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Noam Chomsky DOPO L’11 SETTEMBRE

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LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA II°

la-schiavitu-della-donna1Mi sembra evidente che l’atteggiamento adottato naturalmente verso le varie citazioni (per quanto telegrafiche e del tutto embrionali) dei rapporti storici tra le religioni, i miti arcaici, le gerarchie patriarcali e le donne, venga recepito con distacco e – per così dire – disturbato dal sospetto di anacronismo, oppure di non sufficiente laicità, o ancora come un elemento che poco, molto poco abbia a che fare nel concreto con una discussione che – forse per alcuni/e – andrebbe epurata dai contesti storici, che possono risultare anche – volendo – pesanti o pedanti, quindi che “rallentino” il formarsi estemporaneo di un istinto alla risposta. Capisco. Capisco ma non condivido. 
Intanto, non v’è nulla, nulla al mondo che possa essere decontestualizzato.
A meno che non si voglia avventurarsi in quel cammino del parlare per il parlare, di cui auspico nessuno – dei presenti in questo peculiare gruppo (“peculiare” perchè non si sottrae a temi scottanti, scomodi, difficili, impegnativi, prendi me che stamattina ch’è domenica, anzichè stare a suonare il pianoforte che mi aspetta inutilmente sto qui a dedicare il miol tempo a questo gradevole e significativo scambio…) nessuno – dicevo – voglia parlare tanto per farlo.
Diciamo solo per sfogarsi, per partecipare e basta.

Sono convinto che si possa fare bene. Che si possano articolare pensieri supportati da fatti. Che, prima di fare affermazioni personali, si possa avere quell’attenzione (che fa la differenza) alle fonti (storiche, critiche, filosofiche, teologiche, sociologiche, antropologiche,etc.).

L’argomento che ho proposto – e ringrazio tutti quelli che hanno risposto e che risponderanno – è come un campo disseminato di cluster bomb: ad ogni piccolo passo c’è il rischio di una serie di esplosioni, e questo carattere di elevato indice di rischio e di lacerazione intellettuale mi piace, anzi lo prediligo. E’ così perchè viviamo in un mondo dove tutto è – apparentemente – semplice: è semplice – soprattutto – esprimersi. Esternarsi con naturalezza.

Ma tutto dipende dallo spessore che attribuiamo alle tematiche che vogliamo fare nostre, anche con poche righe.

Sembra una premessa ex-cathedra ma non lo è, e non lo è nei fatti che ora dimostrerò.

Riassumo i termini della mia provocazione intellettuale:

– Schiavitù (in generale);
– Schiavitù all’origine del moto perpetuo del progresso;
– Assenza cronica di dicotomia tra civiltà e crimine;
– Energia a costo zero nel rapporto tra potere e sopraffazioni;
– Schiavitù della donna;
– Patriarcato e religioni maschili o maschiloidi;
– Negazione e inquinamento della protoforma religiosa e civilizzatrice, o Grande Madre presente in tutte le culture anteriori alle divinità maschili, sotto diversi nomi e miti. 

Ma – per ora – restiamo nella dimensione femminile.
Nell’ultimo punto, quando dico “negazione” dico disinteresse prevalente statistico dei ricercatori; dico non sufficiente documentazione; dico non attribuzione di valore antropologico – se non in forme a cui la cultura maschile ci ha abituati: la divinità della Grande Madre è messa in realzione alla “terra”, come fosse un ulteriore meccanismo biologico al pari della vita animale, deprivata di intelligenza creativa o – per usare una definizione da mettere or ora in discussione “anima intellettiva”.

Quindi (nel secondo aspetto dell’ultimo punto dico “inquinamento”) cosa deve – necessariamente – incanalare il flusso delle domande che dobbiamo porci?

A questo punto – anche se pleonastico – dobbiamo o non dobbiamo anche dire che tutta la violenza esercitata sulle donne (una violenza tutta maschile, tutta nata nella culla delle paure profonde che i maschi hanno delle donne e delle loro qualità) è un prodotto “antico”, “primordiale”, che viene fuori quando nei miti il maschile spezza il legame con la madre, quindi con la terra generatrice, e assoggetta la natura (in sintesi estrema).

Il maschio (si badi bene e non l’uomo inteso “umanità sia maschile che femminile”) non è più figlio armonioso della terra, ma suo dominatore. 

Questo mi sembra il varco da cui far passare le nostre interrogazioni alla storia, all’antropologia.

La femmina è la madre di tutto, ma il suo potere viene detronizzato dal maschio per gradi. Nasce allora il Patriarcato che sostituirà il Matriarcato.

Ma – detto così – non vuol dir nulla (torniamo a non parlare tanto per farlo).

Per capire come è nato e si è sviluppato il patriarcato, è innanzitutto necessario conoscere le società non-patriarcali o matriarcali dalle quali ha tratto le sue origini. Il secondo punto cruciale consiste nell’evitare spiegazioni che prendano in considerazione una sola causa, cioè non cercare un’unica ragione di questa trasformazione che ha agito a livello mondiale e che è avvenuta in un lasso di tempo lunghissimo. Si potrà rispondere alla domanda: “Come è nato il patriarcato?”, solo se si prenderanno in considerazione tutti i passaggi delle molteplici cause che hanno contribuito al suo sviluppo. Durante il lungo periodo di transizione al patriarcato, in tempi diversi su continenti diversi, cause sempre nuove e diverse hanno generato molteplici cambiamenti.

I patriarcati sono società di dominio, ed è un mito che siano universali. Si tratta solamente di un caposaldo dell’ideologia patriarcale. Spiegare la nascita del patriarcato significa spiegare la nascita del dominio, e questo non è affatto un compito facile. Anzi, dato che i modelli di dominio dipendono da così tante condizioni correlate, dovettero passare lunghi periodi di tempo prima che questi sistemi di organizzazione sociale fossero inventati e perfezionati.

