NUMERI E PAROLE di Angela Rita Iolli

letteregemelle

 

“Anche all’ombra della morte due pù due non fa mai sei” (Tolstoi)

Ci sono giorni la cui somma viene data dall’esperienza che abbiamo avuto nei loro confronti, accorgendoci a malincuore che i conti non tornano quasi mai, fatti di numeri che vediamo di continuo attorno a noi. Quegli stessi numeri che maneggiamo con cura nel fare la spesa oppure con destrezza nel portare a termine un sudoku, quando ci riesce. E che proprio per questa familiarità verso di loro finiamo con il dare per scontati, senza immaginare l’universo di sogni, di idee, di scoperte e storie che ciascuno di loro può regalarci. Offrendoci una ricchezza infinita, nascosta dietro un pallottoliere di affascinanti formule. E così ci immaginiamo tanti Einstein, relativamente geni arrivando persino a convincerci che la matematica più che un’opinione è stata sempre una recondita armonia. Quella che ci porta a parlare di meccanica quantistica e di Gauss, rimanendo noi stessi catturati da quel flusso magnetico, come se stessimo ascoltando un andante allegro del divino Amadeus, un libro sui destini del mondo di George Orwell o riflettendo sul senso della vita. La vita, lei stessa ridotta ad un numero travestito e moltiplicato per gli anni della nostra età, con le sue domande infinite e i suoi calcoli infinitesimali, attraverso i quali si dipana l’intricato gomitolo della struttura del DNA, il sofferto pentagramma su cui Bach scrisse la sua Messa in Si minore, il gusto un po’ strano che caratterizza i sapori dei quark, ma assai elettrizzante. Numeri, soltanto numeri, che abbiamo imparato a conoscere ancor prima di andare a scuola, osservando quelle strane forme sulle targhe delle macchine, sui numeri civici delle vie, sulle foto un po’ sbiadite delle lire, sulle pagine di un libro, ossessionando sino allo sfinimento chi li conosceva già. Salvo poi pentirci di averli conosciuti, quando frequentando le scuole ci apparivano sotto forma di tabelline, memorizzate a pappagallo con grande gaudio di Pitagora che ahinoi così sapientemente ha saputo allinearli. Il nostro incubo dell’infanzia, appena attenuato da filastrocche e canzoncine in cui quarantaquattro gatti in fila per tre col resto di due dovevano portarci a capire che 6 per sette, da quando gli astronomi babilonesi si cimentarono con i numeri restando leggendari, avrebbe fatto per sempre 42. E crescendo avrebbero accompagnato le nostre giornate peggiori in compiti di matematica, dove iperboli assurde segnavano la nostra condanna e improbabili formule chimiche ci portavano a colorare la nostra media scolastica di uno strano rosso, che stava alla vergogna come il quattro impresso sulla pagella. Inesorabile, un colpo ai nostri sogni nel cassetto, schizofrenica convinzione di diventare ingegneri famosissimi. Andando a ritroso nel tempo a quei scienziati egizi, che hanno saputo creare dei veri e propri rompicapo, quasi a voler mantenere il segreto su quei straordinari capolavori di ingegneria. Questione di numeri, questione di solitudine. E i conti continuano a non tornare e noi come piccoli Don Chisciotte a lottare contro i mulini a vento dei nostri pensieri per arrivare a farli quadrare e a scoprire i nostri portafogli sempre più vuoti. E se i mesi sono fatti di 30 e 31 giorni, salvo una rara eccezione durante l’inverno, che fatica arrivare al 15 con l’acqua alla gola e la paura di non farcela. Anoressia da numero. E noi ad ascoltare promesse che non arriveranno mai, sotto smentite spoglie di chi con un sorriso vorrebbe ingannarci, mentre c’è chi non riesce nemmeno più a sorridere, invitandoci a segnare indelebilmente a matita un segno su speranze elettorali ormai andate in fumo. E i conti continuano a fare acqua da tutte le parti, mentre c’è chi fa mettere l’abito della festa a finanziarie senza scrupolo accumulando altri debiti sulla propria personale disperazione e sui nodi alle cravatte che stringono sempre di più. E i conti che ci inseguono con i loro numeri, che moltiplicati si divertono a farci recapitare bollette aggiungendo un pizzico di suspense subito svanito dopo l’apertura della buste. Numeri approssimativi su fragili giornate dove gli orologi spietati continuano a girare le loro lancette fino alla mezzanotte, quando solo la pienezza della luna illumina stanze dove non si riesce più a dormire e se solo si potesse ci piacerebbe puntare sui numeri sognati e dettati con una smorfia dal morto che parla, assolutamente da affiancare alla paura, in un ambo che ci regalerebbe ossigeno. La teoria della probabilità, che rovesciata si chiama sfortuna, lei sì che ci vede bene. Numeri e la loro solitudine insieme a chi li sta a guardare e come un bambino felice vorrebbe soltanto contare uno.. due .. tre … stella. Ma i conti non tornano più e i numeri hanno smesso di parlarci.

 

Angela Rita Iolli

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