Salvatore Maresca Serra Blog

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 22.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 5 Film Festivals

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Damasco, bomba: ucciso ministro della Difesa e cognato di Assad

Morti anche il ministro dell’Interno e il capo della «cellula di crisi». Responsabile forse guardia del corpo. Slitta voto Onu

È il giorno della paura e del sangue per Bashar al-Assad e gli uomini più vicini al presidente siriano. Il ministro siriano della Difesa, Dawoud Rajiha, e il suo vice Assef Shawkat (cognato di Assad) sono morti nell’attentato contro il quartier generale della sicurezza a Damasco dove era in corso un vertice tra il governo Assad e i capi dell’intelligence. Non è ancora chiaro se si sia trattato di un attacco kamikaze o di una bomba lasciata nel palazzo probabilmente da un infiltrato. Nell’esplosione sarebbero rimasto ferito anche il capo dell’intelligence, Hisham Bekhtyar, che è stato sottoposto ad un’operazione chirurgica. Feriti «in maniera critica» anche alti funzionari della sicurezza. È morto anche il ministro dell’Interno, Mohamed Ibrahim Al Shaar. Mentre è stato ucciso anche il generale siriano Hassan Turkmani, capo della “cellula di crisi che coordina le azioni contro i ribelli».

Il ministro della difesa morto nell’attentato
RIVENDICAZIONE – Il Libero esercito siriano (la milizia dei ribelli anti-Assad) ha rivendicato l’attentato e ha smentito si tratti di un attentato kamikaze. «Questo è il vulcano di cui abbiamo parlato, abbiamo appena iniziato», ha avvertito il portavoce Qassim Saadedine. «Il Vulcano di Damasco e il terremoto della Siria» è il nome dell’operazione lanciata lunedì dai ribelli contro le forze del presidente Bashar al-Assad. Anche un gruppo islamista di opposizione al regime siriano, Liwa al-Islam, ha rivendicato su Facebook la responsabilità dell’attentato.
CIRCONDATO OSPEDALE – L’edificio dove è avvenuto l’attentato si trova sulla Piazza Rauda, nel quartiere di Abu Roummaneh. La zona è vicina alle ambasciate italiana e americana ed è sottoposta normalmente a strette misure di sicurezza. La Guardia repubblicana ha circondato l’ospedale Shami, dove sono stati portati i feriti. Nel frattempo le truppe fedeli al regime siriano di Bashar al-Assad si sarebbero ritirate dal quartiere di Midan, nella periferia di Damasco, dove da giorni combattono con le milizie dell’opposizione. Lo ha annunciato Abu Bakr, capo della brigata Abu Omar che fa capo all’Esercito siriano libero, alla tv satellitare al-Arabiya. I soldati di Assad avrebbero anche abbandonato in strada alcuni mezzi militari

Il fumo che si alza su Damasco
BOMBA O KAMIKAZE – A provocare l’esplosione potrebbe essere stata una bomba lasciata prima della riunione tra ministri e funzionari da qualcuno «interno» all’apparato di sicurezza e non un kamikaze, come riferito dalle fonti ufficiali. Ma a causare l’attentato potrebbe essere stato anche un kamikaze che indossava una cintura esplosiva. L’uomo sarebbe appartenuto alla ristretta cerchia delle guardie del corpo incaricate di proteggere i principali gerarchi del regime.
«TAGLIEREMO LE MANI AI RIBELLI» – Assad non molla. In un comunicato letto alla televisione di Stato, le forze armate siriane hanno detto che rimangono «più determinate che mai ad affrontare tutte le forme di terrorismo e a tagliare le mani di chi mette in pericolo la Siria». Il comunicato aggiunge che l’attentato odierno è opera di «mani prese in prestito da stranieri». Poi la minaccia: «Le forze armate sono determinate a finire di uccidere le bande terroristiche e i criminali e a ricercarli ovunque si trovino». «Chiunque pensi che colpendo i comandanti può piegare la Siria, si illude». Poi il governo siriano ha nominato nuovo ministro della Difesa il generale Fahd al-Furayj, in seguito all’attacco costato la vita oggi a Damasco al suo predecessore Daoud Rajiha e al vice Assef Shawkat, cognato del presidente Bashar al Assad.

PALAZZO PRESIDENZIALE – A Damasco si combatte per il quarto giorno consecutivo e la battaglia tra forze governative e ribelli si è avvicinata al palazzo presidenziale. Nel distretto di Dummar, una caserma dell’esercito – che si trova a poche centinaia di metri dal palazzo del popol – è finita sotto il fuoco dell’opposizione. «Sentiamo il rumore di armi da fuoco leggere. Le esplosioni stanno diventando sempre più forti dalla parte della base militare», ha riferito un architetto, Yasmine, al telefono dalla zona di Dummar. E una forte esplosione ha interessato una caserma dell’esercito siriano a Damasco. Secondo quanto riferisce al-Jazeera è stata colpita la sede del quarto battaglione dell’esercito. Si tratta della seconda esplosione registrata.

COMBATTIMENTI A DAMASCO- A Damasco «nelle ultime 48 ore si registra una escalation di violenza», con esplosioni e scontri a fuoco «in un raggio di 4 chilometri dal quartier generale degli Osservatori delle Nazioni Unite», nel pieno centro della capitale siriana. È il commento di alcuni membri della missione Onu a Damasco. «Da ieri udiamo esplosioni, continue sparatorie», anche se «non si tratta di una vera e propria battaglia», precisano le fonti. Gli Osservatori dell’Onu «non sono stati coinvolti fino a ora, anche se a Damasco tutti sono in pericolo, è ovvio». E più di sessanta soldati sono stati uccisi nella battaglia in corso nella Capitale con i ribelli dell’opposizione: è la stima dell’Osservatorio siriano sui diritti umani, che ha sede a Londra.

Combattimenti a Damasco
NUOVE DISERZIONI – Assad sempre più solo, dunque. E dopo che lo hanno abbandonato militari e diplomatici, si sono verificate nuove diserzioni tra le file delle forze armate siriane. Due generali di brigata hanno attraversato nella notte il confine con la Turchia, portando così a 20 il numero di ufficiali che hanno abbandonato l’esercito del presidente, Bashar al-Assad. «Circa 330 siriani, inclusi due generali di brigata, sono fuggiti nella notte. Sono in tutto 20 gli alti ufficiali siriani rifugiati in Turchia» ha detto un funzionario del ministero degli Esteri turco.
MOSCA – In Siria sono in corso «combattimenti decisivi»: lo ha detto il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, affermando anche che Mosca è contraria a una risoluzione in favore di un «movimento rivoluzionario» in Siria. Mercoledì il premier turco, Recep Tayyip Erdogan è arrivato a Mosca su invito del presidente russo Vladimir Putin «per una visita di lavoro» e «uno scambio di vedute sulle relazioni bilaterali e un confronto sulle principali questioni internazionali e regionali, compresa la situazione in Siria».

PARIGI – E dalla Francia è arrivata un appello affinché disertino e abbandonino Assad anche gli «ultimi appoggi del regime». «La lotta del presidente siriano Bashar Al-Assad per mantenere il potere è vana», ha aggiunto un portavoce del ministero degli Esteri francese. Bashar al Assad, ha detto il portavoce del Quai d’Orsay Bernard Valero, «deve capire che la sua lotta per conservare il potere è vana e che niente fermerà la marcia del popolo siriano verso la democrazia, che è nelle sue aspirazioni. Gli ultimi appoggi al regime – ha quindi aggiunto Valero – devono capire che la repressione non porta a nulla e li invitiamo a dissociarsi da questa sanguinosa repressione che va avanti da sedici mesi».

