NELLE NEBBIE DEI ROMANZI

Scrivere è senza ombra di dubbio immettersi nel flusso della più grande presunzione che possa incrociare le nostre esistenze, maggiormente nella prosa della narrativa, anziché nel saggio, nella filosofia o nella poesia, tantomeno nella critica: tutte funzioni che – in parte – ci esimono parzialmente dal vederci riflessi in noi stessi, come quando pretendiamo invece di raccontare qualcosa a qualcuno. È affatto in questo atto che dobbiamo convenire con noi stessi critici, e assetati di verità costitutive – che riguardino le intenzioni, le mete prefissate, le ambizioni di comunicazione con gli altri, prima che con noi stessi – che forse è insano tutto ciò. Sano sarebbe tacere di noi e parlare esclusivamente di ciò che vediamo: un’utopia di oggettività che non può sussistere in ogni caso. Non c’è oggettivazione che tenga: tutto rappresenta noi, in ciò che narriamo di altri che sembrano essere “altri” ma che in realtà non lo sono. Evidente è che questo discorso è improponibile al lettore. Ne smonterebbe ogni passione di lettura, ogni virtualità consustanziale all’arte della comunicazione, devastandone i pregi che lo muovono verso le mete della lettura, e che si fondano, in prevalenza, nella sua esigenza di non guardare mai nel dietro le quinte. La problematica aperta e consapevole riguarda solo lo scrittore, l’unico che – mentre altri credono alla finzione rappresentativa – non può dimenticare mai che di tale si tratta. E da ciò si dipartono percorsi che ci interrogano costantemente e cronicamente sulle nostre intenzioni. Se anche non sappiamo di ciò di cui tratteremo nella trama, dobbiamo almeno credere di sapere perché stiamo scrivendo, anche senza che mai ciò accada – nefastamente – in modo conclusivo; lasciando invece aperta – di contro – quella porta dalla quale potremmo anche fuggire da noi stessi, liberandoci delle brame letterarie.

Dovremmo fare tutti questa attenta analisi. Da essa dipenderà il grado di onestà intellettuale, con una misura che applicheremo a noi stessi e che ci misurerà rispetto ad altro, che nascerà dall’aver osato incapsulare nel linguaggio e nelle sue infinite possibilità il nostro desiderio di simulazione del reale. Ben consci che questo “reale” si proporrà all’esterno, proiettandosi in uno slancio propositivo, come un amico che ci dica: <<Vieni con me. Ti porterò in un luogo che ignori, un posto nuovo.>>

Perché quel posto nuovo è da proporre ad altri?

Anche sorvolando sul livello di novità che andiamo a mostrare, resta da capire perché mai lo facciamo.

L’uomo si è accorto di esistere solo quando si è rappresentato.

Sono certo che è da rintracciare in questa ancestrale consapevolezza la verità che ci anima nel continuare a rappresentare la commedia umana. Ma parliamo d’altro. Molti romanzi non mi soddisfano: li leggo e li scanso. Oppure – più chiaramente – colgo ogni sfumatura in cui gli autori hanno fatto a meno di esercitare quella capacità autocritica, dimenticando spesso che uno “stile” non può mai fare a meno della predominanza della presenza che conta, nell’esprimersi liberamente: il lettore. Molti scrittori adoperano un lettore virtuale. Il più delle volte esso è del tutto strumentalizzato al pari dei personaggi nascenti dalla penna, che sono in genere o persone che fanno parte della realtà dell’autore, in una misura o in un’altra (essendo quindi o attori famosi che abbiano già una loro autonoma maschera o familiari o amici che si siano distinti per tic psicologici, e comportamentali che li abbiano evidenziati alla ribalta dello scrittore). Molte storie nascono così: come scrivendo lettere a un amico “privilegiato” – con uno o più gradi di intimità con noi -, che avrà il potere di condizionare tutta la nostra scrittura con l’immagine della sua personale lettura. Una personalità di cui distinguiamo chiaramente i caratteri di decodifica delle nostre affermazioni; quindi il giudizio estetico e la capacità partecipativa dei vissuti che gli narriamo. Personalmente darei anche un dito di una mano per ritornare a questo stato magico e crepuscolare del mio intimismo, quando scrivevo fiumi di lettere alle persone che ho amato, affidandogli i miei pensieri. Ma le cose sono ben cambiate, invecchiando e analizzando me stesso e modificandomi per essere o diventare adulto. Io sono uno che scrive con la piena consapevolezza di questo “atto insano”. Vedo le metamorfosi del mio esserre quando – oggettivando al massimo grado – tendo ad essere uno per tutti, e non qualcuno per qualcun altro: nessuna preferenza. E neanche uso servirmi di maschere precostituite che siano comode (come per gli sceneggiatori, in genere, di mestiere), no. Io pretendo molto di più da me stesso e dal mio lavoro, e, visto che di lavoro si tratta, non mi è poi così difficile impegnarmi con l’esercizio del massimo possibile della ricerca e della analisi preventiva che faccio delle mie risorse. Le maschere voglio – pretendo – di crearle io. Diversamente, avrei la sensazione che tutto si sgretoli nella sua capacità immaginifica prima ancora di compiere il viaggio in me stesso e nel mio subconscio, che puntualmente e autonomamente si coinvolge. Ma non ho un lettore ideale quale punto estetico cardinale, no. Il mio pensiero è sempre rivolto ad una pluralità di esseri potenziali che mi leggeranno e di cui somatizzo la percezione della presenza. Nelle dita, come adesso, mentre batto alla tastiera del mio power-book.

