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I FIORI INNOCENTI DELL’INVERNO – Salvatore Maresca Serra

Salvatore Maresca Serra

TEOCRAZIA O RATIOCRAZIA – EDITORIALE

Quando parliamo di comunicazione globale ci accade di immaginare prevalentemente il globo usufruttuario del progresso, beneficiario della portata, con tutti i suoi popoli, priva d’ogni barriera, quindi libera: con una parola ancora in uso “moderna”. Dimentichiamo spesso (troppo), noi occidentali e tecnologici, proiettati verso la natività digitale, che la nostra post-modernità convive con il corso storico di altre civiltà, globalizzate di fatto ma ancorate a ben altra globalità: la teocrazia.

I  FIORI  INNOCENTI  DELL’INVERNO

Quando parliamo di comunicazione globale ci accade di immaginare prevalentemente il globo usufruttuario del progresso, beneficiario della portata, con tutti i suoi popoli, priva d’ogni barriera, quindi libera: con una parola ancora in uso “moderna”. Dimentichiamo spesso (troppo), noi occidentali e tecnologici, proiettati verso la natività digitale, che la nostra post-modernità convive con il corso storico di altre civiltà, globalizzate di fatto ma ancorate a ben altra globalità: la teocrazia. Accade che il nostro dio è morto, ma lo abbiamo dimenticato nel coma farmacologico a cui lo abbiamo sottoposto, secolarrizzandolo e relativizzandolo, mentre il dio altrui è bello che vivo: sente, reagisce, presenzia la storia e v’interagisce, è capace di motivare ardentemente anche il supremo sacrificio, la vita, e attende i suoi figli martiri nel paradiso con la sua riconoscenza tangibile. Noi non ci scandalizziamo più di niente, chi ha un dio vivo sì. Noi siamo in un corpo inscalfibile perché morto agli dèi e rinato alla neodèa Ragione rivoluzionaria, non abbiamo quindi più il divino dietro o dentro le istituzioni civili, stati e rupubbliche e leggi. Non c’indigniamo neanche se il nostro comatoso dio viene fatto accoppiare e riprodurre biologicamente, o se viene tentato per l’ultima volta sulla croce, o se diventa una pop star in una commedia rock. E, in ogni caso, quello che resta nel laico del religioso è solo un dio d’amore supremo, che si offre al martirio e alla morte di croce, e che predica insegnando la non violenza perché il suo regno ultramondano vale di più di questo, ammesso che (questo) non sia solo il regno della corruzione del pensiero forte, quindi, nel post-moderno, diventato filosoficamente debole per forza di cose. Le nostre verità vacillano ormai da una sponda all’altra della logica come risposta fisiologica agli assoluti mendaci di un passato sorpassato. L’emancipazione dalla fede ci ha resi credenti neopagani, e così i nostri miti sono nostri contemporanei, possiamo ascoltarli ai concerti e magari strappargli un autografo, possiamo addirittura ancora e nuovamente anche accoppiarci, con questi dèi di un olimpo patinato, markettizato, in vendita. Senza dimenticare che il primo dio posto in vendita nell’occidente è stato precipuamente quello che concedeva indulgenze e perdono a pagamento, nell’enorme operazione di marketing di Leone X e dei frati domenicani. A nulla sono valse le proteste e le tesi di Wittenberg: ormai la vendita era irreversibile. Ciò ci ha resi tutti in vendita: puttane ansiose pronte al miglior offerente,  che ha il suo nome nel “profitto”, e la sua identità nella reificazione. E, di profitto in profitto, abbiamo incorporato nel nostro corpo debole le moschee di un dio vivo, le sue comunità di fedeli, le sue culture e subculture sfaccettate, il suo petrolio-sangue indispensabile, abbiamo anche rimosso dalle scuole il nostro povero dio crocifisso, quando ci è stato detto che tenerlo appeso costituiva un atto antipluralistico. Noi occidentali siamo sempre più riproiettati nell’imitazione dell’impero romano: lasciamo convivere le religioni e le culture e gli uomini senza volerli deformare, non c’interessa farlo, e poi perché, cui prodest? Basta che paghino le tasse, siamo protesi a dargli cittadinanza, a immetterli nel corpo civile, a occidentalizzarli depotenziandoli con i diritti, i piaceri industriali, l’infinità dei desideri pubblicitari, e dulcis in fundo con la professione di fede democratica: il libero pensiero.