LONDRA – Di altro avviso rispetto a Mosca è il Foreign Office inglese. La Siria «è minacciata dal caos e dal collasso», nei quali rischia di precipitare data la situazione attuale, che è «persino peggiore di quella, terribile, prevalsa negli ultimi mesi»: così il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha commentato l’attentato suicida di a Damasco, costato la vita tra gli altri al ministro della Difesa siriano, Daoud Rajha, e ad Assef Shawkat, cognato del presidente Bashar al-Assad. «Ecco», ha spiegato il capo della diplomazia di Londra, «l’urgenza di garantire l’adozione non solo di una risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma di una risoluzione che possa condurre alla soluzione del problema, all’avvicinamento verso un processo politico di natura pacifica, e all’avvento in Siria di un governo transitorio». Hague ha quindi sottolineato che il provvedimento, sul quale il Consiglio medesimo voterà in giornata, oltre a non doversi limitare a richiamare le versioni che lo hanno preceduto, non deve neppure porre le basi per un tipo d’intervento militare quale quello della Nato in Libia.

USA -Preoccupati per la situazione in Siria sono gli Stati Uniti. Lo afferma il segretario alla Difesa Leon Panetta, sottolineando che c’è bisogno di aumentare la pressione su Assad. Il Pentagono ritiene che la guerra civile siriana stia «rapidamente finendo fuori controllo». Sulla stessa linea l’omologo britannico, Philip Hammond, a Washington, secondo il quale la situazione in Siria si sta deteriorando e sta diventando sempre più imprevedibile. Il presidente Usa, Barack Obama ha poi avuto un colloquio telefonico con il presidente russo Vladimir Putin sulla Siria. Lo rende noto la Casa Bianca spiegando che tra i due restano «divergenze».

ANKARA – La Turchia non ha nulla a che vedere con l’attentato di Damasco di oggi dove sono morti tre alti responsabili della sicurezza. Lo ha dichiarato in serata il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. «I regimi autocratici ricorrono in questi casi ai metodi che conoscono meglio: la disinformazione. La Turchia non ha nulla a che vedere con questo attacco», ha detto Erdogan ritornando da una breve visita a Mosca dove ha incontrato il presidente russo con il quale ha parlato della crisi siriana

ONU – Dato lo stallo diplomatico slitta l’atteso voto in Consiglio di Sicurezza all’Onu di una risoluzione che proroga la missione degli osservatori sul territorio slitta a domani, confermando le difficoltà al raggiungimento di un’intesa. Da un lato la Russia rimane a fianco di Assad, dall’altro i paesi occidentali non sono intenzionati a cedere sul riferimento a possibili sanzioni. Posizioni quindi opposte, indurite dall’attentato contro il Palazzo di Sicurezza di Damasco nel quale è rimasto ucciso anche il cognato di Assad. L’Italia, con il ministro degli esteri Giulio Terzi, conferma il proprio appoggio ad Annan ma ritiene urgente un’azione dell’Onu. Sulla crisi in Siria la Lega araba convoca una riunione straordinaria dei suoi ministri degli Esteri per domenica a Doha.

Aids: Fda, primo farmaco contro infezione

(ANSA) – MILANO – La Food and drug administration americana ha approvato, per la prima volta, un farmaco per prevenire la trasmissione dell’hiv. Prodotto da un’azienda californiana, e’ a base di due antiretrovirali, il tenofovir e l’emtricitabina, e puo’ essere usato non solo da chi e’ sieropositivo, ma anche da chi e’ ad alto rischio di infezione e da chi abbia rapporti sessuali con un partner sieropositivo. Secondo gli studi riduce il rischio di contrarre l’hiv fino al 73%, come spiega la Bbc.

E’ morto Jon Lord dei Deep Purple L’alchimista “classico” dell’hard rock

Affetto da un tumore al pancreas, il musicista è spirato a Londra per embolia polmonare. Dietro di sé lascia una band leggendaria, una hit eterna come Smoke On The Water e l’unicità di un suono permeato di durezza e classicità
di PAOLO GALLORI

LONDRA – All’età di 71 anni è morto Jon Lord, co-fondatore e tastierista dei Deep Purple. La notizia è apparsa sul sito ufficiale del musicista, dove “con profonda tristezza” si annuncia che Jon Lord, colpito da embolia polmonare, è spirato alla London Clinic, circondato dall’amore della sua famiglia, dopo una lunga battaglia contro un tumore al pancreas.

L’ennesimo lutto di un 2012 terribile per la musica, che colpisce in particolare la grande comunità degli appassionati di hard rock ed heavy metal, milioni in tutto il mondo, per il quale Jon Lord resterà per sempre uno degli autori di Smoke On The Water, il brano più conosciuto dei Deep Purple, sul cui giro di accordi hanno mosso i primi passi tantissimi musicisti in erba. Ma se la firma di Lord campeggia su gran parte del repertorio della band, il suo contributo va ben oltre l’aspetto puramente compositivo.

A Lord si deve infatti la prima e più riuscita commistione tra hard rock e venature classiche, tra chitarre elettriche ruggenti, drumming pesante e coloriture d’organo hammond, di cui Jon era autentico maestro. Un lavoro sublimato nel celebre Concerto for Group & Orchestra presentato per la prima volta nel 1969 alla Royal Albert Hall di Londra, i Deep Purple sul palco assieme alla Royal Philharmonic Orchestra diretta dal maestro Malcolm Arnold. Esperienza ripetuta nel 1999, ancora nel celebre teatro londinese, tre anni prima che Jon Lord desse definitivamente l’addio ai Deep Purple, sfiancati dall’età e da innumerevoli cambi di formazione.

Nato nel 1941 a Leicester, figlio di musicisti, Jon Douglas Lord prese lezioni di pianoforte sin dalla tenera età e, forte di questo bagaglio, si trasferì a Londra nel 1960. In una Inghilterra sempre più affascinata dal blues e dal jazz, pronta a produrre una scena matura, da cui nel seguito del decennio sarebbero scaturiti i Rolling Stones come i Cream, i Led Zeppelin, sarebbe diventato qualcuno Jimi Hendrix e sarebbero passati tutti i grandi del blues revival, Jon Lord non faticò a ritagliarsi uno spazio in una lunga serie di band, accumulando esperienza e conoscenze. Finché, nel 1968, dall’incontro con il chitarrista Ritchie Blackmoore, non scaturì la scintilla creativa all’origine dei Deep Purple.

La prima formazione contava anche sul cantante Rod Evans, sul bassista Nick Simper e sul batterista Ian Paice. Shades Of Deep Purple l’album debutto di una line-up destinata a mutare nel suono, inizialmente orientato verso il pop, e nella personalità. Dopo il terzo, omonimo album, al posto di Simper e Evans arrivarono il cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover, a comporre la formazione dei Deep Purple più amata dai fan. Anche la più ambiziosa, dedita a canzoni dalla struttura complessa e connotata dalle influenze classiche di Lord.

Un suono che raggiunge l’apice con il gran lavoro di Jon Lord per il concerto con la Royal Philarmonic Orchestra. Impresa all’epoca poco apprezzata dalla critica, il che consegnò a Blackmoore la direzione artistica dei Deep Purple. La band si ritrovò così proiettata verso un guitar rock esaltato dalle incredibili altezze della voce di Ian Gillan, una formula destinata al grande successo commerciale, a cominciare dall’album Fireball del 1971.

I Deep Purple avrebbero dovuto registrarne il seguito al Casino di Montreux, in Svizzera, ma un incendio scoppiato nel locale durante un concerto di Frank Zappa sconvolse i suoi piani. In compenso, l’accaduto ispirò Smoke On The Water, la gemma più luminosa dell’album Machine Head, con cui la band entrò a tutti gli effetti nell’elite del rock, status consolidato con Who Do We Think We Are nel 1973.

Ma fu proprio a quel punto che nei Deep Purple iniziarono le divergenze di vedute che avrebbero portato a continue, quasi cicliche rivoluzioni d’organico, con la fuga di Gillan e Glover, rimpiazzati da David Coverdale e Glenn Hughes.

Pur costretto a piegarsi alla dittatura delle chitarre, Jon Lord riuscì comunque a marchiare il sound della band, rivelando alla crescente comunità rock uno stile destinato a rivalutazioni a posteriori e a influenzare altri grandi tastieristi, soprattutto nell’ambito del successivo prog-metal. Oltre a ispirare tante performance con orchestre classiche, quasi un must per ogni grande metal band.

Dal vivo, Jon Lord non nascose mai le sue radici musicali, inserendo in scaletta lunghe digressioni ispirate a Beethoven e Bach. Ma resteranno negli annali soprattutto le sue partiture d’organo Hammond, “esplose” attraverso un classico amplificatore Marshall per chitarra. L’ingrediente segreto dietro l’unicità del suono rock dei Deep Purple, Jon Lord il suo alchimista.

 

«Conflitto fra poteri dello Stato» Napolitano contro la procura di Palermo

Il presidente della Repubblica firma il decreto per la mancata distruzione delle intercettazioni delle telefonate con Mancino

Giorgio Napolitano contro i giudici di Palermo. Il presidente della Repubblica ha infatti firmato il decreto con cui affida all’Avvocatura dello Stato l’incarico di sollevare il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Il Quirinale, in altri termini, va all’attacco della procura di Palermo, in relazione alla vicenda delle telefonate intercettate tra il consigliere del presidente per gli Affari giuridici Loris D’Ambrosio e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino a proposito della presunta trattativa tra Stato e mafia negli anni 90. Durante l’attività d’intercettazione ci sarebbero state anche un paio di telefonate fra Mancino e Napolitano, telefonate che avrebbero dovuto essere distrutte, provvedimento che il procuratore del capoluogo siciliano Francesco Messineo non ha ancora disposto. A giudicare sul conflitto sarà la Corte costituzionale.
IL COMUNICATO – A spiegare le ragioni della decisione di Napolitano è lo stesso comunicato stampa in cui il Quirinale ne dà notizia: «Alla determinazione di sollevare il confitto, il presidente Napolitano è pervenuto ritenendo dovere del Presidente della Repubblica, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce».

IL DECRETO – Il dispositivo con cui Napolitano dà mandato all’avvocatura dello Stato di sollevare il conflitto di attribuzione è stato pubblicato sul sito del Quirinale. È evidente che l’iniziativa del Colle punta ad evitare che le intercettazioni che coinvolgono il capo dello Stato, ancorché ritenute non rilevanti per i pm, finiscano agli atti del procedimento a disposizione delle parti. «La Procura, dopo aver preso cognizione delle conversazioni, le ha preliminarmente valutate sotto il profilo della rilevanza e intende ora mantenerle agli atti del procedimento perché esse siano dapprima sottoposte ai difensori delle parti ai fini del loro ascolto e successivamente, nel contraddittorio tra le parti stesse, sottoposte all’esame del giudice ai fini della loro acquisizione ove non manifestamente irrilevanti». Il che sarebbe, a giudizio del Colle, una violazione delle prerogative presidenziali: «Le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica, ancorché indirette od occasionali, sono invece da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione».

M. Br.

Foto Il cinema più piccolo del mondo

Il cinema più piccolo del mondo ha solo due posti, un’allure molto vintage e può correre a 200 all’ora. Il suo schermo è incastonato nell’abitacolo di una fiammante Alfa Romeo berlina 2000 verde pino del 1974, di quelle che sfrecciavano negli inseguimenti dei poliziotteschi anni Settanta. È la ‘Cortomobile’ che approda a Milano ed è stata inventata dal fiorentino Francesco Azzini, convinto che “se la gente non va più al cinema, sarà il cinema ad andare dalla gente”. Un’idea un po’ folle che dal 2006 ha già accolto sui suoi sedili 9.348 spettatori e macinato 120mila chilometri. Una maschera all’esterno offre agli spettatori un menù da cui scegliere i film, esclusivamente cortometraggi di giovani autori italiani degli ultimi vent’anni (in elenco ce ne sono 70). Poi apre la portiera, fa salire il pubblico — due persone alla volta — sul sedile posteriore di pelle e chiude le tendine bordeaux. Dal proiettore montato sul bagagliaio le immagini colpiscono lo schermo sul cruscotto, che altro non è se non il retro della locandina di un film con Belmondo. Una scatola magica piena di memorabilia — una sirena blu della polizia, locandine di vecchi polizieschi all’italiana, la sagoma di Kenneth Branagh nelle vesti di Amleto — per un miniviaggio nella fabbrica dei sogni (Simona Spaventa)

Moodys taglia rating a banche e società italiane

MILANO Reuters – Moodys ha tagliato il rating di una serie di banche e società italiane per allineare il merito di credito a quello del Paese dopo il downgrade a Baa2 della scorsa settimana.Il rating di Intesa SanPaolo e Unicredit è stato abbassato a Baa2 da A3 con outlook negativo.Lintervento di Moodys include il calo di un gradino per sette instituzioni finanziarie e di due per altre sei.Anche Cassa Depositi e Prestiti e Ismea sono state abbassate per il loro elevato grado di esposizione sul mercato interno.Moodys ha tagliato anche il rating di alcune importanti utility.Terna, è stata ridotta a Baa1, e anche Atlantia, Snam e Acea hanno visto ridursi i loro rating.Poste Italiane è stato tagliato a Baa2, mentre Eni ad A3 da A2.Tra gli altri adeguamenti al ribasso, Moodys ha tagliato 23 enti locali inclusa la Lombardia, Lazio come anche le città di Milano e Napoli. Sul sito http://www.reuters.it altre notizie Reuters in italiano Le top news anche su http://www.twitter.com/reuters_italia

viaMoodys taglia rating a banche e società italiane | Business | Reuters.

Primarie e matrimoni gay, Pd diviso. La sfida dei ribelli a Bersani: “Voto”

La Bindi nel mirino dell’area laica
«Pronti a stracciare la tessera»

ROMA
Finale senza voto, e con bagarre, all’Assemblea nazionale del partito su nozze gay e primarie. Dopo la conclusione del segretario Pierluigi Bersani e quando si dovevano votare alcuni ordini del giorno, è scoppiato lo scontro sul documento elaborato dalla Commissione Diritti che prevede, tra l’altro, il riconoscimento giuridico delle unioni, in linea con la sentenza della Corte Costituzionale in materia, ma non i matrimoni gay, come vuole invece l’area più laica. Tensione anche sulla questione delle primarie con l’ala vicina a Pippo Civati che ha chiesto con un odg una data del voto. È toccato a Bersani intervenire per sedare gli animi ricordando che «il Paese non è fatto delle beghe nostre».

E che gli animi fossero destinati a surriscaldarsi si è capito quando la relazione del segretario è stata votata ma in cinque dell’ala di Civati hanno deciso di astenersi. Poco dopo si è passati alle votazioni dei documenti e la presidenza ha comunicato che si sarebbe votato solo sul documento elaborato dalla Commissione Diritti senza che ci fosse spazio per altri contributi, come appunto quello sulle nozze gay, dei quali si discuterà, invece, alla prima direzione utile dopo le ferie. A quel punto sono iniziate le proteste. Ignazio Marino, Paola Concia, Barbara Pollastrini, si fanno sentire: avevano sottoscritto un documento con il quale volevano integrare il testo uscito dalla Commissione prevedendo i matrimoni gay. Un documento ritenuto, però, “precluso” dalla presidenza. Il testo `ufficiale´ della Commissione è passato quindi con i 38 voti contrari dell’ala più laica del partito.

Scattano le contestazioni. «Siete più indietro di Fini, il vostro è un documento arcaico», è insorto il delegato pugliese Enrico Fusco che è salito sul palco per spiegare le ragioni del documento integrativo e di fronte al rifiuto di metterlo in votazione ha restituito la tessera a Bersani. Insieme a lui anche altri due delegati hanno restituito la tessera e la mancata votazione è stata sottolineata dai `buu´ della platea e da urla «vergogna, vergogna».

La situazione si è ancora più surriscaldata quando non sono stati messi in votazione nemmeno gli ordini del giorno di Civati, Gozzi e Vassallo sulle primarie perché «preclusi» dall’intervento di Bersani che aveva annunciato primarie entro la fine del 2013. A quel punto dalla platea sono giunte le urla «voto, voto». E in diversi hanno chiesto che il segretario intervenisse. «Questo è un partito precluso…», ha ironizzato Civati.

Per placare gli animi è intervenuto finalmente Pierluigi Bersani. «Nel momento in cui per la prima volta il Pd assume un impegno alla regolamentazione giuridica delle unioni gay – ha detto parlando delle prima questione – vedo qualcuno che dice `vado via dal Pd´: ma io dico attenzione, il sistema dei diritti è un meccanismo in evoluzione e può perfino fermarsi se non si tiene conto dei passi. Per quanto riguarda le primarie, ho detto che saranno aperte, non mettiamo paletti, ma nel momento in cui sono primarie che dobbiamo fare con gli altri allora è chiaro che ne dobbiamo discutere con loro». Per questo Bersani ha invitato a votare contro il punto dell’ordine del giorno che chiedeva una data. E soprattutto ha strigliato tutti perché- ha sottolineato – «il Paese non è fatto delle beghe nostre». Il segretario ha quindi ribadito la necessità, in vista del 2013, di non dare l’immagine di un partito litigioso che non decide. E ha così chiuso le polemiche.

Berlusconi attacca la Merkel e annuncia il cambio di nome “Addio Pdl, torna Forza Italia”

L’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul sito della Bild
+ L’ultimatum di Alfano: “Minetti si dimetta”
+ Ma sul web i militanti blindano Nicole

Intervista alla Bild: «Ho visto arrivare per primo la crisi. Voglio una  Germania che sia più europea, non il contrario»

ALESSANDRO ALVIANI
BERLINO
Silvio Berlusconi torna a dare un’intervista a un giornale internazionale. E per farlo sceglie il quotidiano più letto d’Europa, la Bild, la corazzata del gruppo Springer che ha un ruolo chiave per influenzare il dibattito pubblico in Germania. Nel testo, pubblicato oggi in apertura della sezione politica del giornale e intitolato «Non vogliamo un’Europa più tedesca», l’ex premier annuncia che tornerà presto al nome «Forza Italia», esclude un addio all’euro, si definisce «il primo leader occidentale che ha riconosciuto il pericolo della crisi finanziaria» e attacca l’«eccessiva» politica di risparmi seguita da Angela Merkel – anche se giura di avere con lei un rapporto «molto cordiale». «Mi chiedono spesso e molto insistentemente» di ricandidarmi a presidente del Consiglio, esordisce Berlusconi. «Posso solo dire che non pianterei mai in asso il mio Popolo della Libertà. Tra l’altro torneremo presto al vecchio nome del partito: Forza Italia».

Berlusconi nega di non poter vivere senza il potere politico: «Non ho né un trauma, né ho ceduto il potere, in quanto il premier in Italia non lo possiede affatto: in base alla Costituzione non può neanche sostituire un ministro. Il potere ce l’avevo prima del 1994, quando facevo solo televisione», ricorda. Al giornalista Albert Link, che gli chiede cosa Mario Monti sia riuscito a fare meglio di lui, l’ex presidente del Consiglio risponde che la forza del suo successore sta nel fatto che «può contare sull’appoggio più ampio che un premier abbia mai avuto. Questo è il motivo che mi ha spinto a tornare: volevo rendere possibili riforme, anche di tipo costituzionale». Io, continua Berlusconi, «sono stato il primo leader occidentale a riconoscere il pericolo della crisi finanziaria e ad avviare riforme». Se l’Italia riporta sotto controllo i suoi conti pubblici «lo si deve in gran parte al mio governo», rivendica.

Rispondendo a una domanda sulle «gelide» reazioni tra Italia e Germania Berlusconi nega poi che Merkel venga percepita in Italia solo negativamente, come un leader controverso. «Critichiamo solo una politica di austerity eccessivamente rigida, che frena la crescita. Desideriamo una Germania più europea e non un’Europa più tedesca», nota. «Desideriamo da Berlino una politica europea lungimirante, solidale e aperta». Al momento, si legge su un passaggio anticipato ma non pubblicato sull’edizione cartacea, si sente «un certo predominio tedesco in Europa».

Berlusconi nega poi che il suo rapporto con Frau Merkel sia ormai compromesso. Anzi, quello con la cancelliera è un rapporto «molto cordiale, apprezzo la sua apertura, la sua serietà, la sua competenza e il suo impegno». Quanto alle sue ultime uscite sull’euro, l’ex premier ricorda che con l’introduzione della moneta unica il bilancio economico della Germania è migliorato, quello dell’Italia è peggiorato. «Ma ciononostante un ritorno alle valute nazionali mi sembra improbabile. Ciò significherebbe l’insuccesso del progetto storico di un’Europa unita, cosa che nessuno vuole».

In un’anticipazione di una parte dell’intervista non pubblicata sull’edizione nazionale cartacea ma solo sulla versione online della Bild, Berlusconi si sofferma anche sul caso Ruby e definisce il processo in corso «una campagna di diffamazione della nostra giustizia in parte di sinistra». Le ragazze sono state messe in relazione alla prostituzione, mentre hanno soltanto ballato «come in qualsiasi altra discoteca del mondo». Tutte le accuse si risolveranno nel nulla, come anche negli altri processi condotti contro di me: «Sono stati oltre 50 e ho speso oltre 428 milioni di euro in avvocati e assistenza legale. Non credo che nessun altro abbia resistito a tanti attacchi oltre a me».

ANGELA MERKEL: NIENTE SE NON TI CONTROLLO IO

Berlino (Germania), 15 lug. (LaPresse) – Tutti i tentativi di fornire solidarietà economica senza controlli “con me o con la Germania non avranno alcuna possibilità”. Lo ha dichiarato la cancelliera tedesca Angela Merkel, parlando della crisi europea e degli aiuti economici durante una intervista rilasciata al programma Sommerinterview dell’emittente televisiva tedesca ZDF. “La democrazia si basa sul fatto che gli accordi valgono non solo nel bene, ma anche in tempi difficili”, ha detto inoltre la cancelliera.
Nel pomeriggio di oggi, intanto, il primo ministro lussemburghese e presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha dichiarato di ritenere che i leader dei 17 Paesi dell’eurozona non ritengono l’Italia avrà bisogno di aiuti economici europei. Lo ha dichiarato, secondo quanto riportato dal sito di Bloomberg, in una intervista al giornale tedesco Der Spiegel. Se l’Italia chiedesse aiuti, continua Juncker, dovrebbe però sottoporsi alle esistenti procedure di supervisione europee.

Earthlings (Terrestri) – film documentario completo (sfruttamento animale)

Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali. (Gandhi)

Coal Tit

Image by Andy Morffew via Flickr

 

MOODY’S SE NE FREGA DI MONTI, E TAGLIA!

Moody’s taglia rating titoli italiani

Roma – (Adnkronos/Ign) – Si passa da A3 a BAA2. L’agenzia mantiene un outlook negativo: ”Clima politico aumenta i rischi”. Passera: ”Giudizio ingiustificato e fuorviante”. Squinzi: ”Più forti di quello che appare”. Il portavoce di Rehn: ”Dall’Italia sforzi senza precedenti”. Collocati 3,5 mld di Btp, rendimenti giù. Pil, Confindustria: “Nel 2012 calerà più del 2,4%”. Bce: debito e disoccupazione mettono a rischio ripresa

FRATELLI MUSULMANI ACCUSANO

Siria: Fratelli musulmani accusano Annan, Russia e Iran per massacro

13 Luglio 2012 – 09:40

(ASCA-AFP) – Beirut – 13 lug – I Fratelli musulmani della Siria hanno accusato l’inviato di Onu e Lega Araba, Kofi Annan, Russia e Iran di non aver fatto nulla per impedire l’ennesimo massacro perpetrato dal regime Bashar al-Assad nella provincia di Hama, dove l’esercito di Damasco ha ucciso, secondo gli attivisti, oltre 200 persone.

”Non riteniamo che il mostro Bashar sia l’unico responsabile di questo orribile crimine ma lo sono anche Kofi Annan, i russi e gli iraniani e tutti i Paesi che pretendono di essere i guardiani della pace e della stabilita’ nel mondo e invece restano in silenzio”, ha dichiarato il gruppo in una nota.

GLI 007 BRITANNICI SVENTARONO PIANI IRANIANI NEL 2008

Gli agenti dell’MI6, i servizi di intelligence britannici per l’estero, hanno impedito nel 2008 all’Iran di dotarsi dell’arma atomica. A rivelarlo, riporta oggi il sito web del Telegraph, è stato il capo dell’agenzia, Sir John Sawers, il quale ha però avvertito che Teheran avrà la bomba atomica entro il 2014, e ciò renderà altamente probabile un attacco militare contro i siti nucleari iraniani da parte di Stati Uniti o Israele. Come scrive il quotidiano britannico, lo scorso marzo Sawers aveva tenuto un briefing segreto con i membri del governo per informarli della crescente minaccia militare iraniana, ma è la prima volta che le sue vedute sulla questione vengono rese pubbliche. Ed è anche molto raro che il capo dell’MI6 disveli i dettagli di operazioni condotte dai servizi di intelligence. La scorsa settimana, Sir John, in un incontro a Londra con un centinaio di alti funzionari pubblici, ha detto chiaramente che all’Iran servono due anni “per diventare una potenza nucleare”. Quando raggiungerà il suo obiettivo, Israele o Stati Uniti dovranno decidere se lanciare un attacco militare, ha aggiunto. “Gli iraniani sono determinati a seguire la strada per” sviluppare tutte “le tecnologie” di cui hanno bisogno per costruire la bomba atomica. “E’ chiaro che Stati Uniti e Israele si troveranno di fronte a una minaccia pericolosa se l’Iran diventerà una potenza nucleare”.

Un massacro di Tiananmen ogni ora – Strage degli innocenti

» 12/06/2012 11:47
CINA
Donna cinese costretta ad abortire al settimo mese. Continua il massacro della legge del figlio unico
di Wang Zhicheng

Reggie Littlejohn: Un oltraggio che nessun governo dovrebbe permettersi. Il corpo del piccolo abortito è stato lasciato sanguinante accanto alla donna. Le foto dell’uccisione. Minaccia di multe onerose (pari a 3-5 anni di salari) o di aborto forzato. In Cina vi sono 13 milioni di aborti ogni anno. Chai Ling: Un massacro di Tiananmen ogni ora.

Pechino (AsiaNews) – Una donna cinese dello Shanxi è stata costretta ad abortire al settimo mese di gravidanza. Ad accrescere l’orrore per la violenza, le autorità hanno messo il corpo del piccolo abortito sul letto affianco alla donna.

Il fatto è avvenuto il 3 giugno scorso ed è riportato dal sito Tianwang. La donna, Feng Jianmei è stata picchiata e trascinata in un veicolo da un gruppo di impiegati del Family planning, mentre suo marito Deng Jiyuan era al lavoro. I rappresentanti del controllo sulla popolazione avevano chiesto 40mila yuan (circa 4 mila euro, oltre 3 anni di lavoro) alla famiglia, che aveva trasgredito la legge del figlio unico. Non avendo ricevuto i soldi, essi hanno fatto abortire Jianmei al settimo mese. Il corpo del piccolo è stato messo accanto alla madre sul letto (ATTENZIONE: QUESTE IMMAGINI POSSONO URTARE LA VOSTRA SENSIBILITA’). La donna si trova ora in ospedale nella città di Ankang.

Reggie Littlejohn, avvocato Usa che combatte per la difesa della donna in Cina (Women’s Rights Without Frontiers) e che ha diffuso la notizia in occidente, afferma: “Tutto questo è un oltraggio. Nessun governo legittimo potrebbe commettere o tollerare un atto simile. I responsabili dovrebbero essere perseguiti per crimini contro l’umanità”. L’aborto forzato è ancora un pratica molto comune in Cina, a causa della stretta osservanza della politica del figlio unico.

Sempre la Littlejohn ha diffuso oggi la notizia che una donna di Changsha (Hunan) sarà costretta ad abortire se non paga 25mila dollari Usa.

Nei giorni scorsi, una dozzina di membri del Family planning cinese sono penetrati in casa di Cao Ruyi, che aspettava al quinto mese il suo secondo figlio per trascinarla all’ospedale e forzarla all’aborto. Suo marito, Li Fu, è stato picchiato e avvertito che o dava il permesso per un “aborto volontario” oppure sua moglie avrebbe subito un aborto forzato. Lo scorso fine settimana l’ospedale ha rilasciato Cao Ruyi dietro pagamento di 1500 dollari come “multa per compensazione sociale”. Ma i membri del Family planning chiedono ancora 25mila dollari per dare a lei il permesso di continuare la gravidanza.

Secondo le statistiche ufficiali in Cina si praticano 13milioni di aborto ogni anno. Di questi moltissimi sono forzati.

La dissidente Chai Ling, una dei capi del movimento di Tiananmen, esule negli Stati Uniti e convertita al cristianesimo, è impegnata nella lotta contro gli aborti forzati causati dalla legge del figlio unico. Più di un anno fa, durante un incontro di dissidenti davanti alla casa Bianca, Chai Ling ebbe a dire: “L’applicazione brutale e violenta della politica del figlio unico è il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto; è lo sventramento segreto e inumano di madri e figli; è il massacro di Tiananmen che si ripete ogni ora; è un olocausto infinito che va avanti da 30 anni”.

VADE AL RETRO, SILVIO!

Personalmente non aspettavo altro che Berlusconi si ricandidasse, per confermare una mia vecchia teoria – molto empirica, devo dire: quando uno nasce tondo, non può morire che facendosi tonto. Silvio sopravvive a tutto e a tutti, e se ci riesce è perché è una macchina, non un uomo. Va avanti perché tiene il motore acceso, sempre. L’imput iniziale che ha ricevuto dall’alto, il suo mandato divino, il culto di sé, lo specchio del reame, il ruscello di Narciso, tutto lo mantiene amortale. Amortale perché tonto. Pronto a riportare l’immagine dell’Italia al bunga bunga, dopo sacrifici del popolo italiano, dopo i suicidi, dopo lo spettro miseria, dopo la perdità della sovranità, dopo l’uomo o gli uomini che ci hanno commissariato dalla Trilateral, dopo la Merkel che ci ha bacchettato fino alle piaghe sulle mani, dopo Napolitano, dopo il palloncino scoppiato di Sarkò, dopo i grillini, dopo ABC, finache dopo Obama ecco che torna Lui, l’uomo del destino. Il Cavaliere Nero.

Già tutti sono in agitazione, fibrillano perché torna la pappa pronta, la mangiatoia bassa anticervicale, il cocco mondato e pronto, la provvidenza divina, il ritorno al futuro.

E già: qualcuno aveva veramente creduto che la partita si fosse chiusa? Ma scherziamo? Angelino candidato premier? Il partito degli onesti? Finiamola! Per favore, finiamola!

Tutto quello che c’è passato addosso come un caterpillar in questi lunghi mesi che fra poco fanno un anno non è servito a niente. I sondaggi lo danno chi dice ventitré chi ventotto chi anche di più. Ma chi li fa questi sondaggi? Chi è il vero pusher di Silvio? Sorvoliamo. Lui è pronto. Turgido. Tonico. Nella pausa s’è finito di rifare anche la faccia con nuovi ritocchi estetici. Molti italiani hanno rimpianto i suoi tempi. Sono pronti statisticamente a rivolerlo. Meglio lui che Monti! Si sa, meglio il male minore, o non si crederà mica che quegli italiani pronti a rivotarlo (o rivoltarlo…) abbiano creduto davvero alla cattiva favola dell’Europa in crisi. Dello spettro Grecia. Sta per finire l’era del tecnico. Sta per tornare la politica, quella che credevamo di esserci lasciata alle spalle, ma quando mai? La politica italiana. Quella degli sprechi di massa. Dell’ottundimento generalizato, sistemico. Della propaganda che, in fondo, ci manca. Quella del gossip. Quella dei Ballarò, Porta a Porta, Matrix, In Onda, Report, Servizio Pubblico. Nuovo pane per i Travaglio. Nuovo travaglio per i giornali mondiali. Nuove sceneggiate. Nuovo populismo, diretto e di riflesso. Nuove inchieste pittoresche che non approdano a nulla di fatto. Nuovi lodi. Nuovi magistrati all’assalto della rocca inespugnabile dei Ghedini & Co. E, se davvero ce la facesse, nuovo impulso al voto-mercato. Ma ce la farà, ne sono certo. Il potere del tonto è illimitato e inarginabile. E viene da pensare che l’Italia intera è tonta. O una buona parte. Ma noi, da che parte stiamo noi?

A Berlusconi va riconosciuto un merito storico: Lui ciclicamente denuda la vera faccia degli italiani. La fa emergere dalla coltre di teorie che si sgretolano poi nei seggi, niente di concreto, solo teoria. E nei seggi, si sa, fanno di tutto. E poi, dobbiamo chiederci: chi si intesterà il merito di aver mostrato responsabilità sia nel dimettersi che nell’aver sostenuto questo intervento tecnico di riabilitazione della credibilità Italia? Bersani? Casini? Lo stesso Alfano? No! Ci vuole un nome! Alfano è solo un pupazzetto, di quelli che piegano volenterosamente la testina in basso e dicono con la molla carica “Sì! Sì! Sì!” Sempre e solo sì. Il nome è Lui. Già immaginiamo la nuova campagna elettorale. Nel 2013 avremo finache l’aria che scandirà il merito di Silvio, l’uomo del destino. La roccia. Il grande statista. In più s’intesterà anche tutto il disprezzo che ha ricevuto come una stimmata di santità e sacrificio. Ci dirà che avremo finalmente una grande stagione di ritorno alla grandezza del nostro paese. Che ci guiderà lui come il profeta alla terra promessa fin dall’inizio da Forza Italia. Ma la verità è che ritornerà ancora la terra della diaspora. Ancora, invece di pensare al lavoro, alla disoccupazione, alla crisi, ai disperati, lo spazio dei media scoppierà perché tutti saranno costretti a parlare di Silvio. Finache i media internazionali, i leaders esteri, gli intellettuali, le agenzie stampa, ancora qualcuno scriverà qualche libercolo su di Lui. L’Italia intera, da grigia e seriosa, si tingerà di nuovo di quel grottesco rosa a chiazze marroni. Quella macula tra edonismo, malcostume e merda. Perché ci aspetta una nuova montagna di merda. Ci seppellirà del tutto? Vedremo. Intanto, chiudiamo se non gli occhi almeno le narici. Se qualcuno si chiedeva quale ormai poteva essere il peggio, adesso sappiamo: è arrivato.

Salvatore Maresca Serra, Roma 12 luglio 2012

NELLE NEBBIE DEI ROMANZI

Scrivere è senza ombra di dubbio immettersi nel flusso della più grande presunzione che possa incrociare le nostre esistenze, maggiormente nella prosa della narrativa, anziché nel saggio, nella filosofia o nella poesia, tantomeno nella critica: tutte funzioni che – in parte – ci esimono parzialmente dal vederci riflessi in noi stessi, come quando pretendiamo invece di raccontare qualcosa a qualcuno. È affatto in questo atto che dobbiamo convenire con noi stessi critici, e assetati di verità costitutive – che riguardino le intenzioni, le mete prefissate, le ambizioni di comunicazione con gli altri, prima che con noi stessi – che forse è insano tutto ciò. Sano sarebbe tacere di noi e parlare esclusivamente di ciò che vediamo: un’utopia di oggettività che non può sussistere in ogni caso. Non c’è oggettivazione che tenga: tutto rappresenta noi, in ciò che narriamo di altri che sembrano essere “altri” ma che in realtà non lo sono. Evidente è che questo discorso è improponibile al lettore. Ne smonterebbe ogni passione di lettura, ogni virtualità consustanziale all’arte della comunicazione, devastandone i pregi che lo muovono verso le mete della lettura, e che si fondano, in prevalenza, nella sua esigenza di non guardare mai nel dietro le quinte. La problematica aperta e consapevole riguarda solo lo scrittore, l’unico che – mentre altri credono alla finzione rappresentativa – non può dimenticare mai che di tale si tratta. E da ciò si dipartono percorsi che ci interrogano costantemente e cronicamente sulle nostre intenzioni. Se anche non sappiamo di ciò di cui tratteremo nella trama, dobbiamo almeno credere di sapere perché stiamo scrivendo, anche senza che mai ciò accada – nefastamente – in modo conclusivo; lasciando invece aperta – di contro – quella porta dalla quale potremmo anche fuggire da noi stessi, liberandoci delle brame letterarie.

Dovremmo fare tutti questa attenta analisi. Da essa dipenderà il grado di onestà intellettuale, con una misura che applicheremo a noi stessi e che ci misurerà rispetto ad altro, che nascerà dall’aver osato incapsulare nel linguaggio e nelle sue infinite possibilità il nostro desiderio di simulazione del reale. Ben consci che questo “reale” si proporrà all’esterno, proiettandosi in uno slancio propositivo, come un amico che ci dica: <<Vieni con me. Ti porterò in un luogo che ignori, un posto nuovo.>>

Perché quel posto nuovo è da proporre ad altri?

Anche sorvolando sul livello di novità che andiamo a mostrare, resta da capire perché mai lo facciamo.

L’uomo si è accorto di esistere solo quando si è rappresentato.

Sono certo che è da rintracciare in questa ancestrale consapevolezza la verità che ci anima nel continuare a rappresentare la commedia umana. Ma parliamo d’altro. Molti romanzi non mi soddisfano: li leggo e li scanso. Oppure – più chiaramente – colgo ogni sfumatura in cui gli autori hanno fatto a meno di esercitare quella capacità autocritica, dimenticando spesso che uno “stile” non può mai fare a meno della predominanza della presenza che conta, nell’esprimersi liberamente: il lettore. Molti scrittori adoperano un lettore virtuale. Il più delle volte esso è del tutto strumentalizzato al pari dei personaggi nascenti dalla penna, che sono in genere o persone che fanno parte della realtà dell’autore, in una misura o in un’altra (essendo quindi o attori famosi che abbiano già una loro autonoma maschera o familiari o amici che si siano distinti per tic psicologici, e comportamentali che li abbiano evidenziati alla ribalta dello scrittore). Molte storie nascono così: come scrivendo lettere a un amico “privilegiato” – con uno o più gradi di intimità con noi -, che avrà il potere di condizionare tutta la nostra scrittura con l’immagine della sua personale lettura. Una personalità di cui distinguiamo chiaramente i caratteri di decodifica delle nostre affermazioni; quindi il giudizio estetico e la capacità partecipativa dei vissuti che gli narriamo. Personalmente darei anche un dito di una mano per ritornare a questo stato magico e crepuscolare del mio intimismo, quando scrivevo fiumi di lettere alle persone che ho amato, affidandogli i miei pensieri. Ma le cose sono ben cambiate, invecchiando e analizzando me stesso e modificandomi per essere o diventare adulto. Io sono uno che scrive con la piena consapevolezza di questo “atto insano”. Vedo le metamorfosi del mio esserre quando – oggettivando al massimo grado – tendo ad essere uno per tutti, e non qualcuno per qualcun altro: nessuna preferenza. E neanche uso servirmi di maschere precostituite che siano comode (come per gli sceneggiatori, in genere, di mestiere), no. Io pretendo molto di più da me stesso e dal mio lavoro, e, visto che di lavoro si tratta, non mi è poi così difficile impegnarmi con l’esercizio del massimo possibile della ricerca e della analisi preventiva che faccio delle mie risorse. Le maschere voglio – pretendo – di crearle io. Diversamente, avrei la sensazione che tutto si sgretoli nella sua capacità immaginifica prima ancora di compiere il viaggio in me stesso e nel mio subconscio, che puntualmente e autonomamente si coinvolge. Ma non ho un lettore ideale quale punto estetico cardinale, no. Il mio pensiero è sempre rivolto ad una pluralità di esseri potenziali che mi leggeranno e di cui somatizzo la percezione della presenza. Nelle dita, come adesso, mentre batto alla tastiera del mio power-book.

Il loro giudizio estetico non mi riguarda. Mi riguarda invece il livello di comunicazione che sarò stato in grado di immettere in circolo. L’estetica d’ogni cosa dovrà essere limpida per ognuno, senza quelle ombre che vedo nel lavoro di molti, e dove le cose sono interpretabili. Affatto sono aree grige dove l’equivoco si annida, e dove tende agguati allo scrittore.

E se c’è una potenzialità infinatemente vasta nella lingua italiana, ebbene non vedo perché non la si dovrebbe utilizzare: sarebbe come se un’orchestra sinfonica facesse a meno dei vari colori e timbriche. Tutti “mezzi” per raggiungere gli scopi, e non finalità pragmatiche fini a se stesse. La Pittura e la Musica mi hanno insegnato che le possibilità sono infinite. Ribaltando questa esperienza annosa, e trasmutandola nella scrittura, ho ben compreso che la forza di uno stile si agguerrisce maggiormente quanto maggiormente esso si fa plastico per adattarsi al tema. E lavorare su uno stile è lavorare su stessi. Significa esprimersi in piena libertà e in piena consapevolezza. In definitiva, ciò che intendo dire è che basta aprire a caso un libro e leggerne qualche rigo per conoscere lo stile di uno scrittore. Il suo modo di rapportarsi al mondo. Il suo modo di percepirlo. In fine, il suo modo di incarnarlo nel linguaggio.

La sintesi delle emozioni, delle sensazioni, delle riflessioni che s’insinuano nei fatti, i dubbi, le intemperanze caratteriali, i valori che si amano o che si subiscono odiandoli, le identità delle espressioni che si delineano nella mente del lettore, offrendogli visioni di spazi enormi con una sola battuta che sia del tutto chiara e inequivocabile sono peculiarità che – spesso, purtroppo – non vedo presenti nei romanzi di autori contemporanei che pur hanno delle qualità indubbie.

Alle volte, tutto si riduce ad una possibilità mancata.

Probabilmente, le intenzioni di questi autori non sono chiare a loro stessi.

È il livello di pathos che non viene fuori.

Il carattere sembra debole, la scrittura implode, si fa disseminata di minuscole espressive, di sordine involontarie, e non deliberatamente presenti. Personaggi si muovono come avessero abbozzi di caratterialità e non lineamenti letterari. Trame s’infittiscono di indecisioni che appaiono come fatture che qualche strega (…) abbia gettato loro addosso inprigionandole nell’involuto, nel caos dell’assenza di una struttura drammaturgica elementare. I pensieri dei lettori si deformano, a volte oscenamente come specchi deformanti che producono riflessi grotteschi di umanità improbabili, posticce e stucchevoli. Nella fenomenologia diffusa di questi aborti letterari, il pensiero ne subisce una camicia di forza che impone quella follia altra che non si slancia da nessuna parte, affibbiando pensieri riflessi e ricordi meccanici che inquinano i propri: effetti collaterali… Si plasma un magma spento che però fluisce drammaticamente verso le menti travolgendole in una cachessia del pensiero logico, in un prolasso neuronale, in una teoria o più teorie di metastasi degli errori più banali. E, questi ultimi, diventano inarginabilmente usi e costumi del pensare, per poi del parlare e dello scrivere: una vera immane tragedia dei nostri tempi dal pensiero post-moderno debole. Nessuna verità più. Tutto si rapprende nel coagulo del bolo masticato per secoli, appena prende aria in qualche libreria o in qualche casa. La cosa peggiore è che questi testi e questi autori sono del tutto innocui. Indifferenti a se stessi, come mai potrebbero viralizzare gli effetti delle loro contaminazioni quando, in realtà, nascono a causa di un mondo già smontato pezzo per pezzo come un orologio incapace di inseguire il tempo? E, di questo tempo, essi sono i pallidi eroi. Solitari eroi di storie vacanti.

Che rappresentazione dell’umano è mai questa?

Quando parlo di prolasso neuronale, non sto affatto scherzando. Non c’è alcuna volgarità plateale nella mia affermazione: è il prolasso della memoria. Una nebbia endemica l’avvolge, come nella storia di quell’automobilista che fu costretto a fermarsi in cima ad una montagna, e che scese dall’auto dotato di un ombrello che cercò di usare per tastare almeno il terreno, nella cecità temporanea dei fumi della terra, in attesa che svanissero. Quindi restò immobile e terrorizzato dal fatto che – dopo alcuni passi –, piantando l’ombrello in basso, la mano sprofondava nel nulla. Ma era solo perché l’ombrello s’era rotto, e c’era solo il manico. Ore inutili di terrore.

Capita: a volte qualcuno si ritrova sine baculo.

E queste memorie imbecilli e impotenti ce le ritroviamo attorno. Tutto vaga nella nebbia, anche i titoli. Ma su quelli taccio.

Salvatore Maresca Serra – Roma, 15 Luglio 2011

Venti e uno racconti – Salvatore Maresca Serra

SOTTO  UN  MARE  DI  PIOGGIA

C’era un ombrello che giaceva orizzontalmente in un cassetto, sepolto nell’immobilità del suo inutilizzo.

Era un ombrello da uomo, col manico di ciliegio giovane, passato finemente di vernice trasparente che conferiva alle tre scanalature ornamentali un’aria come di purezza, castità e austerità.

Il tessuto era alquanto resistente e come rasato, verdino con decori ottagonali che evocavano qualcosa di liturgico, forse le basi di candelabri d’oro arredi di chiesa, o forse v’era una vaga idea in quel tessuto d’aristocratica estetica: una sobrietà simbolo di forza, di coraggio, di virilità cavalleresca. Era assolutamente nuovo; passato senza alcun trauma dalla vetrina di un negozio del centro,  affianco ad una grande banca sempre affollata da uomini d’affari perlopiù vestiti di grigio o di blu (di cui un po’ risentivano il suo aspetto contenuto, la sua sostanza riverente e armoniosa al tempo stesso, di un intero sistema di valori sociali e culturali) a quel cassetto ch’era in parte la sua dimora. Ma, col tempo, nell’attesa vana, un po’ snervante, anche ingiustificata e ingiustificabile, esso sentiva (senza esserselo per altro ancora per niente confessato, dignitoso e aristocratico com’era) che una sorta d’oblio che pesava su di lui stava come mutando la sua temporanea dimora in sarcofago.

Fuori c’era spesso la pioggia – la vita – egli lo sapeva, lo sentiva come si sente infallibilmente solo la propria vita, eppure, come fosse malato oppure morto, ne restava fuori. Privato.

L’entusiasmo per essere stato acquistato subito (dopo solo tre ore) dall’essere stato esposto gli aveva iniettato nell’anima di metallo un’energia superiore: era come se l’avesse sempre saputo che – nella vita – sarebbe stato un leone, e si sentiva fatalmente pronto a fronteggiare la sorte con un semplice e automatico click! Era allora che raggiungeva in un istante la sua vera forma nobile: pura alchimia. L’assoluto in lui era l’archetipo eterno e vittorioso dell’albero, e la pioggia non gli era in fondo così nemica poiché in un antica leggenda celtica egli stesso sorreggeva il cielo!

Aveva visto in faccia bene l’uomo che lo avrebbe brandito nell’aria, e lo aveva trovato degno, generoso, da come lo aveva guardato e tenuto per qualche istante fra le mani calde e sufficientemente forti. Il volto del suo padrone s’era ad un tratto illuminato in un sorriso di gioia, e dalle sue labbra era sgorgato con violenza un vagito di approvazione totale.

Negli occhi gli aveva letto temporali e temporali, e una complicità, un patto d’alleanza che, per ciò che lo riguardava, avrebbero potuto essere anche una vera amicizia.

Lui era il suo regale regalo, e non lo avrebbe di certo deluso. Questo era ciò che sentiva in ogni sua fibra…

Ma cosa era accaduto? Se, all’inizio,  aveva avuto occhi carichi quasi di sdegno malcelato per quel legno rassegnato del cassetto, tutto incurvato su se stesso, pur rispettandolo, ma per una superiorità schiacciante predeterminata da un destino di cui ci si può gloriare senza voler ferire i propri simili, il suo manico, nell’atto d’essere poggiato nel cassetto, aveva vibrato di netta e naturale superiorità al contatto. Ora, dopo un tempo incalcolabile (forse dieci o dodici mesi), il rovere lo guardava come se ne avesse esso stesso disagio.

Da parte sua, l’ombrello insisteva come chi non voglia accettare la sconfitta, in un silenzio carico di orgoglio intatto, ma era solo apparenza.

La verità era che l’orgoglio e l’entusiasmo iniziali s’erano mutati in stupore, poi in speranza, successivamente in preghiera, ed ora, quando cassetto e ombrello per caso si ricordavano l’uno dell’altro, nell’atto della coscienza di recuperarsi e differenziarsi, l’eroe celtico distingueva quasi a fatica la sua anima di rigore plastico dall’umile monotonia dell’inerzia fatale del cassetto chiuso. Irrimediabilmente chiuso dal fatto che conteneva solo lui.

Inutile dire che la preghiera, a sua volta, era diventata la sola arma della sua disperazione: il senso di colpa verso il suo ospite lo divorava giorno per giorno, ora per ora, nella sua dignità.

Ogni giorno era tormentato. La sua sorte infausta era diventata quella del cassetto: mai egli s’era aperto alla pioggia e al maltempo e mai il cassetto aveva rivisto, neanche per un istante, la luce.

In fondo, era come se una condanna invisibile avesse mutato la sorte del cassetto dall’essere dimora a diventare tomba; e questa morte tutta interiore del cassetto era la sua condanna tacita e per questo ineluttabile, franca e incontestabilmente colpevole. La colpa era solo sua.

Ma, cos’era successo?! Dov’era finito l’uomo?

Cosa c’era in lui che non andava?

I giorni di maggiore tormento in cui la sua anima sceglieva un volontario oblio, in forma d’esilio dalla sua forma e sostanza, fino alla perdita del sé, pur di non soffrire ulteriormente fino allo spasimo dell’agonia, erano i giorni in cui, con chiarezza, dall’armadio posto nell’angolo nord della camera da letto, si udiva roboante il fragore del cielo: era la pioggia! Un tormento lungo miliardi di gocce di dolore, di sconforto, di umiliazione insopportabile!

Quale orrore era ormai il suo destino. Quello che era il ticchettio sui vetri, sul tetto, sulle pareti dello stabile, quel ticchettio di vita e di passione era ormai il suono della sua infausta sorte di sepolto vivo. Ogni tuono lo faceva sobbalzare nel suo corpo morto, esiliato dalla vita, negletto, ripudiato, inutile,  dimenticato.

Quale orribile tormento!

Il cassetto a volte lo terrorizzava anche più del temporale. Ad un tratto, scricchiolava minacciosamente come avesse voluto presentargli il conto tutt’insieme. E sapeva bene che non avrebbe mai potuto pagarlo: con che cosa lo avrebbe risarcito? Oh no! Preferiva tacere, obliarsi e ristagnare fino a farsi fagocitare dalla sua coscienza; così, in quei momenti d’inferno, egli stesso diventava nel suo intimo profondo il cassetto.

Era il suo modo per espiare la sua innominabile colpa. Colpa di cui nulla sapeva, se pure, ormai, si sentiva responsabile in una misura inconsolabile e cupamente ignorante.

Gli anni ormai erano trascorsi e con essi le estati: periodi in cui, a volte, il cassetto scricchiolava con timbri e suoni ancora più accusatori. Sentiva nell’anima del rovere che, se solo avesse potuto, avrebbe preferito bruciare nel fuoco pur di distruggere il suo abitante simile ad una repellente mummia.

Ma quando proprio s’è in fondo all’abisso e la memoria si scolora di ogni istanza di vita, e anche la speranza era quasi del tutto morta, qualcosa di bizzarro e miracoloso accadde.

Dunque “Dio non era veramente morto!”, com’egli pensò in un susseguirsi di attimi che presero a vorticare furiosamente uno dietro l’altro come l’allucinazione finale d’ogni oblio ed un’eternità di morte di cui era ormai certo.

Cosa era possibile ancora che gli accadesse?

All’inizio, fu un rumore ovattato e rotolante sul pelo dell’aria che stagnava nel cassetto: ne avvertì a stento nel suo letargo la vibrazione lontana, come un’eco irreale e irrealizzabile. Ma poi non ci fu più niente da fare, era il tuono! E poi altri, e altri ancora, come tormenti finali del volto dell’abisso. Un abisso che ora avrebbe visto faccia a faccia per poi dire addio ad ogni possibile residuo della sua coscienza distrutta e cancellata dal dolore. Era la fine?

Nel frastuono generale tutto si accavallò: la pioggia che scrosciava a catinelle e che sembrava triplicarsi ad ogni lampo, e poi indistinti e nervosi rumori per la casa. Dei passi rapidi, poi dei movimenti caotici come di chi cerca qualcosa, e infine, grottescamente, all’improvviso il cassetto s’aprì e una luce violenta se pur languida lo schiaffeggiò sul viso con violenza indicibile di vita, la violenza irreparabile della vita ch’era ad un passo da lui nell’esito finale!

Le mani dell’uomo lo strinsero con un sicuro istinto di proprietà e di orgoglio.

Egli si lasciò andare a quella stretta con la voluttà totale dell’abbraccio della morte, ma era invece la vita.

Ebbe appena il coraggio e la viltà ad un tempo di guardare gli occhi dell’uomo che lo brandiva tenendolo con estremo atto virile: non era lo stesso uomo, era un altro, più fiero e forse volgare nei modi, ma lo sentì subito il suo vero padrone.

Alle sue spalle rivide la donna che lo comprò anni addietro. Per ciò che ricordava, anche se gli sembrò comunque apparsa da un’ altra esistenza, era invecchiata e un po’ rassegnata.

<<Era di Antonio>> ella affermò senza alcuna vibrazione nel cuore. <<Lo dimenticò qui quando andò via. Non sarai geloso?>>

<<Scherzi?!>> fece l’uomo volgarmente, con la caotica forza della vita. <<Ora è mio!>> e frettolosamente baciò con distrazione la donna, poi volò giù di corsa per le scale e, quindi, si gettò sotto un mare di pioggia.

Salvatore Maresca Serra

Milano, 1994

Ringrazio Miriam Maltese per tutto il lavoro amorevolmente svolto per me.

CLASSIC PIANO – SALVATORE MARESCA SERRA

ASCOLTO LIBERO DEI BRANI IN ANTEPRIMA – FAN PAGE

Il doppio Album verrà pubblicato nel 2011, e contiene una selezione dei maggiori classici eseguiti al pianoforte da Salvatore Maresca Serra.

Da Mozart a Scarlatti, da Ravel a Chopin e oltre, il pianista interpreta il suo strumento e le magiche atmosfere dei grandi classici di tutti i tempi.