Prendiamo in esame alcune teorie sulla nascita del patriarcato e valutiamole: le principali sono la scoperta della paternità biologica, l’innovazione tecnologica; la pastorizia; la differenziazione sociale basata sulla divisione del lavoro e, ultima ma non meno rilevante, i difetti della personalità maschile.

1. Ci sarebbe molto da confutare nelle teorie che indicano la scoperta della paternità biologica quale causa del passaggio dal matriarcato al patriarcato. Affinché fosse riconosciuta la paternità e la genealogia patrilineare si sono dovute isolare le donne, metterle sotto chiave e obbligarle alla monogamia. Da un punto di vista storico, è successo abbastanza recentemente e solo sotto la pressione del dominio. Per affermare un sistema di riconoscimento della paternità si deve organizzare un gruppo coercitivo in grado di sopprimere e soggiogare la maggioranza delle persone. Tale processo comporta l’usurpazione della cultura preesistente e la reinterpretazione dei concetti religiosi in modo da permettere a chi governa di produrre ideologia; si tratta di complesse strategie sociali indirizzate contro le donne. Quindi, perché ci fosse il riconoscimento della paternità, si è dovuto prima affermare il dominio.

Inoltre, alcuni matriarcati concepiscono la paternità biologica, ma questa non è di alcuna rilevanza perché è eclissata dalla “paternità sociale”. Nelle società matriarcali, il fratello della madre, lo zio materno, è il “padre sociale” dei suoi e delle sue nipoti, che condividono il suo nome del clan. In aggiunta, il patriarcato non si può essere sviluppato solo perché alcuni individui sono diventati consapevoli della loro paternità biologica, dato che, affinché diventi rilevante la paternità biologica, devono aver preso piede alcune pre-condizioni sociali della paternità patriarcale, come sottrarre le donne ai loro clan materni, confinarle con un solo marito e proibire loro di avere amanti.

2. Un argomento altrettanto debole è che l’introduzione di una sola innovazione tecnica come l’aratro, che richiede la forza fisica dell’uomo, abbia condotto alla nascita del patriarcato. Le prove antropologiche mettono in evidenza che le donne nelle società matriarcali non sono affatto il “sesso debole” creato artificialmente dalla cultura. Oltretutto, in molte società matriarcali, gli uomini arano e fanno lavori pesanti senza per questo propendere per la scelta del patriarcato. Non è assolutamente plausibile che una struttura sociale complessa come il matriarcato si sia potuta trasformare in un’altrettanto complessa struttura sociale come il patriarcato semplicemente per l’introduzione di una nuova tecnica lavorativa.

E la stessa obiezione può essere fatta riguardo al fatto che l’uso del cavallo e dell’allevamento intensivo, arrivati con le belligeranti culture pastorizie, possano aver condotto alla nascita del patriarcato. Sebbene queste tesi abbiano incontrato il favore di molti studiosi, sono contraddette da una grande quantità di prove storiche e antropologiche. La società nomade basata sulla pastorizia deriva dalle società agricole matriarcali, che già da molto prima allevavano gli animali domestici. Si sviluppò in regioni troppo aride per permettere la coltivazione, ma ne rimase pesantemente dipendente, perché gli uomini hanno bisogno di cibarsi di verdure. In effetti, la stessa società nomade una volta aveva una struttura matriarcale che in alcuni casi è durata fino ai nostri giorni, come per esempio i Tuareg del Sahara centrale, che sono rimasti fino a poco tempo fa una società nomade basata sulla pastorizia. Aggredivano le tribù confinanti cavalcando cammelli e cavalli. Tuttavia, hanno preservato fino ai giorni nostri i modelli sociali del matriarcato dell’età dell’oro. Modelli simili sono ancora validi presso le popolazioni pastorizie della Siberia e della Mongolia. Nel caso del Tibet, la società nomade pastorizia ha vissuto al margine della società agricola matriarcale delle valli dei fiumi da cui dipendeva. Quindi né l’allevamento intensivo né l’uso del cavallo possono essere i motivi che hanno determinato la nascita del patriarcato, dato che non spiegano la nascita del dominio maschile.

3. C’è anche la tesi secondo cui la proprietà di grandi mandrie di bestiame abbia fornito la base al potere dei primi patriarcati. Ma nelle società egualitarie – da cui si sono sviluppati i patriarcati – non è possibile che si sia determinata un’iniziale accumulazione di proprietà nelle mani di pochi senza che vi fosse una strenua resistenza da parte degli altri membri. Prima devono essere stabiliti i modelli di dominio e aboliti i principi economici dell’egualitarismo; in seguito, ma solo dopo, diventa possibile per qualcuno accumulare possedimenti privati su larga scala contro la volontà della maggioranza.

4. Improponibile è la tesi che, nel corso della storia, la divisione strutturata del lavoro e la differenziazione sociale che ne consegue abbiano potuto condurre al patriarcato. Ciò presuppone che le società matriarcali dovessero essere più “primitive”, solo perché precedettero quelle patriarcali. La teoria dell’evoluzione lineare dello sviluppo della storia della cultura umana è una pura finzione. Se fosse vera, oggi ci sarebbe la società più perfetta in assoluto! Da questo punto di vista, lo sviluppo della storia è distorto. Vengono omesse molte forme diverse di società, incluse quelle che, pur avendo generato varie competenze specializzate, si sono estinte. Inoltre, le società matriarcali del neolitico annoveravano i primi centri urbani caratterizzati da un alto livello di divisione del lavoro e differenziazione sociale. Non è stato trovato un così alto grado di cultura tra le orde patriarcali che le conquistarono.