Il loro giudizio estetico non mi riguarda. Mi riguarda invece il livello di comunicazione che sarò stato in grado di immettere in circolo. L’estetica d’ogni cosa dovrà essere limpida per ognuno, senza quelle ombre che vedo nel lavoro di molti, e dove le cose sono interpretabili. Affatto sono aree grige dove l’equivoco si annida, e dove tende agguati allo scrittore.

E se c’è una potenzialità infinatemente vasta nella lingua italiana, ebbene non vedo perché non la si dovrebbe utilizzare: sarebbe come se un’orchestra sinfonica facesse a meno dei vari colori e timbriche. Tutti “mezzi” per raggiungere gli scopi, e non finalità pragmatiche fini a se stesse. La Pittura e la Musica mi hanno insegnato che le possibilità sono infinite. Ribaltando questa esperienza annosa, e trasmutandola nella scrittura, ho ben compreso che la forza di uno stile si agguerrisce maggiormente quanto maggiormente esso si fa plastico per adattarsi al tema. E lavorare su uno stile è lavorare su stessi. Significa esprimersi in piena libertà e in piena consapevolezza. In definitiva, ciò che intendo dire è che basta aprire a caso un libro e leggerne qualche rigo per conoscere lo stile di uno scrittore. Il suo modo di rapportarsi al mondo. Il suo modo di percepirlo. In fine, il suo modo di incarnarlo nel linguaggio.

La sintesi delle emozioni, delle sensazioni, delle riflessioni che s’insinuano nei fatti, i dubbi, le intemperanze caratteriali, i valori che si amano o che si subiscono odiandoli, le identità delle espressioni che si delineano nella mente del lettore, offrendogli visioni di spazi enormi con una sola battuta che sia del tutto chiara e inequivocabile sono peculiarità che – spesso, purtroppo – non vedo presenti nei romanzi di autori contemporanei che pur hanno delle qualità indubbie.

Alle volte, tutto si riduce ad una possibilità mancata.

Probabilmente, le intenzioni di questi autori non sono chiare a loro stessi.

È il livello di pathos che non viene fuori.

Il carattere sembra debole, la scrittura implode, si fa disseminata di minuscole espressive, di sordine involontarie, e non deliberatamente presenti. Personaggi si muovono come avessero abbozzi di caratterialità e non lineamenti letterari. Trame s’infittiscono di indecisioni che appaiono come fatture che qualche strega (…) abbia gettato loro addosso inprigionandole nell’involuto, nel caos dell’assenza di una struttura drammaturgica elementare. I pensieri dei lettori si deformano, a volte oscenamente come specchi deformanti che producono riflessi grotteschi di umanità improbabili, posticce e stucchevoli. Nella fenomenologia diffusa di questi aborti letterari, il pensiero ne subisce una camicia di forza che impone quella follia altra che non si slancia da nessuna parte, affibbiando pensieri riflessi e ricordi meccanici che inquinano i propri: effetti collaterali… Si plasma un magma spento che però fluisce drammaticamente verso le menti travolgendole in una cachessia del pensiero logico, in un prolasso neuronale, in una teoria o più teorie di metastasi degli errori più banali. E, questi ultimi, diventano inarginabilmente usi e costumi del pensare, per poi del parlare e dello scrivere: una vera immane tragedia dei nostri tempi dal pensiero post-moderno debole. Nessuna verità più. Tutto si rapprende nel coagulo del bolo masticato per secoli, appena prende aria in qualche libreria o in qualche casa. La cosa peggiore è che questi testi e questi autori sono del tutto innocui. Indifferenti a se stessi, come mai potrebbero viralizzare gli effetti delle loro contaminazioni quando, in realtà, nascono a causa di un mondo già smontato pezzo per pezzo come un orologio incapace di inseguire il tempo? E, di questo tempo, essi sono i pallidi eroi. Solitari eroi di storie vacanti.

Che rappresentazione dell’umano è mai questa?

Quando parlo di prolasso neuronale, non sto affatto scherzando. Non c’è alcuna volgarità plateale nella mia affermazione: è il prolasso della memoria. Una nebbia endemica l’avvolge, come nella storia di quell’automobilista che fu costretto a fermarsi in cima ad una montagna, e che scese dall’auto dotato di un ombrello che cercò di usare per tastare almeno il terreno, nella cecità temporanea dei fumi della terra, in attesa che svanissero. Quindi restò immobile e terrorizzato dal fatto che – dopo alcuni passi –, piantando l’ombrello in basso, la mano sprofondava nel nulla. Ma era solo perché l’ombrello s’era rotto, e c’era solo il manico. Ore inutili di terrore.

