuiti clientelari, con le satrapìe del momento o del memento potrebbe – “adesso”, invece – straripare e colludere e diventare una minaccia aperta ed esiziale, allagando nauseabondamente in quell’alluvione cosmica e diabolica i luoghi deputati alla cultura, quindi alla formazione delle nuove generazioni e delle future classi dirigenti: le librerie. Anche le librerie. Finanche le librerie. Non escludendo neanche gli stores online.

La scrittura d’invenzione, la saggistica, la scrittura specializzata, la poesia, la satira, la scienza, l’opinionistica, i libri per ragazzi, le favole, i libri di cucina e di ricette… tutto potrebbe essere la naturale e contro-naturale pròtesi di quel piano gelliano che voleva – e vuole ancora – un’Italia soggetta alla peggiore dittatura granfratellista, populista, post-craxista, pseudoliberista e pseudopopolarista: una minaccia che dovrebbe – da sola – attanagliare d’orrore e d’abominio anche la più convinta vocazione a diventare scrittori. Basterebbe, da sola, Mondadori a scoraggiare. Il terrore di un marchio, se – nell’assenza di una così sviluppata coscienza civica, che qualcuno immagina ipertrofica – si dovesse aspirare a diventare mondadoriani, che oggi molti scrivono e pronunciano con altri termini (…).

In questa Italia ex dell’intellighenzia letteraria e altro, ora sembra che l’ingnorantia abbia sottratto (logandole o legandole) molte delle menti e delle penne in circolazione. Qualcuno dice «perché il gruppo Mondadori è l’unico a rendicontare e a pagare gli scrittori con serietà e professionalità»: anche se – di contro – frodasse il fisco, perpetuasse nella sua logica corruttiva il malcostume, schierasse la sua depauperata e cachettica immagine “culturale” e il suo frame (ammesso che esista) a sostegno degli attacchi – per esempio – che Berlusconi ha mosso a Gomorra (accusato di far pubblicità alla mafia: “Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l’omertà nella lotta alla criminalità organizzata… ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l’immagine del nostro Paese”, firmato Silvio Berlusconi), statisticamente parlando, quanti aspiranti scrittori se ne fregherebbero della questione etica? Non sono certo tutti assetati – come S.B. – inesaustamente di Immagine Italia!

Quanti vorrebbero vedere approvate e pubblicate le loro opere da Giulia Ichino e compagni?

Quanti invece s’interrogano sul giuslavorismo di Ichino pater collocato per riflesso di discendenza in un ambiguo contesto – al dire di molti, moltissimi -, talmente ambiguo da dare adito a sperticate e surreali indagini (intellettuali) dove non si fa altro che parlare di resistenza alla corruzione operabile solo ed esclusivamente dall’interno del sistema di potere e giammai da un esterno che nella realtà non sussiste affatto e che solo gli sciocchi ci crederebbero non avendo mai letto e semmai capito gli urli munchiani degli scrittori einaudiani, che s’interrogano senza posa, dall’interno o dall’esterno della loro Q, ma sempre e pur sempre dall’interno della gloriosa Einaudi? Quanta ambiguità c’è nel restare per organizzare la sommossa popolare-intellettuale dall’interno? E quanta ce n’è nell’andar via? Nel farsi ricattare dai censori del costume e da chi vorrebbe tracciare la linea ad altri, come qualcuno ha creduto di dover fare con Roberto Saviano?

Ammesso anche che il teorizzato boicottaggio di mister B, ad opera di scrittori, editors, direttori editoriali, lettori, eccetera sortisse un qualche realistico effetto, a chi si consegnerebbe, poi, dopo, lo strapotere di questa editoria? Una domanda lecita, non si creda che non lo sia: in Italia quello che può e deve preoccupare è che il dopo in genere diventa sempre peggio del prima, quindi…

La risposta di Marina Berlusconi a Saviano sulla questione critiche a Gomorra del padre – che, per caso, è stato anche il presidente del consiglio più longevo politicamente della storia dei governi italiani – mette in luce, nella sostanza delle sue apparentemente ingenue e spontanee dichiarazioni un aspetto delle cose che ha il sapore di una caramella comprata in farmacia: cos’è e com’è da considerare?, un farmaco o un brand per chi assume zuccheri solo a condizione che a venderglieli sia una croce verde? La farmacopea ci salva la vita pur nascendo in quanto veleno: bene. Il papà ha il diritto di muovere critiche. È il presidente del consiglio? È anche l’editore che ha pubblicato il libro a cui muove critiche? Certamente. Ma, certamente, è anche un uomo libero: tutto quello che ha fatto in diciott’anni di democrazia è appunto fondato sul concetto e sulla convinzione profonda di libertà. Ha finanche fondato un partito, il maggiore fino a un attimo fa, che coagula un popolo – addirittura – di uomini e donne e ragazzi e bambini liberi! E quanta libertà c’è nelle esternazioni libere di un presidente del consiglio ch’è anche un editore e che parla male di un libro che egli stesso ha pubblicato nella sua incontestabilmente netta forma mentis di libertà al di là d’ogni ruolo e responsabilità istituzionale? Molta. Moltissima: parlano i fatti. Non si crederà certo che B. in persona si metta  leggere quello che Marina, Giulia, prima ancora Antonio pubblicano? Scherziamo? Scherziamo. Né prima né dopo: chi crede che B. si metta a leggere Gomorra? Scherziamo? Scherziamo. Quando per esempio l’immagine internazionale della nostra bella Italia era compromessa dalle fotografie amatoriali dei turisti a caccia di sensazioni olfattive forti tra miliardi di chili di immondizie che oggi si chiamano monnezza e basta come la serie di Tomas Milian, il più grosso editore italiano era non poco preoccupato di come ciò potesse ridicolizzare l’Immagine Italia, screditarla e inibire quel flusso creativo ch’è l’industria del turismo, giustamente affidata a una Brambilla, e rivalorizzata sempre giustamente dal riflesso narcisistico che, per primo, deve permeare la scuola e gli studenti, facendogli se non altro intuire che l’Italia (o “un’Italia”) – il posto dove sono nati e dove voteranno un giorno nell’esercizio sacrosanto della democrazia – è quel bel paese che gli dà identità, non a caso, dove tutti c’invidiano bellezze che la scuola riverbera poi, giustamente affidata a una Maria Stella Gelmini, nelle consapevolezze delle giovani vite di cui uno Stato e un partito dimostrano di prendersi la giusta cura a partire – per esemplificare – dalla Domus dei gladiatori, giustamente affidata a un poeta, un vero poeta come un Bondi, che ha sofferto l’indicibile sulla propria pelle, della macchina del fango che si è scatenata anche per un’archeologia del presente che ha messo radici strumentali e surrettizie in quella del 79 d.C. Ma si sa: i veleni ci salvano la vita, non ci uccidono più; e la storia contemporanea diventa con immanenza addirittura passato, archeologia, maceria, disidentità nello stesso medesimo istante in cui si compie e qualcuno – assurdo – tenta di scriverla. La stessa ragione per cui anche tutta la campagna mediatica contro l’editore più grosso d’Italia, quello degli editti bulgari contro Biagi, Santoro, eccetera, nel nome di un’etico comportamento in sede di servizio pubblico pagato coi soldi dei contribuenti di cui il provetto premier si prende cura come un vero pater familias, per intenderci, viene volgarmente attaccato – ogni santo giorno per non diventare archeologia – per delle sciocche – nel senso d’insignificanti e non indicative o compromettenti -, puerili, fanciullesche ormonali e innocenti patonzate («insomma, la patonza deve girare!», intercettazione telefonica tra Berlusconi e un tale Tarantini), uno che telefona a tutte le ore al premier e gli dà consigli illuminati di gestione della cosa pubblica, oppure della cosetta che sta tra le cosce delle ragazze, queste povere e perseguitate ragazze strumentalizzate dalle tentazioni istituzionalizzate a cui lo stesso Oscar Wilde dice di cedere per polverizzarle. Più e più volte viene fatto intervenire alle festicciole Fabrizio Del Noce «è il direttore di Rai uno e della fiction su Rai uno, quindi uno che può cambiare il destino di queste ragazze!, ma si rendono conto – queste – che hanno a che fare con chi gli può cambiare il destino?!» (i.t. con Tarantini, ancora): insomma, al di là di questa spensierata goliardica gerontofania dell’ormone dopato dai farmaci e dal potere, che tra tutti i farmaci della farmacopea risulta essere il più efficace e pervicace alterando definitivamente lo stato cenestetico dell’editore più grosso d’Italia («a tempo perso il primo ministro»), tutta questa purezza, questa angelicata palestra della frequentazione sacrosanta della bellezza femminile disponibile, questa etica nell’uso della opportunità di raccomandare una ragazza o l’altra non all’editoria privata Mondadori oppure a Mediaset (si badi bene), bensì al servizio pubblico pagato dai contribuenti, tra cui anche gli aspiranti scrittori – disperati alla ricerca di un editore e pronti a mettere mano alla tasca per inventarselo dal nulla, «un editore» – c’è un popolo d’intellettuali che ancora trascorre le ore della propria esistenza, breve per definizione, a interrogarsi se affidare le proprie opere al gruppo Mondadori oppure no.

Qualcun altro se andar via da Mondadori oppure restare.

Qualcun altro ancora – è possibile? – se mirare a Mondadori per il proprio esordio, oppure no.

Una cosa è certa: l’Immagine Italia è il nucleo centrale etico del più grande editore italiano.

Quindi, scegliere Mondadori per mirare all’esordio su un editore è una scelta che va accompagnata da un’ottima dose di trascendenza, di fede nella libertà di esercizio del pensiero che – da sola – garantirebbe a chiunque di aver fatto la sola ed unica scelta seria, professionale e irrinunciabile in quell’universo così precario, reso tale da una cattiva abitudine di leggere solo quelle cosette di poco conto che vengono macerate-strizzate come mozzarelle di bufala campana alla diossina, per produrre quel latte grasso, da vacche grasse, e che ben indica la formula della fortuna additandola nefastamente a chi, della scrittura, ha fatto un piano e un obiettivo che si ponga nel rispetto dello statuario assetto di quest’epoca strabiliante per libertà, dove le camicie di forza di retaggi che definire obsoleti è poca cosa, rispetto alla vera capacità d’innalzarsi dai ruoli, quindi da quelle ipocrisie tombali che ci hanno accompagnato per anni e anni, dove tutto lo si nascondeva nella sacca malevola di un Eolo che soffiava poi solo nel nascondimento, nel dolo del segreto, mentre adesso è più luminoso-intercettato-consapevole di esserlo che mai: e questo – da solo – dovrebbe essere la garanzia più grande di libertà a viso aperto, per scardinare un passato vergognoso e definitivamente detronizzarlo e deistituzionalizzarlo perché falso, surrettizio, ipocrita, nauseabondo di fronte a tale purezza e spregio della retorica ipocrita di certe classi dirigenti di quel passato che ormai sprofonda nell’insana e subdola vocazione a voler rappresentare una morale comune che di comune ormai ha solo la disidentità del vero. Vero è che il potere viene sempre esercitato per scopi che poco o nulla hanno a che vedere con quella meritocrazia che non sia una meritocrazia reale di rendimenti e performances per arrecare piacere ai potenti, e solo a quelli. Alla luce di ciò, con una netta limpida inconfutabile coscienza bisogna affermare dovunque sia possibile che lo sguardo non raggiunga la vera sostanza delle cose, che bisogna guardare senza affettazioni moralistiche le cose del mondo, e gioirne. Se, per esempio, qualche aspirante scrittore c’è che voglia credere nella propria opera al di là di valutazioni che vengano da sedi istituzionali dell’editoria, e che potrebbero demotivarlo, farlo traballare, anche, nella sua certezza precaria in cerca di conferme da addetti ai lavori, ebbene ci si ricordi sempre e comunque che è grazie al fatto che un editore si è messo a fare anche il presidente del consiglio che tanta, cotanta verità e nudità (nuda veritas) e trasparenza sono venute a galla determinando un’Italia diversa, finalmente!, che ormai veleggia verso una totale libertà meritocratica. Se, dunque, riceverete un rifiuto da Mondadori, allora interrogatevi su quanta schiettezza ci sia nel vostro testo; quanta nudità pari a libertà abbiate scritto; quanta onestà intellettuale vi siate caricati sulle spalle e sulle penne; quanto ciò che vorreste comunicare ad ad altri possa realmente reggere il confronto con l’onestà e la limpidezza che l’editore più grosso, ma anche più illuminato d’Italia ha saputo incarnare per tutti, con la consapevolezza piena e determinata che il confronto non sarà facile per nessuno.

Se dovesse restare alla fine quale unica possibilità affidarsi a quegli angeli inviati dal Signore misericordioso che nella loro misericordia vi pubblicheranno per duemila o tremila euri, allora abbiate considerazione che comunque non avrete alterato di un micron la vostra posizione in questa società, e, in questo, ci vedo una profonda, religiosa coerenza delle cose e del fato: se, da un lato, il confronto etico con un uomo insuperabile che detiene anche lo strapotere dell’editoria libraria vi ha visti perdenti perché non abbastanza meritocratici, dall’altro le braccia aperte degli editori a pagamento avranno ristabilito la loro fraterna apertura in quell’afflato universale che fonde i perdenti in ogni caso. Per essere vincenti, è necessario o essere bellissime ragazze dispensatrici di giovinezza e spregiudicatezza e apertura (mentale), oppure essere voi quei compagni affettuosi leali rotti a tutto per autentica amicizia anche a farsi indagare e magari condannare da qualche invidioso magistrato ormai relitto di una società che va scomparendo, come Tarantini. Eppure, se tali questi ultimi voi foste, allora non avreste una ragione di scrivere: quelli veri come Tarantini non scrivono, telefonano.

Salvatore Maresca Serra, Roma febbraio 2012

Noam Chomsky DOPO L’11 SETTEMBRE

CONTROLLO GLOBALE

CONTROLLO  GLOBALE

Questo articolo di Raoul Chiesa – che ringrazio – è stato scritto e documentato prima del 2000. Ebbene, siamo adesso alle soglie del 2012, e sappiamo che al ritmo di sei mesi in sei mesi tutte le maggiori tecnologie e conoscenze tecnologico-scientifiche vengono sempre totalmente riviste e aggiornate. Ogni obsolescenza eliminata. Ogni innovazione applicata, puntualmente. Negli anni recenti, il dibattito politico in Italia è stato visto impegnato sulla materia della intercettazioni; molti politici del centro-destra hanno più volte menzionato gli USA, introducendo un discorso insidioso e controverso, affermando che negli Stati Uniti l’uso che viene fatto delle intercettazioni, e relativi costi per i contribuenti americani, sono di gran lunga inferiori rispetto al belpaese. La privacy molto più rispettata e altre cose così… La ragione per cui pubblico questo articolo è sia relativa al mio romanzo – di prossima uscita nel 2012 IL COSTRUTTORE DI SPECCHI -, sia rivolta a tutti coloro che intendono approfondire la reale situazione nel mondo, rispetto alla salvaguardia della privacy (impropriamente menzionata dai politici, ingenuamente, o in mala fede). Consiglio nella lettura una particolare attenzione all’uso che si fa della tecnologia – perfettamente menzionato da Raoul Chiesa – rispetto all’economia, diventata negli ultimi giorni, col governo Monti, un tema di grande attualità in Italia. Ebbene, se immaginiamo i progressi, gli avanzamenti delle tecnologie, e l’uso applicato all’assetto attuale dei poteri economici, possiamo arricchire la nostra consapevolezza globale. E rendere il nostro occhio critico un po’ meno sprovveduto, quindi ingenuo. Buona lettura.

Salvatore Maresca Serra, Roma Novembre 2011

Premessa

Un ringraziamento particolare per aver contribuito – con informazioni, racconti, aneddoti e spiegazioni in una forma personale ed amichevole – alla stesura di questo articolo va a Steve Wright e a Simon Davies:

il primo e’ direttore della Omega Foundation di Manchester ed autore del rapporto STOA 1998 per il Parlamento Europeo intitolato “An Appraisal of the Technologies of Political Control” (Una valutazione sulle tecnologie di controllo politico), dopo il quale si e’ iniziato a parlare anche tra “la gente comune” del caso Echelon;

Il Dr. Simon Davies lavora al Computer Security Research Center della London School of Economics a Londra ed e’ fondatore del gruppo di osservazione Privacy International.

Senza le spiegazioni e le opinioni di queste due persone questa storia non si sarebbe potuta raccontare.


Introduzione: Sorveglianza Globale

Intercettazioni telefoniche, microspie, telecamere, sniffing, hacking, per arrivare sino ad agenti segreti e controspionaggio, sono termini ai quali siamo oramai abituati o ci stiamo abituando; esiste pero’ un altro termine, un po’ inquietante, del quale talune persone sono a conoscenza, altre hanno sentito parlare capendone poco, ed altre ancora – la maggior parte – non sanno assolutamente nulla.

La stampa cartacea, quella “ufficiale”, ha iniziato a parlarne in Italia il 20 marzo 1998 quando il settimanale “il Mondo” dedico’ un primo “speciale” dal titolo eclatante: “Licenza di spiare, i segreti di Echelon: cosi’ USA e Gran Bretagna ci spiano”. Si riferiva al caso Echelon, alla scoperta ufficiale della sua esistenza.

Segui’ una seconda uscita nel numero successivo, poi una terza… poi le prime timide interrogazioni parlamentari da parte di alcuni degli eurodeputati italiani di stanza a Bruxelles. Romano Carratelli, deputato del Partito Popolare (lo stesso del Ministro della Difesa, Beniamino Andreatta) il primo aprile 1998 ha presentato a Prodi un’interrogazione parlamentare in cui chiede di sapere “se il governo italiano e’ a conoscenza del sistema Echelon e se l’Italia e’ coinvolta in questa vicenda e quali iniziative sono state intraprese o si intende intraprendere per garantire la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini”. Prodi il 24 aprile dello stesso anno, quando era primo ministro, durante una seduta parlamentare, dichiara di non sapere nulla riguardo ad Echelon, aggiungendo che un sistema di controllo sistematico delle telecomunicazioni risultava essere, secondo lui, poco credibile e non realizzabile.

In altri paesi europei accadeva piu’ o meno lo stesso: The Guardian Online, il Tribune e il Sunday Times in Inghilterra, Liberation in Francia con uno speciale di 4 pagine, De Groen in Olanda, il New York Times nella sua rubrica Cybertimes, persino il Giappone, con due articoli il 19 settembre 1998 ed il 10 gennaio 1999 su Mainichi Shimbun, tutti insomma pubblicano interrogativi sul caso.

Ed e’ forse un caso il fatto che tutti questi articoli siano stati pubblicati dopo l’uscita di un film quale “Nemico Pubblico”? Era proprio necessario un film per esporre il problema a tutti e suscitare finalmente l’interesse dei mass-media?

Analizzando il rapporto STOA, risultava spontaneo porsi delle domande sul ruolo dell’accoppiata NSA/CIA americana e del GCHQ inglese. Ma nessuno lo fece… e chi tento’ di farlo (esemplare la battaglia condotta da “Il Mondo”), arrivando al punto di riuscire a far si’ che la commissaria europea Emma Bonino e la Commissione Europea si rivolgessero alla Gran Bretagna per chiedere una conferma o una smentita, chi ci ha provato e’ rimasto solo con il gelido silenzio del governo inglese. Tutte denuncie passate inosservate.

La seconda tornata dei mass-media grido’ successivamente ad una “rivincita”, “Enfopol: la risposta europea ad Echelon.”. Tra parentesi sbagliandosi – e di molto, come vedremo in seguito – sul significato della cosa.

Poi, gradualmente, il silenzio.

Il rapporto STOA (122 pagine di analisi su armi, tecnologie, reti e servizi segreti) e’ stato pubblicato il 18 dicembre 1997. Il 27 gennaio 1998 e’ stato presentato al “European Parliament Committee on Civil Liberties and Internal Affairs”. Oggi siamo nel settembre del 1999, e ancora pochi sanno cosa dice, cosa scopre e cosa spiega, di cosa ci avverte questo rapporto.

In questa serie di articoli sui punti chiave delle reti di controllo globale, cerchero’ di spiegare cosa e quali sono, di dare il mio punto di vista ed approfondire a livello tecnico i casi Echelon ed Enfopol, aggiungendo pero’ alla visione d’insieme che andro’ a descrivervi alcuni fattori all’apparenza estranei tra loro: il risultato finale e’ il termine inquietante sopra accennato: la Sorveglianza Globale.

L’inizio: Menwith Hill

Verso la fine degli anni ’70, quando si era da poco laureato alla Lancaster University del Regno Unito, Steve Wright si imbatte’ per la prima volta in Echelon: fotografo’ per interesse accademico e di studio sull’argomento delle torri-ripetitori, vicino al suo campus universitario, le quali ufficialmente svolgevano il ruolo di ponti telefonici per le chiamate a lunga distanza e transoceaniche ed erano collocate sul tetto dell’ufficio postale della sua citta’.

Osservando giorni dopo le fotografie, noto’ che i dischi delle parabole non erano puntati verso il nord ed il sud del paese, bensi’ verso il nord dell’Irlanda ad ovest e verso un posto chiamato Menwith Hill ad est.

Tre settimane dopo fu prelevato a casa da due macchine dei servizi segreti e portato alla sua Universita’, la quale fu dunque la prima Universita’ inglese a subire una perquisizione dell’Intelligence britannica.

Piu’ o meno nello stesso periodo due ricercatori universitari norvegesi, Nils Peter Gledisch e Owen Wilkes – i quali stavano effettuando ricerche simili a quelle svolte da Wright ed un suo collega, ebbero seri problemi…

Oggi possiamo dire che quei ricercatori stavano iniziando a scoprire le viscere dell’infrastruttura di ascolto globale della NSA.

Menwith Hill

Nel 1947, piu’ di cinquant’anni fa, venne alla luce un “patto”, un’alleanza strategica tra cinque paesi. Il patto fu chiamato Ukusa ed i paesi costituenti sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

L’obiettivo e’ chiaro e di ampia portata: intercettare, spiare, analizzare le informazioni che viaggiano nell’etere.

Dagli anni 50 ad oggi la tecnologia ha fatto passi da gigante. La telefonia fissa, i telefax, quella cellulare, i satellititi, Internet: il mondo ha cambiato il modo di comunicare. Il patto Ukusa non e’ rimasto fermo.

Una cosa da chiarire prima di proseguire nella spiegazione del patto Ukusa ed arrivare poi a parlare di Echelon, e’ il fatto che questa alleanza sia stata si’ stipulata tra i governi dei diversi paesi membri, ma di fatto sia gestita dalle singole Intelligence dei vari paesi.

Oggi, 1999, dalle basi di Sugar Grove e Yakima negli USA, Walhopai in Nuova Zelanda, Geraldton in Australia, Morwenstow nel Regno Unito e da quella di Hong Kong (ricordiamoci, oggi divenuta cinese) partono le richieste di parole chiavi, frasi, nominativi: i dati vengono inoltrati al paese richiedente.

Questi dati vengono comparati a quanto intercettato dalla rete di controllo, analizzati e trasmessi attraverso satelliti dedicati dai due gateway di Fort Meade nel Maryland e Menwith Hill nella zona di North York Moors nel Regno Unito.

Menwith Hill e’ il centro nevralgico europeo di questo network, e Menwith Hill ha “creato” Echelon.

Oggi – La Struttura di Ukusa e il ruolo di Echelon

Nicky Hager ha scritto e pubblicato, nel 1996, “Secret Power: New Zealand’s Role in the International Spy Network”. Il settimanale Il Mondo lo ha intervistato in occasione del primo articolo italiano su Echelon. Hager e’ stato di estrema importanza ed utilita’ per capire come funziona fisicamente la rete dello Ukusa Agreement.

Nicky spiega a Il Mondo che “La particolarita’ del sistema Echelon e’ che la sua rete di satelliti, basi terrestri e supercomputer non e’ disegnata soltanto per permettere l’intercettazione di alcune particolari linee di trasmissione, bensi’ per intercettare indiscriminatamente quantitativi inimmaginabili di comunicazioni attraverso qualsiasi mezzo o linea di trasmissione“.

I – Le basi

Ogni compagnia telefonica nel mondo (Telecom Italia, Omnitel, Infostrada, France Telecom, KDD, etc..) utilizza per le comunicazioni internazionali uno dei 25 satelliti geostazionari Intelsat, i quali ruotano intorno alla Terra, stazionando sopra l’equatore. Nelle cinque basi di ascolto Ukusa vengono intercettate le comunicazioni gestite da questi satelliti.

Ogni Paese aderente al patto Ukusa ha in affidamento la copertura di un’area specifica del mondo: in Inghilterra ad esempio si trova la base che controlla il traffico europeo, sulle scogliere del Cornwall, mentre il traffico nord-sud del continente americano e’ gestito dalla base di Sugar Grove, a 250 chilometri circa dalla capitale americana. Le telecomunicazioni sul Pacifico sono invece divise tra la base americana di Yakima (250 chilometri a sud-ovest di Seattle), la base neozelandese di Waihopai – aperta nel 1989 – e quella australiana, sita a Geraldton, la quale cura anche l’area dell’Oceano indiano.

II – Satelliti Spia

Dai primi anni ’70 in avanti la N.S.A. ha messo in orbita una costellazione di satelliti spia, chiamata in codice “Vortex”.

“L’ultima generazione di satelliti – spia e’ costituita da tre nuovi “bird” geosincronici messi in orbita negli ultimi quattro anni, che da soli coprono praticamente tutto il mondo”, dice il massimo esperto del settore Jeff Richelson.” Quello che copre l’Europa staziona in orbita a 22.300 miglia di altitudine sopra il Corno d’Africa ed e’ controllato dalla base terrestre inglese di Menwith Hill, nel nord dello Yorkshire, che con i suoi 22 terminali satellitari e’ di gran lunga la piu’ grande e potente della rete Ukusa”. Menwith Hill e’ quindi la stazione europea NSA di “scrematura ed inoltro” (matching & forwarding) piu’ importante ed e’ distribuita su 4.9 acri di terreno: nel 1991 vince il “premio NSA” come stazione dell’anno, grazie alla sua estrema utilita’ durante la guerra del Golfo.

Effetti radioattivi armi USA

III – Echelon, dictionary manager & Memex

La rivoluzione delle comunicazioni e tecnologie digitali ha facilitato di molto l’industrializzazione della sorveglianza, spiega Wright. Una volta, prima della caduta del Muro di Berlino, la polizia segreta della Germania dell’Est disponeva di 500.000 informatori segreti, 10.000 dei quali erano necessari semplicemente per trascrivere le telefonate dei cittadini: oggi lo stesso lavoro e’ svolto o puo’ essere svolto dalla tecnologia.

E’ vero anche che la mentalita’ stessa, la psicologia nell’analisi dei dati, il mercato cosi’ come il modo di fare commercio sono enormemente cambiati in questi ultimi 30 anni: basti pensare al marketing: ieri si indagava su quante persone hanno un telefono, oggi su quante persone lo usano in una casa, per chiamare chi, dove e a che ora.

Steve mi illustra come questa nuova era tecnologica sia caratterizzata da sistemi che, “collegati in tempo reale, custodiscono dati personali e sistemi di monitoring: questo significa che, per la prima volta, ci si trova davanti alla necessita’ di immagazzinare e contemporaneamente analizzare queste informazioni.”

Si arriva allora al data-veillance, termine che nasce dalla fusione delle parole surveillance (sorveglianza) ed elementi di artificial intelligence (intelligenza articificiale).

Questa data-veillance e’ basata sull’approccio militare al cosi’ chiamato “C3I”, vale a dire “Communications, Command, Control and Intelligence”, una modalita’ gerarchica di usare le informazioni per coordinare l’Intelligence militare e le truppe.