5. A questo punto seguono poche ultime tesi discutibili. Una di queste è che gli uomini sono per natura “aggressivi e cattivi”, dimostrato dal fatto che sono stati loro a creare la società patriarcale della guerra e del dominio. Una tesi simile ipotizza che il matriarcato abbia messo a disagio gli uomini emarginandoli. Quindi si suppone che si siano rivoltati abbattendo il matriarcato e creando il patriarcato. Questa tesi presuppone che il sentire degli uomini matriarcali fosse lo stesso degli uomini patriarcali delle civiltà contemporanee. Nella nostra società, gli uomini sono propensi a pensare di essere marginali a meno che non siano al centro delle cure della madre, e che non costituiscano il senso della vita delle donne e, in generale, il fulcro della società. Ma i sentimenti degli uomini matriarcali sono diversi, perché i modelli delle società matriarcali sono diversi. Non ci sono né prove storiche né etnologiche a sostegno di queste argomentazioni biologiche o psicologiche.

Potremmo andare avanti per secoli su questo umile tentativo di analisi, ma – a questo punto – immagino che molti abbiano già gettato la spugna. Quindi fermiamoci un momento a riflettere.

Ciò che mi preme dimostrare è che le mie provocazioni meritano una centralità di interesse nella precipua domanda che pongo (a me stesso) adesso:

<<Quanto hanno snaturato l’identità naturale della donna tutte le sovrastrutture imposte dal dominio dell’uomo? E in particolare da quel sottile dominio ideologico che ha attraversato le religioni dove Dio è maschio?>>

Questa “non-forma” come riscatto, questo amorfismo rivendicativo è oggi al centro di una profonda riflessione di alcune filosofe e teologhe femministe contemporanee. Io la condivido pienamente, e accolgo con grande soddisfazione un innalzamento vertiginoso del senso del confronto. Il femminismo attuale non è quello del passato. Finalmente le cose si sono fatte più interessanti, anche per “i maschietti”, ma solo se intelligenti e in armonia con il femminino che vive in noi.

Grazie dell’attenzione 

Cordialissimi saluti

Salvatore Maresca Serra

LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA I°

la-schiavitu-della-donnaUna delle mie attività prevalenti è lo studio, l’altra lo scritto. 
Ebbene, in uno degli ultimi miei lavori è presente una parte dedicata alla donna nel rapporto con le religioni e le diverse culture. 

Il tema era utile all’architettura del lavoro complessivo: la mostruosità maschile nel rapporto con l’istituzione della schiavitù. Da dove nasce questa sorta di “istinto” a sottomettere l’altro da sé. 

Nonsolo: la parte che più mi interessa è dimostrare che la più grande energia che ha prodotto la “civiltà” è stata ed è (con una trasfigurazione delle modalità, oggi) la schiavitù. 

No schiavi? No civiltà!

Quando parliamo di “Energie” spesso dimentichiamo che quelle che hanno connotato maggiormente le forme del progresso non sono di carattere intellettuale, scientifico. Nell’analisi del progresso vi risiede una piramide che schiaccia le sue fondamenta storiche. E le scorpora culturalmente, sottoponendole ad un ulteriore oltraggio: la censura prevalente fatta di silenzi, di assenza di memoria istituzionale, di indifferenza alla celebrazione della sofferenza come valore delle società oggi “progredite e civili”.

Differentemente il mattone primigenio che dovremmo celebrare sull’altare del vero progresso è il sacrificio (sacer…concetto comodo) del primo schiavo della storia degli uomini, cioè la storia dei maschi: la donna.

Energia è donna. Energia è schiavi. Tutto il resto energetico viene molto dopo.

Vi invio quindi un appunto che avevo messo da parte nel 2000, e che mi sembra molto stimolante:

Le donne come capri espiatori. Teologia e femminismo

LA DONNA E’ LA PORTA DELL’INFERNO

Eva assaggiò la mela e da allora il mondo s’è trovato nei guai. O almeno, così è stato interpretato uno dei miti centrali della religione giudaico-cristiana. Non meraviglia che questa interpretazione sia stata pesantemente criticata dalla teologia femminista. Quel che segue riassume il dibattito.

“Non consento ad alcuna donna di insegnare o di aver autorità su uomini; essa deve tacere.” (I Timoteo, 2:12).

Undici di mattina, una domenica di Pasqua. La congregazione è in piedi mentre l’organo annuncia l’entrata della solenne processione. Un vescovo, mitra in testa, pastorale d’oro e paramenti colorati, parecchi preti e diaconi vestiti secondo il cerimoniale; numerosi ragazzi (chierichetti e coristi) avanzano lungo le navate prima di prendere i loro posti nella celebrazione del rito.

Che tutte queste persone siano soltanto maschi non sfugge a due donne della congregazione, prevalentemente femminile. Una si china verso l’altra e sussurra: “Ecco la marcia del patriarcato”.

La composizione tutta maschile del cast di questa cattedrale canadese è tipica di tutte le chiese cristiane nel mondo. Nonostante un piccolissimo numero di donne ordinate prete, la religione giudaico-cristiana è ancora dominio largamente maschile.

Oggi, tuttavia, sempre più donne si oppongono all’idea che la religione debba essere territorio solo maschile. Incolpare le donne di tutti i problemi del mondo è costume antico.

Le studiose di storia femministe hanno hanno rivelato storie orribili sulla persecuzione subita dalle donne per mano dell’ordine costituito. Si stima che circa nove milioni di donne siano morte nelle cacce alla streghe tra il 14° e il 17° secolo. Ma soltanto a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso le donne hanno cominciato a esprimere la loro collera, le loro ferite e il senso di tradimento. Il dolore ha dato voce a critiche aspre contro il pregiudizio maschile nella pratica, nel linguaggio e nel pensiero religioso.

Anche la vita privata delle donne continua a essere segnata dagli insegnamenti religiosi. In una riunione recente sulla violenza contro le mogli, una partecipante indicò il prete sul palco dei relatori: “Quante volte – chiese la donna—quante volte devo perdonare mio marito per avermi rotto le ossa e aver infuriato sul mio corpo? La Bibbia, il prete, la Chiesa, tutti mi dicono che devo perdonare settanta volte sette. I miei amici mi dicono che sono stupida a tornare da lui. Che cosa significa ‘mogli, siate sottomesse ai vostri mariti’?”

Il movimento femminista ha reso possibile la trasformazione di questo genere di sofferenza privata in critica organica, sistematica della religione patriarcale. Le femministe ebree cominciarono a esaminare l’idea tradizionale che durante la mestruazione le donne erano impure e che la vita religiosa delle donne ebree dovesse essere incentrata sulla casa. Le femministe cristiane misero in discussione l’insegnamento di San Paolo che la donna debba essere sottomessa al marito come la Chiesa a Cristo.

Ancora oggi le donne ebree ortodosse sono escluse dalla comunità dei fedeli in preghiera e siedono dietro una grata. Le donne cattoliche e protestanti che vogliono distribuire il pane e il vino devono invece servire nelle cene parrocchiali. Donne di tutte le denominazioni sentono ancora le frasi “Dio nostro padre’, i Figli di Dio, ‘gli Uomini di Dio’, e ‘la fratellanza umana’.

In questa teologia patriarcale, scrive la femminista americana Rosemary Ruether, “il maschio è considerato il rappresentante normativo della specie umana, la norma per l’immagine di Dio, e per la definizione dell’antropologia, del peccato, della redenzione e del ministero [sacerdotale].” La femmina, al contrario, è vista come “subordinata e sussidiaria al maschio. Le donne non compaiono mai nella teologia patriarcale quali rappresentative del genere umano in quanto tale. 
La loro posizione normativa è quella dell’assenza e del silenzio. Quando la teologia patriarcale parla delle donne, lo fa per ribadire la definizione del loro ‘posto’ nel sistema.
Le studiose femministe cominciarono anche a esaminare il rapporto tra il sessismo che le donne subiscono nel culto e la visione del mondo nella bibbia. Il racconto della creazione, condiviso da ebrei, cristiani e musulmani, è la pietra angolare del pregiudizio storico contro le donne. Secondo questo mito popolare ebreo, Eva tentò Adamo col frutto proibito, provocando così la cacciata dell’umanità dal Paradiso. L’identificazione della donna col male, la tentazione e il peccato sono così diventati un ingrediente primario della tradizione cristiana.

Mentre l’uomo è associato alla spiritualità, alla ragione e al divino, la donna è stata associata alla carne, alla materia e al mondo. Il bene e il male ebbero in questo modo le loro chiare controparti sessuali. Secondo questa prospettiva, le donne in realtà introdussero il male nel mondo. E dunque esse devono pagare per la loro colpa collettiva e redimersi.

E come? La religione del patriarcato dice che le donne si redimono con l’accettazione volontaria del loro ruolo di genere. Devono generare figli, tenere la loro sessualità sotto controllo ed essere pronte a sottomersi ai voleri del maschio.

La vittimizzazione delle donne nella tradizione cristiana è uno dgli ostacoli più grandi per le femministe. Colpevolizzare le vittime, esse pensano, è inevitabilmente controproducente. Porta la gente a puntare il dito contro gli individui piuttosto che contro il sistema sociale. In questo modo, il peccato e il male vengono personalizzati e indeboliti.

Rosemary Ruether ritiene che le teologhe femministe debbano ‘smascherare’ questa ideologia del peccato che incolpa le vittime. Il sistema sociale del patriarcato “legittima il potere dominante della classe maschile”, essa sostiene, “e riduce le donne e i servi in soggezione…. Esso produce e giustifica il potere aggressivo sulle donne e su altri esseri umani assoggettati, e nega il rapporto umano genuinamente reciproco.”

Le teologhe femministe come Ruether vedono la religione patriarcale come una gigantesca piramide di potere oppressivo: la divinità maschile sopra gli angeli maschi (nella teologia classica non esistono angeli femmine), gli angeli sopra gli uomini, gli uomini sopra le donne, l’uomo (maschio) sopra la natura.
È così che negli anni ‘70-’80 del XX secolo il femminismo ha messo in discussione l’idea che esista anche una sola forma di oppressione che sia ‘naturale’, parte dell’ordine creato. Una critica così devastante della tradizione giudaico-cristiana ha portato molte femministe a lasciare le chiese e le sinagoghe ufficiali. Ne è uscito un ‘movimento della Dea’ in cui le donne tentano di rimodellare l’antico culto per celebrare il potere creativo femminile. Il femminismo spirituale è diventato in tutto il mondo un aspetto importante del movimento femminista.

Molte femministe, tuttavia, preferiscono rimanere all’interno della religione organizzata. Esse credono, ovviamente, che il movimento femminista possa cambiare la chiesa. In particolare le femministe cristiane guardano alla chiesa dei primi tempi e alla vita di Gesù per trarne ispirazione. Le donne erano trattate da eguali nella comunità che Gesù raccolse intorno a sé, e avevano ruoli centrali nella chiesa primitiva.

Gesù disse ai suoi seguaci: “non chiamate alcun uomo padre, né padrone”, e li ammonì a ‘non farsi signori sopra alcuno”. Per questo le femministe cristiane trovano conferma e speranza nella vita e negli insegnamenti del Cristo.

Insieme ad altre teologhe della liberazione, esse dicono che la Bibbia mette Dio chiaramente dalla parte dei poveri e degli oppressi. E che la vera liberazione può avvenire soltanto quando le donne prenderanno il loro posto nel cuore stesso della fede –come soggetti piuttosto che oggetti.

Sacri Pregiudizi

La discriminazione contro le donne non è prerogativa esclusiva del cristianesimo. Le grandi religioni hanno tutte un qualche pregiudizio, insito nella loro struttura, in questo senso. Lo dimostrano queste poche citazioni ed esempi:

ISLAM
Secondo il Corano: “Gli uomini sono i custodi delle donne.. Dunque le donne oneste sono obbedienti, e proteggono in segreto ciò che Allah ha voluto proteggere [dagli sguardi altrui]” E riguardo a quelle di cui temete l’abbandono, ammonitele, e lasciatele sole nel loro letto e punitele. Se esse vi obbediscono, non cercate vendetta contro di loro.”

INDUISMO
Molti testi religiosi induisti descrivono la donna come bugiarda e sessualmente provocatrice di natura. Questa è una citazione dalla Devi Bhagaveta (1.5.83) è emblematico: ‘la donna è la personificazione della sventatezza e una miniera di vizi… essa è un ostacolo sul sentiero della devozione, un freno alla liberazione… essa è praticamente una strega e rappresenta il basso desiderio.”

Buddismo
Secondo la tradizione buddista, la matrigna del Budda desiderava farsi monaca. Ella manifestò diverse volte questo desiderio al Budda, che ogni volta rifiutò. Finalmente, su consiglio di un discepolo, il Budda acconsentì. Ma nello stesso momennto, egli dichiarò che l’istituzione di una comunità di religiose avrebbe ridotto il tempo dell’efficacia del suo insegnamento da mille a cinquecento anni.

Ebraismo
Una delle benedizioni del mattino degli ebrei orrtodossi maschi recita: “Sia tu benedetto o Signore nostro Dio, re dell’universo, che non mi hai creato femmina.”

Scritto da Terry Flower.

Per ulteriori informazioni, vedi lo studio del Consiglio Mondiale delle Chiese “Female sexuality and bodily functions in different religious traditions”

Si ringraziano Mary Thompson Boyd, Janet Silman e Linda Murray per la loro ricerca e consulenza.

Da New Internationalist, n.155, January 1986 (Traduzione Virginia Del Re).

Spero – nonostante la sintesi brutale dell’appunto – sia stato utile a un dibattito che per me è vitale. C’è in questi appunti un piccolo accenno alla caccia alle streghe e, implicitamente, al Malleus Maleficarum (trad. Il martello delle streghe) un testo redatto nel 1486 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, che fu uno tra gli strumenti più devastanti e utili alla strage di donne, e che a tutt’oggi non è stato “messo all’indice” dalla Chiesa Cattolica, e che meriterebbe un discorso a parte, ancora di grande attualità.

Cordialissimi saluti a tutti

Salvatore Maresca Serra

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? III° Dal forum Xing – Neolaureati

Sono in perfetta simmetria con l’analisi sintetica ed efficace che fai della lingua, quindi, di tutta la sfera che la lingua avvolge, che evoca, e che tiene a galla nella memoria collettiva intergenerazionale (la sfida più ardua) cara Marianna. 

L’impoverimento è la stigmata della comunicazione contemporanea. La lingua e i dialetti sono suoni, colori, atmosfere, dimensioni dell’essere, e la stigmata è sanguinolenta, è più una piaga che altro.

I modelli del parlato e della scrittura si sono come magicamente dissolti, ma – ancor peggio – io constato che ci si vergogna spesso di citare – una modalità espressiva dell’arte indispensabile alla cultura – modelli e modalità dello scritto e del parlato che dovrebbero anzi corroborare di retroterra il nostro presente.

E’ come se ci si vergognasse del nostro passato che, posso comprendere, evoca anche tanta rettorica, tanta sterile dialettica, tante movenze espressive che non hanno più nessun riscontro nella realtà della contemporaneità fatta di economizzazione del tempo, ottimizzazione della sintesi, pragmatismo dialettico.

Tutto si muove all’insegna del negotium: l’otium non si interpola più come significante automatico dello sfoggio (ma anche del semplice segnale) d’appartenenza culturale. La lingua dev’essere un medium asettico, quella italiana, da cui la progressiva perdita dei dialetti, l’imbastardimento progressivo di essi, la cancellazione di memorie (oggi si dice files) che ci appartengono e che non sono più un valore ma un disvalore: una grossa e drammatica e sofferente svista.

Quando si è fatta la “bonifica” dei bizantinismi, del “barocco”, del “citato”, del “dotto” (tutte cose che andavano eliminate a giusta ragione dalla lingua viva) ci si è ritrovati poi con un respiro asmatico, corto, troppo corto. E l’uso della ricchezza delle sfumature sensibili, i sinonimi, di cui l’italiano è così fecondamente nutrito, è diventato un “motore di ricerca” inutile.

Le sfumature non ci appartengono più, ma la lingua è solo un riflesso nell’impoverimento dell’animo.

Ciò che si è impoverita è la vita. Cioè la nostra capacità di decodificarla adeguatamente ai mutamenti dei nostri stati interiori intellettuali. Vale questo discorso per tutti gli intelletti. E la sfera è diventata una pallina da ping pong che rimbalza da una parte all’altra senza lasciare traccia profonda della comunicazione, ma solo il suo nevrotico ticchettio.

L’amore ha bisogno di tutte le possibili parole, tant’è che, quando non le trova, le cerca disperatamente, e se alla fine neanche le trova, allora parla il silenzio delle pause, dove la mediazione concettuale non arriva più a disporre dei sinonimi, che sono come gli infiniti nomignoli d’amore che gli amanti si scambiano attraversando spesso tutta la foresta incantata dell’eden e dei suoi animaletti più teneri e affettuosi, appropiandosene come identità ogni volta nuove, capaci di dilatare le identità umane, infinite nella tenerezza, nella dolcezza che trasfigura.

E io vedo che la trasfigurazione che la lingua, la nostra meravigliosa lingua (ma anche quelle di altri popoli) è in grado di offrirci per trasportarci nel pensiero, ha perduto molto della lezione magistrale dei poeti, dei grandi scrittori. 

Si parte dall’acme dell’amore per giungere dovunque ci trasporti il pensiero, che costruisce concetti e valori semantici simulando un mondo infinitamente ricco e vasto che appare – improvviso – nelle teofanie descritte dalla tavolozza di parole – per noi che non siamo mistici come Francesco, ma che pur egli condusse alla poesia – suoni e colori che del lessico sono il vento e l’ala, e laddove anche non v’è spazio per volare rendono sacro anche il profano, bello anche il brutto. E dove il volo c’è, concreto anche l’astratto, reale anche il sogno, palpitante anche il morto, lo scomparso, il perduto.

Questa ricchezza interiore sembra non essere più tale.
Il nostro quotidiano è sempre più parlato da muscoli, corde, e non dal mistero ch’essi incarnano e rappresentano.

E tutti i mondi di suoni che udivo un tempo per le strade di Napoli, di Genova, di Firenze, di Palermo, di Bari, di Spello, di Milano, sembrano non aver più quei musici. Che si estinguono, amaramente, sotto i colpi di giorni che si susseguono in una interminabile teoria di perdita delle nostre identità più antiche. E dove l’uomo è sempre più individuo, senza che questo voglia più dire “dentro di me c’è ancora altro”.

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? II° Dal forum Xing – Neolaureati

Caro Maurizio, 
(mettiamo il caso in cui io dovessi scriverti una lettera e cominciassi così – ma questo è uno dei tabù imposti ai giovani, fatto introiettare da un sistema culturale in cui la portata o, se vuoi, il “respiro” di una “lettera” non deve avere più un senso, per cui non ti scrivo ma ti messaggio) posso risultarti giovane e interessante, o “incredibilmente interessante nel linguaggio” ma la realtà è che io sono uno di quelli che hanno massacrato la tua generazione ( ma tu non sei affatto massacrato, non sei un residuato di una strage, non sei uno stupido, ma non sei neanche un fattore della media, o statistica elementare, per cui non fai testo: tu sei un uomo che fa domande, come in un film.  

Mettiamola così: tu sei uno fra i rompicoglioni che non si fanno i fatti (cazzi) loro. E io sono uno che ha massacrato, non te, ma la tua generazione, dall’alto (si fa per dire) della mia: la generazione dei tuoi padri – perchè non hanno (loro e non io) fatto altro che farsi i cazzi (fatti) loro.

Sempre come in un film.

Quando io avevo vent’anni – proprio come te – io mi facevo e facevo domande.
Quindi il mio linguaggio era identico al tuo. E la mia strada era segnata. Come la tua.

Noi eravamo giovani. Voi siete giovani. 
Credi che sia cambiato qualcosa?

I miei (cinquant’anni) erano “vecchi”. E questa è la differenza, in apparenza.
I miei erano vecchi perchè non sapevano chi fosse Bob Dylan (non gli interessava, punto). E non sapevano neanche perchè avesse chiesto “Quanto tempo deve ancora passare prima che un uomo possa essere un uomo ?”, e solo per questo io ero giovane e loro vecchi: perchè non c’era (e non c’è) nessuna comunione di domande.

Mentre loro si chiedevano perchè avessero ammazzato il presidente Kennedy io mi chiedevo perchè avessero massacrato Martin Luther King. E se avessimo condiviso anche una sola domanda non ci sarebbero stati due linguaggi. Il film era questo.

Noi abbiamo massacrato la vostra generazione perchè vi abbiamo (s)venduti.
Noi baby-boomers abbiamo guadagnato quello che loro figlidellaguerra hanno solo sudato: avere il diritto di mettere al mondo una nuova generazione che avesse quello che ci era stato negato dalla generazione dei nostri padri. Ma cosa?

Cosa vi abbiamo dato?, e cosa vi abbiamo tolto? 

Noi vi abbiamo dato solo quello che noi volevamo per noi stessi: il disprezzo e l’indifferenza per i ruoli, e al posto di false istituzioni un dialogo, o una possibilità di dialogo. Diciamo una plausibile ipotesi.

E vi abbiamo tolto una certezza: la certezza che i genitori sono tutti dei vecchi.

Non è facile dare ai propri figli quello che non si ha avuto dai propri padri. 
Così noi abbiamo fatto i padri senza crederci, perchè ci credevamo troppo. Non avevamo alle spalle un passato ma un futuro. E per questo non abbiamo sudato, ma abbiamo guadagnato un guado.

Il passato ci appariva come un frutto senza seme: no, noi volevamo essere di più. Il nostro linguaggio doveva essere un linguaggio universale. Fatto di futuro, un futuro dove noi avremmo risposto alle domande dei nostri profeti. E, affatto, le abbiamo date, le nostre risposte. E le nostre risposte siete voi.

Noi siamo rimasti tutti “giovani”, e così facendo vi abbiamo tolto il diritto alla gioventù, solo perchè noi abbiamo rifiutato d’invecchiare.

Il linguaggio è stata la nostra arma, un’arma nata per lottare contro i nostri padri che ha colpito invece i nostri figli.

E così – dopo il fallimento – abbiamo puntato tutto sulla tecnologia, perchè ci è rimasta la speranza di risolvere ogni mistero attraverso le macchine. Ma il più grande mistero è stata la nostra paternità (genitorialità).

La società che noi abbiamo prodotto è di gran lunga peggiore di quella che ebbe a produrre i nostri vecchi.
E ci abbiamo messo voi dentro a viverci.

Tutto il materialismo che avvolge il nostro derma è solo quello che si poteva creare senza mettere in gioco i sentimenti, e questa è una buona strada per non invecchiare. A patto che non si sia mai stati né figli né padri.

I nostri sentimenti sono allora diventati “comunicazione”, “diritti”, “emancipazione”, “consapevolezza”.
L’unica cosa che ci fa sentire a volte vecchi è il fallimento delle nostre battaglie, un fallimento scritto con l’inchiostro delle vostre paure. E tutti quelli tra noi che ci hanno creduto non avrebbero voluto mai vedere le paure scritte addosso ai nostri figli. E poi ci sono quelli che non ci hanno mai creduto, ma essi non sono il linguaggio.

Il linguaggio siamo noi. Perchè abbiamo creato il vostro linguaggio.

Sembra che non ci sia più posto per i vecchi; quelli che sanno tutto (perchè noi abbiamo dichiarato – un tempo -di non sapere niente). 

Ebbene, oggi siamo tutti figli di un tempo in cui esistevano i genitori, accecati dal loro ruolo, all’apice di un delirio onnipotente che determinava il fatto che i giovani non devono saper niente.

E così – se ci guardiamo intorno – tutti non sappiamo niente, ma questo non può essere.

Tutti siamo uguali.
Perchè noi vi abbiamo venduti all’ignoranza, al dubbio, alla scienza, alla relatività, e in cambio di cosa?

Noi abbiamo creato il pensiero debole, la morte di Dio, il relativismo e la reificazione.
Le nostre domande non hanno avuto risposte.

E le nostre risposte non hanno innescato domande. 

C’è un solo modo per mantenere un linguaggio affrancato dal tempo soggettivo: la percezione del tempo oggettivo.

Mi dispiace di non essere così interessante come credevi.

Ciao

Salvatore

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? I° Dal forum Xing – Neolaureati

Non sono più giovane da almeno trent’anni (ne ho cinquantadue) è plausibile? La mia valutazione è subordinata alle responsabilità di cui mi sono caricato, responsabilità che variano da vita a vita ma che riflettono anche e simultaneamente a tutto un sistema di valori epocali dove il linguaggio è un medium dove rintracciare le plausibili identità: il tema è centrale nella mia vita.  

Non mi sento (dovrei?) a disagio tra voi; di contro avverto la necessità di raccogliere la provocazione di un giovane (cioè di uno uguale a me, se s’intende giovaneugualevivo) che s’interroga sul linguaggio e non sulla lingua (io la metterei in partenza così, con questa differenza dichiarata lessicale), quindi sull’identità collettiva, sul fluido percorribile, su quello impercorribile. 

Ho letto con attenzione i vari interventi perchè non ho quel vizio (o quella virtù) d’intervenire decontestualizzandosi – come avviene frequentemente nei forum, per cui si leggono disarticolazioni e dislessie bestiali dove ognuno parla solo di sé, della sua istintiva pruderia di intervenire (ma in cosa?) senza guardarsi intorno: e quello che vedo spesso ma non qui è che si soggiace ai costumi, annichilendo le possibilità di fare di un costume un topos, un logos. 

Non c’è – si può dire? – l’esplorazione del presente; non c’è la valutazione delle diversità in quanto stimolo intellettuale, e – si può! – c’è invece molto disorientamento nel linguaggio. 

Io metterei il linguaggio (e la sua indagine-esplorazione) nel nucleo primigenio della ricerca dell’identità, ma lo fanno tutti e io non sono diverso, almeno in questo.

L’identità che si cerca quando non la si ha (un connotato di tutti i giovani e non solo).
Ma ciò che mi preme dire è che nel medium si propongono identità – ad opera di sistemi consumistici di vendita delle identità – modelli che si aggirano nella comunicazione come magneti che attraggono polveri (frutto di disintegrazioni psicoaffettive) che avvertono l’urgenza di riaggregarsi in un corpo credibile e congruo. E questo – banale in apparenza – è necessario a punto banalizzare l’entelechia stessa dei linguaggi. 

La struttura sistemica semantica delle civiltà dei consuni stessa pone nel commerciale – tecniche di branding e marketing – una ristrutturazione delle valenze o dei valori evocati dal linguaggio: immagini, status, trend, comportamenti, selezioni del reale (sulla base di selezioni dei sottolinguaggi peculiari dei gruppi sofisticati, quindi fortemente a valenza inclusiva-esclusiva) e prodotti – oppure rifiuti mirati e aprioristici di determinati prodotti, che determinano astensioni di tipo radical-chic (per intenderci).

Commerciare è il dna dei nuovi linguaggi: come Freud dice – con grande anticipo – un grande mercato (ch’è poi mercato dell’identità) in quanto proiezione (all’epoca) verso una società dove lo sgretolamento del linguaggio è – di fatto – il totemizzarsi delle frustrazioni.

Comunicare è una patologia (?) che affresca scenari collettivi, dove i valori sono solo individuazioni di costi-introiti-guadagni. O tuttavia anche perdite.

La giungla è fatta così, più o meno come una vera giungla animale poichè quella umana è solo trasfigurata dal linguaggio.

Il linguaggio umano prima descrive dimensioni metafisiche, spirituali, dell’invisibile, della logica, della filosofia, dell’etica, dell’estetica…
Poi attinge dalla logica strutturazioni sistemiche semantiche per banalizzarsi in modo funzionale al sistema della giungla (mercato).
E reinclude in questa dialettica il tutto. Comprese spiritualità, irrazionalità, religiosità, psicoaffettività, etcetera.

Mi fermo un attimo.

Che linguaggio parlano i giovani (di oggi…) ?

Io mi domando – ancor prima – e rispondo: <<Esiste ancora nel medium una chance di intercettare un linguaggio – attraverso il quale accedere a una identità di carattere evolutivo, quindi dell’età in questione – che sia un codice di comunicazione libero da strumentalizzazioni, da ristrutturazioni diaframmatiche (intangibili) e che restituisca poi – nella sfera dei sentimenti e delle emozioni – delle realtà concrete, palpabili nell’esperienza personale psicoaffettiva del quotidiano, fuori dalla comunicazione virtuale?>>

La mia risposta è <<No>>.

Il mito della Torre di Babele esprime bene questo status.

Un linguaggio di massa è un non linguaggio. Non ha radici perchè le cancella o le falsifica, oggi, nella nostra contemporaneità. E se possiamo credere che i guadagni che deriverebbero dalla circolazione di un linguaggio per tutti sarebbero immensi in termini di capacità di comunicazione vera, di depotenziamento delle tensioni etnico-culturali, delle discrasie tra collettività in guerra a causa – intanto – dell’incapacità di comunicarsi valori essenziali di convivenza pacifica, di emancipazione dei popoli dalle gerarchie di potere che li governano attraverso le caste, allora dobbiamo occuparci di comunicazione di massa…

Non è solo “la lingua” (la nostra magnifica lingua e altre altrettanto) a farne le spese ma la rappresentazione (l’immaginario) dei valori. Cosa ben peggiore perchè afferisce alle identità.

E’ evidente che linguaggio non è lingua/e.
Per cui la preoccupazione di una delle partecipanti al forum non mi sembra drammatica o quantomeno insidiosa.

Spero che siamo tutti d’accordo che il problema fosse se un linguaggio è e debba restare un bene in sé. Un coagulo di valori circolanti. Che elevino le identità con una spinta naturale verso l’alto, dove un plausibile “alto” significhi “conferimento di idealità e giustizia” quali parametri dell’etica che ci arriva addosso dai sistemi contemporanei: politica, religione, informazione, cultura, università (questo è un punto dolente), intellettualità, scienza, svago, arte, etcetera.

Ma non solo: parliamo anche della possibilità di parametrare la credibilità degli attori.

Il linguaggio un tempo era veicolato prevalentemente da rapporti personali, o da grandi macchine teatrali della fede, da architetture maestose, da parate rappresentative, dai miti e leggende, dalle tradizioni popolari, dall’epica degli eroi e degli dei. E non è mai stato alieno ai costumi.

Oggi linguaggio è metalepsi delle macchine. 

Il senso del parlato si ritrasferisce istantaneamente sulla valenza del mezzo tecnologico.
Il mezzo diventa un valore in sé.
E per questo parlavo di ristrutturazione sistemica della semantica.

Sarebbe come dire che ciò che contava nei segnali di fumo era la legna, il tappeto e il fuoco e non il messaggio.

E per questo parlavo anche di Babele.

Il nostro è un passaggio narcisistico che impedisce al valore di diffondersi (posto che i valori che ci aiutano a vivere sono due o tre, non di più, e lo sono da tempo immemorabile e fuori d’ogni dubbio immutabili) per la sola ragione che le tecnologie che utilizziamo per diffonderli li sopprimono nello stagno-stagnazione in cui ci appaiono specchiate.

Metafora: in quello stagno c’è ancora inesorabilmente la nostra umana immagine.

L’uomo tecnologico.

L’amore che ti porto, o mia amata, può variare. Se te lo dico da un Nokia o da un LG. Se te lo scrivo da un SMS o da un MMS. Se te lo esprimo regalandoti un Mac o un volgare Acer.

Ma questo status dei simboli esiste da sempre: una teoria evoluzionistica molto accreditata – come tutti sappiamo – ipotizza che la posizione eretta dei primati viene dall’utilizzo degli arti anteriori come raccoglitori e “cestelli” dei migliori frutti per conquistare le femmine e accoppiarsi.

Tecnologie? Tecnologie.

Oggi, i giovani si trovano (ci troviamo..) nel bel mezzo dei magneti e della tempesta magnetica: attirati da tutti i lati verso reintegrazioni meccaniche che utilizzano le falsificazioni semantiche degli equilibri psicoaffettivi indispensabili.

L’offerta dei prodotti è diventata talmente gigantesca che ha ridotto il tempo ad un soffio.
E così la sacrosanta ricerca dell’identità personale.

Un uomo, posto davanti alla scelta oggi, è un impotente: la sua vita non basterebbe a esaminare la teoria infinita dei prodotti. Ogni prodotto è un simbolo. Ogni marchio una vita. 

Ma è solo un meccanismo prodotto ormai dalle macchine (o da uomini-macchina).

Io frequento da sempre ormai un linguaggio che mi è costato un pozzo.
In termini di scelta di isolamento, di riflessione profonda, di selezione d’ogni gesto dei massimi sistemi, di analisi di ogni stimolo indotto nel medium e di qualsivoglia utilizzo del corpo glorioso per veicolare strumentalmente le mie scelte.

Poi – quando mi rilasso – me ne frego e mi sottopongo per qualche ora al lavaggio del cervello, che posso fà.

Sono giovane? 

Qual’è il mio linguaggio?

Ciao e auguri a tutti

Salvatore Maresca Serra

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT