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MANAGER DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE = MILIARDARI, ECCO I REDDITI DICHIARATI

Sono ricchi, talvolta ricchissimi, hanno storie diverse, alcuni lavorano tantissimo, altri hanno solo cariche di rappresentanza ma ben remunerate. Ma hanno tutti una cosa in comune: lavorano per la Pubblica amministrazione. Grazie a una legge del 1982, ogni anno i “titolari di cariche elettive e direttive di alcuni enti”, cioè manager scelti dalla politica per guidare pezzi del potere economico statale o parastatale, devono rendere nota la loro dichiarazione dei redditi dell’anno precedente e la loro situazione patrimoniale, le auto che possiedono e le società di cui hanno azioni. Attenzione: si parla dei redditi complessivi, non degli stipendi pagati dalla pubblica amministrazione (anche se per molti le due cose coincidono, soprattutto per quelli al vertice di istituzioni che rendono incompatibili gli incarichi privati). Dal bollettino pubblicato il 16 luglio sui redditi 2010 che Il Fatto Quotidiano ha potuto consultare emerge uno spaccato della società italiana, il racconto di chi sono i veri ricchi di questo Paese (almeno i veri ricchi che non evadono, o quasi).

Nell’elenco compaiono alcuni politici, tipo Piero Fassino (128.191 euro) o Matteo Renzi (109.573 euro) in quanto presidenti di fondazioni locali, a Torino il teatro Regio, a Firenze il Maggio Fiorentino. Gianni Alemanno, citato in quanto presidente della Fondazione teatro dell’Opera di Roma, dichiara 152.055. Ma sembrano indigenti a confronto degli altri. Gli stipendi più alti si trovano nella prima linea delle società controllate dal Tesoro, nomi poco conosciuti al grande pubblico ma strapagati: guadagna 727.170 euro Domenico Arcuri, amministratore delegato di quell’Invitalia che aveva scelto lo squattrinato Massimo Di Risio per rilevare la Fiat di Termini Imerese (ora è stato scaricato da tutti, dopo aver fatto perdere un anno di tempo). Il vicepresidente di Fintecna, società che sta passando dal Tesoro alla Cassa depositi e prestiti, Vincenzo Dettori, dichiara 392.392 euro. Mentre i due vertici della Cassa depositi e prestiti sono su un altro ordine di grandezza: il presidente Franco Bassanini ha un reddito di 567.262, l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini 1.925.997.

Ci sono anche figure di cui ci eravamo un po’ dimenticati: a fine 2011 il professor Augusto Fantozzi si è dimesso da commissario straordinario di Alitalia, incaricato di liquidare quel che restava della bad company, ma per il 2010 ha dichiarato un reddito di 3.686.272. Il suo compenso per l’attività di commissario è sempre stato misterioso e tuttora non sappiamo quanta parte di quei 3,6 milioni sia dovuta a tale attività. Il suo successore Stefano Ambrosini, che nel 2010 ancora non era subentrato a Fantozzi, si ferma a 957.379. L’ex leghista Dario Fruscio è stato per anni nel cda dell’Eni, poi è passato all’Agea, la società che gestisce i finanziamenti all’agricoltura, Umberto Bossi lo aveva rimosso e lui è riuscito a riprendersi la poltrona a colpi di ricorsi al Tar: deve essere ben pagata, visto che nel 2010 Fruscio ha dichiarato 1.048.478 euro. Un altro manager di area leghista, il varesotto Giuseppe Bonomi, alla Sea che gestisce l’aeroporto di Malpensa, dichiarava 919.847 euro.

NEL RAPPORTO curato dalla presidenza del Consiglio ci sono anche curiose eccezioni verso l’alto e verso il basso. L’imprenditrice milanese Diana Bracco, che figura in quanto presidente di Expo 2015, ha un reddito di 5,6 milioni di euro, ma non stupisce più di tanto, è noto che il suo gruppo sia redditizio. Sorprende invece un po’ la situazione di Mauro Cipollini, amministratore delegato di TechnoSky, una controllata dell’Enav, l’ente nazionale per l’aviazione civile che è finito al centro di alcune inchieste per presunte tangenti. Cipollini nel 2010 ha dichiarato soltanto 3.987 euro. Eppure nel 2007 ha comprato una Mini Cooper e l’anno successivo, nel 2011, immatricola una Porche Cayenne. Altra curiosità: nell’elenco c’è perfino il professor Francesco Alberoni, un tempo guru della sociologia all’Università di Trento oggi pensionato ed editorialista (nel 2010 ancora al Corriere della Sera) e presidente del Centro sperimentale di cinematografia: reddito da 396.389 euro.

Chi lavora alla Rai e alla Banca d’Italia ha redditi decisamente superiori. L’ex presidente della tv pubblica, il giornalista Paolo Garimberti, nel 2010 guadagnava 670.304 euro, l’allora direttore generale Mauro Masi ne dichiarava quasi altrettanti, 695.466, la sua sostituta Lorenza Lei si fermava a 424.106. Alla Banca d’Italia nel 2010 il più ricco era Mario Draghi, allora governatore, con 1,021 milioni di euro. Il suo direttore generale, Fabrizio Saccomanni, che ora potrebbe essere riconfermato dopo aver sfiorato la nomina a governatore, non se la passava tanto peggio: 838.596 euro. Ignazio Visco, suo vice all’epoca e oggi governatore, dichiarava la metà ma comunque cifre consistenti: 405.201 euro. Poi c’è Finmeccanica, società controllata dal Tesoro e di cui tutto è noto, visto che è quotata in Borsa. O meglio, sono noti gli stipendi dei suoi top manager ma non le loro dichiarazioni dei redditi. Eccole: nel 2010 Giuseppe Orsi, oggi presidente, dichiarava 1,654 milioni, l’allora presidente Pier Francesco Guarguaglini 5,5 milioni, Giorgio Zappa e Alessandro Pansa, entrambi con la carica di direttore generale, avevano rispettivamente un reddito di 2,5 e 2,6 milioni.

DA QUASI SEI ANNI diversi governi hanno provato a mettere un tetto agli stipendi, anche cumulati, dei manager che lavorano nel settore pubblico. L’ultimo tentativo è del governo Monti che a marzo ha fissato il limite a 294mila euro lordi all’anno. Sarebbe un bel crollo del reddito di molti dei protagonisti del rapporto di palazzo Chigi. Per rendere operativo il tetto serve un decreto del ministero del Tesoro che, come ricordato ieri da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, ancora non si è visto. Qualche mese fa il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, reddito 2010 da 1,36 milioni, si era detto sicuro che nel 2013 avrebbe dichiarato soltanto i 294 mila euro previsti dal governo. Forse era stato troppo pessimista.

di Stefano Feltri e Carlo Tecce

da Il Fatto Quotidiano del 17 giugno 2012

VADE AL RETRO, SILVIO!

Personalmente non aspettavo altro che Berlusconi si ricandidasse, per confermare una mia vecchia teoria – molto empirica, devo dire: quando uno nasce tondo, non può morire che facendosi tonto. Silvio sopravvive a tutto e a tutti, e se ci riesce è perché è una macchina, non un uomo. Va avanti perché tiene il motore acceso, sempre. L’imput iniziale che ha ricevuto dall’alto, il suo mandato divino, il culto di sé, lo specchio del reame, il ruscello di Narciso, tutto lo mantiene amortale. Amortale perché tonto. Pronto a riportare l’immagine dell’Italia al bunga bunga, dopo sacrifici del popolo italiano, dopo i suicidi, dopo lo spettro miseria, dopo la perdità della sovranità, dopo l’uomo o gli uomini che ci hanno commissariato dalla Trilateral, dopo la Merkel che ci ha bacchettato fino alle piaghe sulle mani, dopo Napolitano, dopo il palloncino scoppiato di Sarkò, dopo i grillini, dopo ABC, finache dopo Obama ecco che torna Lui, l’uomo del destino. Il Cavaliere Nero.

Già tutti sono in agitazione, fibrillano perché torna la pappa pronta, la mangiatoia bassa anticervicale, il cocco mondato e pronto, la provvidenza divina, il ritorno al futuro.

E già: qualcuno aveva veramente creduto che la partita si fosse chiusa? Ma scherziamo? Angelino candidato premier? Il partito degli onesti? Finiamola! Per favore, finiamola!

Tutto quello che c’è passato addosso come un caterpillar in questi lunghi mesi che fra poco fanno un anno non è servito a niente. I sondaggi lo danno chi dice ventitré chi ventotto chi anche di più. Ma chi li fa questi sondaggi? Chi è il vero pusher di Silvio? Sorvoliamo. Lui è pronto. Turgido. Tonico. Nella pausa s’è finito di rifare anche la faccia con nuovi ritocchi estetici. Molti italiani hanno rimpianto i suoi tempi. Sono pronti statisticamente a rivolerlo. Meglio lui che Monti! Si sa, meglio il male minore, o non si crederà mica che quegli italiani pronti a rivotarlo (o rivoltarlo…) abbiano creduto davvero alla cattiva favola dell’Europa in crisi. Dello spettro Grecia. Sta per finire l’era del tecnico. Sta per tornare la politica, quella che credevamo di esserci lasciata alle spalle, ma quando mai? La politica italiana. Quella degli sprechi di massa. Dell’ottundimento generalizato, sistemico. Della propaganda che, in fondo, ci manca. Quella del gossip. Quella dei Ballarò, Porta a Porta, Matrix, In Onda, Report, Servizio Pubblico. Nuovo pane per i Travaglio. Nuovo travaglio per i giornali mondiali. Nuove sceneggiate. Nuovo populismo, diretto e di riflesso. Nuove inchieste pittoresche che non approdano a nulla di fatto. Nuovi lodi. Nuovi magistrati all’assalto della rocca inespugnabile dei Ghedini & Co. E, se davvero ce la facesse, nuovo impulso al voto-mercato. Ma ce la farà, ne sono certo. Il potere del tonto è illimitato e inarginabile. E viene da pensare che l’Italia intera è tonta. O una buona parte. Ma noi, da che parte stiamo noi?

A Berlusconi va riconosciuto un merito storico: Lui ciclicamente denuda la vera faccia degli italiani. La fa emergere dalla coltre di teorie che si sgretolano poi nei seggi, niente di concreto, solo teoria. E nei seggi, si sa, fanno di tutto. E poi, dobbiamo chiederci: chi si intesterà il merito di aver mostrato responsabilità sia nel dimettersi che nell’aver sostenuto questo intervento tecnico di riabilitazione della credibilità Italia? Bersani? Casini? Lo stesso Alfano? No! Ci vuole un nome! Alfano è solo un pupazzetto, di quelli che piegano volenterosamente la testina in basso e dicono con la molla carica “Sì! Sì! Sì!” Sempre e solo sì. Il nome è Lui. Già immaginiamo la nuova campagna elettorale. Nel 2013 avremo finache l’aria che scandirà il merito di Silvio, l’uomo del destino. La roccia. Il grande statista. In più s’intesterà anche tutto il disprezzo che ha ricevuto come una stimmata di santità e sacrificio. Ci dirà che avremo finalmente una grande stagione di ritorno alla grandezza del nostro paese. Che ci guiderà lui come il profeta alla terra promessa fin dall’inizio da Forza Italia. Ma la verità è che ritornerà ancora la terra della diaspora. Ancora, invece di pensare al lavoro, alla disoccupazione, alla crisi, ai disperati, lo spazio dei media scoppierà perché tutti saranno costretti a parlare di Silvio. Finache i media internazionali, i leaders esteri, gli intellettuali, le agenzie stampa, ancora qualcuno scriverà qualche libercolo su di Lui. L’Italia intera, da grigia e seriosa, si tingerà di nuovo di quel grottesco rosa a chiazze marroni. Quella macula tra edonismo, malcostume e merda. Perché ci aspetta una nuova montagna di merda. Ci seppellirà del tutto? Vedremo. Intanto, chiudiamo se non gli occhi almeno le narici. Se qualcuno si chiedeva quale ormai poteva essere il peggio, adesso sappiamo: è arrivato.

Salvatore Maresca Serra, Roma 12 luglio 2012