Risulta allora ovvio che l’enorme mole di dati ed informazioni raccolta dai satelliti spia deve essere paragonata con le richieste pervenute dalle basi, al fine di scremare e catalogare le informazioni e realizzare il data-veillance: il terzo e ultimo componente del sistema Ukusa e’ costituito da una matrice di network-supercomputer, i quali hanno la capacita’ di “assorbire, esaminare e filtrare in tempo reale enormi quantita’ di messaggi digitali e analogici, estrapolare quelli contenenti ognuna delle parole – chiave preprogrammate, decodificarli e inviarli automaticamente al quartier generale del servizio di Intelligence dei cinque Paesi interessato ai messaggi che includono la parola predeterminata.

Questi supercomputer sono stati battezzati “dizionari”, e ogni pochi giorni i “dictionary manager” dei cinque Paesi cambiano la lista delle parole chiave, inserendone delle nuove e togliendo delle vecchie a seconda dei temi politici, diplomatici ed economici di interesse per gli Usa e i suoi alleati”, spiega Hager. “E una volta inserite le nuove parole e’ solo questione di minuti prima che i dizionari comincino a sputar fuori messaggi che le contengono”.

Per svolgere tutte queste funzioni e’ stato realizzato un sistema di intelligenza artificiale, battezzato Memex.

E’ interessante notare come ogni stazione di analisi abbia un proprio nome in codice: quando vengono inoltrati messaggi inerenti particolari keyword, il messaggio e’ sempre preceduto dal nome in codice della stazione che l’ha analizzato: la stazione di Yakima, ad esempio, situata in una zona desertica tra le Saddle Mountains e le Rattlesnake Hills, ha in uso il COWBOY dictionary, mentre la stazione neozelandese di Waihopai ha nome in codice FLINTLOCK. Questi codici di identificazione sono dunque registrati all’inizio di ogni comunicazione intercettata, affinche’ gli analisti riceventi sappiano sempre quale stazione ha intercettato, scremato ed inoltrato il messaggio.

Vi sono poi altri centri di smistamento oltre Menwith Hill: queste stazioni hanno – oltre ai compiti sopra esposti – la funzione di ascolto per i satelliti geostazionari non appartenenti alla rete Intelsat. In aggiunta alle stazioni di ascolto puntate verso questi satelliti, infatti, ed oltre la stazione di Menwith Hill, abbiamo altre quattro stazioni base: Shoal Bay, vicino alla citta’ di Darwin nell’Australia del nord (targetting verso i satelliti indonesiani), Leitrim, appena a sud di Ottawa, Canada (satelliti latino americani), Bad Aibling in Germania, e Misawa nel nord del Giappone.

Il “percorso” di questa mole di informazioni e’ dunque molto particolare: sulle colline della Cornovaglia le antenne di Morwenstow raccolgono i segnali dei satelliti Intelsat – i quali non viaggiano in criptato – e li inviano alla “operation room” dove sono stati dati in pasto prima a un potente amplificatore e poi a una batteria di radioricevitori sintonizzati sulle differenti frequenze da microonde su cui trasmettono gli Intelsat. Ogni frequenza ha un certo numero di bande di segnali, ognuna delle quali contiene a sua volta centinaia di messaggi telefonici, fax, telex ed e-mail elettronicamente compattati tra loro (e’ il cosiddetto multiplexing).IV – Percorsi ed output

Grazie a speciali apparecchi americani chiamati statmux questo insieme di messaggi e’ stato separato nei singoli messaggi individuali che lo componevano, e i messaggi inviati nelle bande di frequenza di maggior interesse, cioe’ quelle che Echelon sa essere usate nelle comunicazioni importanti, sono stati inviati nel “dictionary”, il supercomputer anima del sistema. A questo punto il computer ha prima convertito i vari tipi di messaggi – telefonate, fax, e-mail – in un linguaggio digitale standard, e poi ha attivato la ricerca delle parole richieste (keyword) inserite dai “dictionary manager” dei cinque Paesi. Tutti i messaggi contenenti le keyword sottoscritte sono poi stati immediatamente e automaticamente passati a un altro computer che li ha messi in codice e spediti via satellite al quartier generale della NSA, a Fort Meade nel Maryland, dove sono stati decodificati e analizzati dai tecnici americani.

I prodotti finali del sistema Echelon si dividono in tre categorie distinte: i rapporti, i “gist” (gist in inglese significa nocciolo della sostanza) e i sommari.

I rapporti sono traduzioni dirette di messaggi intercettati, i “gist” sono compendi telegrafici in cui si offre il succo del discorso e i sommari sono compilazioni che contengono informazioni di diversi rapporti e “gist” e vengono poi conservate nelle banche dati di ciascun servizio di “Signal Intelligence” dei cinque Paesi membri di Ukusa.

“Ogni servizio ha la possibilita’ e il diritto di chiedere agli altri di fornire sommari da essi prodotti su particolari soggetti, specificando pero’ a chi e’ destinata l’informazione”, spiega Hager. Vista la frequenza di questi scambi, i Paesi dell’Ukusa hanno creato un sistema di distribuzione elettronica e in codice che muove continuamente rapporti tra un Paese e l’altro. Nel caso di informazioni particolarmente delicate, c’e’ inoltre a disposizione una rete di corrieri appartenenti allo staff del Defense Courier Service, di base al quartier generale della NSA a Fort Meade.

Oggi – Sistema di controllo Globale: gli utilizzi

Vent’anni dopo quella lontana visita da parte dell’Intelligence britannica, Steve Wright si prende dunque la sua rivincita: il rapporto STOA presentato al Parlamento europeo spiega che la rete-spia della NSA/GCHQ mina le basi del Trattato Europeo di Maastricht, il quale aveva il compito di garantire la parita’ in tutti gli scambi tra gli stati membri.

Nel 1998 ai membri del Parlamento Europeo vengono dunque fornite le evidenze dei fatti per cui la US NSA ed il Governo Britannico con i propri servizi segreti hanno creato i mezzi per intercettare ogni comunicazione fax, e-mail e telefonica (cellulare, fissa, radio) all’interno dell’Unione Europea.

Voci non confermate e tantomeno autorizzate mormoravano da decenni di attivita’ di spionaggio da parte della NSA in Europa, ma prima del rapporto STOA nel 1998 non c’era mai stata alcuna conferma ufficiale: ora il mondo sa che la NSA ha creato una capacita’ di sorveglianza sull’intero network di comunicazioni europeo.

Quello che pero’ emerge dal rapporto STOA e’ ancora piu’ inquietante: Echelon e’ il nome di una rete di supercomputer capace di esaminare vaste aree di spettri di comunicazione e individuare parole chiave precedentemente inserite o ricevute dagli altri nodi; la potenza di elaborazione (o “scanning and screening”) di Echelon dichiarata dalla NSA era, nel 1992, di 2.000.000 di comunicazioni all’ora

Facendo un esempio concreto, se io impostassi come parola chiave (“keyword”) la parola FIAT, gli elaboratori Echelon scandaglierebbero tutte le comunicazioni europee e paneuropee (telefonate, fax, comunicazioni via e-mail) per il termine FIAT e analizzerebbero in pochissimo tempo una mole impressionante di comunicazioni.

Ora, quello a mio parere ci deve fare pensare – e molto, ed in fretta – e’ che il rapporto STOA di Steve Wright abbia dimostrato come la NSA abbia sviluppato le proprie attivita’ di spionaggio commerciale: nel 1990 furono impostate alcune keyword particolari, in quanto il colosso americano della telefonia, la At&t, concorreva ad una gara d’appalto contro la giapponese Nec, per la fornitura di strutture di telecomunicazioni all’Indonesia. Gli USA spiarono le trattative e l’appalto fu vinto dalla At&t: oggi le centraline telefoniche nazionali ed internazionali a Jakarta sono americane.

Esiste il forte sospetto, riportato anche da giornali britannici come il Sunday Times, che la rete di intercettazioni Echelon venga utilizzata da britannici e americani anche per ottenere informazioni economiche riservate relative alle politiche di grandi gruppi industriali o finanziari.

Allo stesso modo si e’ sospettato che all’indomani dalla tragedia della funivia di Cavalese, avuta conoscenza della forte reazione italiana e nel timore di un’escalation della crisi, la NSA abbia molto probabilmente inserito nel sistema le parole “Cavalese” e “Cermis”. Hager spiega come “L’Italia e gli altri Paesi europei sono bersaglio costante di Echelon e la richiesta americana di inserire nuove parole – chiave relative a questioni italiane a Morwenstow sarebbe stata accolta dai tecnici inglesi senza alcuna sorpresa. Sarebbe stata un’operazione di routine, gestita a livello amministrativo”, sostiene Hager. Da quel momento, ogni telefonata, fax, messaggio elettronico proveniente da o diretto a ministeri, uffici governativi, ambasciate e probabilmente anche residenze e quartier generali di leader politici e militari italiani contenente le parole Cavalese e Cermis puo’ essere diventato bersaglio del sistema Echelon.”

Naturalmente nessuna di queste accuse e’ stata mai confermata dai diretti interessati…

Il Parlamento Europeo, in risposta, dopo tutto il clamore suscitato con il rapporto STOA, ha commissionato un nuovo rapporto dal titolo “Surveillance technology and risk of abuse of economic information”.

I cambiamenti nell’informazione globale raccolgono tecnologie e tecniche per fornire mezzi sia al fine di acquisire informazioni economiche su concorrenti commerciali, sia per sviluppare controlli su gruppi radicali ed i loro contatti associati attraverso “friendship networks”.

Vedremo cosa accadra’… ma cerchiamo di non subire passivamente.

La “risposta europea”: Enfopol

I – Una gioia mal riposta

Come accennato nell’introduzione, i giornali annunciarono con gioia ed “orgoglio” la scoperta di Enfopol, la rete di intercettazione Europea nata come risposta ad Echelon.

In realta’ le cose sono ben diverse… o sarebbe meglio dire che non sono cambiate poi di molto.

Enfopol e’ si’ infatti un sistema di controllo e spionaggio pianificato per collegare i diversi circuiti di polizia internazionale responsabili di polizia locale, dogana, immigrazione e sicurezza interna del Paese: peccato pero’ che questa rete faccia capo all’F.B.I. americana.

Vero e’ che tra FBI e CIA/NSA non corre buon sangue (si vocifera che le prime “rivelazioni scomode” su Echelon siano opera dell’FBI stessa, la quale non ha mai gradito la “liberta’” che la NSA e la CIA spesso si autoassegnano nelle operazioni di controllo e spionaggio elettronico), ma cio’ non toglie il fatto che Enfopol non sia altro che il secondo grande orecchio degli Stati Uniti d’America sull’Europa.

Un’Europa che corre verso l’unificazione totale, la moneta unica, l’unione delle Intelligence dei vari Paesi membri, ma che ancora non ha un sistema proprio e che dipende in tutto e per tutto dagli USA. Un’Europa alla quale scotta il fatto che il Regno Unito abbia tenuto nascosto per decenni l’esistenza di Echelon e del patto Ukusa, un’Europa che si scopre di colpo arretrata tecnologicamente: a tutt’oggi i grandi backbone mondiali per le comunicazioni Internet si trovano negli Stati Uniti, e molto spesso quando chiamiamo un sito o inviamo un’e-mail, il dato rimbalza sino a New York prima di rientrare in Europa verso il paese chiamato.

II – Il consorzio EU-FBI

Da almeno quattro anni un consorzio internazionale fondato dall’FBI ha discusso e promosso progetti per intercettare i sistemi di comunicazione che fungono da collegamento tra i telefoni mobili ed i satelliti. L’interesse dell’FBI nella stesura di una simile rete di intercettazione e’ abbastanza chiara: dai primi anni 90 in poi l’Europa delle telecomunicazioni ha iniziato la privatizzazione, e incominciava a non essere piu’ possibile una forma di intercettazione standard, comune a tutti. La tecnologia delle TLC ha iniziato a correre velocemente prima ed esponenzialmente poi, rendendo obsoleto un consistente standard di intercettazioni. Quindi, siccome i sistemi sono diventati globali, era dunque necessaria una completa collaborazione a livello internazionale, per permettere che il “phone tapping” continuasse ad essere realizzabile. Ricordiamoci poi che il sistema GSM e’ stato introdotto in Inghilterra poco dopo la seconda meta’ degli anni 80, mentre nel resto dell’Europa ha fatto la sua comparsa agli inizi degli anni 90, e che l’Inghilterra e’ membro del patto Ukusa dalla fine degli anni 40.

Questo consorzio ha spesso richiamato l’attenzione sulla “cooperazione globale tra le forze di Polizia europee, inclusa una nuova coscrizione dei fornitori dei nuovi sistemi di comunicazione, al fine di portare avanti le intercettazioni nel caso in cui ve ne fosse la necessita’, seguendo specifiche istruzioni”.

Il 3 dicembre del 1995 a Madrid, durante il summit “EU-US”, e’ stato firmato il trattato “Transatlantic Agenda”, parte del quale era il “Joint EU-US Action Plan”, il quale analizzava questi sforzi come “un tentativo costante di ridefinire l’Alleanza Atlantica nell’era post Guerra Fredda”. Pare che queste direzioni non indichino altro se non l’intenzione delle Internal Security Agency dei singoli Paesi membri dell’Unione Europea di acquisire un nuovo tipo di controllo globale a livello europeo.

La parte politica, cosi’ come nel caso Echelon, ha subito passivamente: sembra che nulla sia mai stato chiesto a riguardo della costruzione di una rete di intercettazioni con simili capacita’ a nessun governo europeo, che non ci sia mai stata alcuna richiesta di votazione o scrutinio, e che nemmeno il Comitato per le Liberta’ civili del Parlamento Europeo ne sia mai stato informato.

III – Leggi e standardizzazione europee

“La votazione fu semplicemente decisa in segreto, tramite uno scambio di telex tra i governi degli allora 15 paesi membri della EU”, racconta StateWatch, organizzazione editoriale per i diritti civili. Sempre StateWatch informa che, ad oggi, “il piano per il sistema di Sorveglianza Globale EU-FBI e’ in sviluppo”: in altri termini cio’ significa che – come illustrato nel rapporto STOA – il progetto ha, come paesi interessati e complici, l’Europa dei 15 con, in piu’, USA, Canada, Norvegia e Nuova Zelanda. Un gruppo “stranamente associato”, che non credo verrebbe accettato dai Ministeri degli Affari Interni dei singoli Paesi membri o dai parlamenti nazionali, e tantomeno dal Parlamento Europeo.

Naturalmente Enfopol si muove veloce, per cercare di raggiungere il “cugino” Ukusa: nel “rapporto Enfopol 19“, StateWatch ha scoperto che “i numeri di carte di credito personali sono ora richiesti come un identificativo personale universale”. Nell’edizione precedente, “Enfopol 98 Rev2“, non vi era alcun riferimento ai numeri di carte di credito.

Abbiamo poi dei cambiamenti meno vistosi tra la versione precedente e quella successiva, modifiche molto piu’ “di classe” e quasi invisibili. Quello che segue e’ un estratto comparativo di una riga del rapporto Enfopol 98 Rev2 ed Enfopol 19: arriviamo ad un rapporto di “minima variazione/altissima implicazione”.

“IP CONNECTIONS ARE NOT INCLUDED” (Enfopol 98 Rev2)

“IP CONNECTIONS ARE NOT EXCLUDED” (Enfopol 19)

Satelliti Iridium

IV – L’Italia ed il ruolo di Iridium

Risulta ovvio dopo qualche riflessione che queste proposte di cambiamento e standardizzazione avranno ripercussioni su molti Paesi membri della Comunita’ Europea, spesso con implicazioni costituzionali. In Italia, ad esempio, si trova la base terrestre di Iridium, la rete di satelliti di per le comunicazioni via telefono mobile satellitare. Iridium e’ un consorzio, dove i gateway sono di proprieta’ di uno o piu’ investitori: “Iridium Italia e Iridium Communication Germany gestiscono il gateway Europea che e’ stata installata presso il centro spaziale “Piero Fanti” della Telespazio, in provincia de L’Aquila, a circa 130 km da Roma“, ci informa gentilmente il sito web della Iridium Italia.

Il sito ci spiega inoltre che “… la stazione del Fucino – la piu’ grande infrastruttura civile per le telecomunicazioni al mondo – e’ stata scelta per la sua posizione geografica, ottima per servire il continente europeo e le regioni limitrofe. Il Fucino ospita anche un centro GBS (Gateway Business System), un centro informativo per l’elaborazione e l’amministrazione dei dati del servizio (contratti, consumi, bollette)”…..credo che ora capiate l’importanza strategica della base Iridium.

La stessa Iridium Italia gestisce dunque la fornitura dei servizi IRIDIUM in Belgio, Bosnia Erzegovina, Croazia, Danimarca, Isole Faroe, Francia, Grecia, Jugoslavia, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Malta, Monaco, Paesi Bassi, San Marino, Slovenia, Svizzera, Citta’ del Vaticano…… riflettiamo.

Gli accordi Enfopol vogliono dire allora che l’Italia, in quanto Paese membro e Paese ospitante la base terrestre satellitare europea, avrebbe delle responsabilita’ o implicazioni nel caso in cui intercettazioni remote venissero richieste sulla base dell’Aquila? Come mi spiega Steve Wright, le opzioni possibili sono due:

1. l’attuale “opzione centralizzata”, la quale prevede che ogni singola intercettazione venga autorizzata attraverso “lettere internazionali di richiesta”
2. un “approccio remoto”, il che significa che un singolo e generico ordine e’ dato dall’Italia alla sua stazione di terra, per impostare gli algoritmi di scrematura richiesti al fine di permettere l’attivazione autonoma di intercettazione tramite i fornitori di servizio nazionale, e la trasmissione automatica del materiale intercettato.

In tutto questa bagarre di problematiche politiche, legislative ed economiche non dobbiamo dimenticarci della criptazione, l’unica forma di difesa del privato cittadino per la privacy reale delle proprie comunicazioni digitali: in molti paesi del mondo e’ una tecnica proibita dalla legge, e paesi come la Francia hanno recentemente fatto delle vere e proprie inversioni ad U in termini legislativi rispetto ad altri paesi europei, liberalizzando l’uso della criptazione delle comunicazioni. Ovviamente gli Stati Uniti spingono l’Unione Europea ad un uso piu’ controllato di questa tecnologia.

L’occhio si aggiunge all’orecchio: 
I sistemi di controllo a circuito chiuso urbani

I – Le origini dei CCTV

La tendenza ai sistemi di sorveglianza a circuito chiuso (CCTV) ha origine nel Regno Unito nel 1985: infatti, dopo un anno particolarmente brutto per il calcio inglese e complice l’influsso e l’immagine negativa apportata dai famigerati hooligans, il Football Trust (associazione fondata dalle squadre di calcio inglese) autorizzo’ l’installazione di sistemi di controllo a circuito chiuso in 92 club. Il passo successivo fu fatto dalla Polizia britannica, la quale installo’ sistemi di CCTV mobile lungo tutta l’Inghilterra.

Nella totale assenza di regolamentazioni o linee guida, la polizia trovo’ molteplici utilizzi per questo sistema. La voce si sparse in fretta e il boom dei sistemi CCTV era fatto: ottimo appoggio quando si trattava di presentare l’evidenza delle prove ai processi, il sistema era perfetto anche come “tecnica di controllo sociale”.

Telecamere iniziarono a spuntare nel centro di Londra cosi’ come nelle piazze principali di varie citta’, e i cittadini inglesi accolsero con piacere questi strumenti, meritevoli di dare una maggior sicurezza alle donne che tornavano dal lavoro alla sera, o ai bambini nei giardini.

Scuole, ospedali, biblioteche, piazze, vie, negozi…. Ovunque una telecamera ad osservare la folla, le strade, le automobili e le relative targhe degli automezzi.

Sebbene i sistemi CCTV siano utilizzati in altri paesi, nessuno di questi ha avuto un’evoluzione come il Regno Unito: l’evoluzione tecnologica e’ stata tale che si e’ arrivati ad un punto per il quale in molti centri urbani questa rete puo’ essere considerata onnipresente. Si e’ arrivati a considerarli parte integrante del controllo e della lotta alla criminalita’: non dimentichiamoci che, quando il mondo intero rimase shockato per le immagini dell’assassinio di un bambino da parte di due suoi amici di 10 anni, l’ultima immagine di James Bulger portato via dal centro citta’ verso i binari abbandonati dove fu poi ritrovato proveniva dai sistemi CCTV del centro di sorveglianza dello shopping center di Liverpool. Le immagini stesse furono usate come prova durante il processo.

II – Le reti CCTV oggi

Oggi l’industria della sorveglianza visiva britannica spende tra i 150 ed i 300 milioni di sterline all’anno, con un parco di telecamere tra i 200.000 ed i 400.000 pezzi. L’Home Office britannico stima che circa il 95% delle citta’ e dei paesi inglesi si stiano dirigendo verso i sistemi di controllo CCTV per la sorveglianza di aree pubbliche, parcheggi e zone residenziali. La crescita di questo mercato e’ quantificata dal 15 al 20% all’anno.

Le telecamere stesse sono cambiate – e di molto – dal 1985 ad oggi. Anche in questo caso, come per le reti del patto Ukusa, la tecnologia e’ progredita, permettendo telecamere antivandalismo, di ridottissime misure, con capacita’ di “motion detection” e con potenti zoom e dispositivi ad infrarossi, consentendo cosi’ anche la visione notturna.

La progettazione degli stessi sistemi e’ cambiata ed ha sposato tecniche militari di protezione: le nuove installazioni vengono effettuate in modo tale che ogni telecamera controlli sempre la postazione adiacente, fornendo cosi’ un controllo incrociato antivandalico ed evitando problemi di sabotaggio, i quali sono sempre esistiti ma raramente sono denunciati, specialmente in Irlanda del Nord. Il governo conservatore di John Major promosse tenacemente l’introduzione di questi sistemi, ed il governo Blair ha continuato per la stessa strada.

Qual e’ il risultato, oggi? La piu’ grande rete centralizzata di controllo sulla folla, sui luoghi di comune interesse, sugli avvenimenti di maggior rilievo; un piano su scala nazionale, per il quale entro 5 anni l’Inghilterra completera’ la costruzione del piu’ grande sistema di sorveglianza e controllo del traffico stradale il quale, quando sara’ terminato, identifichera’ e seguira’ le tracce ed i movimenti di praticamente tutti i veicoli della nazione.

Socialmente, questa tecnologia ha influenzato – e non di poco – le abitudini degli inglesi: nella citta’ di Brighton, ad esempio, la polizia concede la licenza per i superalcoolici o per un locale pubblico solamente se lo stesso e’ dotato di sistema CCTV interfacciato con la polizia locale.

Abbiamo quindi una tecnologia che fornisce la soluzioni a problemi quali vandalismo, uso di droghe, alcolismo, molestie sessuali o razziali, creazione di disordine pubblico… I sistemi sono stati anche utilizzati per monitorare dimostranti durante manifestazioni.

I problemi nascono pero’, come nel caso di Echelon, dall’interfacciamento di questi dati con i database…

Quello che il governo inglese non dice e’ che tutte le telecamere inglesi sono state interfacciate a due strumenti estremamente potenti: il Plate Tracking System e il Facial Recognition System.

III – Le nuove tecnologie

Il Plate Tracking System (P.T.S.) permette alle telecamere, mediante l’interfacciamento con data base esterni, di riconoscere le targhe delle autovetture, e ricercare quindi gli automezzi indicati dal sistema centrale.

Nel Regno Unito per esempio il sistema multifunzionale di gestione del traffico (Traffic Master) utilizza il riconoscimento delle targhe per mappare e gestire gli ingorghi autostradali.

Tecnologie P.T.S. sono state installate anche in Svizzera, lungo la A1 Autobahn tra Zurigo e Berna.

Il Facial Recognition System (F.R.S.) permette invece di individuare e riconoscere tra la folla dei visi, delle facce le cui immagini sono immagazzinate negli archivi centrali di piu’ Intelligence o corpi di polizia, nazionali ed internazionali. La tecnologia piu’ utilizzata e’ il Mandrake System, il quale in teoria puo’ riconoscere le caratteristiche facciali di un viso nel momento stesso in cui appaiono sullo schermo.

Il pericolo nasce quindi dall’interfacciamento di queste reti e questi sistemi con gli archivi esterni. La Video Surveillance sta diventando una infrastruttura nazionale e, forse, il governo USA utilizza gia’ queste strutture per scopi di propria sicurezza nazionale.

Pensiamo pero’ se – come nel caso di Echelon – queste tecnologie venissero utilizzate per scopi commerciali: immaginiamo le targhe delle automobili dei dirigenti di importanti compagnie e multinazionali, continuamente seguite e rilevate; immaginiamo personaggi politici o di rilievo nazionale ed internazionale, costantemente monitorizzati nei loro spostamenti.

Spero che molti dei lettori abbiano visto la scorsa stagione cinematografica il film “Nemico Pubblico”, con Gene Hackman e Will Smith: nella storia la NSA era in grado di monitorare attraverso i satelliti, con scarti di pochi metri e una definizione di immagine molto vicina alla perfezione, gli spostamenti di persone e cose. Questo mediante una serie di filtri e controlli incrociati su telefonate, onde radio, dati sensibili (movimenti bancari, archivio telefonate, chiamate a pager, celle di provenienza chiamata, etc..) immagini via satellite e tracking via P.T.S. e F.R.S.

Allo stato attuale e nel momento in cui scrivo, la tecnologia in possesso della NSA e del patto Ukusa, unita agli “archivi” on-line del patto EU-FBI, fanno di questo magnifico film – del quale consiglio caldamente la visione – un insieme di informazioni e tecnologie arretrate e “not updated“….nonostante il film sembri fantascienza pura !

Ikonos-1

Nell’agosto di quest’anno gli Usa hanno lanciato “Ikonos-1”, il piu’ potente “image-satellite” commerciale mai realizzato. Le sue lenti paraboliche sono capaci di riconoscere oggetti di piccolissime dimensioni ovunque sulla faccia della Terra. Il satellite, di proprieta’ della Space Imaging di Denver, Colorado, e’ il primo di una nuova generazione di satelliti spia ad alta risoluzione di immagine, i quali utilizzano tecnologia ufficialmente riservata alle agenzie di sicurezza governativa. Altre dieci compagnie hanno ottenuto le licenze per effettuare lanci di satelliti simili, e quattro di esse hanno pianificato di effettuare i lanci entro la fine del 1999.

Mercoledi’ 12 agosto, invece, un missile Titan 4 dell’aeronautica militare statunitense e’ esploso mentre si innalzava in cielo dalle rampe della base di Cape Canaveral, in Florida. La base del missile era destinata a mettere in orbita un satellite Vortex, commissionato alla Lockeed dal National Reconnaissance Office, un’agenzia governativa di Intelligence. E i Vortex, come illustrato nella sezione Echelon di questo articolo, costituiscono la vera e propria ossatura satellitare del sistema di intercettazioni Echelon. Il satellite era destinato a coprire aree di importanza strategica per il governo Usa, quali Pakistan e India, Cina e Medio Oriente; il costo del satellite si aggira sul miliardo di dollari

L’impatto che i sistemi CCTV e le tecnologie correlate hanno creato nei confronti dei diritti, delle liberta’, della privacy e della vita pubblica del singolo individuo e’ dunque molto, molto profondo.

La distanza, la differenza tra la salvaguardia del cittadino e il calpestare i diritti privati di un essere umano e’ molto piccola. Hanno esagerato con Echelon, chi ci dice che non faranno lo stesso errore con le reti a CCTV?

Conclusioni – 50 anni per scoprirne l’esistenza:
quanti per cambiare le cose?

L’evoluzione di Internet – sia dal punto di vista commerciale che tecnico, oltre che naturalmente di diffusione – ha apportato molte possibilita’ per la liberta’ reale di informazione e pensiero. Durante la recente guerra in Serbia, le sole radio funzionanti per un certo periodo, ed indipendenti dal regime, erano quelle via Internet: trasmissioni con mezzi di fortuna, connessioni a 9.600 o 14.400 baud (9.6K e 14.4K), ma spiegavano a persone di altri paesi come stavano realmente i fatti.

Allo stesso modo, grazie al costante incremento delle reti di telecomunicazioni e delle ampiezze di banda trasmissiva, oggi troviamo le analisi dei bombardamenti NATO sulla Serbia entro poche ore dai lanci su svariati siti web.

La maggiore difficolta’ imposta da questa rapida evoluzione e’ l’aumento massiccio di una varieta’ enorme di telecomunicazioni digitali, che oggi le Intelligence Agency devono monitorare, tracciare, tradurre ed interpretare.

Il termine WWW (World Wide Web, la Grande Ragnatela Mondiale) suggerisce una superstrada dell’informazione la quale e’ universalmente accessibile ma naturalmente non e’ cosi’.

Ovviamente Internet raggiunge solamente una piccolissima parte della popolazione mondiale, all’incirca 65 milioni di persone, meno comunque dello 0.1% della popolazione mondiale. Inoltre ha una distribuzione ed un utilizzo principalmente nell’Europa dell’ovest e nel nord America; una percentuale ben piu’ alta di questo 0.1%, pero’, e’ influenzata dalle multinazionali, dagli istituti di credito e finanziari, dalle strutture pubbliche, da ogni altro tipo di istituzioni o aziende che, comunque, custodiscono informazioni personali e che usano le infrastrutture delle telecomunicazioni per comunicare e scambiarsi dati.

I – “Chi” puo’ “cosa”?

Credo risulti logico che i primi target dei sistemi illustrati in questa serie di articoli, da Echelon ad Enfopol passando per i sistemi CCTV britannici e i loro interfacciamenti, fossero in primo luogo il terrorismo, lo spionaggio e la sicurezza dello Stato e dei cittadini. Forse, con il passare degli anni, questi obiettivi si sono persi.

Forse il potere dell’informazione e’ un qualcosa che fa perdere la testa, o allontanare gli scopi originari.

Spaventa un po’ pensare al potere presente nelle mani di chi detiene simili quantita’ di informazioni, classificabili e inviabili attraverso terra, mare e cielo in tutto il pianeta.

Chi decide quando non e’ necessario richiedere autorizzazioni e seguire la prassi burocratica, chi decide quando la privacy di un privato cittadino o azienda puo’ essere violata?

E’ anche vero pero’ che iniziano a scoprirsi delle “falle” nelle strutture delle varie Intelligence coinvolte. Per alcuni uomini il peso di un segreto simile puo’ divenire eccessivo, le responsabilita’ che si sentono nei confronti degli “altri” troppo onerose…

Defezioni

Le rivelazioni di un ex agente canadese della C.S.E, Michael Frost, colgono impreparati i diversi governi. Frost ha raccontato al settimanale Il Mondo di aver spiato, dall’interno di diverse ambasciate canadesi, le comunicazioni di altre sedi diplomatiche. Il nome in codice dell’operazione era Pilgrim. Un importante e sconvolgente particolare, per il nostro parlamento, e’ sicuramente il fatto che, dall’aprile del 1983 in poi, Frost ha operato nella capitale italiana. L’ambasciata canadese a Roma, dunque, come un vero e proprio centro di spionaggio.

A Frost si e’ aggiunto Richard Tomlison, ex agente dell’MI6, il servizio segreto britannico. Tomlison, che oggi si trova in “esilio” in Svizzera, ha rivelato in una lettera inviata alla Commissione per i Servizi Segreti della House of Commons, che i suoi ex-colleghi britannici sono stati costantemente impegnati in attivita’ di spionaggio economico finanziario ai danni di altri Paesi europei. Prima fra tutti la Germania, ma anche la Francia, l’Italia, la Spagna. Voci non smentite mormorano dell’esistenza di un informatore dell’MI6 addirittura ai vertici della Bundesbank, la banca centrale tedesca.

Iridium iPhone

System X e telefoni cellulari

A questo punto quello che puo’ venire da pensare ad un attento lettore e’ che singoli network di sorveglianza e controllo come quelli sopra elencati (CCTV, Echelon, Enfopol) vengano interconnessi, linkati, uno all’altro, per poter cosi’ fornire una rete completa di data-veillance, divenendo addirittura una sorveglianza in tempo reale dove tutti i componenti di una particolare organizzazione, societa’ o partiti politici sono seguiti.

Il rapporto STOA spiega ad esempio come Polizia ed Intelligence Agency possano utilizzare sistemi di monitoraggio e localizzazione geografica, uniti a servizi di tracking per sorvegliare telefoni cellulari: il chip della carta GSM diventa quindi una nostra “impronta digitale”, o forse una “microspia permanente”.

Se questo termine puo’ sembrarvi eccessivo e paranoico, Wright mi spiega che il “Sistema Digitale X” inglese ha come caratteristica di base l’essere in grado di poter mettere i telefoni cellulari “off hook”, ed ascoltare cosi’ le conversazioni che avvengono vicino all’apparecchio, divenendo in tal modo a tutti gli effetti un microfono remoto. Questa caratteristica fornisce un mezzo di intercettazione su scala nazionale abbastanza economico per un governo, ed il System X e’ gia’ stato esportato in Russia ed in Cina.

Le celle delle reti cellulari divengono cosi’ dei mini-dispositivi di tracking e possono localizzare i proprietari (o meglio, il loro segnale) in qualunque momento su un display ad informazione geografica, con scarti di poche centinaia di metri: tutto questo naturalmente se il cellulare e’ acceso.

Ma quello che non e’ stato ancora completamente capito e’ che le centinaia di milioni di movimenti ed attivita’ dei telefoni mobili (cellulari e satellitari) e quindi dei loro abbonati sono custoditi nei CED dei fornitori di servizi, molto spesso per un periodo di almeno sei mesi.

Il rapporto STOA nota infatti come, nel 1997, la polizia elvetica abbia monitorato e tracciato gli utilizzi dell’Internet Service Provider SwissCom, il quale custodiva i “movimenti in Rete” di piu’ di un milione di abbonati, andando indietro sino a sei mesi prima dell’inizio dei controlli (notizia riportata anche dalla Reuters il 28 dicembre 1997).

Simon Davies attraverso Privacy International spiega che la Gran Bretagna partecipando a un sistema come Echelon avrebbe contravvenuto al trattato di Maastricht, ed in particolare modo all’articolo V del trattato, che obbliga i Paesi membri a informare gli altri partner su tutte le questioni relative alla sicurezza e alla politica estera che rivestono un interesse generale.

Abbiamo quindi avuto (e succedera’ probabilmente sempre di piu’ nel prossimo futuro) il primo dibattito al Parlamento Europeo sulla sorveglianza transatlantica elettronica, cosi’ come un intenso dibattito politico su chi o cosa sia legittimamente sorvegliabile sia nella UE che negli USA, in che modo, e su che cosa UE e USA possono sorvegliare e dove…

Certo, lo spettro che si va man mano disegnando e’ molto pesante, e potrebbe avere implicazioni impensabili sino a pochi anni fa. La sorveglianza globale implica l’informazione personale globale, e l’informazione e’ un potere che va acquistando sempre piu’ velocemente valore.

Corriamo velocemente verso il futuro, ma forse torniamo indietro nei secoli, perdendo un elemento fondamentale delle nostre esistenze: la liberta’.

Ringraziamenti

Oltre a Simon Davies e Steve Wright, desidero ringraziare Nicky Hager per il supporto informativo datomi ed il settimanale Il Mondo per l’enorme mole di informazioni disponibili on-line sul loro sito web (http://www.ilmondo.rcs.it/) e la loro “battaglia personale” e giornalistica per fare luce sulla verita’.

Un ringraziamento particolare e personale va invece a Enrico Novari per avermi introdotto e sensibilizzato al problema Echelon (consiglio una lettura del suo ottimo articolo sull’argomento, “Il rapporto STOA: alla base del caso Echelon”, disponibile alla URL http://www.internos.it/archivio/gi99ppf.html), ed a Jusy Accetta di Internos e Salvatore Romagnolo di Apogeo Editore, per la fiducia che continuano a riporre in me e la liberta’ di pensiero che mi permettono di esprimere attraverso le rispettive testate.

Un secondo ringraziamento va alla Dottoressa Isabella Colace dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Roma, responsabile relazioni esterne dell’Isodarco (International School On Disarmament And Research On Conflicts): ho mantenuto la promessa, Isabella.

Ringrazio infine, per motivi diversissimi tra loro, Eleonora Cristina Gandini e Laura Casanova De Marco, per la spinta datami da entrambe – in anni diversi e per periodi diversi – a proseguire per una strada.

“Last but not least”, tutto lo staff MediaService.net per il supporto tecnico e morale datomi in questi anni.

Un Grazie di cuore a tutte queste persone.

Raoul Chiesa

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This article is ©1999 by Raoul Chiesa, MediaService, Italy.

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(* Courtesy of Jeff Bridges, Washington D.C.)


OMOFOBIA e IPOCRISIA

OMOFOBIA e IPOCRISIA  di Salvatore Maresca Serra

<<Non avrai altri jeans all’infuori di me>> era lo slogan di Jesus che tanto fece parlare e generò una reprimenda cattolica appoggiata da magistratura, polizia, quindi Stato perbenista-moralista  a partire dalle pagine dell’Osservatore Romano, nei “lontani anni settanta”. Il 17 maggio 1973, PP Pasolini scrisse sul Corriere della Sera la sua puntuale analisi linguistica del fenomeno, dove configurò uno scenario – a partire dal <<non avrai altri>> – che vedeva lo sgretolarsi del potere della Chiesa prossimo, futuribile sul breve periodo e ineluttabile. Bastavano un jeans e uno slogan, dunque – dopo millenari sviste, corruzioni e falsificazioni –, a spogliare la Chiesa del suo potere mentre rivestiva di azzurro divinizzato gambe cosce e natiche degli italiani inconsapevoli dell’orrenda tragedia in agguato? O piuttosto non era quello slogan l’acme del declino del vaticano solo perché nasceva nel grembo della società borghese, che la Chiesa aveva accolto snaturando se stessa? Pasolini indicava un percorso di valori (ben precisi) da utilizzare: serviva chiedersi – a partire dal Concordato negli anni trenta – quanto il neocapitalismo borghese potesse determinare il declino del papa e compagni, dopo ch’essi avevano accettato il fascismo, poi la repubblica, quindi la società dei consumi e del nuovo capitale liberale. Domande logiche, lecite e linguistiche. Quindi: se lo spirito reazionario degli anni ’70 che strappava i manifesti di Jesus avesse avuto vita breve, come fu – profeticamente – negli anni a seguire. Quello slogan pubblicitario – antesignano del branding – era come un retrovirus Hiv: solo questione di tempo. Poi avrebbe infettato tutto e tutti. Uno tra i Dieci Comandamenti era stato nonsolo vilipeso, nonsolo banalizzato oscenamente per trarre fatturati e colpire l’immaginario innocentemente ludico dei giovani borghesi, e nonsolo aveva eternizzato per un istante la psicologia applicata della comunicazione pubblicitaria, ma era stato usato quale strumento di morte perché già morto. E Jesus stesso sanciva questa morte della religione cattolica e dei suoi comandamenti dopo essere già stato – poco prima – Cristo Super Star, come fosse una stella del firmamento pop. Evidentemente, il vaticano assorbiva coscientizzandola troppo tardi la morte (quale spinta vitalistica) di una collettivizzazione sistemica di una antica-postmoderna fede-antidefe: l’idolatria del Capitale. È anche evidente che le macroscopie della materializzazione e della reificazione – dico io – venivano già da tempo immemorabile precipuamente dalla vendita delle indulgenze, che portarono Lutero ad affiggere a Wittemberg le sue 95 tesi di protesta contro Leone X. Mercoledì 31 ottobre 1517. La riforma innescata dal monaco agostiniano, in Italia fu altrettanto presente come negli altri stati europei, ma qui ebbe particolari caratteristiche. Innanzitutto si affermò nelle classi colte, imbevute dello spirito umanistico e laico del Rinascimento, che vedevano nella riforma, soprattutto legata allo Zwingli e a Calvino, un’affermazione della classe borghese rispetto al tradizionalismo della chiesa romana. Il movimento prese piede anche tra il clero sia con posizioni estremiste sia con posizioni moderate. Probabilmente, Pasolini – nell’articolo del Corriere – non volle approfondire troppo questo aspetto, e parlò come se la borghesia non avesse avuto un suo iter storico nei secoli addietro. Per ciò che riguarda Leone X, nato Giovanni di Lorenzo de’ Medici, di lui gli avversari raccontano che quando divenne papa, a soli trentasette anni, l’11 marzo 1513, abbia detto a suo cugino Giulio: «Poiché Dio ci ha dato il Papato, godiamocelo». Si racconta viaggiasse attraverso Roma alla testa di una stravagante parata, in cui sarebbero apparsi pantere, giullari ed un elefante bianco. Avrebbe fatto servire cene con sessantacinque portate, nelle quali dei ragazzini saltavano fuori dai budini. Alcuni storici sostengono l’omosessualità di Leone X. Guicciardini recita nella sua Storia d’Italia a proposito di Leone X da poco morto: credettesi per molti, nel primo tempo del pontificato, che e’ fusse castissimo; ma si scoperse poi dedito eccessivamente, e ogni dì più senza vergogna, in quegli piaceri che con onestà non si possono nominare – sottintendendo, secondo molti, le pratiche omosessuali. Certo è che era una voce molto diffusa a Roma, come dimostrano molte pasquinate dell’epoca. Una di queste lo definiva “fiorentin, baro, cieco e paticone”, dove paticone indica l’omosessuale passivo. Più o meno tutti conosciamo l’orientamento sessuale dei papi e dei preti, e ciò si contrappone oggi alla decodifica che s’impone di un Parlamento che boccia – tacciandola d’incostituzionalità – la legge sull’omofobia. Già caldeggiata anche dalla Corte Costituzionale, in un’Italia che aggredisce gay, lesbiche e transessuali, dominata così com’è da una destra fascistoide, “retriva” (definisce Leonardo Coen su Facebook) e “da cui non ci può aspettare altro, grazie ai babbei che l’hanno votata”. Nella sostanza, il Parlamento italiano dice che è costituzionale ghettizzare i “diversi” e – simultaneamente – è incostituzionale difenderne i diritti: 100 e più omosessuali (dicono le varie associazioni GLBT tra cui l’ArciGay) parlamentari omofobi (che quindi sono terrorizzati da se stessi) si oppongono ad una legge che equipari i diritti di tutti, senza che gli orientamenti sessuali possano farli discriminare. Visto che finanche papi e preti – storicamente – non hanno incontrato ostacoli e discriminazioni per accedere ai loro alti incarichi nella Chiesa e nella società (anche)  borghese. Vien fatto di domandarsi cosa direbbe oggi PP Pasolini di questa Italia auto-omofoba, xenofoba e celodurista. Un Pasolini che ha pagato con una morte assurda tutto ciò ch’egli è stato, anche – e soprattutto – la sua omosessualità. Destabilizzante, irritante, sconosciuta e imbarazzante per molti, tra cui i suoi assassini. Di conseguenza, visti i fatti di ieri, viene anche da pensare che nel lontano 1973 Pasolini analizzasse il tutto del declino dell’ecclesia da una visione idealistica, profetica ma solo in parte, e comunque una parte troppo sottile e intellettuale per essere profetica del tutto: la Chiesa è presente nella discriminazione degli omosessuali anche oggi. Il potere che Pasolini vedeva in declino è inaffondabile per il patto scellerato tra Stato, Chiesa e politica. Questa è la semplice, banale, goffa e sciocca realtà del Parlamento: non perdere i voti dell’area cattolica manipolata costantemente e inelluttabilmente dalla CEI. Pax e Dico docet. Se Jesus scandiva <<non avrai altri jeans all’infuori di me>>, oggi sembra ascoltare a chiare lettere altri che dicono: <<non avrai altri omofobi all’infuori di noi>>. I rapporti sentimentali, affettivi, familiari sono leciti – per questi omofobi di Stato – solo a patto che a provarli siano due esseri dotati di vagina e membro: una complementarietà assoluta e insostituibile. Loro ne fanno solo una questione di organi sessuali riproduttivi. Funzionali alla sussistenza del sistema politico e religioso, là dove questi due concetti non trovano soluzione di continuità in questa Italia del cazzo. O in questa Italia dell’omosessualità sommersa e quindi laida, atrocemente deforme nella sua oscenità costituzionale, genetica, sporca e sordida: niente spazio dal parlamento e dai pulpiti per la bellezza della verità gridata ai quattro venti. Niente spazio all’orgoglio dell’essere ciò che naturalmnte si è. Niente essere, solo nascondere per godere nel segreto buco del pensiero imploso: il loro “Buco Nero” che tutto risucchia nell’ignominioso atto dell’esistere tra i “normali”, e dove la norma è la pluralità d’ogni cosa e fenomeno della Natura madre che ignorano. È più che mai necessario scandalizzarsi di ciò che ha dato scandalo da sempre: l’ipocrisia. O l’hupokrisis, come affermava Jesus tra i farisei e i sadducei, ma il Cristo quello vero. ὑπόκρισις.

(Per la cronaca, gli slogan “Non avrai altro jeans all’infuori di me” e “Chi mi ama mi segua” furono creati non dal dio mosaico e dal Cristo, ma da Oliviero Toscani e Emanuele Pirella).

Salvatore Maresca Serra

SCANDALO, POLITICA e LINGUAGGIO

SCANDALO, POLITICA e LINGUAGGIO  di Salvatore Maresca Serra

La distanza tra il cittadino medio e la politica dei palazzi può essere anche una potenziale salvezza dello Stato. Meno il cittadino capisce il linguaggio del politico, più è pronto a scandalizzarsi: e lo scandalo è la nostra forza, la migliore. In tutti questi anni, il rischio che il popolo si abituasse al malcostume è stato evidente. Alcune realtà, alcuni conflitti tra tra i poteri forti hanno messo a repentaglio la morale. E la morale è in primis la stigmata di qualsiasi amministratore servitore della collettività. Non dobbiamo mai dimenticarlo, con una misura ideale ma concreta. In fondo, qualcuno ha tentato in tutti i modi e con ogni mezzo di generare opinioni nel merito che inquinassero questa verità fondamentale, elementare. L’elemento è affatto questa capacità: scandalizzarsi. L’elemento Uno. Tutto il resto dopo.

Finché avremo in noi la capacità di credere fermamente che buttarsi in politica è uno sport da superare, allora avremo anche una visione della politica che ristabilisca – potenzialmente – quali sono gli obblighi a cui un delegato deve ottemperare. Credo che ormai l’evidenza dei percorsi del malaffare sia superiore ad ogni spinta irrazionale che pur c’è stata. Giocando sulle paure, giocando su immagini incombenti e potenzialmente oppressive delle libertà individuali, giocando sulle ambizioni individualistiche, giocando sull’ignoranza e sull’apatia di molti si è incangrenito un male che viene da lontano, da molto lontano. Ma la civitas nasce dove nasce una libertà ben più grande di ogni altra: la libertà di non avere parassitismi odiosi nella macchina pachidermica ed elefantiaca che fu creata – a suo tempo – dalla Democrazia Cristiana, per assicurarsi voti là dove il solo denaro contante era lo scambio del voto con una promessa – a volte mantenuta – di un lavoro nel pubblico, “un posto fisso”, sopra le intemperie di un datore di lavoro privato e instabile per definizione. All’epoca era facile: l’italietta post-mussoliniana era tutta da ricostruire; nessuno faceva caso al debito pubblico: questo emerito sconosciuto. Nessuno individuava il vero percorso di questo denaro che finanziava non una ricostruzione autonoma, bensì la costruzione di una portaerei nel mediterraneo, dove l’america avrebbe potuto egemonizzare lo scacchiere europeo, dopo aver vinto la seconda guerra mondiale. Nel frattempo, si procedeva a creare un impianto egemonico partitico, con uno scambio che – all’epoca – sembrava naturale: io ti voto e tu mi sistemi! Capirai, dopo l’epopea tragica del fascismo, l’italiano con figli e nipoti intendeva solo questo prezzolato slancio verso la politica dei palazzi, che all’epoca altro non erano che cantieri malmessi dei gangli del malaffare. Bisogna ricordare – per chi ha un’età idonea -, o immaginare che “tutto” era solo un pilotaggio politico: concorsi nel pubblico, appalti, consulenze, ingaggi, assunzioni dirette, direzioni dirigenziali, compromessi nascosti, crescite aziendali, industriali, finanziamenti, partecipazioni statali, cassa del mezzogiorno, finanziamenti alla stampa, finanziamenti ai partiti, rettorati universitari, creazione di banche, di confederazioni e chi più ne ha ne metta. La politica partitica era dietro tutto questo. Questa inane macchina infernale nata dall’obbrobrio, dalla strumentalizzazione della storia: una storia altrettanto vergognosa e insopportabile, eppure perfettamente funzionale all’imbroglio, al ladrocinio, allo statalismo bieco, all’internazionalismo puttanesco, con un alleato abile a piazzarsi dove meglio conveniva. Una repubblica fondata su tutto questo, oltre che sul debito pubblico che cresceva come un mostro marziano in un film di fantascienza, e non di fantapolitica… In brutale sintesi, ecco com’è nata la partitica in Italia. Così.

Ma cosa facevano – all’epoca – le procure e i magistrati? Possibile o che non sapessero di tutto questo o che non lo considerassero il peggiore coagulo di tutti i reati? Evidentemente, per chi ha buona memoria, nessuno si sognava di mettere il bavaglio alla magistratura: gli scandali c’erano anche allora, e così i processi e i condannati. Ciò nonostante, l’andazzo del sistema era istituzionalizzato dal bum economico della ricostruzione, che divorava pezzi e pezzi della moralità della cosa pubblica all’insegna d’ogni 600 Fiat che veniva “data in regalo” all’italiano ch’era stato bravo ad inserirsi in detto sistema. E così, a chi era stato capace di farsi fare un mutuo per comprare il quartino dove alloggiare con la famiglia felice. Tanto per capirci. Gli evasori erano disseminati un po’ dovunque, come semi sparsi nel vento pronti a fiorire sotto il sole della Diccì. Ogni tanto, le fiamme gialle andavano a ristabilire un ordine apparente, che rimbalzava sulle testate nazionali e regionali, come fosse vera ed immensa notizia. Nel frattempo, se nel 1954 quella meraviglia chiamata Rai aveva invaso qualche bar dove si faceva a cazzotti per guardare il miracolo catodico, in capo a pochi anni essa aveva con “Tribuna politica” preso a portare i comizi nelle case: nasce per prima, “Tribuna elettorale”, nel 1960, è regolamentata in modo ferreo dalla Commissione Parlamentare di Vigilanza per la Rai, e vede la luce in occasione delle elezioni amministrative. Moderatore è Gianni Granzotto. L’anno dopo, visto il successo di pubblico, la rubrica diventa permanente e, appunto, si trasforma in “Tribuna politica”; inizialmente viene seguita direttamente dal Telegiornale e curata dal suo direttore, Giorgio Vecchietti. In seguito verrà creata una struttura apposita, che fino alla pensione, verrà retta da un personaggio destinato a diventare molto noto in televisione: Jader Jacobelli.

Negli anni Settanta c’erano comunque alcuni leader politici che valevano da soli “Tribuna politica” perché “bucavano il video”: Andreotti, Berlinguer, Fanfani, Almirante, Pannella erano quelli che più degli altri reggevano un’ora di televisione di per sé abbastanza noiosa. Le loro risposte agli interlocutori erano molto dirette, talvolta infarcite di un certo umorismo, e questo in qualche modo rendeva più interessante una trasmissione che grandi giornalisti della televisione erano costretti a gestire con il cronometro. Sollecitare la domanda al giornalista della testata di turno quando il preambolo era troppo lungo, imporre al politico il rispetto dei tempi nella risposta e così via.

L’italiano medio credeva di avere una informazione attendibile. In fondo, per sua modalità estetica, tutto ciò che veniva dalla televisione non era oggetto di critica o di incredulità: era tutto sacralizzato dal miracolo tecnologico. Che non finiva mai di stupire. Due episodi fecero molto discutere, nella Tribuna politica degli anni Settanta: il primo fu quando un giornalista del “Quotidiano dei lavoratori”, polemicamente, lasciò lo scranno annunciando che non avrebbe fatto la domanda all’on.Almirante. L’altro episodio risale invece al 1978, alla puntata inaugurale della rubrica “Tribuna del referendum”; la prima tribuna, che riguardava tre consultazioni, era affidata al Comitato promotore: il leader Marco Pannella rimase per 25 minuti legato e imbavagliato davanti alla telecamera, cambiando ad ogni spazio collega di “imbavagliamento”: Gianfranco Spadaccia, Mauro Mellini, Emma Bonino. Tutti rigorosamente imbavagliati con tanto di cartello polemico nei confronti della Rai.


Erano i primi segnali di una larvata coscienza critica, nell’italietta del tempo. Ma anche il segnale che il linguaggio (un tempo definito col termine “politichese” che tutti ricordiamo) stava cambiando. Che, quindi, qualcuno c’era che era disposto a farne a meno. Evidentemente, il politichese era la cifra stilistica di chi governava (un linguaggio funzionale), mentre il nuovo linguaggio del politico che si trovava fuori dal potere era più o meno un modo di esprimersi ch’era intelligibile. Nello scorrere del tempo, quest’ultimo è diventato il linguaggio medio delle classi politiche, fino a scivolare sempre più in basso, grazie all’apporto linguistico di una nuova spinta verso il basso: il linguaggio della Lega: un postribolo di espressioni raccolte dal turpiloquio, dalla volgarità fine a se stessa nel suo trionfalismo tronfio, non senza un’esibizione greve di apporti fallici e machistici oppure maschiloidi. Finanche i corpi cavernosi del pene si sono intrufolati nel discorso del politico leghista, scandendo la propria turgidezza (autosupposta) in contrapposizione simbolica alle conquiste di un popolo omosessuale, che si è evoluto con i suoi sacrosanti orgogli, e che è arrivato anche nei palazzi del potere in modo aperto, con Vendola, Pecoraro Scanio, eccetera, mentre prima – con Colombo, per esempio – era ancora nella clandestinità. Come se poi l’omosessaule non avesse la capacità di erigersi fallicamente e, per questo, fosse meritevole di un motteggio da alcuna “politica” falloidocratica. Il paradosso è che questo linguaggio così immediato e immediatamente ributtante è altrettanto incomprensibile alla media, che s’interroga sulla fenomenologia dell’evoluzione dei canali espressivi dei partiti – o di alcuni partiti – e sulle tensioni che li generano. I ministeri del federalismo (che sarebbe nominalmente quello delle Riforme), della semplificazione, dell’interno e dell’economia stanno nelle mani di questi padani che si esprimono nella politica a botte di cel’hoduro, di foradiball, di cisipuliscailculoconlabandieraitaliana. Fatta eccezione per Maroni e Tremonti che sembrano invece – al confronto di Bossi e Calderoli – due incalliti radical-chic, di quelli che parlano proprio perché gli è indispensabile.

Una vera rivoluzione linguistica. Al confronto, il Pannella del tempo è Dante Alighieri che fa la dieta forzata.

Eppure tutto ciò è incapace di generare scandali o indignazioni: tutto passa ed è passabile. La gente non si scandalizza più di niente. Linguaggio corrente e linguaggio politico si equivalgono nella loro cachessia dialettica, che prelude alla morte cerebrale. Una società comatosa e volgare, povera e consunta di forme espressive, prolassata sinapticamente sembra essersi stabilizzata a quel livello infimo che le appartiene e che connota la maggior parte delle cose in Italia.