Capita: a volte qualcuno si ritrova sine baculo.

E queste memorie imbecilli e impotenti ce le ritroviamo attorno. Tutto vaga nella nebbia, anche i titoli. Ma su quelli taccio.

Salvatore Maresca Serra – Roma, 15 Luglio 2011

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3 comments

  1. bellissimo articolo che dichiara molto bene l’assenza del “filtro letterario” di molti libri di oggi, la dequalificazione dello stile, ma soprattutto la mancanza di pathos che è insieme la commozione del cuore e l’emozione della mente, cose che insieme solamente raggiungono il “sublime”. Tutto è molto opaco e nauseabondo, anche se giace sugli scaffali dei librai o in serate “stregate”. Tanto: “pecunia non olet”. Ovviamente giusto merito e lode alle rare eccezioni. Grazie.
    Adriana Pedicini

  2. Cara Adriana, purtroppo le eccezioni sono rare, come tu stessa affermi – suppongo da una tua statistica personale, come fa ognuno, ricavandola dai romanzi che ha acquistato e letto, e criticato (degli autori contemporanei).
    Se fino a un tempo – abbastanza relativamente recente – in cui gli scrittori si confrontavano con i classici, ottenendone benefici indiscussi, le opere che circolavano avevano un impianto drammaturgico sufficiente (se non altro), oggi le cose stanno messe maluccio. Il linguaggio, le trame, o comunque l’invenzione in generale soggetta all’ispirazione visionaria, attraversata da un plausibile e personale stile letterario, sembrano sempre più ridescrivere un mondo affetto da patologie odiose: superficialità e incompiutezza; magrezza anoressica dello spessore dei personaggi, delle ambientazioni e descrizioni, dei flussi di coscienza dei protagonisti; fretta di concludere (che genera nel lettore una incapacità di collocare nella propria memoria un confronto fisiologico tra vissuto letterario e vissuto personale); avarizia nell’imprimere ai colori e alle timbriche una carica impressiva che deve – necessariamente e dignitosamente – guadagnarsi un proprio spazio nella memoria dei lettori, in modo stabile (possibilmente); astrattezza – quindi – dai contesti dai quali gli scrittori partono, e che distolgono costantemente dagli ancoraggi che invece si renderebbero necessari (come, appunto, nei “classici”), provocando una caduta d’interesse e di concentrazione nella lettura, in quanto il lettore è costretto a ricontestualizzare il tutto autonomamente, distraendosi e perdendo – di conseguenza – il senso dei passaggi, o i preziosismi che possono pur esserci nel testo (ma mortificati dal non uso della tecnica fondamentale)…
    Insomma, questo è ciò che si evince dalla maggior parte dei contemporanei: una “immaturità” che ci lascia credere che – oggi – ambire ad essere “scrittori” è quanto di più frettoloso e insano ci possa essere nel panorama letterario generale. La qualità diventa sempre più un requisito che gli editori non pretendono più da nessuno scrittore, né tantomeno da nessun editor: basta andare in giro per librerie e leggere – anche a caso – pagine di qualche romanzo di grido. S’investe in marketing, in premi pilotati, in promozioni televisive, in uffici stampa efficientisti, ma non in qualità degli scrittori. Perché?… Forse che gli editors credano che i lettori siano tutti o quasi degli imbecilli?

  3. …o forse vogliono che lo si creda e che ci si passi parola! Intendo imbecilli, riprendendo la tua ultima frase.
    Ciò che ho letto, come mi succede ogni volta che mi avvicino ai tuoi articoli, mi fa sentire meno sola nella mia anacronistica convinzione che scrivere può e debba essere una forma di comunicazione con l’altro, e non, come purtroppo accade spesso negli ultimi anni, una autocelebrazione di un bagaglio dialettico e culturale, come se una nuova aristocrazia della parola si fosse instaurata nel mondo della letteratura per far sì che il popolino guardi ed invidi chi si pasce dell’incenso della gloria….e scusami se, sorridendo con amarezza, mi torna alla memoria il ben noto verso “Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”.
    Il sorriso è amaro perchè se per quel Corso si mossero uomini e cose, per costoro, che vanno “ravanando” nei cassonetti del marketing per trovare il filone che fa tendenza affinchè quella storia sia confezionata in breve tempo e data in pasto al popolo affamato, per loro, gli unici che si muoveranno saranno solo personaggi che, forse in crisi di visibilità artistica, offriranno il loro apparire per dare “apparenza” a ciò che non appare…e scusami il gioco sullo stesso termine.
    Hai parlato di maschere, e Dio volesse che il ritorno di esse potesse garantire almeno una comprensione…nell’antica drammaturgia greca esse dovevano comunicare al pubblico chi e come sarebbe intervenuto nella rappresentazione.
    Oggi tutto è ribaltato e confuso…..non è più un gioco di specchi, dove la simbologia dello strumento è finalizzato alla comprensione del personaggio, come accadeva in molti quadri fiamminghi, ma un misitificare il nulla nella speranza di non essere compresi e per questa consapevole soggettiva ignoranza , non essere smascherati…e spero che sia una speranza e non una certezza.

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