Noi siamo laici. Pluralisti. Democratici. Liberi.

Ma siamo certi che tutta questa libertà gl’interessi davvero? Siamo altrettanto certi che il loro dio o il loro profeta siano entrambi inclini a prostituirsi anch’essi? Oppure, siamo in condizione di offrirgli una vera libertà? Di esemplificarla? E poi: cos’è la libertà?

Quindi se il mondo multietnico che abbiamo teorizzato con la globalizzazione ci si rivolterà in pancia, con la Medea di Seneca, dovremo dirla tutta: cui prodest scelus, is fecit…

Nel mio romanzo d’esordio – Il Costruttore di Specchi – in uscita l’anno prossimo, ho trattato della comunicazione di massa, della rete, delle religioni, delle verità contrapposte tra esse. Così ho posto una serie di domande a me stesso e al lettore, e tutte vertono su una sola cosa: l’equilibrio del mondo contemporaneo. Quanto è forte? Quanto è fragile? In quanto tempo può modificarsi? In relazione alla comunicazione globale, ho intravisto scenari nei quali le guerre acquisiscono nuove e impensabili armi come un semplice piccì e una connessione internet, a patto che li si sappia usare. Le risposte probabili a questi nodi sono sotto gli occhi di tutti: sono i fatti e non le idee. L’ideazione la fa il mondo, nel suo proprio caos perfetto. Produce fatti alla velocità digitale. E ne conserva all’infinito la memoria, almeno fino a che i server resteranno in vita. Perché di vita si tratta. In un passaggio della trama ho sfiorato anche la profezia Maya. Mi sono chiesto se le condizioni dell’estinzione della specie umana, la più predatrice e assasina di tutte, siano più presenti oggi che in precedenti periodi storici. Al di là delle condizioni cosmiche, delle catastrofi naturali, e del destino dei calendari, caduti nelle mani dei gesuiti. I fatti di questi giorni sembrano indicare che le condizioni per una guerra globale ci sono tutte. Affatto, il progresso tecnologico ha percorso una serie di avanzamenti segmentati ognuno con una sua comune stimmata: il disinteresse verso le multiple implicazioni. Gli effetti della globalizzazione asincroni, la discrasia sistemica dei vecchi poteri inoculata dalla nuova consapevolezza della comunicazione di massa, tra le culture mondiali, tutti gli elementi indispensabili ad uno squilibrio che si pone nella genesi della nuova comunicazione-partecipazione interattive: essi sono gli elementi. È normale che gli elementi vi siano, là quando e dove nasce una nuova cultura del comunicare. Un bigbang dello stare insieme. Insieme nella stessa stanza del mondo: la propria, seduti davanti ad un computer che contiene l’intero mondo.

Ma ormai è obsolescenza anche la stanza. Le guerre si fanno coi telefonini di nuova generazione, camminando, fotografando per tutti, filmando, scrivendo, comunicando.

Se c’è un paradosso lampante è che non siamo affatto nella babele, ma di contro in un linguaggio universale. Ognuno capisce perfettamente il sublinguaggio dell’altro. Ognuno spia le debolezze del sistema altrui. Ognuno cerca di controllarle e metterle a frutto.

È storia di adesso.

La storia di un video che ha compromesso definitivamente la potenzialità di specchiarci gli uni negli altri. Gli specchi si sono rotti. Il progresso si è frammentato in due schegge precise. La dualità riemerge. È il momento dell’assoluto. L’assoluto è forte. Manca di autocritica, e la sua forza – da sempre – è questa. Il divino – nella sua cronica condizione pre-storica – è preistorico. Non ragiona perché la dea Ragione non la conosce. Il divino uccide. Il divino condanna senza appello. Il divino ha ancora un popolo, e non siamo noi.

Non verrà quest’anno la fine del mondo? Chi può dirlo? Non verrà, ne sono certo. Ma le condizioni le abbiamo create noi, e sono lì, tutte pronte per usarle. Se i gesuiti incendiarono o inquinarono ogni possibile residuo delle conoscenze Maya, una cosa – anche senza la speculazione new-age – ci è giunta. E non ci piace.

Non siamo preparati a lottare contro un dio. Non lo saremmo mai. Certo, abbiamo ghigliottinato l’ancien régime con la nostra dea Ragione per procedere poi ad affermare libertà, fraternità e uguaglianza. Ancor prima i papi hanno riconquistato il santo sepolcro strappandolo con la guerra giusta di Agostino agli “orribili musulmani”. E, tra santa e giusta, ci è sembrato che fosse la giustizia ad uscirne vittoriosa. Abbiamo anche assegnato una patria a Sion, prima durante e dopo la shoah. La nostra sentinella, il nostro avamposto nel mondo di Maometto. L’abbiamo dotata di termonucleari. Abbiamo puntualmente derubricato ogni sua inadempienza ai trattati ONU territoriali con la Palestina. Abbiamo così forse parteggiato per il dio degli eserciti, ma il sincretismo religioso ci è sembrato una soluzione ideale per affermare con Giovanni Paolo II che, in fondo, Dio è Uno. Soltanto uno. Gli immensi e indecodificabili intrecci dei capitali ebraici non ci sono sembrati mai nemici, e nel nostro immaginario l’escalation nucleare bellica di Israele non ci ha mai visti veramente turbati, a differenza di quella iraniana, o della presunta e posticcia irachena; entrambe minacce insopportabili che hanno turbato e turbano i popoli a cui apparteniamo. Avevamo un trattato di non proliferazione nucleare che ci metteva al riparo. Credevamo. E, se non bastava, le false prove di Tony Blair ci hanno permesso di rimuovere il dittatore Saddam Hussein e di bombardare democrazia intelligente come pacco regalo ai civili. Se guardiamo attentamente l’Iraq di allora e quello di oggi, i risultati civili sono lampanti. La difficoltà connaturata alla nascita e crescita della democrazia ci fa dire che poi, tutto sommato, se scoppiano ogni santo giorno i corpi e le vite di centinaia d’innocenti è tutto sotto controllo, tutto regolare, storico, plausibile, giusto, il prezzo è giusto. È sempre la dea Ragione che ci anima e ci esenta dal poter anche pensare che ogni cultura forse trova il suo naturale equilibrio da sola. E che, forse, la nostra valorosa  e sanguinaria democrazia ha solo dato la stura a infinite e interminabili lotte tra etnie e fedi e politiche diverse, che nella libertà hanno trovato il loro campo aperto di battaglia. Ormai non riusciamo più a tenere il conto dei morti, mentre non ci sfugge mai quello dei nostri soldati, che abbiamo mandato lì per istruire sul posto alla pace, al non confliggere, alla stabilità della politica, alla cultura delle elezioni e dei governi autonomi democratici. In Afghanistan abbiamo cercato in lungo e in largo Osama Bin Laden, con azioni militari degne di un film di fantascienza, penetrando finanche il sottosuolo e le caverne con le nostre bombe magnifiche e magnificenti. Mentre i droni hanno dimostrato tutta la loro impagabile intelligenza sterminando decine di migliaia di civili d’ogni età. Abbiamo isolato i talebani rendendoli inoffensivi politicamente. Abbiamo posto alla presidenza un uomo pulito e fuori da ogni logica del crimine… Se non siamo del tutto riusciti a smantellare le coltivazioni dell’oppio, forse è perché abbiamo una forma di partecipazione umana al dramma economico di quei poveri contadini, o chissà, forse ci saranno altre ragioni. Ragioni, ragioni, ragioni. Sono tutte ragioni. Abbiamo ragione, sì: noi abbiamo sempre ragione. I torti non sono mai i nostri. Basterebbe leggere anche superficialmente Noam Chomsky per rendersene conto. Se anche è stato un insuccesso il nostro in Afghanistan, con migliaia di nostri concittadini giovani soldati, a volte rimasti uccisi, da sporadici attentati, ci siamo tolti gli schiaffi dalla faccia quando Osama lo abbiamo preso, ammazzato a casa sua, sbattuto sulle pagine dei giornali di tutto il mondo e sulla rete di tutti. La Ragione ci ha dato ancora una volta ragione. Ad libitum, ancora “forse”. E, se tutto si compie in stagioni pre-elettorali o elettorali, neanche ci sogniamo di analizzarle, le ragioni. Sogniamo d’essere fatti della stessa sostanza della realtà, scriverebbe oggi in una nuova tempesta William Sheakspeare. E avrebbe anch’egli ancora ragione. Netanyahu minaccia Obama di spostare i voti degli ebrei nell’Ohio e in Florida a Romney se non scenderà affianco ad Israele in guerra all’Iran? Questo potrebbe farci ipotizzare che dietro il filmaccio che insulta Maometto vi possa essere una strategia compulsiva a latere ebraica anti-islamica, e che potrebbe anche essere concordata con Romney? Sono “ragioni” queste?, mi domando. E perché dovrebbero interessarci più di tanto? Non è forse dotata di automatismo asettico e impersonale la Ragione che “anima” noi occidentali? Abbiamo questione etiche che ci tolgono il sonno? Abbiamo capacità di scegliere concrete? Noi, per esempio italiani, abbiamo avuto qualche chance di scelta per l’avvento di un governo di tecnici?, e di un presidente del consiglio che proviene da Bilderberg – http://www.bilderbergmeetings.org/index.php, Goldmann Sachs – http://www.goldmansachs.com/, Trilateral – http://www.trilaterale.it/, Moody’s – http://www.moodys.com/ e chi più ne ha ne metta? La ragione dovrebbe fornirci una risposta: infatti è “No!” Ma quanto è razionale questa risposta? Quanto è democraticamente plausibile che un presidente della repubblica che occulta i suoi dialoghi con un indagato, e sospettato da molti di mafia può anche decidere chi deve governare il paese? Ed è accettabile? Se non gli interessa lasciare in eredità ai suoi successori un fulgido esempio di trasparenza, ci domandiamo perché – se tanto gli sta a cuore la democrazia quella vera – vuole lasciare tutto il suo conflitto di competenza, invece? Troppo potere ai magistrati impegnati nella lotta alla Mafia? Isolarli ancora di più è democraticamente corretto? Non coincide forse col deprivarli d’ogni scudo delle istituzioni dello stato? E perché il presidente minimizza enfaticamente il boom del Movimento 5 Stelle? Non è forse il fenomeno più interessante e problematico che emerge nel paese? Un presidente della repubblica italiana non dovrebbe essere invece un acuto osservatore e ratificatore delle realtà che si fanno strada dal basso verso la politica? Non dovrebbe non perdere mai l’occasione d’essere il primo a prenderne atto in nome di tutti i cittadini? In nome della Storia? E non dovrebbero i nostri media centrare – visto che sono veramente bravi – il vortice attorno a cui si rende possibile il fenomeno Grillo? Non è forse la rete e la comunicazione globale quel medium affrancato dalla istuzionalizzazione data dalla televisione ai fatti che dovrebbe farci toccare con mano che, quando si parla di rinnovamento, bisogna non uscire mai nel ragionare dal “del veicolo oltre che della sostanza”? Non potrebbe essere che solo chi ha in mano e tiene stretto il veicolo mondiale nuovo della partecipazione può avere un futuro, da qui a qualche breve anno? E questo non dovrebbe determinare una nuova consapevolezza anche nei partiti e nei media dell’establishment mainstream? E, da qui a qualche anno, non saranno forse defunti realmente quelli di cui Beppe Grillo dice “vi seppelliremo”, con la loro clientela storica? Siamo troppo vecchi per scorgere il nuovo del rinnovamento, in Italia? Probabilmente, chi dovrebbe accusare il dovere (ché così accade coi doveri) verso se stesso e i suoi elettori di cavalcare l’onda del vero rinnovamento parla di rottamare senza sapere di cosa parla. Non sono stati i trasportati dai carri, ma le ruote la grande rivoluzione del genere umano, perché potevano salirci tutti, sulle ruote. La ruota contemporanea è destinata a far girare il mondo intero, come abbiamo visto. E si chiama internet. Può creare una democrazia liquida? Voi che dite? Diretta? Voi che dite? È così difficile fare una previsione a breve? La “maledetta primavera che fretta c’era” scritta da molti su Twitter di cinque giorni fa, primavera o non primavera, non si è affermata nella e con la rete e con i cellulari? Allora, al di là della sostanza, quanto vale la nuova ruota?  Le prime elezioni di Obama, e quelle di adesso, dove corrono?, sui fili del telegrafo? E non è stato il petrolio a cambiare il mondo dal secolo scorso in pochi anni definitivamente?

Non ragionare della tecnologia, non investire nella ricerca, non curare la scuola pubblica significa trascinare un popolo nella stessa propria morte cerebrale. Quello che ha fatto l’ultimo governo Berlusconi agli italiani vale esattamente in termini negativi: dobbiamo interrogarci sulla quantificazione oggettiva del valore di ciò che Berlusconi non ha fatto in questi anni. Ed è presto fatta la stima: la risposta è la posizione dell’Italia nell’Europa, con un governo di tecnici. In parole povere, il massimo possibile del peggio che Berlusconi e la sua inconsapevole (ma non incolpevole) ignoranza ha prodotto. Quella stessa che gli fa pronunciare goo-gle al posto di gu-gh-l…

La stessa inaccettabile ignoranza muove Mario Monti verso l’attacco allo statuto dei lavoratori. Anche qui la questione resta la pronuncia dei nomi: statuto dei lavoratori ha un suono civile, sanguinoso, storico, patriottico, italiano-puro in assoluto; per Mario Monti statuto dei lavoratori ha un suono cachettico da prolasso neuronale, amorale e immorale al contempo, sordido e subdolo come tutte le cose che pronuncia, anche sorpassando Berlusconi nella cacofonia etica di un italiano-spurio senza patria e storia. E, se abbiamo un governo senza storia né patria, che storia è questa? Dobbiamo chiederlo a Napolitano? Ad ABC? O piuttosto non possiamo domandarlo al nostro cuore ché alla Ragione? Quanto populismo vi è stato nell’inneggiare a un presidente non politico? Molti hanno ravvisato in questo uno slancio civile di onestà perché super partes. Li ho visti, li ho ascoltati per strada, nei luoghi che frequento, ovunque. Erano prevalentemente persone di mezza età, o anziani, dicevano in coro “sa il fatto suo”, “è uno onesto”, “basta politici, ci voleva Monti”, “un dono dell’onestà di Napolitano al Paese”… Ma ora siamo al redde rationem, e i dati ci dicono cosa ha fatto Monti per noi tutti, questa volta chiediamo alla ragione.

Ognuno può e deve rispondersi, ma non con un cor duplex.

Monti è super partes?… O non piuttosto è super partners?… I suoi naturali partners, per colpa o per ignoranza, siamo noi. I cittadini. Ripeto: la Ragione nel nostro mondo è solo un automatismo. Non ci vede protagonisti. Non abbastanza da sopravvivere ai soprusi. Non abbastanza da avere anche noi un dio che ci fa scendere in piazza e fare la rivoluzione. Magari un dio non preistorico, ma dentro la storia. Lo stato, per molti, è una entità distinta dalla nostra, con soluzione di continuità. Perché la soluzione è stata resa troppo facile, e quel po’ di benessere che ci hanno fatto introiettare si è reso efficace per rinunciare nonsolo all’identità, ma al pensiero. Si sa: i cani alle mense dei potenti non pensano: aspettano solo quell’osso a cui attribuiscono anche funzioni taumaturgiche che gli verrà lanciato, tra oscene risate, nell’orgia del baccanale politico. E siamo all’osso ormai. E, molti tra noi, sono stati cani. Molti ancora lo sono e lo resteranno.

Se c’è una menzogna è giudicare populista la ribellione del cittadino. La sua voce che si vuol far passare per isterica, per demenziale, per comica o capocomica o capofallica. Va da sé che siamo tutti teste di cazzo per i potenti, e da tali ci trattano. Quando la Merkel e Monti, come un suono e una meccanica eco, dicono “c’è il pericolo di nuovi populismi e disgregazioni nell’Europa”, stanno dicendo “guardate, che c’è il pericolo che le teste di cazzo si sveglino, che comincino davvero a ragionare, perché gli ossi stanno finendo, e questi vanno verso il potere”…

Grillo e Berlusconi sono come la Terra e la Luna. Grillo raccoglie da terra quello il senno di Berlusconi, nell’ampolla sulla Luna, ha seminato gettandolo. I cittadini morti-macerati nella terra ora fioriscono, e danno frutti. Sono semi figli d’altri semi gettati da sempre perché non valgono nulla per il politico medio. La politica non può permettersi programmi e ideazioni lungimiranti, la società civile sì! Se Monti e Casini e Fini e altri s’inventano un nuovo degasperismo e si riempiono la bocca di statismo, di una attenzione alle nuove genrazioni, è solo perché non vedono che le nuove generazioni sono già qui. Non potrebbero: la sete di potere li rende ciechi, stolti, inutili, dannosi, perniciosi, ottusi, idioti. Sine baculo. Il solo potere che gli rimane si regge solo su se stesso, nel palazzaccio che dice Renzi, sfortunatello, ma che non distingue dalla sua casa. E se si rivolge ai mentecatti-delusi di Berlusconi è perché attua un autentico neopopulismo nel definirsi “giovane”. Renzi ha perso il suo treno: non sarà mai giovane quanto lo è la storia. Perché finge di non vederla. Lo dico con simpatia, ma in realtà dico la cosa peggiore che posso perché non posso altro: fingere e peggiore ch’essere davvero ciechi. Il sogno di Renzi è essere qualcuno. E chi sogna questo è perché sente di non esserlo, e profondamente. Chi oggi “è” non ambisce ad una società verticale. La piramide lascia il posto ad uno scenario liquido, paritario e paritetico alla sua propria interscambiabilità e al suo rinnovarsi di continuo. È tardi per tornare indietro, anche per Renzi che proclama il mandato dei cittadini nella politica limitato. Ma sa bene che le sue ambizioni sono lungimiranti, se in realtà non fossero anacronistiche. Quando dico “sfortunatello” non è per dileggiarlo, ma perché appartiene ad un mondo in disfacimento. Ed è tardi per tornare indietro. Se anche ce la facesse, se raccoglierà il consenso che merita la sua intelligenza, o la sua furbizia, la sua problematica diventerebbe insopportabile. Il partito ritorna ab ovo usque ad mala. E mi sembra che siamo alla frutta. Quelli che sopravviveranno saranno sauri nei musei di scienze naturali del giurassico, da qui a poco. La sola forma futuribile è il movimento delle opinioni. Le strutture partitiche piramidali, i dirigenti, i moduli molecolari dell’architettura gerarchica territoriale, dal basso all’alto e viceversa sono fantasmi per buona metà o tre quarti. L’opinione in rete li scardinerà del tutto: frammenti di un passato obsoleto.

Avremo sempre più rapidamente un contrapporsi di obsolescenze paradossali nel mondo. Superata e a-funzionale sarà la democrazia come l’abbiamo immaginata finora. Le sue anime conservatrici repubblicane o la destra, quelle progressiste o la sinistra con tutta probabilità e in breve si ritroveranno disarticolate da una società civile a cui non interessa minimamente né stare a destra né a sinistra, e che – dove c’è ancora – ha capitalizzato già da tempo la fregatura del centro.

Il paradosso emergerà dal contrasto stridente tra un mondo evoluto e democratico e un altro che giudichiamo medievale, perché fanatico, teocratico, che ignora del tutto la libertà, i diritti, la secolarizzazione del clero, lo stato laico. E quindi la nostra dea Ragione. Eppure il loro dio cammina nuovamente su gambe giovani, e forse, per questo, “innocenti”.

E la loro primavera non a caso rischia di fiorire in inverno, il nostro inverno.

E non è quella che avevamo immaginato.

Salvatore Maresca Serra – Roma, 17 Settembre 2012

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OMOFOBIA e IPOCRISIA

OMOFOBIA e IPOCRISIA  di Salvatore Maresca Serra

<<Non avrai altri jeans all’infuori di me>> era lo slogan di Jesus che tanto fece parlare e generò una reprimenda cattolica appoggiata da magistratura, polizia, quindi Stato perbenista-moralista  a partire dalle pagine dell’Osservatore Romano, nei “lontani anni settanta”. Il 17 maggio 1973, PP Pasolini scrisse sul Corriere della Sera la sua puntuale analisi linguistica del fenomeno, dove configurò uno scenario – a partire dal <<non avrai altri>> – che vedeva lo sgretolarsi del potere della Chiesa prossimo, futuribile sul breve periodo e ineluttabile. Bastavano un jeans e uno slogan, dunque – dopo millenari sviste, corruzioni e falsificazioni –, a spogliare la Chiesa del suo potere mentre rivestiva di azzurro divinizzato gambe cosce e natiche degli italiani inconsapevoli dell’orrenda tragedia in agguato? O piuttosto non era quello slogan l’acme del declino del vaticano solo perché nasceva nel grembo della società borghese, che la Chiesa aveva accolto snaturando se stessa? Pasolini indicava un percorso di valori (ben precisi) da utilizzare: serviva chiedersi – a partire dal Concordato negli anni trenta – quanto il neocapitalismo borghese potesse determinare il declino del papa e compagni, dopo ch’essi avevano accettato il fascismo, poi la repubblica, quindi la società dei consumi e del nuovo capitale liberale. Domande logiche, lecite e linguistiche. Quindi: se lo spirito reazionario degli anni ’70 che strappava i manifesti di Jesus avesse avuto vita breve, come fu – profeticamente – negli anni a seguire. Quello slogan pubblicitario – antesignano del branding – era come un retrovirus Hiv: solo questione di tempo. Poi avrebbe infettato tutto e tutti. Uno tra i Dieci Comandamenti era stato nonsolo vilipeso, nonsolo banalizzato oscenamente per trarre fatturati e colpire l’immaginario innocentemente ludico dei giovani borghesi, e nonsolo aveva eternizzato per un istante la psicologia applicata della comunicazione pubblicitaria, ma era stato usato quale strumento di morte perché già morto. E Jesus stesso sanciva questa morte della religione cattolica e dei suoi comandamenti dopo essere già stato – poco prima – Cristo Super Star, come fosse una stella del firmamento pop. Evidentemente, il vaticano assorbiva coscientizzandola troppo tardi la morte (quale spinta vitalistica) di una collettivizzazione sistemica di una antica-postmoderna fede-antidefe: l’idolatria del Capitale. È anche evidente che le macroscopie della materializzazione e della reificazione – dico io – venivano già da tempo immemorabile precipuamente dalla vendita delle indulgenze, che portarono Lutero ad affiggere a Wittemberg le sue 95 tesi di protesta contro Leone X. Mercoledì 31 ottobre 1517. La riforma innescata dal monaco agostiniano, in Italia fu altrettanto presente come negli altri stati europei, ma qui ebbe particolari caratteristiche. Innanzitutto si affermò nelle classi colte, imbevute dello spirito umanistico e laico del Rinascimento, che vedevano nella riforma, soprattutto legata allo Zwingli e a Calvino, un’affermazione della classe borghese rispetto al tradizionalismo della chiesa romana. Il movimento prese piede anche tra il clero sia con posizioni estremiste sia con posizioni moderate. Probabilmente, Pasolini – nell’articolo del Corriere – non volle approfondire troppo questo aspetto, e parlò come se la borghesia non avesse avuto un suo iter storico nei secoli addietro. Per ciò che riguarda Leone X, nato Giovanni di Lorenzo de’ Medici, di lui gli avversari raccontano che quando divenne papa, a soli trentasette anni, l’11 marzo 1513, abbia detto a suo cugino Giulio: «Poiché Dio ci ha dato il Papato, godiamocelo». Si racconta viaggiasse attraverso Roma alla testa di una stravagante parata, in cui sarebbero apparsi pantere, giullari ed un elefante bianco. Avrebbe fatto servire cene con sessantacinque portate, nelle quali dei ragazzini saltavano fuori dai budini. Alcuni storici sostengono l’omosessualità di Leone X. Guicciardini recita nella sua Storia d’Italia a proposito di Leone X da poco morto: credettesi per molti, nel primo tempo del pontificato, che e’ fusse castissimo; ma si scoperse poi dedito eccessivamente, e ogni dì più senza vergogna, in quegli piaceri che con onestà non si possono nominare – sottintendendo, secondo molti, le pratiche omosessuali. Certo è che era una voce molto diffusa a Roma, come dimostrano molte pasquinate dell’epoca. Una di queste lo definiva “fiorentin, baro, cieco e paticone”, dove paticone indica l’omosessuale passivo. Più o meno tutti conosciamo l’orientamento sessuale dei papi e dei preti, e ciò si contrappone oggi alla decodifica che s’impone di un Parlamento che boccia – tacciandola d’incostituzionalità – la legge sull’omofobia. Già caldeggiata anche dalla Corte Costituzionale, in un’Italia che aggredisce gay, lesbiche e transessuali, dominata così com’è da una destra fascistoide, “retriva” (definisce Leonardo Coen su Facebook) e “da cui non ci può aspettare altro, grazie ai babbei che l’hanno votata”. Nella sostanza, il Parlamento italiano dice che è costituzionale ghettizzare i “diversi” e – simultaneamente – è incostituzionale difenderne i diritti: 100 e più omosessuali (dicono le varie associazioni GLBT tra cui l’ArciGay) parlamentari omofobi (che quindi sono terrorizzati da se stessi) si oppongono ad una legge che equipari i diritti di tutti, senza che gli orientamenti sessuali possano farli discriminare. Visto che finanche papi e preti – storicamente – non hanno incontrato ostacoli e discriminazioni per accedere ai loro alti incarichi nella Chiesa e nella società (anche)  borghese. Vien fatto di domandarsi cosa direbbe oggi PP Pasolini di questa Italia auto-omofoba, xenofoba e celodurista. Un Pasolini che ha pagato con una morte assurda tutto ciò ch’egli è stato, anche – e soprattutto – la sua omosessualità. Destabilizzante, irritante, sconosciuta e imbarazzante per molti, tra cui i suoi assassini. Di conseguenza, visti i fatti di ieri, viene anche da pensare che nel lontano 1973 Pasolini analizzasse il tutto del declino dell’ecclesia da una visione idealistica, profetica ma solo in parte, e comunque una parte troppo sottile e intellettuale per essere profetica del tutto: la Chiesa è presente nella discriminazione degli omosessuali anche oggi. Il potere che Pasolini vedeva in declino è inaffondabile per il patto scellerato tra Stato, Chiesa e politica. Questa è la semplice, banale, goffa e sciocca realtà del Parlamento: non perdere i voti dell’area cattolica manipolata costantemente e inelluttabilmente dalla CEI. Pax e Dico docet. Se Jesus scandiva <<non avrai altri jeans all’infuori di me>>, oggi sembra ascoltare a chiare lettere altri che dicono: <<non avrai altri omofobi all’infuori di noi>>. I rapporti sentimentali, affettivi, familiari sono leciti – per questi omofobi di Stato – solo a patto che a provarli siano due esseri dotati di vagina e membro: una complementarietà assoluta e insostituibile. Loro ne fanno solo una questione di organi sessuali riproduttivi. Funzionali alla sussistenza del sistema politico e religioso, là dove questi due concetti non trovano soluzione di continuità in questa Italia del cazzo. O in questa Italia dell’omosessualità sommersa e quindi laida, atrocemente deforme nella sua oscenità costituzionale, genetica, sporca e sordida: niente spazio dal parlamento e dai pulpiti per la bellezza della verità gridata ai quattro venti. Niente spazio all’orgoglio dell’essere ciò che naturalmnte si è. Niente essere, solo nascondere per godere nel segreto buco del pensiero imploso: il loro “Buco Nero” che tutto risucchia nell’ignominioso atto dell’esistere tra i “normali”, e dove la norma è la pluralità d’ogni cosa e fenomeno della Natura madre che ignorano. È più che mai necessario scandalizzarsi di ciò che ha dato scandalo da sempre: l’ipocrisia. O l’hupokrisis, come affermava Jesus tra i farisei e i sadducei, ma il Cristo quello vero. ὑπόκρισις.

(Per la cronaca, gli slogan “Non avrai altro jeans all’infuori di me” e “Chi mi ama mi segua” furono creati non dal dio mosaico e dal Cristo, ma da Oliviero Toscani e Emanuele Pirella).

Salvatore Maresca Serra