Resta quindi la sostanza delle parole e degli atti, esclusa ogni possibile ed elementare sufficienza scolastica delle forme dialettiche. In sé non è un male. Non lo è perché se l’italiano medio non comprende più neanche questo, allora si scandalizza e reagisce. I risultati del referendum ultimo ne sono una prova concreta. Sembra stia fnalmente montando una corrente dotata di rivendicazione di una minima etica nel popolo. Una pallida risposta, siamo d’accordo: la realtà è che dovrebbe essersi già innescata una vera rivoluzione e da tempo, ma non è avvenuta. C’è stata da tempo un’assuefazione di fatto al conflitto d’interessi di Berlusconi, alle leggi ad personam, alle porcate e ai porcellum, ai festini e ai ruffiani di turno, alle escort che, un tempo, si chiamavano puttane, alle nomine tiranniche improvvise, alle testate schierate e all’informazione politicizzata. L’assegnazione di alti incarichi fa pendant con le ruberie, le tangenti e i peculati; con le Ferrari regalate, i favori sessuali estorti, la fuga di notizie riservate, le P4 e le P5, P6, P7, eccetera che verrano… Quindi ci domandiamo: è stata l’evoluzione del linguaggio in uso dei politici a portare ad una nuova capacità di scandalizzarsi? Dando per certo che dei fatti delittuosi l’italiano medio si dà pace pensando che al potere non ci può essere altro che feccia, e da sempre. E non si sbaglia.

Letteratura Interiore

Potrebbe essere a causa di un caso oppure – viceversa – di un determinismo coatto, che le peggiori inclusioni che deturpano le nostre capacità estetiche hanno forma di libri. E neanche potremmo mai affermare che le scelte che, si suppone, avvengano quando ci si accinge – avventurosamente – a riplasmare forme già acquisite dai nostri sensi confrontandoli con offerte di nuove storie, pensieri, critiche o esposizioni siano poi <<vere scelte>>. In fin dei conti, questi stati della coscienza sono in parte risparmiati – o autoassolti – dal dilagato cogliere caoticamente gli effetti concreti di un mondo che macera di tutto, e più macera più distrugge affermando se stesso quale contenitore della pluralità, che oggi si è mutata in assenza dell’individualità. Ovviamente parlo qui di un caso statistico, che non abbraccia casi altri in cui e da cui sembrano riemergere scrittori dotati di un vuoto di memoria: la memoria del contemporaneo, la cui assenza dovrebbe esentarli dalla omologazione che impone quel “determinismo coatto” di cui pocanzi accennavo. Forme, modi, tecniche, espressioni, tensioni, proposizioni, creazioni appaiono quali autoaffermazioni dell’essere omologati-omologanti, cooptando ambizioni che si assommano nell’insana ambizione di scrivere e diventare scrittori senza per questo mai esserlo. Perché vi sia un paesaggio è necessario che gli elementi presenti siano in un contrasto dettato dalla diversità della natura, una natura congrua e complementare per forme e sostanze e funzioni che interagendo conglobino la diversità nella sfera dell’essere. In questo ecosistema ogni caso è utile all’altro. Ognuno ha bisogno – per esistere – dell’altro. E così possiamo dire che la morte stessa dei soggetti è un’esigenza di rinnovamento: la sola cosa che conta è che non sia la vita a morire – quindi ad estinguersi -, bensì che essa esprima incondizionatamente i suoi infiniti nuovi volti in evoluzione. Il punto è questo: evolvere. È evidente che nella vita delle arti le cose non vanno molto diversamente. Paesaggisticamente la diversità è la sola ricchezza fruibile sia dalla natura stessa – per sua intima costituzione – che dall’occhio dell’uomo: l’unico animale in grado di riceverne un riflesso estetico. Quindi che travalichi la funzionalità “meccanica” del tutto rendendolo “altro da sé”, quindi arte, spirito, elevazione del concetto sintetico del linguaggio (il nome delle cose) per giungere fino all’alveo del nome stesso dell’uomo: il creatore del linguaggio. Colui che si è appropriato del tutto raffigurandolo. La tensione dell’uomo è tutta protesa nel tentativo di sfuggire alla fine e, per questo, tutto ciò che l’uomo ha prodotto in termini di “indistruttibilità” equivale nella modalità all’universalizzazione, quindi alla trasmutazione nel corpo spirituale del tutto. Questo transito propone indefessamente nella vita di ognuno che ne possegga la consapevolezza e l’intimità una cura costante della memoria estetica: non vi dovrebbero essere spazi sprecati; alienati dall’insussistenza della qualità del ricordo; la qualità dovrebbe essere tale solo nella misura in cui ci si possa già essere elevati sufficientemente per ritenere esclusivamente ciò che non volgarizza – banalizzandole – le cose, bensì che le selezioni costantemente quando i sentimenti siano quelli che si espandano verso l’ignoto: la meta finale e logica d’ogni ricerca. Tutto il resto è solo la struttura che sorregge lo slancio verso l’interrogazione che l’estetica impone dall’alto. Di ignoto in ignoto, ciò che ci attende è l’esame estetico del mistero. La sola cosa che possiamo fare: esaminarne – intanto – le proporzioni, in una forma quantitativa dell’indagine; una volta compreso che il mistero avvolge “il tutto” (che l’uomo ha già risintetizzato in simboli vari), lo slancio naturale ci porta verso l’esame delle sfaccettature, infiniti volti simultanei del reale, che in genere è già virtualizzato dal pensiero; quindi si tratterà comunque e sempre di un mistero che vige e domina una apparente astrazione riflessiva. Dove la realtà sarà gia ampiamente dotata di quella letteratura individuale che descrive ad ognuno – nel suo intimo – la parola stessa che avanza, percorrendo spazi interiori vibratili, plastici, armonici. Da questo traguardo in poi, il cammino andrà sempre più selezionando parole semplici, la cui insostituibilità sarà data non dal senso linguistico determinato da scelte razionali, bensì da coincidenze che tendono alla perfezione dell’incontro tra vibrazione emozionale e opportunità immediata di traduzione nel linguaggio interiore, fino a fare a meno d’ogni parola. E se <<In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio>> – in questa percezione estetica profonda dell’evangelista non sinottico – Giovanni -, in seguito il verbo stesso – incarnandosi – smetterà d’essere tale, nel rapporto con se stesso uomo. L’intimità tra uomo e spirito sarà costituita non più dal parlare con se stesso, ma solo dal sentire.

Questo percorso di ricerca interiore presiede alla capacità descrittiva dello scrittore: lo scrittore deve espandere di continuo la sua capacità di sentire. La parola non deve omologarsi in una funzionalità appiattente, ma deve affermare l’identità singolare di ognuno. La letteratura è frutto della letteratura interiore, emotiva e sentimentale. Quando essa non è meccanica; quando non si sforzi di raccogliere superficiali consensi da regole oscure e indecodificabili del mercato della parola. Quindi parlo di uno scrittore e di una letteratura ideali, senza la cui fisionomia mai potremmo ricondurre il discorso alla realtà. Ora, avendo fattolo il discorso ideale, tutto è riconducibile a ciò che dobbiamo tenere presente per ragionare di un mondo dove le spinte alla originalità vengono sistematicamente soppresse dal sistema contemporaneo. Il fatto è che un individuo disturba. Disturba in ogni caso, figuriamoci quando la visione preconcettuale di esso venga dall’alto di un sistema che manovra – per sua costituzione – le sue mosse e le sue intenzioni. Pur se individuo, uno scrittore deve essere parte di un insieme o sottoinsieme o di una scia di eventi, che ne nascondano il volto. Nella fattispecie del mio discorso critico: una semplice rilevazione che può assumere anche esempi, quindi nomi e titoli. Leggere un libro o un altro non dovrà mai condurre comunque in una scoperta autentica: un Autore. Uno che abbia l’autorevolezza di determinare un suo autentico linguaggio, che in molti individuano nel termine “stile”. Ecco che le inclusioni (con cui aprivo il discorso) fanno parte di un determinismo coatto; le inclusioni nella nostra memoria estetica del contemporaneo. In generale e in genere, lo stile non è sufficiente a fare di uno scrittore un autore. La modalità estetica dello stile e del suo esercizio viene ampiamente superata dalla sensibilità originale dello scrittore; la sua capacità di convolgere il lettore in una parola che sappia cogliere – anche nel riflesso dell’altro – la sua origine spirituale interiore, e che sia inequivocabilmente il frutto di questo viaggio ideale dove si torna dall’esame del mistero della parola stessa. La mia menzione del Verbo è appunto una provocazione mirata su tutto questo. Non dobbiamo mai dimenticare che lo scrittore è un demiurgo che mette ordine nel caos. Le storie sono creazioni. Le vite dei personaggi nascono perché chiunque ha immaginato che vi sia un dio che disegni i destini e le sensibilità, gli intrecci e gli eventi, le nascite e le morti, gli odi e gli amori: un dio capriccioso e caparbio che è – di per sé – un autore, uno scrittore. Questa società post-industriale ha raggiunto quel culmine dell’insussistenza di ideali spinte a crescere ancora nella meta del linguaggio. E anche del metalinguaggio di cui – ormai – non faccio altro che parlare pur senza averlo mai nominato direttamente, scandendone il suono del nome. Di contro, è precipuamente il metalinguaggio a riconfigurarsi quale elemento di consunzione della società: il significato “oltre” è possibile solo a condizione che l’individuo medio sia distratto e lo colga per un puro caso; quando è lo stesso abbassamento dell’attenzione a far riemergere quella irrazionalità – che in genere ignoriamo – e che ci permette di cogliere facce delle cose tutte che sembrano inesistere, e che talvolta realmente inesistono. L’uomo è schiacciato dal calcolo razionale del sistema produttivo, che si rifrange grotescamente nella sfera dei sentimenti, delle relazioni, delle occasioni di corroborare lo spirito con lo spettacolo dell’arte. La risposta a questo assetto della società “sistematica” lo vediamo nel diffondersi delle droghe: luoghi mentali che producono il recupero dell’irrazionalità, ma in modo chimico. Un paradosso tutto moderno, per la sola ragione che anche le droghe sono un oggetto-prodotto di consumo: ne deriva che se anche la liberazione di una parte nobile della percezione alterata si verifica, il condizionamento inquinante del sistema ha riprodotto un falso di ciò che un tempo era vero, e l’effetto può essere devastante nel tempo. Il coleottero che si lascia trasportare nel formicaio per dispensare alle operaie l’allucinogeno che ha sulle ali, e che produce iper-produzione lavorativa nella comunità in cambio di cibo e di relax, non somiglia affatto al mercato delle droghe nella società umana contemporanea. In essa la scia delittuosa che l’accompagna dovrebbe – da sola – demotivare chiunque a farne uso. È l’arte quella suprema droga che dovrebbe liberarci dalla camicia di forza del mondo in cui viviamo come macchine, a condizione che gli artisti vengano anch’essi liberati da quella schifosa prigionia fatta di fatturati degli editori, che sembrano avere in mente solo un’ulteriore omologazione del prodotto medio, che non turbi troppo le sensibilità medie, finendo poi per liberale anch’esse e renderle ingovernabili, quindi dotate di libertà di scelte. Dobbiamo lavorare tutti su questo.

Salvatore Maresca Serra – Roma, 24 luglio 2011

NELLE NEBBIE DEI ROMANZI

Scrivere è senza ombra di dubbio immettersi nel flusso della più grande presunzione che possa incrociare le nostre esistenze, maggiormente nella prosa della narrativa, anziché nel saggio, nella filosofia o nella poesia, tantomeno nella critica: tutte funzioni che – in parte – ci esimono parzialmente dal vederci riflessi in noi stessi, come quando pretendiamo invece di raccontare qualcosa a qualcuno. È affatto in questo atto che dobbiamo convenire con noi stessi critici, e assetati di verità costitutive – che riguardino le intenzioni, le mete prefissate, le ambizioni di comunicazione con gli altri, prima che con noi stessi – che forse è insano tutto ciò. Sano sarebbe tacere di noi e parlare esclusivamente di ciò che vediamo: un’utopia di oggettività che non può sussistere in ogni caso. Non c’è oggettivazione che tenga: tutto rappresenta noi, in ciò che narriamo di altri che sembrano essere “altri” ma che in realtà non lo sono. Evidente è che questo discorso è improponibile al lettore. Ne smonterebbe ogni passione di lettura, ogni virtualità consustanziale all’arte della comunicazione, devastandone i pregi che lo muovono verso le mete della lettura, e che si fondano, in prevalenza, nella sua esigenza di non guardare mai nel dietro le quinte. La problematica aperta e consapevole riguarda solo lo scrittore, l’unico che – mentre altri credono alla finzione rappresentativa – non può dimenticare mai che di tale si tratta. E da ciò si dipartono percorsi che ci interrogano costantemente e cronicamente sulle nostre intenzioni. Se anche non sappiamo di ciò di cui tratteremo nella trama, dobbiamo almeno credere di sapere perché stiamo scrivendo, anche senza che mai ciò accada – nefastamente – in modo conclusivo; lasciando invece aperta – di contro – quella porta dalla quale potremmo anche fuggire da noi stessi, liberandoci delle brame letterarie.

Dovremmo fare tutti questa attenta analisi. Da essa dipenderà il grado di onestà intellettuale, con una misura che applicheremo a noi stessi e che ci misurerà rispetto ad altro, che nascerà dall’aver osato incapsulare nel linguaggio e nelle sue infinite possibilità il nostro desiderio di simulazione del reale. Ben consci che questo “reale” si proporrà all’esterno, proiettandosi in uno slancio propositivo, come un amico che ci dica: <<Vieni con me. Ti porterò in un luogo che ignori, un posto nuovo.>>

Perché quel posto nuovo è da proporre ad altri?

Anche sorvolando sul livello di novità che andiamo a mostrare, resta da capire perché mai lo facciamo.

L’uomo si è accorto di esistere solo quando si è rappresentato.

Sono certo che è da rintracciare in questa ancestrale consapevolezza la verità che ci anima nel continuare a rappresentare la commedia umana. Ma parliamo d’altro. Molti romanzi non mi soddisfano: li leggo e li scanso. Oppure – più chiaramente – colgo ogni sfumatura in cui gli autori hanno fatto a meno di esercitare quella capacità autocritica, dimenticando spesso che uno “stile” non può mai fare a meno della predominanza della presenza che conta, nell’esprimersi liberamente: il lettore. Molti scrittori adoperano un lettore virtuale. Il più delle volte esso è del tutto strumentalizzato al pari dei personaggi nascenti dalla penna, che sono in genere o persone che fanno parte della realtà dell’autore, in una misura o in un’altra (essendo quindi o attori famosi che abbiano già una loro autonoma maschera o familiari o amici che si siano distinti per tic psicologici, e comportamentali che li abbiano evidenziati alla ribalta dello scrittore). Molte storie nascono così: come scrivendo lettere a un amico “privilegiato” – con uno o più gradi di intimità con noi -, che avrà il potere di condizionare tutta la nostra scrittura con l’immagine della sua personale lettura. Una personalità di cui distinguiamo chiaramente i caratteri di decodifica delle nostre affermazioni; quindi il giudizio estetico e la capacità partecipativa dei vissuti che gli narriamo. Personalmente darei anche un dito di una mano per ritornare a questo stato magico e crepuscolare del mio intimismo, quando scrivevo fiumi di lettere alle persone che ho amato, affidandogli i miei pensieri. Ma le cose sono ben cambiate, invecchiando e analizzando me stesso e modificandomi per essere o diventare adulto. Io sono uno che scrive con la piena consapevolezza di questo “atto insano”. Vedo le metamorfosi del mio esserre quando – oggettivando al massimo grado – tendo ad essere uno per tutti, e non qualcuno per qualcun altro: nessuna preferenza. E neanche uso servirmi di maschere precostituite che siano comode (come per gli sceneggiatori, in genere, di mestiere), no. Io pretendo molto di più da me stesso e dal mio lavoro, e, visto che di lavoro si tratta, non mi è poi così difficile impegnarmi con l’esercizio del massimo possibile della ricerca e della analisi preventiva che faccio delle mie risorse. Le maschere voglio – pretendo – di crearle io. Diversamente, avrei la sensazione che tutto si sgretoli nella sua capacità immaginifica prima ancora di compiere il viaggio in me stesso e nel mio subconscio, che puntualmente e autonomamente si coinvolge. Ma non ho un lettore ideale quale punto estetico cardinale, no. Il mio pensiero è sempre rivolto ad una pluralità di esseri potenziali che mi leggeranno e di cui somatizzo la percezione della presenza. Nelle dita, come adesso, mentre batto alla tastiera del mio power-book.

Il loro giudizio estetico non mi riguarda. Mi riguarda invece il livello di comunicazione che sarò stato in grado di immettere in circolo. L’estetica d’ogni cosa dovrà essere limpida per ognuno, senza quelle ombre che vedo nel lavoro di molti, e dove le cose sono interpretabili. Affatto sono aree grige dove l’equivoco si annida, e dove tende agguati allo scrittore.

E se c’è una potenzialità infinatemente vasta nella lingua italiana, ebbene non vedo perché non la si dovrebbe utilizzare: sarebbe come se un’orchestra sinfonica facesse a meno dei vari colori e timbriche. Tutti “mezzi” per raggiungere gli scopi, e non finalità pragmatiche fini a se stesse. La Pittura e la Musica mi hanno insegnato che le possibilità sono infinite. Ribaltando questa esperienza annosa, e trasmutandola nella scrittura, ho ben compreso che la forza di uno stile si agguerrisce maggiormente quanto maggiormente esso si fa plastico per adattarsi al tema. E lavorare su uno stile è lavorare su stessi. Significa esprimersi in piena libertà e in piena consapevolezza. In definitiva, ciò che intendo dire è che basta aprire a caso un libro e leggerne qualche rigo per conoscere lo stile di uno scrittore. Il suo modo di rapportarsi al mondo. Il suo modo di percepirlo. In fine, il suo modo di incarnarlo nel linguaggio.

La sintesi delle emozioni, delle sensazioni, delle riflessioni che s’insinuano nei fatti, i dubbi, le intemperanze caratteriali, i valori che si amano o che si subiscono odiandoli, le identità delle espressioni che si delineano nella mente del lettore, offrendogli visioni di spazi enormi con una sola battuta che sia del tutto chiara e inequivocabile sono peculiarità che – spesso, purtroppo – non vedo presenti nei romanzi di autori contemporanei che pur hanno delle qualità indubbie.

Alle volte, tutto si riduce ad una possibilità mancata.

Probabilmente, le intenzioni di questi autori non sono chiare a loro stessi.

È il livello di pathos che non viene fuori.

Il carattere sembra debole, la scrittura implode, si fa disseminata di minuscole espressive, di sordine involontarie, e non deliberatamente presenti. Personaggi si muovono come avessero abbozzi di caratterialità e non lineamenti letterari. Trame s’infittiscono di indecisioni che appaiono come fatture che qualche strega (…) abbia gettato loro addosso inprigionandole nell’involuto, nel caos dell’assenza di una struttura drammaturgica elementare. I pensieri dei lettori si deformano, a volte oscenamente come specchi deformanti che producono riflessi grotteschi di umanità improbabili, posticce e stucchevoli. Nella fenomenologia diffusa di questi aborti letterari, il pensiero ne subisce una camicia di forza che impone quella follia altra che non si slancia da nessuna parte, affibbiando pensieri riflessi e ricordi meccanici che inquinano i propri: effetti collaterali… Si plasma un magma spento che però fluisce drammaticamente verso le menti travolgendole in una cachessia del pensiero logico, in un prolasso neuronale, in una teoria o più teorie di metastasi degli errori più banali. E, questi ultimi, diventano inarginabilmente usi e costumi del pensare, per poi del parlare e dello scrivere: una vera immane tragedia dei nostri tempi dal pensiero post-moderno debole. Nessuna verità più. Tutto si rapprende nel coagulo del bolo masticato per secoli, appena prende aria in qualche libreria o in qualche casa. La cosa peggiore è che questi testi e questi autori sono del tutto innocui. Indifferenti a se stessi, come mai potrebbero viralizzare gli effetti delle loro contaminazioni quando, in realtà, nascono a causa di un mondo già smontato pezzo per pezzo come un orologio incapace di inseguire il tempo? E, di questo tempo, essi sono i pallidi eroi. Solitari eroi di storie vacanti.

Che rappresentazione dell’umano è mai questa?

Quando parlo di prolasso neuronale, non sto affatto scherzando. Non c’è alcuna volgarità plateale nella mia affermazione: è il prolasso della memoria. Una nebbia endemica l’avvolge, come nella storia di quell’automobilista che fu costretto a fermarsi in cima ad una montagna, e che scese dall’auto dotato di un ombrello che cercò di usare per tastare almeno il terreno, nella cecità temporanea dei fumi della terra, in attesa che svanissero. Quindi restò immobile e terrorizzato dal fatto che – dopo alcuni passi –, piantando l’ombrello in basso, la mano sprofondava nel nulla. Ma era solo perché l’ombrello s’era rotto, e c’era solo il manico. Ore inutili di terrore.

Capita: a volte qualcuno si ritrova sine baculo.

E queste memorie imbecilli e impotenti ce le ritroviamo attorno. Tutto vaga nella nebbia, anche i titoli. Ma su quelli taccio.

Salvatore Maresca Serra – Roma, 15 Luglio 2011

LA NOSTRA IDENTITA’ Lettere agli amici

Cari amici, percepisco da tempo che si è consumata una stagione politica e del costume: vi sono tutti i segnali, le avvisaglie dei fermenti che si coagulano in un distacco – nel comportamento – dalla passione politica, ma anche dall’euforia dopata che ha accompagnato – in alcune aree culturali deboli – quella forma odiosa di edonismo spiccio figlio della televisione. In apparenza questo, ch’è uno dei fenomeni in progress, potrebbe sembrare una sorta di nichilismo, o di sconfitta della società che scivola ineluttabilmente nella depressione post-crisi. Io ritengo invece che si tratti di una riflessione placentare, che possa “presto” generare una coscienza che si va nutrendo – nelle generazioni che si affacciano – di una osservazione prospettica senza precedenti. Con tutta probabilità è vero che si tratta di un “pensiero debole post-moderno” anch’essa, e ho la sensazione che sia stato anche di passaggio nel tentativo di analisi corretta che generazione TQ ha fatto di recente da Laterza a Roma. Ho seguito con interesse questo incontro. Vi sono state cose che condivido, e altre che mi lasciano estremamente perplesso, ma una cosa è certa: i gangli che innestano nel tessuto vivo e reale gli intellettuali sono – indiscutibilmente – da (re)individuare. Sia che li si cerchi dalla visione del popolo (alquanto improbabile), sia – come detto – che siano gli intellettuali a lamentarne sulla propria pelle la deprivazione; oppure l’assenza; oppure la mistificazione deformante che viene dalle leggi del mercato, nel caso specifico che riguarda gli scrittori. La saldatura tra pensiero e comportamenti si è dissolta con la reificazione; se c’erano tracce ancora presenti di possibili ideali, ebbene esse sono state anche travolte dal sospetto che potessero tramutarsi nuovamente in spinte ideologiche. Nell’alveo di una propaganda a cui le menti di molti hanno ceduto, assumendo per vera la strumentalizzazione che si è fatta dello spettro del comunismo, delle strategie staliniste, e dove l’antifona della “demonizzazione dell’avversario politico” – oramai destituita d’ogni credibilità, agli occhi degli uomini “medi” – in passato, ha visto arruolare moltissimi giovani nella destra populista berlusconista. In apparenza, il mondo s’era fatto un oggetto talmente veloce che un possibile ideale poteva essere di troppo, se non paradosso materialistico-edonistico,​ e – dopo la crisi – di sopravvivenza delle ambizioni di benessere (scardinando comunque la tensione propositiva di partecipazione alla società civile: luogo di tutti, e dove tutti dovremmo rifondare, testimoniandoli quotidianamente, i valori che la reggono in piedi). Mi ritrovo a domandarmi spesso se una vera solidarietà anima ancora gli atti e le scelte di chiunque. Pur consapevole che una società reale esiste ancora, e di cui sento di fare parte, mi sforzo costantemente d’individuarla anch’io, anche qui. È indispensabile coagulare in ogni modo le persone che stanno realizzando la riflessione di cui dicevo pocanzi. La prospettiva nuova potrebbe essere dotata di una sua forza, solo a condizione che operi un taglio orizzontale e netto. E ciò credo sia possibile solo se ci sarà un superamento di ciò che solo uno stato nascente possa determinare in quanto “vecchio”, inadeguato politicamente, obsoleto nel pensiero, archiviato nel passato al solo scopo di farne un monito per le generazioni future. Bisogna eliminare tutto ciò (e chi) che ha fatto presa sulle paure di alcuni, le xenofobie, i razzismi, le prevenzioni, i preconcetti. Ripartire dalla solidarietà, nel lavoro, negli spazi condivisi culturalmente, nello stare bene insieme, nella stima delle menti fertili e oneste. Intanto… In definitiva, solo riappropriandosi dell’identità, è possibile concepire una estensione di essa che inerisca alla funzione sociale di ognuno. Una identità che sappia guardare oltre questo immaginario e mendace steccato e concreto stercato. La politica non deve mai più dividere, a patto che si fondi sull’onestà del binomio amico-nemico, necessario alla trasfigurazione… Spero molto in questa riflessione.

Cari amici, vi ho letti tutti con attenzione e passione, arricchendo le mie possibilità prospettiche e confrontandomi con il vostro pensiero puntualmente preciso, quindi oltre modo responsabile. Affatto, è il senso di responsabilità individuale ch’è al centro della mia riflessione, nell’ultimo post. Una responsabilità che non può prescindere nella sua realizzazione collettiva-partecipativa dal senso della cultura. Là dove – in questa attualità dell’Italia – sembra che, spesso, l’interfaccia tra pensiero ed azione abbia perso di efficacia, e tragicamente. Evidentemente, il pensiero sgorga e lo riteniamo tale solo da questa responsabilità che accusiamo sulla pelle, con sofferenza, vedendo l’idea che abbiamo della società e della politica ridursi a mera mistificazione, figlia della reificazione. In altro luogo scrivevo che gli impulsi mortiferi, esiziali di un contrabbando di idee (tali solo in apparenza, nella loro strategia) hanno portato masse di persone a fidarsi di una visione dello stato uguale azienda, di berlusconiana memoria. Affatto, molti hanno preso per buona questa pseudoconcretezza che gareggiava impropriamente con un materialismo filosofico che ben conosciamo, e che – personalmente – del pensiero marxiano, ritengo una perdita sciocca e scioccamente deturpante (nella sua alienazione) del volto etico delle sinistre italiane che vi hanno rinunciato storicamente. Ben diverso, e abissalmente distante da ogni tentativo di prenderne un pezzo (la parte dei padroni-manager-imprendito​ri) e proporla in quanto misura del concreto, quindi del pragma, contrapponendolo alla visione idealistica della solidarietà e della sacrosanta equiparazione di ognuno all’altro, dove la proprietà diventa e rimane semmai un volano inalienabile della collettività tutta. Si è giocato molto e molto con disinvoltura con le persone, con i giovani, con la loro consapevolezza in formazione, riguardo ad un taglio chirurgico col passato vocato all’ideale comunista. Usando la demonizzazione di termini e concetti, là dove “comunista” poteva essere un’ingiuria assimilabile al totalirismo, ai GuLag, allo sterminio operato nelle repubbliche socialiste e nelle epistemi del comunismo sovietico quando c’era da cancellare testimoni del vecchio e dissidenti, rispetto ai trasformismi delle nomenclature. Nell’immaginario di molti sprovveduti, il populismo neoliberale berlusconista si è posto come sentinella della libertà di progredire nel benessere individuale, esemplificato, quindi incarnato, dal self made man Berlusconi, leader di un sogno collettivo, che ipotecando anche una naturale emulazione individualista di molti italiani, ha giocato – come dicevo – su uno squallido spauracchio, dove i comunisti riprendevano a mangiar bambini. Ma anche a sbarrare la strada dell’autoaffermazione. Mentre, invece, ognuno di loro faceva i fatti propri, strumentalizzando opportunisticamente tutta la cosa pubblica. Gli esempi degli scandali di fronte alla barca di D’Alema, ai vestiti radical-chic di Bertinotti, alle ricchezze delle coop rosse, eccetera devono farci ricordare quanta pochezza si è inoculata strumentalmente nelle menti di molti ch’erano disposti a credere ai politici, anziché alle correnti di pensiero libero. Resta il fatto che, alla base di ogni disgregazione del valore marxiano come faro culturale, si è imposto nuovamente lo spauracchio dell’accusa di essere dei cadaveri che volessero continuare su un’idea assurda quanto colpevole di totalitarismo stalinista. Là dove – storicamente – forse qualcuno non ricorda che da Togliatti a Berlinguer i fischi presi al Cremlino per aver nominato solo la parola “democrazia” ancora risuonano nell’eco dei nostri leaders di sinistra… Chi ricorda la Gladio di Cossiga e altri, potrebbe facilmente congiungere il tutto in un corpo unico e comprendere quanto di strumentale e grottesco ci fosse nel disegnare una possibile invasione potenziale delle URSS nel bel paese. Anche tutte le tensioni a cattorifondare una sinistra non hanno emendato i “leaders” venuti dopo dallo sciocco imbarazzo che hanno capitalizzato di fronte alle accuse che ho menzionato, e che hanno poi trovato fertile terreno nella caduta del muro di Berlino.

Mi è indispensabile questa lunga (per questa sede) premessa. Quello che sto dicendo è che, depotenziando con queste farneticazioni l’area di sinistra progressista in Italia, si è fertlizzata la strategia del populismo di destra. Il risultato è che l’opposizione che oggi abbiamo al governo di centrodestra è deprivata della sua radice più nobile, simile ormai ad un’arma scarica, incapace di mirare sulle nefandezze e i soprusi, se non in modo disintegrato e anacronistico. Evidentemente, il dividi et impera di Berlusconi e compagni ha sortito un effetto tangibile in tutti questi lunghissimi 18 anni. La precarietà costituzionale dei governi Prodi, le tensioni irrisolte e irrisolvibili all’interno delle alleanze di sinistra hanno fatto il resto. Giusto per fare un esempio alquanto mortificante, la questione no-tav, che oscilla tra Bersani e Vendola in modo teatrale, e che mostra il fianco al martellamento demolitorio della destra, mi sembra estremamente emblematica – per sintetizzare – della situazione in cui versa l’aggregazione potenziale della sinistra per rappresentare una alternativa possibile al governo attuale. È necessario andare oltre. Ricompattare “oltre” i progressisti italiani, con una spinta che solo dal basso io ritengo possibile. La pressione è ipotizzabile solo se allocata in una nuova possibilità di dialogo democratico, ma che abbia in sé una pensiero vivo e rappresentativo, e che non è possibile ipotizzare possa venire da nessun leader che sta nell’agone della politica-partitica attuale: deve venire dall’esterno. Questo cosa vuol dire (quando parlo di onestà, e non solo intellettuale)? Quando anche menziono una individuazione della potenzialità di rifondare in uno stato nascente la saldatura tra pensiero e azione. Voglio dire che ogni area destinata a diffondere pensiero e cultura dev’essere riscattata dalla prigione del libero mercato (tra virgolette), imposto dalla fenomenologia del presente. Un presente del tutto mistificato nella sua portata materialistica di stato-azienda. Un falso nauseabondo. Uno stato si regge sulle spinte idealistiche, anche facendo a meno d’ogni ideologia, ma ricuperando le idee. La buona amministrazione della cosa pubblica non è paragonabile ad un ‘azienda: questo è ridicolo e cialtronesco. Sia chiaro. Non c’è antistatalismo o antidirigismo che tenga. Perché allora sarebbe mille volte meglio avere una gestione statalista sana, anziché una indiscriminata vocazione all’individualismo bieco resosi possibile – teoricamente – in uno stato alleggerito e liberale che si limita a timbrare protocolli di ladrocini. È necessario avere punti cardinali di riferimento in liberi pensatori. E questi uomini e donne di pensiero non debbano mai soggiacere al ricatto dei politici a scendere nell’agone. Bisogna solo plasmare il pensiero dei futuri politici su una matrice di onestà e solidarietà. Visto che forse è impensabile fare un programma attuabile nell’immediato in questa generazione. Abbiamo, grazie a Dio, già delle voci capaci di raggiungere il connettivo sociale: l’importante è che ci si faccia tutti testimoni di questa realtà, plausibilmente ampliandola e sostenendola. Il che vuol dire anche avere delle “parole”, avere degli “scritti”, avere questi punti cardinali che – dalla riflessione in poi – facciano tremare i palazzi del potere. Io credo in questo, e non vedo altra strada da percorrere. Non ci servono amministratori che abbiano il pensiero: non ce l’avranno mai. Abbiamo bisogno di rinascere in quanto pensiero. Per questo affermo che, partendo dal basso, si debba giungere a far partorire al popolo i suoi figli più capaci di generare e diffondere un pensiero che si traduca in scelte e rappresentanze politiche. Ci serve il nuovo. E bisogna crederci, qui ed ora. Fuori da ogni clientelismo. Ripeto: non vedo altra strada davanti a noi, se non un progetto sul medio periodo. Inutile farsi illusioni. Serviranno anni, decenni, ma bisogna cominciare adesso a riappropriarsi dell’identità culturale, dopo tutti gli inganni e i giochini fatti da chi ha inteso deprivare le persone della loro più spontanea identità.

Salvatore Maresca Serra – 7 Luglio 2011

KARL MANNHEIM IDEOLOGIA E UTOPIA

KARL MANNHEIM

IDEOLOGIA E UTOPIA

Il Mulino Bologna 1957

Il libro di Mannheim si iscrive nell’ambito della sociologia della conoscenza, vale a dire di quella branca della sociologia, le cui origini vanno ricondotte al pensiero di Marx, che analizza l’influenza della società e della vita di relazione sui processi di pensiero o sulle idee.

“La tesi principale della sociologia della conoscenza è che ci sono aspetti del pensare, i quali non possono venire adeguatamente interpretati, finché le loro origini sociali rimangono oscure. E’ senz’altro vero che l’individuo pensa. Non esiste sopra o sotto di lui un’entità metafisica, quale la coscienza di gruppo, di cui il singolo potrebbe, nel migliore dei casi, riprodurre le idee. Nondimeno, sarebbe falso dedurre da un tale fatto che le idee e i sentimenti di un individuo abbiano origine in lui solo e possano essere convenientemente spiegati sull’unica base della sua esperienza” (p. 8). “A rigore, non è corretto dire che il singolo individuo pensa. E’ molto più esatto affermare che egli contribuisce a portare avanti il pensiero dei suoi predecessori. Egli si trova ad ereditare una situazione in cui sono presenti dei modelli di pensiero ad essa appropriati e cerca di elaborali ulteriormente, o di sostituirli con altri, per rispondere, nel modo più conveniente, alle nuove esigenze, nate dai mutamenti e dalle trasformazioni occorse nella realtà” (p. 9).

In queste frasi c’è già il riferimento al fatto che il pensiero non ha un carattere meramente speculativo, poiché esso s’intreccia con la vita reale, che comporta sempre e comunque il riferimento ad un contesto storico, sociale e culturale:

“Gli uomini non si limitano, come membri di un gruppo, a coesistere gli uni accanto agli altri. Essi non considerano le cose del mondo dalle astratte cime di una mentalità contemplativa ed autosufficiente, non si comportano come fossero degli esseri solitari. Al contrario essi agiscono (o reagiscono l’un l’altro) all’interno di gruppi differentemente organizzati, né diversamente procede il loro pensiero. Tali persone lottano per cambiare il circostante mondo della natura e della società o tentano di conservarlo in una determinata condizione, in conformità con il carattere e la posizione dei gruppi cui appartengono. E’ proprio questa volontà, innovatrice o conservatrice, del gruppo d’appartenenza a guidare i loro problemi, i loro concetti e le forme di pensiero” (p. 10). “Noi apparteniamo ad un gruppo non soltanto perché siamo nati da esso o asseriamo di appartenervi, né perché dobbiamo ad esso fedeltà ed obbedienza, ma anzitutto perché vediamo il mondo e certe cose del mondo alla sua stessa maniera (ovvero nei termini che sono caratteristici del gruppo in questione) In ogni concezione, in ogni significato è contenuta la cristallizzazione delle esperienze di un determinato gruppo” (p. 28).

Ammettere che il pensiero sia influenzato inesorabilmente dal contesto sociale, non significa negare che l’individuo possa pensare autonomamente, con la sua testa. Ciò che vi è di personale, critico e originale nel pensiero individuale però si può stabilire solo cercando di capire prima quanto in esso pesa l’influenza sociale: “quando si saranno chiarite le dipendenze del pensiero dalla realtà del gruppo e le sue origini pratiche, potremo forse controllare quei fattori del pensiero che finora erano rimasti senza direzione” (p. 11).

La sociologia della conoscenza ha, per Mannehim, un ambito di interesse primario: la politica. E’ a livello politico infatti che si riscontra, nella nostra società, un conflitto tra modi di vedere e di pensare radicalmente diversi che sembrano sorprendenti in quanto essi fanno riferimento alla stessa realtà sociale. Tale diversità può essere agevolmente compresa se si tiene conto e si riesce a mettere in luce le “ragioni inconsapevoli che stanno al fondo del pensiero di ogni gruppo” (p. 46).

A tale fine, Mannheim definisce i due concetti, fondamentali nell’economia del saggio, di ideologia e utopia.

“Il concetto di “ideologia” riflette una scoperta che è venuta emergendo dalla lotta politica; vogliamo alludere alle convinzioni e alle idee dei gruppi dominanti, le quali sembrano congiungersi così strettamente agli interessi di una data situazione da escludere qualunque comprensione dei fatti che potrebbero minacciare il loro potere. Con il termine ideologia noi intendiamo così affermare che, in talune condizioni, i fattori inconsci di certi gruppi nascondono lo stato reale della società a sé e agli altri e pertanto esercitano su di esso una funzione conservatrice.

Il concetto di utopia pone in luce una seconda e del tutto opposta scoperta; esistono cioè dei gruppi subordinati, così fortemente impegnati nella distribuzione e nella trasformazione di una determinata condizione sociale, da non riuscire a scorgere nella realtà se non quegli elementi che essi tendono a negare. Il loro pensiero è incapace di una diagnosi corretta della società presente. Tali gruppi non si occupano affatto di ciò che realmente esiste, bensì cercano con ogni mezzo di mutarlo. Il loro pensiero non è mai un quadro obbiettivo della situazione, ma può essere usato soltanto come una direzione per l’azione. Nella mentalità utopica, l’inconscio collettivo, mosso essenzialmente dai progetti per il futuro e da una decisa volontà pragmatica, finisce con il trascurare alcuni aspetti della realtà” (p. 47).

Sulla scorta di questi concetti, Mannheim definisce l’intento di fondo del saggio: “Il nostro compito è appunto quello di mostrare, nei due sensi che si sono indicati, le fasi principali attraverso cui si è giunti alla scoperta del ruolo che ha l’inconscio, quale appare nella storia dell’ideologia e dell’utopia” (p. 47).

A tal fine, Mannheim procede anzitutto all’analisi del concetto di ideologia, mettendo a fuoco una distinzione di un certo interesse: quella tra concezione particolare e concezione totale dell’ideologia. La concezione particolare dell’ideologia riguarda il fatto che un soggetto si abbandona a “contraffazioni più o meno deliberate di una situazione reale, all’esatta conoscenza della quale contrasterebbero I suoi interessi particolari. Queste deformazioni si manifestano in ogni modo, sotto forma di menzogne consapevoli o semicoscienti, di inganni calcolati verso gli altri, o di autoillusioni” (p. 65). “La concezione particolare dell’ideologia viene ad indicare un fenomeno che sta tra la pura menzogna, da un lato, e l’errore derivato da un deformato apparato concettuale, dall’altro. Essa rimanda ad una sfera di errori di natura psicologica, I quali non sono, malgrado tutto, intenzionali, ma conseguono inevitabilmente da certe determinanti causali” (p. 70). Si tratta dunque di una concezione che “si limita ad affermare che questo o quell’interesse particolare è la causa di un determinato atteggiamento ingannevole” (p. 67). La concezione totale dell’ideologia riguarda invece la Weltanschauung di un’età o di un gruppo storico-sociale che investe l’intera esperienza conoscitiva di un soggetto che a quell’età o a quel gruppo appartiene. Essa “ritiene che esista una corrispondenza tra una certa situazione sociale e una determinata prospettiva, opinione o coscienza collettiva” (pp. 67-68).

Nella misura in cui la concezione totale dell’ideologia rivela che un intero gruppo sociale e i suoi singoli membri leggono la realtà in una maniera, almeno parzialmente, poco fedele allo stato di cose esistente, minimizzando, mettendo tra parentesi o rimuovendo i fatti che contrastano con una determinata visione del mondo, essa “solleva un problema che è stato sinora adombrato, ma che adesso acquista un più ampio significato. Il problema, vogliamo dire, di come sia sorta la “falsa coscienza”, di come sia nato un pensiero capace di falsare quanto viene a cadere sotto il suo dominio” (p. 78). La genesi di un’ideologia è sempre da ricondursi al tentativo di conservare uno status quo: “il conoscere è ideologico, quando non riesce a rendersi conto dei nuovi elementi insiti nella situazione o quando tenta di passare loro sopra considerandoli in termini ormai del tutto inadeguati” (p. 103).

La funzione dell’utopia è proprio quella di portare alla luce questi nuovi elementi e di valorizzarli in massimo grado: “una mentalità si dice utopica quando è in contraddizione con la realtà presente” (p. 211). Non ogni stato della coscienza che trascende la realtà immediata si può considerare però, secondo Mannheim, utopico: “Utopici possono invero considerarsi soltanto quegli orientamenti che, quando si traducono in pratica, tendono, in maniera parziale o totale, a rompere l’ordine prevalente” (p. 211). “Noi consideriamo utopie tutte le idee (e non soltanto, quindi, la proiezione dei desideri) trascendenti una situazione data, le quali hanno comunque un effetto nella trasformazione dell’ordine storico-sociale esistente” (p. 225).

L’utopia è dunque una potenzialità evolutiva implicita in ogni sistema sociale. A tale potenzialità si può dare un significato univocamente rivoluzionario: “Da questo punto di vista, ogni evento storico si presenta come una continua liberazione dall’ordine esistente per mezzo dell’utopia, che da esso ha origine. Solo nell’utopia e nella rivoluzione si dà una vita autentica, mentre l’ordine istituzionale non rappresenta altro che il cattivo residuo delle rivoluzioni e delle utopie in fase di declino. Così il cammino della storia conduce da una “topia” (o realtà esistente) ad un’utopia e quindi ad una successiva “topia”, ecc.” (p. 217). Si tratta però di null’altro che di una nuova ideologia, il cui merito “consiste, tuttavia, nel fatto che, in opposizione all’idea conservatrice di un ordine stabilito, essa impedisce alla realtà esistente di tramutarsi in assoluta, concependola invece come una delle possibili “topie”, da cui scaturiranno quegli elementi utopici che a loro volta porranno in crisi lo stato attuale” (p. 217). Ciò porta a intravedere il significato “dialettico” del rapporto tra utopia e ordine esistente:” Ogni epoca produce (nei gruppi sociali diversamente situati) quelle idee e quei valori in cui si condensano, per così dire, le tendenze non ancora realizzate e soddisfatte, che rappresentano I bisogni di ciascuna età. Codesti elementi intellettuali costituiscono allora il materiale esplosivo per far saltare in aria l’ordinamento esistente. La realtà presente dà origine alle utopie che, a loro volta, ne rompono I confini per lasciarla libera di svilupparsi nella direzione dell’ordine successivo” (p. 218).

Nonostante il potere sostanzialmente conservatore delle ideologie e per quanto siano potenti i gruppi storici che in esse si riconoscono, nessun sistema sociale può cristallizzarsi perché esso deve sempre fare i conti con le tendenze utopiche che inesorabilmente genera. Riconoscere nella storia questa dinamica dialettica, non significa però potere anticipare il futuro o potere operare delle previsioni certe: “L’unica forma nella quale il futuro ci si presenta è quella della possibilità, mentre l’imperativo, il “dovrebbe” ci dice quale di queste possibilità dovremmo scegliere. Per quanto riguarda la conoscenza, il futuro… si presenta come un medium impenetrabile, un muro invalicabile. E quando I nostri tentativi di vedere attraverso di esso sono respinti, noi prendiamo coscienza della necessità di scegliere decisamente una nuova strada e, insieme, avvertiamo il bisogno di un imperativo (un’utopia) che ci spinga avanti. Solo quando sappiamo quali interessi e comandamenti sono in gioco, siamo in grado di valutare le possibilità della presente situazione e di veder chiaro nella storia. Nessuna interpretazione della storia è infatti possibile, se non viene sollecitata da un interesse e da un fine. Delle due tendenze in conflitto nel mondo moderno – le correnti utopiche contro quelle disposte ad accettare il presente – è difficile dire in anticipo quale prevarrà: la realtà storica che dovrà decidere di ciò infatti è ancora da venire” (p. 277).

Sulla base di questi concetti, Mannheim ritiene che si possa definire il significato e l’ambito della sociologia della conoscenza:

“La sociologia del sapere è strettamente congiunta, anche se sempre più se ne distingue, dalla teoria dell’ideologia che è emersa e si è sviluppata nel nostro tempo. Lo studio delle ideologie ha fatto suo il compito di smascherare gli inganni e le mistificazioni, più o meno consapevoli, che sono presenti negli interessi dei gruppi… La sociologia del sapere non si occupa delle menzogne che nascono da un deliberato sforzo di ingannare, quanto dei differenti modi in cui la realtà si rivela al soggetto in conseguenza della sua diversa posizione sociale. Infatti le strutture mentali sono inevitabilmente conformate in maniera differente, a seconda dei vari stati sociali e storici. D’accordo con tale distinzione, noi lasceremo alla teoria dell’ideologia solo le prime forme in cui si presenta il pensiero “scorretto” e falso, mentre la parzialità della conoscenza, in quanto non dipenda più da una consapevole intenzione, verrà, a costituire l’oggetto specifico della sociologia della conoscenza” (p.288).

Commento

Scritto nel 1929, il libro di Mannheim ha praticamente fondato la sociologia della conoscenza, vincolandola allo studio dei “rapporti tra conoscenza e esistenza”. Il precursore di questa branca della sociologia, come riconosce Mannheim stesso, è senz’altro Marx con la sua teoria della sovrastruttura ideologica (“La coscienza non può mai essere qualche cosa di diverso dall’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Se nell’intera ideologia gli uomini e i loro rapporti appaiono capovolti come in una camera oscura, questo fenomeno deriva dal processo storico della loro vita… Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la loro coscienza ” (L’ideologia tedesca).

Mannheim è d’accordo con Marx nel riconoscere il peso della vita reale nella produzione delle idee e delle ideologie, ma egli rifiuta il rigido determinismo marxiano. Tanto più egli rifiuta la possibilità, implicita nella concezione dell’ideologia di Marx, che l’utopia rivoluzionaria possa portare ad una conoscenza obbiettiva e trasparente della realtà. Sia nella sua versione conservatrice che in quella utopica, il pensiero umano è inesorabilmente ideologico. Esso tende sempre e comunque, in qualche misura, a semplificare e a mascherare la realtà.

La dialettica tra topia e utopia definita da Mannheim è indubbiamente moderata, nella misura in cui essa esclude che la conoscenza possa giungere ad un rispecchiamento della realtà. Il progresso culturale si fonda su di un processo di approssimazione senza fine nel cui ambito il pluralismo ideologico avrà sempre un qualche peso.

Tenendo conto di questo, non si stenta a capire perché il pensiero di Mannheim sia stato contestato sia dai membri della Scuola di Francoforte sia dai marxisti. Oggi appare giusto rivalutarlo nell’ottica di una nuova scienza dell’uomo e dei fatti umani.

Affermando che l’influenza dell’ideologia, intesa come una visione del mondo totalizzante, si esercita soprattutto a livello inconscio, Mannheim ha precorso il concetto di mentalità sviluppato qualche decennio dopo dagli storici de Les Annales, il quale si può ritenere più completo perché esso comporta un’influenza che non si limita alla sfera cognitiva ma permea la soggettività nel suo intimo anche a livello di sentire.

Insistendo poi sul fatto che l’ideologia totale è una Weltanschauung che si pone tra la concreta esperienza del soggetto e la conoscenza, e consente a questa di organizzarsi economicamente, senza troppi sforzi, aderendo al senso comune del gruppo, Mannheim ha intuito il fatto che essa soddisfa, oltre che gli interessi specifici di un determinato gruppo sociale, anche un bisogno primario di coerenza cognitiva. E’ questo bisogno, riconosciuto solo successivamente dalle scienze cognitive, più ancora che gli interessi in questione, a spiegare il carattere conservatore dell’ideologia e la sua capacità di indurre una rimozione di tutti gli aspetti della realtà che potrebbero metterla in crisi.

La crisi, comunque, è destinata a sopravvenire perché lo scarto tra l’ideologia e la realtà storica produce l’utopia, vale a dire l’affiorare di un’intuizione prima e di una mentalità poi che tende ad integrare quegli aspetti in una nuova e più ampia visione del mondo. Nessuna visione del mondo però sarà mai comprensiva di tutti gli aspetti della realtà. Mannheim, in evidente opposizione al marxismo, esclude la possibilità che la coscienza possa organizzarsi cognitivamente in una forma di rispecchiamento della realtà stessa. Il progresso culturale si fonda su di un processo di approssimazione senza fine alla verità, vale a dire alla corrispondenza tra conoscenza e esistenza, nel cui ambito il pluralismo ideologico avrà sempre un qualche peso.

Questo aspetto permette di comprendere le critiche toccate a Mannheim sia da parte dei membri della Scuola di Francoforte sia da parte dei marxisti.

Nonostante l’interesse prevalente di Mannheim per la politica e le ideologie politiche, il suo pensiero non è scevro di interesse sul piano psicosociologico.

Come non considerare ancora attuale la nettezza con cui egli sottolinea il fatto che ogni coscienza individuale, in quanto giunge alla consapevolezza di sé (quale che ne sia l’autenticità) in conseguenza dell’interazione sociale e dell’appartenenza ad un determinato contesto storico e culturale, riconosce di necessità uno statuto ideologico? Ogni uomo vede e interpreta il mondo anzitutto con gli occhiali forniti dalla cultura del gruppo cui appartiene. La condizione propria e primaria della coscienza umana è dunque inesorabilmente una condizione di falsa coscienza, che può ridursi solo in conseguenza di uno sforzo critico e dell’intuizione preliminare dell’alienazione culturale. In un’epoca in cui il cognitivismo tende sempre più a ridurre l’incidenza del sociale nella strutturazione della coscienza individuale enfatizzando l’autopoiesi, la rivendicazione di Mannheim della dipendenza di quella strutturazione dalla cultura e dal gruppo è preziosa.

Importante, sotto il profilo psicodinamico, è poi il concetto di utopia. Per quanto tale concetto sia criticabile sul piano politico dal quale Mannheim lo ricava e al quale intende applicarlo, esso coglie un aspetto profondo della psicologia e dell’inconscio umano. Potrebbe mai affiorare l’utopia da qualsivoglia realtà storica – c’è da chiedersi – se l’uomo non venisse al mondo con l’intuizione di modi di essere e di mondi possibili? Se l’utopia è l’espressione del contrasto che alcuni avvertono tra lo stato di cose esistente e i loro bisogni, ciò non significa che questi, in una qualche misura, hanno una valenza utopica? E, ancora, se questo è vero, fermo restando che il futuro è imprevedibile, è illecito ammettere che la realtà storica evolve in nome di quei bisogni e non troverà un equilibrio finché non risulterà organizzata in una forma almeno minimamente compatibile con essi, e dunque soddisfacente? Nessuna teleologia – ormai è chiaro – è deterministica. La natura umana, però, al cui fondo occorre ammettere una dotazione fissa di bisogni – di libertà, di giustizia e di felicità – potrebbe avere in sé e per sé però una portata teleologica.

I PADRETERNUCCI – Salvatore Maresca Serra

E’ buona norma igienica – nonsolo in periodi di epidemie influenzali o miasmi “politici” – tenersi a distanza di sicurezza da taluni, in particolare, che stanziano – come acari depositati indefessamente e infestantemente – sulla moquette degli studi televisivi, nel costante calpestio delle suole (a Roma diciamo “sole”), o nelle rubriche dei giornali (leggi “organi di sputtanamento politico”) che nessuno legge mai se non qualche sfigato masochista quotidianista (la maledizione del quotidiano saccente), tra le puntate radiofoniche redazionali (dove qualche editore – si fa per dire – compra o detiene spazi promozionali mascherati da interviste di ambizione culturale, nell’amena speranza di piazzare qualche copia in più dell’ultima fatica letteraria stampata, immensamente faticosa solo per chi decidesse di leggerla davvero), oppure incontrandoli in qualsivoglia topos o “postribolo” di prima, seconda o terza serata, in rete, o in qualche bar dov’è meglio non consumare.

Perchè e chi sono quelli da evitare?

Partiamo da questo: se ne incontrano d’ogni tipo, livello (perchè sono svariati e quantificabili), e traviazione. Per esempio, la traviazione del vecchio e caro “disturbo della personalità”, a cui eravamo abituati con un certo pittoresco affetto, quando si proclamavano Napoleoni o Gesùcristi: oggi le identità millantate e le schizzofrenie – come tutto, d’altronde – sono cambiate (in apparenza).

Ciò che persiste immutata, invece, è la sindrome dei “padreternucci”. Di cui sono affetti. I sintomi? Si manifestano repentinamente: uno o due libricini dati alle stampe, due o tre ospitate in tv, una recensione pilotata, un ufficio stampa che si scapicolla per inventarsi una “sostanza” che non c’è…Insomma, basta questo. Se poi ti becchi anche un premio, allora non saluti più neanche tua madre (aspetti che sia lei a farlo)… Le comunità per le tossicodipendenze si guardano bene dall’accoglierli essendo esse stesse – spesso e volentieri – fondate e gestite da omologhi patetici patologici figli di puttana. A ognuno il suo. L’importante è coglierne il dato settico comune: la coprofagìa. Affatto, amano, nel loro percorso, leccare alla fonte l’escremento. Far di necessità “virtù”. E’ l’unico motore di cui dispongono, e anche l’unico propellente che li sposta e li muove verso le loro mete. Ma qual’è la meta di un acaro che sogna d’essere un padreterno? Partire dalla merda per raggiungere il cielo (del successo), suppongo. E, supponendo, immagino che sia un po’ come quella supposta che sognò di diventare missile. Crisi d’identità estetica. E quindi di destin-a-zione.

Parlare troppo da vicino con questi microbi espone al rischio di assorbire per via aerea la summa delle scorie di tutti i culi che hanno leccato.

O non li avremmo mai visti apparire con le loro testoline da circostanza: faccette tutte uguali e spiritate; voci stentoree che s’imitano a vicenda; posture ad hoc apprese sul cesso la mattina dai manualetti del linguaggio del corpo; abbigliamento distintivo dalla massa (piccolissimi particolari trasgressivi che aspirano a generare mode negli insicuri dipendenti da modelli a buon mercato).

Ce n’è per tutti i gusti. Ma la costante è sempre una e asfissiantemente banale: distruggere (o tentare di farlo) quelli che li hanno preceduti nel cammino onirico della supposta. Sono strateghi da strapazzo; cercano affannosamente i contraddittori per tentare di far emergere quell’improbabile residuo d’attenzione che l’italiano medio – disperato dalla cassa integrazione o dalle rate morose del mutuo – espelle tra uno sbadiglio e un altrettanto teratogeno tentativo d’evasione, mostruoso almeno quanto lo stesso riflesso che ne scorge nel video, quando si concede un’immersione in apnea nella spazzatura televisiva. L’attenzione – si sa – va costantemente espulsa in quest’Italia preidrocefala (manca pochissimo) e postintellettualoide. E’ un corpo estraneo. Una zavorra. Un problema da lettino dello psicoanalista. E poi, stare attenti a chi e perchè!

Nonostante ciò, il sistema immunitario stanco e provato che giace stravaccato e molle sulla poltrona davanti allo zapping – tra un consiglio e l’altro che faremmo bene a riciclare come spettacolo (almeno è innocuo perchè dichiaratamente commerciale) – ogni tanto apre una qualche falla e diventa permeabile. Inizia la cultura (si legga “Televendita”).

Ecco che l’acaro si cimenta a insinuarsi, si mette in comunicazione con quelle onde cerebrali ormai acritiche per stato crepuscolare, e – come fosse per esse  l’inizio di un normale low profile dell’ennesimo incubetto da stress della giornata -, forte del suo sterco che lo ha sponsorizzato, l’acaro ce la mette tutta e materializza il suo delirio di onnipotenza. Tutto il suo non essere prende a tentare d’essere. Una fatica dimesionale immane, impossibile, che però gli riesce facile (è noto che i visionari non accusano stanchezza né dubbi). L’acaro si muta in mammifero roditore. Rosicchia ogni secondo in più che può ingurgitare al conduttore che lo argina grottescamente (bestemmiando in sé). Affastella contrazioni autistiche delle parole per disperatamente dilatare il tempo che l’ultimo sfintere leccato gli ha concesso, tanto nessuno farà distinzione alcuna in ciò che vaneggia. Urla. Inveisce. Sgrana controllatamente gli occhi per tentare un’ipnosi subliminale. Sviscera tutte le strategie lungamente studiate per compiere il volo mediatico verso le menti aldilà delle telecamere, menti idiotamente visualizzate come bersagli al tiro a segno del luna park sotto casa. Niente elefante peluche o pesce rosso, solo notorietà, notorietà, notorietà, visibilità, visibilità, visibil…à, à , à! Se fai centro, qualche disperato assonnato ricorderà per qualche ora la tua faccetta, i tuoi calzettoni, la tua acconciatura, e magari l’ultimo libercolo che hai travagliatamente partorito e che descrivi come l’ultimo (ma il primo) dei capolavori letterari.

Questo è un tempo in cui dal video sparano di tutto.

Se prima era “Non è mai troppo tardi”, adesso è “Forse facciamo ancora a tempo”…

E, come Sigmund Freud aveva preconizzato, siamo in quell’immane mercato dove, alla fine, ognuno va a vendere se stesso.

Forse siamo all’Apocalisse: ognuno può comprare e vendere solo se ha quel segno sulla fronte (sarà mica 666…meglio sono sono sono).

Reificazione dell’ego? Reificazione dell’ego.

Una novità? No: una cosa già stravecchia (senza botti di rovere, solo muffa) come tutto. La Storia non si scrive più: la si espelle giorno per giorno, cialtrone per cialtrone.

Per questo – ogni volta che qualcuno ci riprova – aumenta il volume di merda che circola nell’aria. Evidentemente, qualche fesso che compra ci sarà sempre.

Come nel dipinto di Hieronymus Bosh, l’ano dei potenti si dilata e sfinterizza una marea di stronzi. Ognuno di essi è un padreternuccio: ovvero, un eternuccio padre. Perchè? Perchè a cosaltro di più alto si potrebbe mai aspirare nel delirio d’onnipotenza che produrre emuli-figli e figliucci? E non sono forse tali quelli che vediamo autoreferenziarsi laddove non c’è alcuna ragione di mettersi in cattedra? Figliucci elettivi di vergogne di vergogne. In realtà dovremmo non vederli perchè sono dietro la lavagna, castigati dal loro stesso ridicolo status quo.

Pupazzi di un regime politico che – da sempre – piazza in video e sui giornali  una selezione autonoma (figurarsi) di facce nuove, culi e tette nuove, deliri nuovi, talenti nuovi, parolai nuovi…

Sembra tutto nuovo. In realtà l’unica cosa che si rinnova purtroppo ad ogni ora che passa è l’indifferenza che produce il degrado in cui versiamo. Più aumenta, più emergono i pupazzi. Inespressivi, omologati, illusi, volgari, incapaci, deficienti, grotteschi e maleodoranti padreternucci di varie “discipline” che occupano clandestinamente per il solo merito indiscusso di avere lingue d’acciaio. D’altronde, i potenti hanno culi forse flaccidi, ma inscalfibili e insaziabili. E tutti lo sanno. Tranne i padreternucci. A questi, niente eternità, solo eternuccità.

Salvatore Maresca Serra, Roma 1 Febbraio 2011

GUARDANDO IL MONDO DA UN’AMACA di Angela Rita Iolli

mondo

 

Tira una strana aria stasera, nonostante il caldo ricominci a non dare tregua. Voci di chi ha trascorso l’intera giornata, ciondolante, davanti ad una cantina hanno il sapore di bocche impastate e disarticolate dal vino mandato giù. Cantano vecchi stornelli con l’aria di chi non ha più niente da chiedere, se non l’ennesima bottiglia da scolare. I cocci li troveremo sparpagliati l’indomani ai piedi di un muretto consumato dalle lunghe chiacchierate di comitive che vorrebbero che la notte non finisse mai. Ora che la scuola ha chiuso i cancelli dell’ennesimo anno rincorso da riforme e malumori, le comitive ritrovano la loro naturale dimensione in appuntamenti rituali in posti impensabili. Li vedi agguerriti davanti ai quadri di ammissione, dentro o fuori, alcuni ancora increduli di avercela fatta, altri con l’ennesima sconfitta da digerire, sarà per un’altra volta. Partono abbracci consolatori e di saluto all’anno che verrà, quando ognuno di loro sembrerà più grande degli anni che ha, vestito di esperienza e avventure piene di illusioni e traguardi da raggiungere. Molti resteranno indietro, affascinati da una vita senza pretese, da svogliatezze inesorabili e da rinunce, facile prede di sirene lavorative. Altri sogneranno di diventare qualcuno, l’ingegnere della monoposto in prima fila a Maranello immaginando sfrecciare la rossa ed il suo motore, dolce musica per le orecchie da intenditori, un rombo che da sempre fa sobbalzare cuori; il medico in cerca di scoperte sensazionali, in questi tempi di ricerca necessaria di cure e protesa verso vite in pericolo; il matematico alle prese con le sue formule per cambiare pensieri e arrovellare meningi già sfiniti da sudoku e cubi magici che sembrano far parte della preistoria; il filosofo amante delle sue belle parole in conflitto con uditori che desiderano altro, com’era ai tempi di Platone quando iniziò a parlare di un mito che non avrebbe pù cessato di esistere nelle fantasie dei posteri: Atlantide immersa in quel sogno che Nettuno in una notte senza tempo fece per sempre suo; lo scienziato che combattuto tra angeli e dèmoni deve convincere se stesso di vedere un altro universo, usando quello specchio capovolto in cui riflettere certezze da secoli oggetto di furioso contendere. La particella suprema da scovare per dominare il mondo non più come Atlante, che se ne caricava tutto il peso sulle spalle, ma come un folletto dispettoso che si diverte a sparpagliare le carte da bravo mazziere; lo scrittore con la sua anima fotocopiata nelle pagine di un libro che solo sa i suoi segreti insieme a chi leggendolo saprà ascoltare fino all’immedesimazione. Il lettore alla ricerca dell’autore in quel rincorrersi tra gli scaffali di una qualsiasi libreria in un patto di sangue che cambierà i destini di entrambi. Infine i tanti peter pan, eterni giocherelloni, schiavi di abitudini bambine che li portano lontano catturati da sogni ripetuti nel tempo, loro alleato principe. Sono loro a non voler cambiare, a non uscire dal guscio in cui si sono chiusi scaldando le loro anime ferite da un progresso che va avanti come un bulldozer, fregandosene delle loro aspettative, del loro fermare gli attimi per poterne respirare i giorni. In un ideale gioco delle parti con la natura, di cui sanno percepire energie a noi sconosciute, frutto di incantesimi e magìa che i loro voli pindarici sanno bene coltivare. Sono loro a regalarsi istanti vissuti tenacemente come le radici che non vogliono staccarsi dal terreno che hanno individuato come loro insediamento. Sono loro a vedere lontano, l’impossibile, l’isola che non c’è e che invece dovrebbe esserci per ognuno di noi, destinato almeno una volta nella vita ad abitarla per toccare con mano ciò che ancora fa compagnia al mare durante i suoi momenti di solitudine: quell’infinito in cui puoi disegnarci la meraviglia, il sogno, l’armonia, la vita. Quella vita che a volte non ci soddisfa, vorremmo diversa, noi che ci sentiamo naufraghi su quell’isola, ma amanti di quel silenzio che ci sa cullare maliziosamente. Come tanti Robinson Crusoe capaci di inventarsi amici immaginari, sulla soglia di quella follia che basta pizzicare per fare nostra. Inevitabile, necessaria per evadere. Guardando il mondo da un’amaca, desiderando che nessuno ci venga a cercare. Tira una strana aria stasera, mentre le mamme faticano a riportare a casa i loro bambini, chissà se conserveranno per loro una carezza o una pagina di un libro di favole, quando stanchi di giocare si addormenteranno, loro sì non fingendo di sognare. Spensieratezza da cui noi tutti dovremmo imparare. L’aria è cambiata, il sole è tramontato, la notte si prepara a vivere il suo momento di festa. Gli altri non vedono l’ora di correrle dietro, chi stremato, chi assonnato, chi spiritato, tutti allegri fantasmi di ciò che solo lei è capace di architettare. 
I vicoli stanno ad ascoltare i segreti degli amanti. Nessuno li disturberà. Qualcuno ha lasciato libero un aquilone. 

Angela Rita Iolli

NUMERI E PAROLE di Angela Rita Iolli

letteregemelle

 

“Anche all’ombra della morte due pù due non fa mai sei” (Tolstoi)

Ci sono giorni la cui somma viene data dall’esperienza che abbiamo avuto nei loro confronti, accorgendoci a malincuore che i conti non tornano quasi mai, fatti di numeri che vediamo di continuo attorno a noi. Quegli stessi numeri che maneggiamo con cura nel fare la spesa oppure con destrezza nel portare a termine un sudoku, quando ci riesce. E che proprio per questa familiarità verso di loro finiamo con il dare per scontati, senza immaginare l’universo di sogni, di idee, di scoperte e storie che ciascuno di loro può regalarci. Offrendoci una ricchezza infinita, nascosta dietro un pallottoliere di affascinanti formule. E così ci immaginiamo tanti Einstein, relativamente geni arrivando persino a convincerci che la matematica più che un’opinione è stata sempre una recondita armonia. Quella che ci porta a parlare di meccanica quantistica e di Gauss, rimanendo noi stessi catturati da quel flusso magnetico, come se stessimo ascoltando un andante allegro del divino Amadeus, un libro sui destini del mondo di George Orwell o riflettendo sul senso della vita. La vita, lei stessa ridotta ad un numero travestito e moltiplicato per gli anni della nostra età, con le sue domande infinite e i suoi calcoli infinitesimali, attraverso i quali si dipana l’intricato gomitolo della struttura del DNA, il sofferto pentagramma su cui Bach scrisse la sua Messa in Si minore, il gusto un po’ strano che caratterizza i sapori dei quark, ma assai elettrizzante. Numeri, soltanto numeri, che abbiamo imparato a conoscere ancor prima di andare a scuola, osservando quelle strane forme sulle targhe delle macchine, sui numeri civici delle vie, sulle foto un po’ sbiadite delle lire, sulle pagine di un libro, ossessionando sino allo sfinimento chi li conosceva già. Salvo poi pentirci di averli conosciuti, quando frequentando le scuole ci apparivano sotto forma di tabelline, memorizzate a pappagallo con grande gaudio di Pitagora che ahinoi così sapientemente ha saputo allinearli. Il nostro incubo dell’infanzia, appena attenuato da filastrocche e canzoncine in cui quarantaquattro gatti in fila per tre col resto di due dovevano portarci a capire che 6 per sette, da quando gli astronomi babilonesi si cimentarono con i numeri restando leggendari, avrebbe fatto per sempre 42. E crescendo avrebbero accompagnato le nostre giornate peggiori in compiti di matematica, dove iperboli assurde segnavano la nostra condanna e improbabili formule chimiche ci portavano a colorare la nostra media scolastica di uno strano rosso, che stava alla vergogna come il quattro impresso sulla pagella. Inesorabile, un colpo ai nostri sogni nel cassetto, schizofrenica convinzione di diventare ingegneri famosissimi. Andando a ritroso nel tempo a quei scienziati egizi, che hanno saputo creare dei veri e propri rompicapo, quasi a voler mantenere il segreto su quei straordinari capolavori di ingegneria. Questione di numeri, questione di solitudine. E i conti continuano a non tornare e noi come piccoli Don Chisciotte a lottare contro i mulini a vento dei nostri pensieri per arrivare a farli quadrare e a scoprire i nostri portafogli sempre più vuoti. E se i mesi sono fatti di 30 e 31 giorni, salvo una rara eccezione durante l’inverno, che fatica arrivare al 15 con l’acqua alla gola e la paura di non farcela. Anoressia da numero. E noi ad ascoltare promesse che non arriveranno mai, sotto smentite spoglie di chi con un sorriso vorrebbe ingannarci, mentre c’è chi non riesce nemmeno più a sorridere, invitandoci a segnare indelebilmente a matita un segno su speranze elettorali ormai andate in fumo. E i conti continuano a fare acqua da tutte le parti, mentre c’è chi fa mettere l’abito della festa a finanziarie senza scrupolo accumulando altri debiti sulla propria personale disperazione e sui nodi alle cravatte che stringono sempre di più. E i conti che ci inseguono con i loro numeri, che moltiplicati si divertono a farci recapitare bollette aggiungendo un pizzico di suspense subito svanito dopo l’apertura della buste. Numeri approssimativi su fragili giornate dove gli orologi spietati continuano a girare le loro lancette fino alla mezzanotte, quando solo la pienezza della luna illumina stanze dove non si riesce più a dormire e se solo si potesse ci piacerebbe puntare sui numeri sognati e dettati con una smorfia dal morto che parla, assolutamente da affiancare alla paura, in un ambo che ci regalerebbe ossigeno. La teoria della probabilità, che rovesciata si chiama sfortuna, lei sì che ci vede bene. Numeri e la loro solitudine insieme a chi li sta a guardare e come un bambino felice vorrebbe soltanto contare uno.. due .. tre … stella. Ma i conti non tornano più e i numeri hanno smesso di parlarci.

 

Angela Rita Iolli

IL CORRIDOIO DEI PASSI PERDUTI di Angela Rita Iolli

Il Corridoio dei Passi Perduti di Angela Rita Iolli

 

Vedo attorno a me uomini spenti, figure sbiadite che attendono la loro fine, indifferenti, senza difendersi. Persone che percorrono lievi la loro strada, come sospesi nel nulla, tutti tesi ad accumulare ciò che, poi, lasceranno sulla terra, ignari di un vuoto destino. Li vedi camminare lungo un corridoio dove i passi non si contano più, sono andati perduti. Persino le loro ombre si sono staccate da muri pericolanti, pieni di calcinacci, non avendo più nulla da dire, se non prendere strade diverse. Non è servito a niente patteggiare con il male, assicurandosi un’esistenza dove tormento ed estasi la fanno da padrone. E Mefistofele a guardare divertito i novelli Faust e Dorian Gray e la loro perdizione senza via d’uscita. Ad assaporare il suo trionfo, il suo inganno sopraffino, il nulla in contraccambio. Pare di sentirla la sua risata beffarda, traditrice, un sorriso terrificante. E quella discesa agli inferi, dove Caronte non accetta più oboli per traghettare anime irriconoscibili e dannate per sempre. Unico ricordo la bellezza che fu, un tempo di emozioni e sensazioni rimpiante. E quel corridoio a contare i passi senza che le orme lascino il segno perchè del loro cammino non resterà traccia. Facce sconvolte li guarderanno passare, sono fantasmi, sono ombra, sono ciò che il male ha disposto per loro. Un grido flebile si ode nella notte, simile a quella che nel deserto appare buia e fredda come la morte. Nessuno lo ascolterà e nessuna porta si aprirà per accoglierla, sembra di vivere un sogno, ma i sogni dovrebbero garantirci sempre il lieto fine e non la paura fottuta di fallire. Ed ecco ritornare il patto scellerato, quell’aggrapparsi all’inutilità di una promessa, che serve solo ad abbruttire, a renderci schiavi di passioni inespresse davanti a specchi rotti che deformano la nostra immagine. E Mefistofele ancora a ridere con il suo sguardo luciferino di quelle povere maschere, figlie di un copione e di una sceneggiatura maledetti. Povere marionette ridicolizzate da fili diretti dall’ennesimo Mangiafuoco. Senza trucco, senza recita a soggetto,senza personaggi in cerca d’autore, un vortice ad avvolgere speranze e voglie di ripensamento. Solo muri davanti e quel corridoio asettico, marmoreo, terribile, dove si aggirano uomini irriconoscibili e si è perso il conto dei passi. Le orme hanno smesso di lasciare impronte in quel corridoio di passi perduti. 
I demoni della mente hanno preso oramai il sopravvento.

Angela Rita Iolli

OSCAR WILDE di James Joyce

oscar-wildeOSCAR WILDE

Articolo di James Joyce apparso sul “Piccolo della Sera” di Trieste (24 marzo 1909) e scritto in italiano dall’autore

 

Oscar Fingal O’Flahertie Wills Wilde. Tali furono i titoli altisonanti ch’egli, con alterigia giovanile, volle far stampare sul frontespizio della sua prima raccolta di versi e con quel medesimo gesto altiero con cui credeva nobilitarsi scolpiva forse in modo simbolico, il segno delle sue pretese vane e la sorte che già l’attendeva. Il suo nome lo simboleggia: Oscar, nipote del re Fingal e figlio unigenito di Ossian nella amorfa odissea celtica, ucciso dolorosamente per mano del suo ospite mentre sedeva a mensa: O’Flahertie, truce tribù irlandese il cui destino era di assalire le porte di città medievali, ed il cui nome, incutendo terrore ai pacifici, si recita tuttora in calce all ‘antica litania dei santi fra le pesti, l’ira di Dio e lo spirito di fornicazione “dai feroci O’Flahertie, libera nos Domine”. Simile a quell’Oscar egli pure, nel fior degli anni, doveva incontrare la morte civile mentre sedeva a mensa coronato di finti pampini e discorrendo di Platone: simile a quella tribù selvatica doveva spezzare le lance della sua facondia paradossale contro la schiera delle convenzioni utili: ed udire, esule e disonorato, il coro dei giusti recitare il suo nome assieme a quello dello spirito immondo.

Il Wilde nacque cinquantacinque anni fa. Suo padre era un valente scienziato, ed è stato chiamato il padre dell’otologia moderna: sua madre partecipò al movimento rivoluzionario letterario del ’48, collaborando all’organo nazionale sotto lo pseudonimo di Speranza con le sue poesie e con articoli incitanti il popolo alla presa del castello di Dublino. Ci sono delle circostanze riguardanti la gravidanza di Lady Wilde e l’infanzia del figlio che, al parer di alcuni, spiegano in parte la triste mania (se cosi è lecito chiamarla) che lo trasse più tardi alla rovina, ed è certo almeno che il fanciullo crebbe in un ambiente di sregolatezze e di prodigalità.

La vita pubblica di Oscar Wilde si aperse all’Università di Oxford ove, all’epoca della sua immatricolazione, un solenne professore di nome Ruskin, conduceva uno stuolo di efèbi anglosassoni verso la terra promessa della società avvenire, dietro una carriola.

Il temperamento suscettibile di sua madre riviveva nel giovane; ed egli risolse di mettere in pratica, cominciando da se stesso, una teoria di bellezza in parte derivata dai libri di Pater e di Ruskin ed in parte originale. Sfidando le beffe del pubblico proclamò e praticò la riforma estetica del vestito e della casa.

Tenne dei cicli di conferenze negli Stati Uniti e nelle province inglesi e diventò il portavoce della scuola estetica, mentre intorno a lui andava formandosi la leggenda fantastica dell’apostolo del bello. Il suo nome evocava alla mente del pubblico un’idea vaga di sfumature delicate, di vita illeggiadrita di fiori: il culto del girasole, il suo fiore prediletto, si propagò fra gli oziosi ed il popolo minuto udì narrare del suo famoso bastone d’avorio candido luccicante di turchesi e della acconciatura neroniana dei suoi capelli.

Il fondo di questo quadro smagliante era più misero di ciò che i borghesi immaginavano. Medaglie, trofei della gioventù accademica, salivano di quando in quando il sacro monte che ha il nome di pietà; e la giovane moglie dell’epigrammatico dovette qualche volta farsi prestare da una vicina il danaro per un paio di scarpe. Il Wilde si vide costretto ad accettare il posto di direttore di un giornale molto insulso; e solo colla rappresentazione delle sue commedie brillanti egli entrò nella breve fase penultima della sua vita: il lusso e la ricchezza. Il “Ventaglio di Lady Windermere” prese Londra d’assalto. Il Wilde, entrando in quella tradizione letteraria di commediografi irlandesi che si stende dai giorni di Sheridan e Goldsmith fino a Bernard Shaw, diventò, al par di loro, giullare di corte per gli inglesi. Diventò un arbitro d’eleganze nella metropoli e la sua rendita annua, provento dei suoi scritti, raggiunse quasi il mezzo milione di franchi. Sparse il suo oro fra una sequela di amici indegni. Ogni mattina acquistò due fiori costosi, uno per sé, l’altro per il suo cocchiere; e persino il giorno del suo processo clamoroso si fece condurre al tribunale nella sua carrozza a due cavalli col cocchiere vestito di gala e collo staffiere incipriato.

La sua caduta fu salutata da un urlo di gioia puritana. Alla notizia della sua condanna la folla popolare, radunata dinanzi al tribunale, si mise a ballare una pavana sulla strada melmosa. I redattori dei giornali furono ammessi all’ispettorato ed, attraverso la finestrina della sua cella, poterono pascersi dello spettacolo della sua vergogna. Strisce bianche coprirono il suo nome sugli albi teatrali; i suoi amici lo abbandonarono; i suoi manoscritti furono rubati mentre egli, in prigione, scontava la pena inflittagli di due anni di lavori forzati. Sua madre morì sotto un nome d’infamia: sua moglie morì. Fu dichiarato in istato di fallimento, i suoi effetti furono venduti all’asta, i suoi figli gli furono tolti. Quando uscì di carcere i teppisti sobillati dal nobile marchese Queensberry l’aspettavano in agguato. Fu cacciato, come una lepre dai cani, da albergo in albergo. Un oste dopo l’altro lo respinse dalla porta, rifiutandogli cibo ed alloggio, e al cader della notte giunse finalmente sotto le finestre di suo fratello piangendo e balbettando come un fanciullo.

L’epilogo volse rapidamente alla sua fine e non vale la pena di seguire l’infelice dalla suburra napoletana al povero albergo nel quartiere latino, ove morì di meningite nell’ultimo mese dell’ultimo anno del secolo decimonono. Non vale la pena di pedinarlo come fecero le spie parigine: morì da cattolico romano, aggiungendo allo sfacelo della sua vita civile la propria smentita della sua fiera dottrina. Dopo aver schernito gli idoli del foro, piegò il ginocchio, essendo compassionevole e triste chi fu un giorno cantore della divinità della gioia: e chiuse il capitolo della ribellione del suo spirito con un atto di dedizione spirituale.

Questo non è il luogo di indagare lo strano problema della vita di Oscar Wilde né di determinare fino a che punto l’atavismo e la forma epilettoide della sua nevrosi possano scagionarlo di ciò che a lui si imputò. Innocente o colpevole che fosse delle accuse mossegli, era indubbiamente un capro espiatorio.

La sua maggior colpa era quella di aver provocato uno scandalo in Inghilterra; ed è ben noto che l’autorità inglese fece il possibile per indurlo a fuggire prima di spiccare contro di lui un mandato di cattura. A Londra sola, dichiarò un impiegato del ministero dell’interno, durante il processo, più di ventimila persone sono sotto la sorveglianza della polizia, ma rimangono a piede libero fintantoché non provochino uno scandalo. Le lettere di Wilde ai suoi amici furono lette dinanzi alla Corte ed il loro autore venne denunziato come un degenerato, ossessionato da pervertimenti erotici. “Il tempo guerreggia contro di te; è geloso dei tuoi gigli e delle tue rose.” “Amo vederti errare per le vallate violacee, fulgido colla tua chioma color miele.” Ma la verità è che Wilde, lungi dall’essere un mostro di pervertimento sorto in modo inesplicabile nel mezzo della civiltà moderna d’Inghilterra, è il prodotto logico e necessario del sistema collegiale ed universitario anglosassone, sistema di reclusione e di segretezza. L’incolpazione del popolo procedeva da molte cause complicate; ma non era la reazione semplice di una coscienza pura.

Chi studi con pazienza le iscrizioni murali, i disegni franchi, i gesti espressivi del popolo, esiterà a crederlo mondo di cuore.

Chi segua dal di presso la vita e la favella degli uomini, sia nello stanzone dei soldati, che nei grandi uffici commerciali, esiterà a credere che tutti coloro che scagliarono pietre contro il Wilde furono essi stessi senza macchia. Difatti ognuno si sente diffidente nel parlare con altri di questo argomento, temendo che forse il suo interlocutore ne sappia più di lui. L’autodifesa di Oscar Wilde nello “Scots Observer” deve ritenersi valida dinanzi alla sbarra della critica spassionata. Ognuno, scrisse, vede il proprio peccato in Dorian Gray (il più celebre romanzo di Wilde)

Quale fu il peccato di Dorian Gray nessun lo dice e nessun lo sa

Chi lo scopre l’ha commesso

Qui tocchiamo il centro motore dell’arte di Wilde: il peccato. Si illuse credendosi il portatore della buona novella di un neopaganesimo alle genti travagliate. Mise tutte le sue qualità caratteristiche, le qualità (forse) della sua razza, l’arguzia, l’impulso generoso, l’intelletto asessuale al servizio di una teoria del bello che doveva, secondo lui, riportare l’evo d’oro e la gioia della gioventù del mondo. Ma in fondo in fondo se qualche verità si stacca dalle sue interpretazioni soggettive di Aristotele, dal suo pensiero irrequieto che procede per sofismi e non per sillogismi, dalle sue assimilazioni di altre nature, aliene dalla sua, come quelle del delinquente e dell’umile, è questa verità inerente nell’anima del cattolicesimo: che l’uomo non può arrivare al cuor divino se non attraverso quel senso di separazione e di perdita che si chiama peccato.

Nell’ultimo suo libro “De Profundis”, si inchina davanti ad un Cristo gnostico, risorto dalle pagine apocrife della “Casa dei melograni” ed allora la sua vera anima, tremula, timida e rattristata, traluce attraverso il manto di Eliogabalo. La sua leggenda fantastica, l’opera sua, una variazione polifonica sui rapporti fra l’arte e la natura anziché una rivelazione della sua psiche, i libri dorati, scintillanti di quelle frasi epigrammatiche che lo resero, agli occhi di alcuno, il più arguto parlatore del secolo scorso, sono ormai un bottino diviso.

Un versetto del libro di Giobbe è inciso sulla sua pietra sepolcrale nel povero cimitero di Bagneux. Loda la sua facondia, “eloquium suum”, il gran manto leggendario che è ormai un bottino diviso. Il futuro potrà forse scolpire là un altro verso, meno altiero, più pietoso: “Partiti sunt sibi vestimenta mea et super vestem meam miserunt sortes.”

 

JAMES JOYCE

CESARE PAVESE “Poesia è Libertà”

 

cesarepavesePoesia è libertà
Datato nel manoscritto: 31 dicembre 8 gennaio 1949. Pubblicato su «Il Sentiero dell’Arte», Pesaro, 15 marzo 1949. In seguito Pavese vi apportò qualche lieve correzione, per pubblicarlo su «Cultura e Realtà» dove usci postumo, nel numero 2 (luglio-agosto 1950). La stesura che riportiamo è appunto quella corretta.

In poesia l’inventore di un genere, di uno stile, di un tono, lo scopritore di una terra incognita, riesce ‒ è cosa nota ‒ piú esauriente ed efficace dei suoi epigoni, dei molti o dei pochi che su questo stile e tono, su questa terra incognita dovrebbero ormai saperla piú lunga del pioniere, e certo continuano l’opera sua con facile confidenza e piú raffinati strumenti. Avviene qui un fatto che non ha riscontro in nessun’altra attività umana. Il primo che getta lo sguardo e si avanza in una nuova provincia è anche il suo piú efficiente sfruttatore, e piú che un diboscamento e una messa a coltura la sua si direbbe un’incursione mongolica, uno di quei saccheggi sulle orme dei quali non ricresce l’erba. Non mancano i casi di creatori che letteralmente soffocano in culla gli epigoni e non sorge il secondo a raccoglierne l’eredità. A costoro, di solito, si ritorna soltanto dopo secoli, quando cioè la vicissitudine delle ideologie e dei gusti ha fatto della loro opera quasi un oggetto, una creazione della natura ‒ come le intemperie fanno di certi monumenti ‒ e si può ispirarsene con un senso di scoperta genuino, come rifacendosi a un dato naturale.
Il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre; il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve. Qualche volta vive tutta la vita, tra il rispetto e l’applauso del prossimo, senz’accorgersi che alle sue conserve manca il gusto della terra ‒ dell’acqua e del cielo. È un letterato. Quasi sempre lo sa e se ne vanta. Meglio cosí, del resto, che se di sperasse di sé: il letterato che dispera di sé, cioè che comincia a lagnarsi, diventa non poeta ma soltanto peggior letterato.
Il poeta ‒ diciamo ‒ inventa, comprende e passa oltre. Ma non c’è da scherzare nemmeno per lui. A ogni svolta del suo lavoro, della sua conquista, lo attende il pericolo della Capua letteraria. Uno può sempre farsi epigono di se stesso: cedere alla tentazione di fermarsi piú del lecito a sfruttare il paese già conosciuto e conquistato. E il tragico è questo: che mentre a un letterato non occorre esser altro che letterato, un poeta dev’esser anche letterato (cioè colto, secondo il suo tempo) e dominare con mano ferma questo groviglio di abitudini e compiacenze che è la sua letteratura. Il suo cammino è quello delle anime sul ponte del Paradiso: un filo di rasoio o, se si vuole, una bava di ragno.
Che cosa significa che un poeta si fermi piú del lecito a sfruttare il paese? Significa che finga a se stesso di non sapere quel che già sa. Fonte della poesia è sempre un mistero, un’ispirazione, una commossa perplessità davanti a un irrazionale ‒ terra incognita. Ma l’atto della poesia ‒ se è lecito distinguere qui, separare la fiamma dalla materia divampante ‒ è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere. Il mito e il logo. Chi ha veduto una volta nella propria ispirazione, chi ha ridotto a parole, a discorso, articolandola nel tempo e nello spazio, l’estatica meraviglia dell’essere, si rassegni e a proposito del mito in questione non finga a se stesso, per rigustare il tormentoso piacere, una verginità che ha perduto. Se, beninteso, la sua occhiata, la sua riduzione del mito a figura, è stata esauriente e sovrana (e quest’occhiata non è mai folgorante; occorrono giorni e anche anni di tormentosi tentativi e di ricerche); costui può contentarsi e attendere con equanimità che dal groviglio della coscienza, del ricordo e della macerazione gli nasca una nuova verginità, una nuova ispirazione, un nuovo mito. Per ora dovrà contentarsi. O fingendo di non sapere quel che già sa, cincischiare il pubblicato mistero e farsi letterato.
Non è facile dire quando il poeta debba fermarsi. Di solito la meraviglia gli è nata cosí dal profondo, e l’immagine creata ‒ la prima preda della terra incognita ‒ ha radici cosí tenere e sensibili nella sua sostanza spirituale, che staccarsene significa lacerare se stesso, restar vuoto come un guscio succhiato. Di solito la capacità di stupirsi, la ricchezza mitica, è in ciascuno una dote limitata, finita. Come non esiste uno spirito che non possa, stando su di sé, cogliere nel suo fondo un barlume di mistero, una capacità sia pur esile di poesia (su ciò è fondata l’universale leggibilità dei poeti), cosí è ogni volta una eccezione, è esso stesso un prodigio, il creatore per cui questo barlume si allarghi irresistibile a paesaggio complesso, a multiforme, accidentata, inesauribile provincia. Si aggiunga che la riduzione a figura, a chiara visione, a conoscenza mondana di un’estatica e rovente intuizione mitica può soltanto avvenire sul terreno di una fredda consuetudine tecnica, di un’acquisita esperienza culturale di avvenute riduzioni di vecchi miti a mondo organico e razionale, sulla esperienza insomma di passate estasi altrui già divenute letteratura. C’è un senso in cui il poeta autentico non può non essere il piú colto dei letterati contemporanei. Ma dunque il pericolo di abbandonarsi ad abitudini e compiacenze, di fingere a se stesso ispirazione e verginità, di prendere la scorciatoia di uno stile dato ‒ di vedere mistero dove mistero non c’è piú ‒ è tanto piú immediato per l’autentico poeta, quanto maggiore è il numero a lui noto di comode strade già aperte, già spianate, e quanto piú impervia e singolare gli appare la strada dell’ignoto, dell’informe, dell’inespresso.
Va da sé che anche i letterati compiono opera proficua, e nulla è piú inconcludente della romantica crociata rivolta a sterminarli e umiliarli. Ciò non soltanto perché i maggiori poeti affondano radici nel terriccio e nel concime della letteratura e ne sono nutriti e insomma composti per massima parte, ma soprattutto perché i letterati costituiscono l’ossatura del pubblico che ascolta i poeti e dànno una voce e un senso alle aspirazioni e risposte di questo pubblico ingenuo. Ciò che è stato veduto e ridotto a chiarezza dal poeta, le sue prede nel paese sconosciuto, somiglia a quella fauna della savana e della giungla che il cacciatore ha catturato e che trasporta in paese civile. Queste creature strane, ancora intrise di un fiero e primordiale sbigottimento, vanno ingabbiate, mostrate, spiegate, fatte vivere tra noi. Non serve stare sulle sue. Se fosse possibile moltiplicando e isolando tra noi i grandi capolavori poetici far tacere ogni altra voce, ogni commento, ogni volgarizzazione, avremmo fatto un lavoro come di chi riempisse i crocicchi con belve ombrose e feroci, e ne adibisse intanto le gabbie a carcere dei domatori e dei guardiani. Sparirebbero insieme la vita civile e le belve, o meglio si assisterebbe a una nuova partita di caccia con spreco di vite, di tempo, e con indignazione degli stessi cacciatori. Meglio riconoscere che fin che il mondo produce poesia ‒ fin che giungono dall’ignoto mostri incantevoli o atroci ‒ il compito dell’uomo civile è popolarne lo zoo e dar loro un nome e una gabbia ‒ farne letteratura.
Ma che siano davvero mostri, miti incarnati, scoperte. Non cani bassotti o tacchini. Il mondo è pieno di chimere e di sorprese, ma soltanto quelle autentiche interessano al poeta, e soltanto quando a questi sia riuscito di costringerle a rivelare il loro nome esse interessano a noi. Ora, non tutti si rendono conto di che cosa questo importi.
Una cosa da nulla. Il poeta, in quanto tale, lavora e scopre in solitudine, si separa dal mondo, non conosce altro dovere che la sua lucida e furente volontà di chiarezza, di demolizione del mito intravisto, di riduzione di ciò ch’era unico e ineffabile alla normale misura umana. L’estasi o groviglio in cui s’affiggono i suoi sguardi dev’esser tutta contenuta nel suo cuore, e filtratavi con impercettibile processo che risalga per lo meno alla sua adolescenza, come nel lento agglomerarsi di sali e di succhi da cui dicono che nascano i tartufi. Nulla di preesistente, nessun’autorità esteriore, pratica, può quindi aiutarlo o guidarlo nella scoperta della nuova terra. Questa è ormai cosa tanto a lui carnalmente interiore quanto il feto nell’utero. Se egli sta veramente riducendo a chiarezza un nuovo tema, un nuovo mondo (e poeta è soltanto chi faccia questo), per definizione nessun altro può essere a giorno di questo tema, di questo mondo in gestazione, se non lui che ne è l’arbitro. Inevitabilmente i consigli e i richiami che gli giungeranno dall’esterno, usciranno da un’esperienza già scontata, rifletteranno una tematica e un gusto già esistenti, cioè insisteranno perché il poeta sfrutti un paese già noto, finga a se stesso di non sapere quel che già sa. A farla breve, gli interventi dottrinali, pratici ‒ sia pure espressi da un consesso dei piú competenti colleghi, dei meglio intenzionati lettori o dei padri piú reverendi – non possono tendere ad altro che a respingere il poeta nella letteratura, a impedirgli di svolgere il suo compito specifico di conquistatore di terra incognita. La costrizione ideologica esercitata sull’atto della poesia trasforma senz’altro i leopardi e le aquile in agnelli e tacchini. Detto altrimenti, instaura l’Arcadia.
Qui si vede l’importanza della cultura del poeta, quell’imperativo per cui nella sua vita quotidiana egli deve tendere a farsi il piú colto dei contemporanei. Se il poeta veramente ricerca chiarezza e attende a esorcizzare i suoi miti trasformandoli in figure, non va taciuto ch’egli potrà dire d’avercela fatta soltanto quando questa chiarezza sarà tale per tutti, sarà cioè un bene comune in cui la generale cultura del suo tempo potrà riconoscersi. E che altro vuol dir questo se non che lo stile, il tono, il paese da lui scoperti s’inseriranno naturalmente nello storico panorama della sua generazione e contribuiranno a comporne il nuovo orizzonte, la consapevolezza, frutto come sono di un autentico stupore che soltanto i piú progrediti e spregiudicati mezzi d’indagine hanno potuto risolvere in umano discorso? Ma, si badi, un autentico stupore vuoi dire uno stupore autentico, cioè non mentito, cioè quel residuo irrazionale che resta tale alla luce della piú scientifica teoria dell’epoca. Prima d’essere poeti siamo uomini, cioè coscienze che hanno il dovere di darsi, mettendosi alla scuola sociale dell’esperienza, la massima consapevolezza possibile. Invece, tutti quei consigli, quegli ammonimenti che i responsabili di una generazione rivolgono ai poeti in quanto tali, sono a dir poco superflui, esteriori, indecenti, come i consigli che la madre usava un tempo dare alla figlia la vigilia delle nozze. Il vero poeta se li è già rivolti da sé, facendosi colto. Meglio sarebbe esortare con vigore a cultura e consapevolezza i candidati alla vita sociale ‒ i giovani letterati, ingegneri, seminaristi ‒ e inculcar loro che la direzione della vita interiore è una sola, l’instancabile demolizione dei miti, la riduzione di ogni perplessità da stupore a chiarezza. E poi, se qualcuno di loro annuncerà d’essere poeta e ne darà ragionevoli speranze, lasciarlo tuffarsi nel gorgo della sua inquietudine e stare a vedere l’effetto. Nessuno altri che lui può trovare la strada giusta, poiché lui solo conosce la mèta.

LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA II°

la-schiavitu-della-donna1Mi sembra evidente che l’atteggiamento adottato naturalmente verso le varie citazioni (per quanto telegrafiche e del tutto embrionali) dei rapporti storici tra le religioni, i miti arcaici, le gerarchie patriarcali e le donne, venga recepito con distacco e – per così dire – disturbato dal sospetto di anacronismo, oppure di non sufficiente laicità, o ancora come un elemento che poco, molto poco abbia a che fare nel concreto con una discussione che – forse per alcuni/e – andrebbe epurata dai contesti storici, che possono risultare anche – volendo – pesanti o pedanti, quindi che “rallentino” il formarsi estemporaneo di un istinto alla risposta. Capisco. Capisco ma non condivido. 
Intanto, non v’è nulla, nulla al mondo che possa essere decontestualizzato.
A meno che non si voglia avventurarsi in quel cammino del parlare per il parlare, di cui auspico nessuno – dei presenti in questo peculiare gruppo (“peculiare” perchè non si sottrae a temi scottanti, scomodi, difficili, impegnativi, prendi me che stamattina ch’è domenica, anzichè stare a suonare il pianoforte che mi aspetta inutilmente sto qui a dedicare il miol tempo a questo gradevole e significativo scambio…) nessuno – dicevo – voglia parlare tanto per farlo.
Diciamo solo per sfogarsi, per partecipare e basta.

Sono convinto che si possa fare bene. Che si possano articolare pensieri supportati da fatti. Che, prima di fare affermazioni personali, si possa avere quell’attenzione (che fa la differenza) alle fonti (storiche, critiche, filosofiche, teologiche, sociologiche, antropologiche,etc.).

L’argomento che ho proposto – e ringrazio tutti quelli che hanno risposto e che risponderanno – è come un campo disseminato di cluster bomb: ad ogni piccolo passo c’è il rischio di una serie di esplosioni, e questo carattere di elevato indice di rischio e di lacerazione intellettuale mi piace, anzi lo prediligo. E’ così perchè viviamo in un mondo dove tutto è – apparentemente – semplice: è semplice – soprattutto – esprimersi. Esternarsi con naturalezza.

Ma tutto dipende dallo spessore che attribuiamo alle tematiche che vogliamo fare nostre, anche con poche righe.

Sembra una premessa ex-cathedra ma non lo è, e non lo è nei fatti che ora dimostrerò.

Riassumo i termini della mia provocazione intellettuale:

– Schiavitù (in generale);
– Schiavitù all’origine del moto perpetuo del progresso;
– Assenza cronica di dicotomia tra civiltà e crimine;
– Energia a costo zero nel rapporto tra potere e sopraffazioni;
– Schiavitù della donna;
– Patriarcato e religioni maschili o maschiloidi;
– Negazione e inquinamento della protoforma religiosa e civilizzatrice, o Grande Madre presente in tutte le culture anteriori alle divinità maschili, sotto diversi nomi e miti. 

Ma – per ora – restiamo nella dimensione femminile.
Nell’ultimo punto, quando dico “negazione” dico disinteresse prevalente statistico dei ricercatori; dico non sufficiente documentazione; dico non attribuzione di valore antropologico – se non in forme a cui la cultura maschile ci ha abituati: la divinità della Grande Madre è messa in realzione alla “terra”, come fosse un ulteriore meccanismo biologico al pari della vita animale, deprivata di intelligenza creativa o – per usare una definizione da mettere or ora in discussione “anima intellettiva”.

Quindi (nel secondo aspetto dell’ultimo punto dico “inquinamento”) cosa deve – necessariamente – incanalare il flusso delle domande che dobbiamo porci?

A questo punto – anche se pleonastico – dobbiamo o non dobbiamo anche dire che tutta la violenza esercitata sulle donne (una violenza tutta maschile, tutta nata nella culla delle paure profonde che i maschi hanno delle donne e delle loro qualità) è un prodotto “antico”, “primordiale”, che viene fuori quando nei miti il maschile spezza il legame con la madre, quindi con la terra generatrice, e assoggetta la natura (in sintesi estrema).

Il maschio (si badi bene e non l’uomo inteso “umanità sia maschile che femminile”) non è più figlio armonioso della terra, ma suo dominatore. 

Questo mi sembra il varco da cui far passare le nostre interrogazioni alla storia, all’antropologia.

La femmina è la madre di tutto, ma il suo potere viene detronizzato dal maschio per gradi. Nasce allora il Patriarcato che sostituirà il Matriarcato.

Ma – detto così – non vuol dir nulla (torniamo a non parlare tanto per farlo).

Per capire come è nato e si è sviluppato il patriarcato, è innanzitutto necessario conoscere le società non-patriarcali o matriarcali dalle quali ha tratto le sue origini. Il secondo punto cruciale consiste nell’evitare spiegazioni che prendano in considerazione una sola causa, cioè non cercare un’unica ragione di questa trasformazione che ha agito a livello mondiale e che è avvenuta in un lasso di tempo lunghissimo. Si potrà rispondere alla domanda: “Come è nato il patriarcato?”, solo se si prenderanno in considerazione tutti i passaggi delle molteplici cause che hanno contribuito al suo sviluppo. Durante il lungo periodo di transizione al patriarcato, in tempi diversi su continenti diversi, cause sempre nuove e diverse hanno generato molteplici cambiamenti.

I patriarcati sono società di dominio, ed è un mito che siano universali. Si tratta solamente di un caposaldo dell’ideologia patriarcale. Spiegare la nascita del patriarcato significa spiegare la nascita del dominio, e questo non è affatto un compito facile. Anzi, dato che i modelli di dominio dipendono da così tante condizioni correlate, dovettero passare lunghi periodi di tempo prima che questi sistemi di organizzazione sociale fossero inventati e perfezionati.

Prendiamo in esame alcune teorie sulla nascita del patriarcato e valutiamole: le principali sono la scoperta della paternità biologica, l’innovazione tecnologica; la pastorizia; la differenziazione sociale basata sulla divisione del lavoro e, ultima ma non meno rilevante, i difetti della personalità maschile.

1. Ci sarebbe molto da confutare nelle teorie che indicano la scoperta della paternità biologica quale causa del passaggio dal matriarcato al patriarcato. Affinché fosse riconosciuta la paternità e la genealogia patrilineare si sono dovute isolare le donne, metterle sotto chiave e obbligarle alla monogamia. Da un punto di vista storico, è successo abbastanza recentemente e solo sotto la pressione del dominio. Per affermare un sistema di riconoscimento della paternità si deve organizzare un gruppo coercitivo in grado di sopprimere e soggiogare la maggioranza delle persone. Tale processo comporta l’usurpazione della cultura preesistente e la reinterpretazione dei concetti religiosi in modo da permettere a chi governa di produrre ideologia; si tratta di complesse strategie sociali indirizzate contro le donne. Quindi, perché ci fosse il riconoscimento della paternità, si è dovuto prima affermare il dominio.

Inoltre, alcuni matriarcati concepiscono la paternità biologica, ma questa non è di alcuna rilevanza perché è eclissata dalla “paternità sociale”. Nelle società matriarcali, il fratello della madre, lo zio materno, è il “padre sociale” dei suoi e delle sue nipoti, che condividono il suo nome del clan. In aggiunta, il patriarcato non si può essere sviluppato solo perché alcuni individui sono diventati consapevoli della loro paternità biologica, dato che, affinché diventi rilevante la paternità biologica, devono aver preso piede alcune pre-condizioni sociali della paternità patriarcale, come sottrarre le donne ai loro clan materni, confinarle con un solo marito e proibire loro di avere amanti.

2. Un argomento altrettanto debole è che l’introduzione di una sola innovazione tecnica come l’aratro, che richiede la forza fisica dell’uomo, abbia condotto alla nascita del patriarcato. Le prove antropologiche mettono in evidenza che le donne nelle società matriarcali non sono affatto il “sesso debole” creato artificialmente dalla cultura. Oltretutto, in molte società matriarcali, gli uomini arano e fanno lavori pesanti senza per questo propendere per la scelta del patriarcato. Non è assolutamente plausibile che una struttura sociale complessa come il matriarcato si sia potuta trasformare in un’altrettanto complessa struttura sociale come il patriarcato semplicemente per l’introduzione di una nuova tecnica lavorativa.

E la stessa obiezione può essere fatta riguardo al fatto che l’uso del cavallo e dell’allevamento intensivo, arrivati con le belligeranti culture pastorizie, possano aver condotto alla nascita del patriarcato. Sebbene queste tesi abbiano incontrato il favore di molti studiosi, sono contraddette da una grande quantità di prove storiche e antropologiche. La società nomade basata sulla pastorizia deriva dalle società agricole matriarcali, che già da molto prima allevavano gli animali domestici. Si sviluppò in regioni troppo aride per permettere la coltivazione, ma ne rimase pesantemente dipendente, perché gli uomini hanno bisogno di cibarsi di verdure. In effetti, la stessa società nomade una volta aveva una struttura matriarcale che in alcuni casi è durata fino ai nostri giorni, come per esempio i Tuareg del Sahara centrale, che sono rimasti fino a poco tempo fa una società nomade basata sulla pastorizia. Aggredivano le tribù confinanti cavalcando cammelli e cavalli. Tuttavia, hanno preservato fino ai giorni nostri i modelli sociali del matriarcato dell’età dell’oro. Modelli simili sono ancora validi presso le popolazioni pastorizie della Siberia e della Mongolia. Nel caso del Tibet, la società nomade pastorizia ha vissuto al margine della società agricola matriarcale delle valli dei fiumi da cui dipendeva. Quindi né l’allevamento intensivo né l’uso del cavallo possono essere i motivi che hanno determinato la nascita del patriarcato, dato che non spiegano la nascita del dominio maschile.

3. C’è anche la tesi secondo cui la proprietà di grandi mandrie di bestiame abbia fornito la base al potere dei primi patriarcati. Ma nelle società egualitarie – da cui si sono sviluppati i patriarcati – non è possibile che si sia determinata un’iniziale accumulazione di proprietà nelle mani di pochi senza che vi fosse una strenua resistenza da parte degli altri membri. Prima devono essere stabiliti i modelli di dominio e aboliti i principi economici dell’egualitarismo; in seguito, ma solo dopo, diventa possibile per qualcuno accumulare possedimenti privati su larga scala contro la volontà della maggioranza.

4. Improponibile è la tesi che, nel corso della storia, la divisione strutturata del lavoro e la differenziazione sociale che ne consegue abbiano potuto condurre al patriarcato. Ciò presuppone che le società matriarcali dovessero essere più “primitive”, solo perché precedettero quelle patriarcali. La teoria dell’evoluzione lineare dello sviluppo della storia della cultura umana è una pura finzione. Se fosse vera, oggi ci sarebbe la società più perfetta in assoluto! Da questo punto di vista, lo sviluppo della storia è distorto. Vengono omesse molte forme diverse di società, incluse quelle che, pur avendo generato varie competenze specializzate, si sono estinte. Inoltre, le società matriarcali del neolitico annoveravano i primi centri urbani caratterizzati da un alto livello di divisione del lavoro e differenziazione sociale. Non è stato trovato un così alto grado di cultura tra le orde patriarcali che le conquistarono.

5. A questo punto seguono poche ultime tesi discutibili. Una di queste è che gli uomini sono per natura “aggressivi e cattivi”, dimostrato dal fatto che sono stati loro a creare la società patriarcale della guerra e del dominio. Una tesi simile ipotizza che il matriarcato abbia messo a disagio gli uomini emarginandoli. Quindi si suppone che si siano rivoltati abbattendo il matriarcato e creando il patriarcato. Questa tesi presuppone che il sentire degli uomini matriarcali fosse lo stesso degli uomini patriarcali delle civiltà contemporanee. Nella nostra società, gli uomini sono propensi a pensare di essere marginali a meno che non siano al centro delle cure della madre, e che non costituiscano il senso della vita delle donne e, in generale, il fulcro della società. Ma i sentimenti degli uomini matriarcali sono diversi, perché i modelli delle società matriarcali sono diversi. Non ci sono né prove storiche né etnologiche a sostegno di queste argomentazioni biologiche o psicologiche.

Potremmo andare avanti per secoli su questo umile tentativo di analisi, ma – a questo punto – immagino che molti abbiano già gettato la spugna. Quindi fermiamoci un momento a riflettere.

Ciò che mi preme dimostrare è che le mie provocazioni meritano una centralità di interesse nella precipua domanda che pongo (a me stesso) adesso:

<<Quanto hanno snaturato l’identità naturale della donna tutte le sovrastrutture imposte dal dominio dell’uomo? E in particolare da quel sottile dominio ideologico che ha attraversato le religioni dove Dio è maschio?>>

Questa “non-forma” come riscatto, questo amorfismo rivendicativo è oggi al centro di una profonda riflessione di alcune filosofe e teologhe femministe contemporanee. Io la condivido pienamente, e accolgo con grande soddisfazione un innalzamento vertiginoso del senso del confronto. Il femminismo attuale non è quello del passato. Finalmente le cose si sono fatte più interessanti, anche per “i maschietti”, ma solo se intelligenti e in armonia con il femminino che vive in noi.

Grazie dell’attenzione 

Cordialissimi saluti

Salvatore Maresca Serra

LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA I°

la-schiavitu-della-donnaUna delle mie attività prevalenti è lo studio, l’altra lo scritto. 
Ebbene, in uno degli ultimi miei lavori è presente una parte dedicata alla donna nel rapporto con le religioni e le diverse culture. 

Il tema era utile all’architettura del lavoro complessivo: la mostruosità maschile nel rapporto con l’istituzione della schiavitù. Da dove nasce questa sorta di “istinto” a sottomettere l’altro da sé. 

Nonsolo: la parte che più mi interessa è dimostrare che la più grande energia che ha prodotto la “civiltà” è stata ed è (con una trasfigurazione delle modalità, oggi) la schiavitù. 

No schiavi? No civiltà!

Quando parliamo di “Energie” spesso dimentichiamo che quelle che hanno connotato maggiormente le forme del progresso non sono di carattere intellettuale, scientifico. Nell’analisi del progresso vi risiede una piramide che schiaccia le sue fondamenta storiche. E le scorpora culturalmente, sottoponendole ad un ulteriore oltraggio: la censura prevalente fatta di silenzi, di assenza di memoria istituzionale, di indifferenza alla celebrazione della sofferenza come valore delle società oggi “progredite e civili”.

Differentemente il mattone primigenio che dovremmo celebrare sull’altare del vero progresso è il sacrificio (sacer…concetto comodo) del primo schiavo della storia degli uomini, cioè la storia dei maschi: la donna.

Energia è donna. Energia è schiavi. Tutto il resto energetico viene molto dopo.

Vi invio quindi un appunto che avevo messo da parte nel 2000, e che mi sembra molto stimolante:

Le donne come capri espiatori. Teologia e femminismo

LA DONNA E’ LA PORTA DELL’INFERNO

Eva assaggiò la mela e da allora il mondo s’è trovato nei guai. O almeno, così è stato interpretato uno dei miti centrali della religione giudaico-cristiana. Non meraviglia che questa interpretazione sia stata pesantemente criticata dalla teologia femminista. Quel che segue riassume il dibattito.

“Non consento ad alcuna donna di insegnare o di aver autorità su uomini; essa deve tacere.” (I Timoteo, 2:12).

Undici di mattina, una domenica di Pasqua. La congregazione è in piedi mentre l’organo annuncia l’entrata della solenne processione. Un vescovo, mitra in testa, pastorale d’oro e paramenti colorati, parecchi preti e diaconi vestiti secondo il cerimoniale; numerosi ragazzi (chierichetti e coristi) avanzano lungo le navate prima di prendere i loro posti nella celebrazione del rito.

Che tutte queste persone siano soltanto maschi non sfugge a due donne della congregazione, prevalentemente femminile. Una si china verso l’altra e sussurra: “Ecco la marcia del patriarcato”.

La composizione tutta maschile del cast di questa cattedrale canadese è tipica di tutte le chiese cristiane nel mondo. Nonostante un piccolissimo numero di donne ordinate prete, la religione giudaico-cristiana è ancora dominio largamente maschile.

Oggi, tuttavia, sempre più donne si oppongono all’idea che la religione debba essere territorio solo maschile. Incolpare le donne di tutti i problemi del mondo è costume antico.

Le studiose di storia femministe hanno hanno rivelato storie orribili sulla persecuzione subita dalle donne per mano dell’ordine costituito. Si stima che circa nove milioni di donne siano morte nelle cacce alla streghe tra il 14° e il 17° secolo. Ma soltanto a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso le donne hanno cominciato a esprimere la loro collera, le loro ferite e il senso di tradimento. Il dolore ha dato voce a critiche aspre contro il pregiudizio maschile nella pratica, nel linguaggio e nel pensiero religioso.

Anche la vita privata delle donne continua a essere segnata dagli insegnamenti religiosi. In una riunione recente sulla violenza contro le mogli, una partecipante indicò il prete sul palco dei relatori: “Quante volte – chiese la donna—quante volte devo perdonare mio marito per avermi rotto le ossa e aver infuriato sul mio corpo? La Bibbia, il prete, la Chiesa, tutti mi dicono che devo perdonare settanta volte sette. I miei amici mi dicono che sono stupida a tornare da lui. Che cosa significa ‘mogli, siate sottomesse ai vostri mariti’?”

Il movimento femminista ha reso possibile la trasformazione di questo genere di sofferenza privata in critica organica, sistematica della religione patriarcale. Le femministe ebree cominciarono a esaminare l’idea tradizionale che durante la mestruazione le donne erano impure e che la vita religiosa delle donne ebree dovesse essere incentrata sulla casa. Le femministe cristiane misero in discussione l’insegnamento di San Paolo che la donna debba essere sottomessa al marito come la Chiesa a Cristo.

Ancora oggi le donne ebree ortodosse sono escluse dalla comunità dei fedeli in preghiera e siedono dietro una grata. Le donne cattoliche e protestanti che vogliono distribuire il pane e il vino devono invece servire nelle cene parrocchiali. Donne di tutte le denominazioni sentono ancora le frasi “Dio nostro padre’, i Figli di Dio, ‘gli Uomini di Dio’, e ‘la fratellanza umana’.

In questa teologia patriarcale, scrive la femminista americana Rosemary Ruether, “il maschio è considerato il rappresentante normativo della specie umana, la norma per l’immagine di Dio, e per la definizione dell’antropologia, del peccato, della redenzione e del ministero [sacerdotale].” La femmina, al contrario, è vista come “subordinata e sussidiaria al maschio. Le donne non compaiono mai nella teologia patriarcale quali rappresentative del genere umano in quanto tale. 
La loro posizione normativa è quella dell’assenza e del silenzio. Quando la teologia patriarcale parla delle donne, lo fa per ribadire la definizione del loro ‘posto’ nel sistema.
Le studiose femministe cominciarono anche a esaminare il rapporto tra il sessismo che le donne subiscono nel culto e la visione del mondo nella bibbia. Il racconto della creazione, condiviso da ebrei, cristiani e musulmani, è la pietra angolare del pregiudizio storico contro le donne. Secondo questo mito popolare ebreo, Eva tentò Adamo col frutto proibito, provocando così la cacciata dell’umanità dal Paradiso. L’identificazione della donna col male, la tentazione e il peccato sono così diventati un ingrediente primario della tradizione cristiana.

Mentre l’uomo è associato alla spiritualità, alla ragione e al divino, la donna è stata associata alla carne, alla materia e al mondo. Il bene e il male ebbero in questo modo le loro chiare controparti sessuali. Secondo questa prospettiva, le donne in realtà introdussero il male nel mondo. E dunque esse devono pagare per la loro colpa collettiva e redimersi.

E come? La religione del patriarcato dice che le donne si redimono con l’accettazione volontaria del loro ruolo di genere. Devono generare figli, tenere la loro sessualità sotto controllo ed essere pronte a sottomersi ai voleri del maschio.

La vittimizzazione delle donne nella tradizione cristiana è uno dgli ostacoli più grandi per le femministe. Colpevolizzare le vittime, esse pensano, è inevitabilmente controproducente. Porta la gente a puntare il dito contro gli individui piuttosto che contro il sistema sociale. In questo modo, il peccato e il male vengono personalizzati e indeboliti.

Rosemary Ruether ritiene che le teologhe femministe debbano ‘smascherare’ questa ideologia del peccato che incolpa le vittime. Il sistema sociale del patriarcato “legittima il potere dominante della classe maschile”, essa sostiene, “e riduce le donne e i servi in soggezione…. Esso produce e giustifica il potere aggressivo sulle donne e su altri esseri umani assoggettati, e nega il rapporto umano genuinamente reciproco.”

Le teologhe femministe come Ruether vedono la religione patriarcale come una gigantesca piramide di potere oppressivo: la divinità maschile sopra gli angeli maschi (nella teologia classica non esistono angeli femmine), gli angeli sopra gli uomini, gli uomini sopra le donne, l’uomo (maschio) sopra la natura.
È così che negli anni ‘70-’80 del XX secolo il femminismo ha messo in discussione l’idea che esista anche una sola forma di oppressione che sia ‘naturale’, parte dell’ordine creato. Una critica così devastante della tradizione giudaico-cristiana ha portato molte femministe a lasciare le chiese e le sinagoghe ufficiali. Ne è uscito un ‘movimento della Dea’ in cui le donne tentano di rimodellare l’antico culto per celebrare il potere creativo femminile. Il femminismo spirituale è diventato in tutto il mondo un aspetto importante del movimento femminista.

Molte femministe, tuttavia, preferiscono rimanere all’interno della religione organizzata. Esse credono, ovviamente, che il movimento femminista possa cambiare la chiesa. In particolare le femministe cristiane guardano alla chiesa dei primi tempi e alla vita di Gesù per trarne ispirazione. Le donne erano trattate da eguali nella comunità che Gesù raccolse intorno a sé, e avevano ruoli centrali nella chiesa primitiva.

Gesù disse ai suoi seguaci: “non chiamate alcun uomo padre, né padrone”, e li ammonì a ‘non farsi signori sopra alcuno”. Per questo le femministe cristiane trovano conferma e speranza nella vita e negli insegnamenti del Cristo.

Insieme ad altre teologhe della liberazione, esse dicono che la Bibbia mette Dio chiaramente dalla parte dei poveri e degli oppressi. E che la vera liberazione può avvenire soltanto quando le donne prenderanno il loro posto nel cuore stesso della fede –come soggetti piuttosto che oggetti.

Sacri Pregiudizi

La discriminazione contro le donne non è prerogativa esclusiva del cristianesimo. Le grandi religioni hanno tutte un qualche pregiudizio, insito nella loro struttura, in questo senso. Lo dimostrano queste poche citazioni ed esempi:

ISLAM
Secondo il Corano: “Gli uomini sono i custodi delle donne.. Dunque le donne oneste sono obbedienti, e proteggono in segreto ciò che Allah ha voluto proteggere [dagli sguardi altrui]” E riguardo a quelle di cui temete l’abbandono, ammonitele, e lasciatele sole nel loro letto e punitele. Se esse vi obbediscono, non cercate vendetta contro di loro.”

INDUISMO
Molti testi religiosi induisti descrivono la donna come bugiarda e sessualmente provocatrice di natura. Questa è una citazione dalla Devi Bhagaveta (1.5.83) è emblematico: ‘la donna è la personificazione della sventatezza e una miniera di vizi… essa è un ostacolo sul sentiero della devozione, un freno alla liberazione… essa è praticamente una strega e rappresenta il basso desiderio.”

Buddismo
Secondo la tradizione buddista, la matrigna del Budda desiderava farsi monaca. Ella manifestò diverse volte questo desiderio al Budda, che ogni volta rifiutò. Finalmente, su consiglio di un discepolo, il Budda acconsentì. Ma nello stesso momennto, egli dichiarò che l’istituzione di una comunità di religiose avrebbe ridotto il tempo dell’efficacia del suo insegnamento da mille a cinquecento anni.

Ebraismo
Una delle benedizioni del mattino degli ebrei orrtodossi maschi recita: “Sia tu benedetto o Signore nostro Dio, re dell’universo, che non mi hai creato femmina.”

Scritto da Terry Flower.

Per ulteriori informazioni, vedi lo studio del Consiglio Mondiale delle Chiese “Female sexuality and bodily functions in different religious traditions”

Si ringraziano Mary Thompson Boyd, Janet Silman e Linda Murray per la loro ricerca e consulenza.

Da New Internationalist, n.155, January 1986 (Traduzione Virginia Del Re).

Spero – nonostante la sintesi brutale dell’appunto – sia stato utile a un dibattito che per me è vitale. C’è in questi appunti un piccolo accenno alla caccia alle streghe e, implicitamente, al Malleus Maleficarum (trad. Il martello delle streghe) un testo redatto nel 1486 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, che fu uno tra gli strumenti più devastanti e utili alla strage di donne, e che a tutt’oggi non è stato “messo all’indice” dalla Chiesa Cattolica, e che meriterebbe un discorso a parte, ancora di grande attualità.

Cordialissimi saluti a tutti

Salvatore Maresca Serra

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? III° Dal forum Xing – Neolaureati

Sono in perfetta simmetria con l’analisi sintetica ed efficace che fai della lingua, quindi, di tutta la sfera che la lingua avvolge, che evoca, e che tiene a galla nella memoria collettiva intergenerazionale (la sfida più ardua) cara Marianna. 

L’impoverimento è la stigmata della comunicazione contemporanea. La lingua e i dialetti sono suoni, colori, atmosfere, dimensioni dell’essere, e la stigmata è sanguinolenta, è più una piaga che altro.

I modelli del parlato e della scrittura si sono come magicamente dissolti, ma – ancor peggio – io constato che ci si vergogna spesso di citare – una modalità espressiva dell’arte indispensabile alla cultura – modelli e modalità dello scritto e del parlato che dovrebbero anzi corroborare di retroterra il nostro presente.

E’ come se ci si vergognasse del nostro passato che, posso comprendere, evoca anche tanta rettorica, tanta sterile dialettica, tante movenze espressive che non hanno più nessun riscontro nella realtà della contemporaneità fatta di economizzazione del tempo, ottimizzazione della sintesi, pragmatismo dialettico.

Tutto si muove all’insegna del negotium: l’otium non si interpola più come significante automatico dello sfoggio (ma anche del semplice segnale) d’appartenenza culturale. La lingua dev’essere un medium asettico, quella italiana, da cui la progressiva perdita dei dialetti, l’imbastardimento progressivo di essi, la cancellazione di memorie (oggi si dice files) che ci appartengono e che non sono più un valore ma un disvalore: una grossa e drammatica e sofferente svista.

Quando si è fatta la “bonifica” dei bizantinismi, del “barocco”, del “citato”, del “dotto” (tutte cose che andavano eliminate a giusta ragione dalla lingua viva) ci si è ritrovati poi con un respiro asmatico, corto, troppo corto. E l’uso della ricchezza delle sfumature sensibili, i sinonimi, di cui l’italiano è così fecondamente nutrito, è diventato un “motore di ricerca” inutile.

Le sfumature non ci appartengono più, ma la lingua è solo un riflesso nell’impoverimento dell’animo.

Ciò che si è impoverita è la vita. Cioè la nostra capacità di decodificarla adeguatamente ai mutamenti dei nostri stati interiori intellettuali. Vale questo discorso per tutti gli intelletti. E la sfera è diventata una pallina da ping pong che rimbalza da una parte all’altra senza lasciare traccia profonda della comunicazione, ma solo il suo nevrotico ticchettio.

L’amore ha bisogno di tutte le possibili parole, tant’è che, quando non le trova, le cerca disperatamente, e se alla fine neanche le trova, allora parla il silenzio delle pause, dove la mediazione concettuale non arriva più a disporre dei sinonimi, che sono come gli infiniti nomignoli d’amore che gli amanti si scambiano attraversando spesso tutta la foresta incantata dell’eden e dei suoi animaletti più teneri e affettuosi, appropiandosene come identità ogni volta nuove, capaci di dilatare le identità umane, infinite nella tenerezza, nella dolcezza che trasfigura.

E io vedo che la trasfigurazione che la lingua, la nostra meravigliosa lingua (ma anche quelle di altri popoli) è in grado di offrirci per trasportarci nel pensiero, ha perduto molto della lezione magistrale dei poeti, dei grandi scrittori. 

Si parte dall’acme dell’amore per giungere dovunque ci trasporti il pensiero, che costruisce concetti e valori semantici simulando un mondo infinitamente ricco e vasto che appare – improvviso – nelle teofanie descritte dalla tavolozza di parole – per noi che non siamo mistici come Francesco, ma che pur egli condusse alla poesia – suoni e colori che del lessico sono il vento e l’ala, e laddove anche non v’è spazio per volare rendono sacro anche il profano, bello anche il brutto. E dove il volo c’è, concreto anche l’astratto, reale anche il sogno, palpitante anche il morto, lo scomparso, il perduto.

Questa ricchezza interiore sembra non essere più tale.
Il nostro quotidiano è sempre più parlato da muscoli, corde, e non dal mistero ch’essi incarnano e rappresentano.

E tutti i mondi di suoni che udivo un tempo per le strade di Napoli, di Genova, di Firenze, di Palermo, di Bari, di Spello, di Milano, sembrano non aver più quei musici. Che si estinguono, amaramente, sotto i colpi di giorni che si susseguono in una interminabile teoria di perdita delle nostre identità più antiche. E dove l’uomo è sempre più individuo, senza che questo voglia più dire “dentro di me c’è ancora altro”.

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? II° Dal forum Xing – Neolaureati

Caro Maurizio, 
(mettiamo il caso in cui io dovessi scriverti una lettera e cominciassi così – ma questo è uno dei tabù imposti ai giovani, fatto introiettare da un sistema culturale in cui la portata o, se vuoi, il “respiro” di una “lettera” non deve avere più un senso, per cui non ti scrivo ma ti messaggio) posso risultarti giovane e interessante, o “incredibilmente interessante nel linguaggio” ma la realtà è che io sono uno di quelli che hanno massacrato la tua generazione ( ma tu non sei affatto massacrato, non sei un residuato di una strage, non sei uno stupido, ma non sei neanche un fattore della media, o statistica elementare, per cui non fai testo: tu sei un uomo che fa domande, come in un film.  

Mettiamola così: tu sei uno fra i rompicoglioni che non si fanno i fatti (cazzi) loro. E io sono uno che ha massacrato, non te, ma la tua generazione, dall’alto (si fa per dire) della mia: la generazione dei tuoi padri – perchè non hanno (loro e non io) fatto altro che farsi i cazzi (fatti) loro.

Sempre come in un film.

Quando io avevo vent’anni – proprio come te – io mi facevo e facevo domande.
Quindi il mio linguaggio era identico al tuo. E la mia strada era segnata. Come la tua.

Noi eravamo giovani. Voi siete giovani. 
Credi che sia cambiato qualcosa?

I miei (cinquant’anni) erano “vecchi”. E questa è la differenza, in apparenza.
I miei erano vecchi perchè non sapevano chi fosse Bob Dylan (non gli interessava, punto). E non sapevano neanche perchè avesse chiesto “Quanto tempo deve ancora passare prima che un uomo possa essere un uomo ?”, e solo per questo io ero giovane e loro vecchi: perchè non c’era (e non c’è) nessuna comunione di domande.

Mentre loro si chiedevano perchè avessero ammazzato il presidente Kennedy io mi chiedevo perchè avessero massacrato Martin Luther King. E se avessimo condiviso anche una sola domanda non ci sarebbero stati due linguaggi. Il film era questo.

Noi abbiamo massacrato la vostra generazione perchè vi abbiamo (s)venduti.
Noi baby-boomers abbiamo guadagnato quello che loro figlidellaguerra hanno solo sudato: avere il diritto di mettere al mondo una nuova generazione che avesse quello che ci era stato negato dalla generazione dei nostri padri. Ma cosa?

Cosa vi abbiamo dato?, e cosa vi abbiamo tolto? 

Noi vi abbiamo dato solo quello che noi volevamo per noi stessi: il disprezzo e l’indifferenza per i ruoli, e al posto di false istituzioni un dialogo, o una possibilità di dialogo. Diciamo una plausibile ipotesi.

E vi abbiamo tolto una certezza: la certezza che i genitori sono tutti dei vecchi.

Non è facile dare ai propri figli quello che non si ha avuto dai propri padri. 
Così noi abbiamo fatto i padri senza crederci, perchè ci credevamo troppo. Non avevamo alle spalle un passato ma un futuro. E per questo non abbiamo sudato, ma abbiamo guadagnato un guado.

Il passato ci appariva come un frutto senza seme: no, noi volevamo essere di più. Il nostro linguaggio doveva essere un linguaggio universale. Fatto di futuro, un futuro dove noi avremmo risposto alle domande dei nostri profeti. E, affatto, le abbiamo date, le nostre risposte. E le nostre risposte siete voi.

Noi siamo rimasti tutti “giovani”, e così facendo vi abbiamo tolto il diritto alla gioventù, solo perchè noi abbiamo rifiutato d’invecchiare.

Il linguaggio è stata la nostra arma, un’arma nata per lottare contro i nostri padri che ha colpito invece i nostri figli.

E così – dopo il fallimento – abbiamo puntato tutto sulla tecnologia, perchè ci è rimasta la speranza di risolvere ogni mistero attraverso le macchine. Ma il più grande mistero è stata la nostra paternità (genitorialità).

La società che noi abbiamo prodotto è di gran lunga peggiore di quella che ebbe a produrre i nostri vecchi.
E ci abbiamo messo voi dentro a viverci.

Tutto il materialismo che avvolge il nostro derma è solo quello che si poteva creare senza mettere in gioco i sentimenti, e questa è una buona strada per non invecchiare. A patto che non si sia mai stati né figli né padri.

I nostri sentimenti sono allora diventati “comunicazione”, “diritti”, “emancipazione”, “consapevolezza”.
L’unica cosa che ci fa sentire a volte vecchi è il fallimento delle nostre battaglie, un fallimento scritto con l’inchiostro delle vostre paure. E tutti quelli tra noi che ci hanno creduto non avrebbero voluto mai vedere le paure scritte addosso ai nostri figli. E poi ci sono quelli che non ci hanno mai creduto, ma essi non sono il linguaggio.

Il linguaggio siamo noi. Perchè abbiamo creato il vostro linguaggio.

Sembra che non ci sia più posto per i vecchi; quelli che sanno tutto (perchè noi abbiamo dichiarato – un tempo -di non sapere niente). 

Ebbene, oggi siamo tutti figli di un tempo in cui esistevano i genitori, accecati dal loro ruolo, all’apice di un delirio onnipotente che determinava il fatto che i giovani non devono saper niente.

E così – se ci guardiamo intorno – tutti non sappiamo niente, ma questo non può essere.

Tutti siamo uguali.
Perchè noi vi abbiamo venduti all’ignoranza, al dubbio, alla scienza, alla relatività, e in cambio di cosa?

Noi abbiamo creato il pensiero debole, la morte di Dio, il relativismo e la reificazione.
Le nostre domande non hanno avuto risposte.

E le nostre risposte non hanno innescato domande. 

C’è un solo modo per mantenere un linguaggio affrancato dal tempo soggettivo: la percezione del tempo oggettivo.

Mi dispiace di non essere così interessante come credevi.

Ciao

Salvatore

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? I° Dal forum Xing – Neolaureati

Non sono più giovane da almeno trent’anni (ne ho cinquantadue) è plausibile? La mia valutazione è subordinata alle responsabilità di cui mi sono caricato, responsabilità che variano da vita a vita ma che riflettono anche e simultaneamente a tutto un sistema di valori epocali dove il linguaggio è un medium dove rintracciare le plausibili identità: il tema è centrale nella mia vita.  

Non mi sento (dovrei?) a disagio tra voi; di contro avverto la necessità di raccogliere la provocazione di un giovane (cioè di uno uguale a me, se s’intende giovaneugualevivo) che s’interroga sul linguaggio e non sulla lingua (io la metterei in partenza così, con questa differenza dichiarata lessicale), quindi sull’identità collettiva, sul fluido percorribile, su quello impercorribile. 

Ho letto con attenzione i vari interventi perchè non ho quel vizio (o quella virtù) d’intervenire decontestualizzandosi – come avviene frequentemente nei forum, per cui si leggono disarticolazioni e dislessie bestiali dove ognuno parla solo di sé, della sua istintiva pruderia di intervenire (ma in cosa?) senza guardarsi intorno: e quello che vedo spesso ma non qui è che si soggiace ai costumi, annichilendo le possibilità di fare di un costume un topos, un logos. 

Non c’è – si può dire? – l’esplorazione del presente; non c’è la valutazione delle diversità in quanto stimolo intellettuale, e – si può! – c’è invece molto disorientamento nel linguaggio. 

Io metterei il linguaggio (e la sua indagine-esplorazione) nel nucleo primigenio della ricerca dell’identità, ma lo fanno tutti e io non sono diverso, almeno in questo.

L’identità che si cerca quando non la si ha (un connotato di tutti i giovani e non solo).
Ma ciò che mi preme dire è che nel medium si propongono identità – ad opera di sistemi consumistici di vendita delle identità – modelli che si aggirano nella comunicazione come magneti che attraggono polveri (frutto di disintegrazioni psicoaffettive) che avvertono l’urgenza di riaggregarsi in un corpo credibile e congruo. E questo – banale in apparenza – è necessario a punto banalizzare l’entelechia stessa dei linguaggi. 

La struttura sistemica semantica delle civiltà dei consuni stessa pone nel commerciale – tecniche di branding e marketing – una ristrutturazione delle valenze o dei valori evocati dal linguaggio: immagini, status, trend, comportamenti, selezioni del reale (sulla base di selezioni dei sottolinguaggi peculiari dei gruppi sofisticati, quindi fortemente a valenza inclusiva-esclusiva) e prodotti – oppure rifiuti mirati e aprioristici di determinati prodotti, che determinano astensioni di tipo radical-chic (per intenderci).

Commerciare è il dna dei nuovi linguaggi: come Freud dice – con grande anticipo – un grande mercato (ch’è poi mercato dell’identità) in quanto proiezione (all’epoca) verso una società dove lo sgretolamento del linguaggio è – di fatto – il totemizzarsi delle frustrazioni.

Comunicare è una patologia (?) che affresca scenari collettivi, dove i valori sono solo individuazioni di costi-introiti-guadagni. O tuttavia anche perdite.

La giungla è fatta così, più o meno come una vera giungla animale poichè quella umana è solo trasfigurata dal linguaggio.

Il linguaggio umano prima descrive dimensioni metafisiche, spirituali, dell’invisibile, della logica, della filosofia, dell’etica, dell’estetica…
Poi attinge dalla logica strutturazioni sistemiche semantiche per banalizzarsi in modo funzionale al sistema della giungla (mercato).
E reinclude in questa dialettica il tutto. Comprese spiritualità, irrazionalità, religiosità, psicoaffettività, etcetera.

Mi fermo un attimo.

Che linguaggio parlano i giovani (di oggi…) ?

Io mi domando – ancor prima – e rispondo: <<Esiste ancora nel medium una chance di intercettare un linguaggio – attraverso il quale accedere a una identità di carattere evolutivo, quindi dell’età in questione – che sia un codice di comunicazione libero da strumentalizzazioni, da ristrutturazioni diaframmatiche (intangibili) e che restituisca poi – nella sfera dei sentimenti e delle emozioni – delle realtà concrete, palpabili nell’esperienza personale psicoaffettiva del quotidiano, fuori dalla comunicazione virtuale?>>

La mia risposta è <<No>>.

Il mito della Torre di Babele esprime bene questo status.

Un linguaggio di massa è un non linguaggio. Non ha radici perchè le cancella o le falsifica, oggi, nella nostra contemporaneità. E se possiamo credere che i guadagni che deriverebbero dalla circolazione di un linguaggio per tutti sarebbero immensi in termini di capacità di comunicazione vera, di depotenziamento delle tensioni etnico-culturali, delle discrasie tra collettività in guerra a causa – intanto – dell’incapacità di comunicarsi valori essenziali di convivenza pacifica, di emancipazione dei popoli dalle gerarchie di potere che li governano attraverso le caste, allora dobbiamo occuparci di comunicazione di massa…

Non è solo “la lingua” (la nostra magnifica lingua e altre altrettanto) a farne le spese ma la rappresentazione (l’immaginario) dei valori. Cosa ben peggiore perchè afferisce alle identità.

E’ evidente che linguaggio non è lingua/e.
Per cui la preoccupazione di una delle partecipanti al forum non mi sembra drammatica o quantomeno insidiosa.

Spero che siamo tutti d’accordo che il problema fosse se un linguaggio è e debba restare un bene in sé. Un coagulo di valori circolanti. Che elevino le identità con una spinta naturale verso l’alto, dove un plausibile “alto” significhi “conferimento di idealità e giustizia” quali parametri dell’etica che ci arriva addosso dai sistemi contemporanei: politica, religione, informazione, cultura, università (questo è un punto dolente), intellettualità, scienza, svago, arte, etcetera.

Ma non solo: parliamo anche della possibilità di parametrare la credibilità degli attori.

Il linguaggio un tempo era veicolato prevalentemente da rapporti personali, o da grandi macchine teatrali della fede, da architetture maestose, da parate rappresentative, dai miti e leggende, dalle tradizioni popolari, dall’epica degli eroi e degli dei. E non è mai stato alieno ai costumi.

Oggi linguaggio è metalepsi delle macchine. 

Il senso del parlato si ritrasferisce istantaneamente sulla valenza del mezzo tecnologico.
Il mezzo diventa un valore in sé.
E per questo parlavo di ristrutturazione sistemica della semantica.

Sarebbe come dire che ciò che contava nei segnali di fumo era la legna, il tappeto e il fuoco e non il messaggio.

E per questo parlavo anche di Babele.

Il nostro è un passaggio narcisistico che impedisce al valore di diffondersi (posto che i valori che ci aiutano a vivere sono due o tre, non di più, e lo sono da tempo immemorabile e fuori d’ogni dubbio immutabili) per la sola ragione che le tecnologie che utilizziamo per diffonderli li sopprimono nello stagno-stagnazione in cui ci appaiono specchiate.

Metafora: in quello stagno c’è ancora inesorabilmente la nostra umana immagine.

L’uomo tecnologico.

L’amore che ti porto, o mia amata, può variare. Se te lo dico da un Nokia o da un LG. Se te lo scrivo da un SMS o da un MMS. Se te lo esprimo regalandoti un Mac o un volgare Acer.

Ma questo status dei simboli esiste da sempre: una teoria evoluzionistica molto accreditata – come tutti sappiamo – ipotizza che la posizione eretta dei primati viene dall’utilizzo degli arti anteriori come raccoglitori e “cestelli” dei migliori frutti per conquistare le femmine e accoppiarsi.

Tecnologie? Tecnologie.

Oggi, i giovani si trovano (ci troviamo..) nel bel mezzo dei magneti e della tempesta magnetica: attirati da tutti i lati verso reintegrazioni meccaniche che utilizzano le falsificazioni semantiche degli equilibri psicoaffettivi indispensabili.

L’offerta dei prodotti è diventata talmente gigantesca che ha ridotto il tempo ad un soffio.
E così la sacrosanta ricerca dell’identità personale.

Un uomo, posto davanti alla scelta oggi, è un impotente: la sua vita non basterebbe a esaminare la teoria infinita dei prodotti. Ogni prodotto è un simbolo. Ogni marchio una vita. 

Ma è solo un meccanismo prodotto ormai dalle macchine (o da uomini-macchina).

Io frequento da sempre ormai un linguaggio che mi è costato un pozzo.
In termini di scelta di isolamento, di riflessione profonda, di selezione d’ogni gesto dei massimi sistemi, di analisi di ogni stimolo indotto nel medium e di qualsivoglia utilizzo del corpo glorioso per veicolare strumentalmente le mie scelte.

Poi – quando mi rilasso – me ne frego e mi sottopongo per qualche ora al lavaggio del cervello, che posso fà.

Sono giovane? 

Qual’è il mio linguaggio?

Ciao e auguri a tutti

Salvatore Maresca Serra

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT