CESARE PAVESE “Poesia è Libertà”

 

cesarepavesePoesia è libertà
Datato nel manoscritto: 31 dicembre 8 gennaio 1949. Pubblicato su «Il Sentiero dell’Arte», Pesaro, 15 marzo 1949. In seguito Pavese vi apportò qualche lieve correzione, per pubblicarlo su «Cultura e Realtà» dove usci postumo, nel numero 2 (luglio-agosto 1950). La stesura che riportiamo è appunto quella corretta.

In poesia l’inventore di un genere, di uno stile, di un tono, lo scopritore di una terra incognita, riesce ‒ è cosa nota ‒ piú esauriente ed efficace dei suoi epigoni, dei molti o dei pochi che su questo stile e tono, su questa terra incognita dovrebbero ormai saperla piú lunga del pioniere, e certo continuano l’opera sua con facile confidenza e piú raffinati strumenti. Avviene qui un fatto che non ha riscontro in nessun’altra attività umana. Il primo che getta lo sguardo e si avanza in una nuova provincia è anche il suo piú efficiente sfruttatore, e piú che un diboscamento e una messa a coltura la sua si direbbe un’incursione mongolica, uno di quei saccheggi sulle orme dei quali non ricresce l’erba. Non mancano i casi di creatori che letteralmente soffocano in culla gli epigoni e non sorge il secondo a raccoglierne l’eredità. A costoro, di solito, si ritorna soltanto dopo secoli, quando cioè la vicissitudine delle ideologie e dei gusti ha fatto della loro opera quasi un oggetto, una creazione della natura ‒ come le intemperie fanno di certi monumenti ‒ e si può ispirarsene con un senso di scoperta genuino, come rifacendosi a un dato naturale.
Il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre; il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve. Qualche volta vive tutta la vita, tra il rispetto e l’applauso del prossimo, senz’accorgersi che alle sue conserve manca il gusto della terra ‒ dell’acqua e del cielo. È un letterato. Quasi sempre lo sa e se ne vanta. Meglio cosí, del resto, che se di sperasse di sé: il letterato che dispera di sé, cioè che comincia a lagnarsi, diventa non poeta ma soltanto peggior letterato.
Il poeta ‒ diciamo ‒ inventa, comprende e passa oltre. Ma non c’è da scherzare nemmeno per lui. A ogni svolta del suo lavoro, della sua conquista, lo attende il pericolo della Capua letteraria. Uno può sempre farsi epigono di se stesso: cedere alla tentazione di fermarsi piú del lecito a sfruttare il paese già conosciuto e conquistato. E il tragico è questo: che mentre a un letterato non occorre esser altro che letterato, un poeta dev’esser anche letterato (cioè colto, secondo il suo tempo) e dominare con mano ferma questo groviglio di abitudini e compiacenze che è la sua letteratura. Il suo cammino è quello delle anime sul ponte del Paradiso: un filo di rasoio o, se si vuole, una bava di ragno.
Che cosa significa che un poeta si fermi piú del lecito a sfruttare il paese? Significa che finga a se stesso di non sapere quel che già sa. Fonte della poesia è sempre un mistero, un’ispirazione, una commossa perplessità davanti a un irrazionale ‒ terra incognita. Ma l’atto della poesia ‒ se è lecito distinguere qui, separare la fiamma dalla materia divampante ‒ è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere. Il mito e il logo. Chi ha veduto una volta nella propria ispirazione, chi ha ridotto a parole, a discorso, articolandola nel tempo e nello spazio, l’estatica meraviglia dell’essere, si rassegni e a proposito del mito in questione non finga a se stesso, per rigustare il tormentoso piacere, una verginità che ha perduto. Se, beninteso, la sua occhiata, la sua riduzione del mito a figura, è stata esauriente e sovrana (e quest’occhiata non è mai folgorante; occorrono giorni e anche anni di tormentosi tentativi e di ricerche); costui può contentarsi e attendere con equanimità che dal groviglio della coscienza, del ricordo e della macerazione gli nasca una nuova verginità, una nuova ispirazione, un nuovo mito. Per ora dovrà contentarsi. O fingendo di non sapere quel che già sa, cincischiare il pubblicato mistero e farsi letterato.
Non è facile dire quando il poeta debba fermarsi. Di solito la meraviglia gli è nata cosí dal profondo, e l’immagine creata ‒ la prima preda della terra incognita ‒ ha radici cosí tenere e sensibili nella sua sostanza spirituale, che staccarsene significa lacerare se stesso, restar vuoto come un guscio succhiato. Di solito la capacità di stupirsi, la ricchezza mitica, è in ciascuno una dote limitata, finita. Come non esiste uno spirito che non possa, stando su di sé, cogliere nel suo fondo un barlume di mistero, una capacità sia pur esile di poesia (su ciò è fondata l’universale leggibilità dei poeti), cosí è ogni volta una eccezione, è esso stesso un prodigio, il creatore per cui questo barlume si allarghi irresistibile a paesaggio complesso, a multiforme, accidentata, inesauribile provincia. Si aggiunga che la riduzione a figura, a chiara visione, a conoscenza mondana di un’estatica e rovente intuizione mitica può soltanto avvenire sul terreno di una fredda consuetudine tecnica, di un’acquisita esperienza culturale di avvenute riduzioni di vecchi miti a mondo organico e razionale, sulla esperienza insomma di passate estasi altrui già divenute letteratura. C’è un senso in cui il poeta autentico non può non essere il piú colto dei letterati contemporanei. Ma dunque il pericolo di abbandonarsi ad abitudini e compiacenze, di fingere a se stesso ispirazione e verginità, di prendere la scorciatoia di uno stile dato ‒ di vedere mistero dove mistero non c’è piú ‒ è tanto piú immediato per l’autentico poeta, quanto maggiore è il numero a lui noto di comode strade già aperte, già spianate, e quanto piú impervia e singolare gli appare la strada dell’ignoto, dell’informe, dell’inespresso.
Va da sé che anche i letterati compiono opera proficua, e nulla è piú inconcludente della romantica crociata rivolta a sterminarli e umiliarli. Ciò non soltanto perché i maggiori poeti affondano radici nel terriccio e nel concime della letteratura e ne sono nutriti e insomma composti per massima parte, ma soprattutto perché i letterati costituiscono l’ossatura del pubblico che ascolta i poeti e dànno una voce e un senso alle aspirazioni e risposte di questo pubblico ingenuo. Ciò che è stato veduto e ridotto a chiarezza dal poeta, le sue prede nel paese sconosciuto, somiglia a quella fauna della savana e della giungla che il cacciatore ha catturato e che trasporta in paese civile. Queste creature strane, ancora intrise di un fiero e primordiale sbigottimento, vanno ingabbiate, mostrate, spiegate, fatte vivere tra noi. Non serve stare sulle sue. Se fosse possibile moltiplicando e isolando tra noi i grandi capolavori poetici far tacere ogni altra voce, ogni commento, ogni volgarizzazione, avremmo fatto un lavoro come di chi riempisse i crocicchi con belve ombrose e feroci, e ne adibisse intanto le gabbie a carcere dei domatori e dei guardiani. Sparirebbero insieme la vita civile e le belve, o meglio si assisterebbe a una nuova partita di caccia con spreco di vite, di tempo, e con indignazione degli stessi cacciatori. Meglio riconoscere che fin che il mondo produce poesia ‒ fin che giungono dall’ignoto mostri incantevoli o atroci ‒ il compito dell’uomo civile è popolarne lo zoo e dar loro un nome e una gabbia ‒ farne letteratura.
Ma che siano davvero mostri, miti incarnati, scoperte. Non cani bassotti o tacchini. Il mondo è pieno di chimere e di sorprese, ma soltanto quelle autentiche interessano al poeta, e soltanto quando a questi sia riuscito di costringerle a rivelare il loro nome esse interessano a noi. Ora, non tutti si rendono conto di che cosa questo importi.
Una cosa da nulla. Il poeta, in quanto tale, lavora e scopre in solitudine, si separa dal mondo, non conosce altro dovere che la sua lucida e furente volontà di chiarezza, di demolizione del mito intravisto, di riduzione di ciò ch’era unico e ineffabile alla normale misura umana. L’estasi o groviglio in cui s’affiggono i suoi sguardi dev’esser tutta contenuta nel suo cuore, e filtratavi con impercettibile processo che risalga per lo meno alla sua adolescenza, come nel lento agglomerarsi di sali e di succhi da cui dicono che nascano i tartufi. Nulla di preesistente, nessun’autorità esteriore, pratica, può quindi aiutarlo o guidarlo nella scoperta della nuova terra. Questa è ormai cosa tanto a lui carnalmente interiore quanto il feto nell’utero. Se egli sta veramente riducendo a chiarezza un nuovo tema, un nuovo mondo (e poeta è soltanto chi faccia questo), per definizione nessun altro può essere a giorno di questo tema, di questo mondo in gestazione, se non lui che ne è l’arbitro. Inevitabilmente i consigli e i richiami che gli giungeranno dall’esterno, usciranno da un’esperienza già scontata, rifletteranno una tematica e un gusto già esistenti, cioè insisteranno perché il poeta sfrutti un paese già noto, finga a se stesso di non sapere quel che già sa. A farla breve, gli interventi dottrinali, pratici ‒ sia pure espressi da un consesso dei piú competenti colleghi, dei meglio intenzionati lettori o dei padri piú reverendi – non possono tendere ad altro che a respingere il poeta nella letteratura, a impedirgli di svolgere il suo compito specifico di conquistatore di terra incognita. La costrizione ideologica esercitata sull’atto della poesia trasforma senz’altro i leopardi e le aquile in agnelli e tacchini. Detto altrimenti, instaura l’Arcadia.
Qui si vede l’importanza della cultura del poeta, quell’imperativo per cui nella sua vita quotidiana egli deve tendere a farsi il piú colto dei contemporanei. Se il poeta veramente ricerca chiarezza e attende a esorcizzare i suoi miti trasformandoli in figure, non va taciuto ch’egli potrà dire d’avercela fatta soltanto quando questa chiarezza sarà tale per tutti, sarà cioè un bene comune in cui la generale cultura del suo tempo potrà riconoscersi. E che altro vuol dir questo se non che lo stile, il tono, il paese da lui scoperti s’inseriranno naturalmente nello storico panorama della sua generazione e contribuiranno a comporne il nuovo orizzonte, la consapevolezza, frutto come sono di un autentico stupore che soltanto i piú progrediti e spregiudicati mezzi d’indagine hanno potuto risolvere in umano discorso? Ma, si badi, un autentico stupore vuoi dire uno stupore autentico, cioè non mentito, cioè quel residuo irrazionale che resta tale alla luce della piú scientifica teoria dell’epoca. Prima d’essere poeti siamo uomini, cioè coscienze che hanno il dovere di darsi, mettendosi alla scuola sociale dell’esperienza, la massima consapevolezza possibile. Invece, tutti quei consigli, quegli ammonimenti che i responsabili di una generazione rivolgono ai poeti in quanto tali, sono a dir poco superflui, esteriori, indecenti, come i consigli che la madre usava un tempo dare alla figlia la vigilia delle nozze. Il vero poeta se li è già rivolti da sé, facendosi colto. Meglio sarebbe esortare con vigore a cultura e consapevolezza i candidati alla vita sociale ‒ i giovani letterati, ingegneri, seminaristi ‒ e inculcar loro che la direzione della vita interiore è una sola, l’instancabile demolizione dei miti, la riduzione di ogni perplessità da stupore a chiarezza. E poi, se qualcuno di loro annuncerà d’essere poeta e ne darà ragionevoli speranze, lasciarlo tuffarsi nel gorgo della sua inquietudine e stare a vedere l’effetto. Nessuno altri che lui può trovare la strada giusta, poiché lui solo conosce la mèta.

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