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GUARDANDO IL MONDO DA UN’AMACA di Angela Rita Iolli

mondo

 

Tira una strana aria stasera, nonostante il caldo ricominci a non dare tregua. Voci di chi ha trascorso l’intera giornata, ciondolante, davanti ad una cantina hanno il sapore di bocche impastate e disarticolate dal vino mandato giù. Cantano vecchi stornelli con l’aria di chi non ha più niente da chiedere, se non l’ennesima bottiglia da scolare. I cocci li troveremo sparpagliati l’indomani ai piedi di un muretto consumato dalle lunghe chiacchierate di comitive che vorrebbero che la notte non finisse mai. Ora che la scuola ha chiuso i cancelli dell’ennesimo anno rincorso da riforme e malumori, le comitive ritrovano la loro naturale dimensione in appuntamenti rituali in posti impensabili. Li vedi agguerriti davanti ai quadri di ammissione, dentro o fuori, alcuni ancora increduli di avercela fatta, altri con l’ennesima sconfitta da digerire, sarà per un’altra volta. Partono abbracci consolatori e di saluto all’anno che verrà, quando ognuno di loro sembrerà più grande degli anni che ha, vestito di esperienza e avventure piene di illusioni e traguardi da raggiungere. Molti resteranno indietro, affascinati da una vita senza pretese, da svogliatezze inesorabili e da rinunce, facile prede di sirene lavorative. Altri sogneranno di diventare qualcuno, l’ingegnere della monoposto in prima fila a Maranello immaginando sfrecciare la rossa ed il suo motore, dolce musica per le orecchie da intenditori, un rombo che da sempre fa sobbalzare cuori; il medico in cerca di scoperte sensazionali, in questi tempi di ricerca necessaria di cure e protesa verso vite in pericolo; il matematico alle prese con le sue formule per cambiare pensieri e arrovellare meningi già sfiniti da sudoku e cubi magici che sembrano far parte della preistoria; il filosofo amante delle sue belle parole in conflitto con uditori che desiderano altro, com’era ai tempi di Platone quando iniziò a parlare di un mito che non avrebbe pù cessato di esistere nelle fantasie dei posteri: Atlantide immersa in quel sogno che Nettuno in una notte senza tempo fece per sempre suo; lo scienziato che combattuto tra angeli e dèmoni deve convincere se stesso di vedere un altro universo, usando quello specchio capovolto in cui riflettere certezze da secoli oggetto di furioso contendere. La particella suprema da scovare per dominare il mondo non più come Atlante, che se ne caricava tutto il peso sulle spalle, ma come un folletto dispettoso che si diverte a sparpagliare le carte da bravo mazziere; lo scrittore con la sua anima fotocopiata nelle pagine di un libro che solo sa i suoi segreti insieme a chi leggendolo saprà ascoltare fino all’immedesimazione. Il lettore alla ricerca dell’autore in quel rincorrersi tra gli scaffali di una qualsiasi libreria in un patto di sangue che cambierà i destini di entrambi. Infine i tanti peter pan, eterni giocherelloni, schiavi di abitudini bambine che li portano lontano catturati da sogni ripetuti nel tempo, loro alleato principe. Sono loro a non voler cambiare, a non uscire dal guscio in cui si sono chiusi scaldando le loro anime ferite da un progresso che va avanti come un bulldozer, fregandosene delle loro aspettative, del loro fermare gli attimi per poterne respirare i giorni. In un ideale gioco delle parti con la natura, di cui sanno percepire energie a noi sconosciute, frutto di incantesimi e magìa che i loro voli pindarici sanno bene coltivare. Sono loro a regalarsi istanti vissuti tenacemente come le radici che non vogliono staccarsi dal terreno che hanno individuato come loro insediamento. Sono loro a vedere lontano, l’impossibile, l’isola che non c’è e che invece dovrebbe esserci per ognuno di noi, destinato almeno una volta nella vita ad abitarla per toccare con mano ciò che ancora fa compagnia al mare durante i suoi momenti di solitudine: quell’infinito in cui puoi disegnarci la meraviglia, il sogno, l’armonia, la vita. Quella vita che a volte non ci soddisfa, vorremmo diversa, noi che ci sentiamo naufraghi su quell’isola, ma amanti di quel silenzio che ci sa cullare maliziosamente. Come tanti Robinson Crusoe capaci di inventarsi amici immaginari, sulla soglia di quella follia che basta pizzicare per fare nostra. Inevitabile, necessaria per evadere. Guardando il mondo da un’amaca, desiderando che nessuno ci venga a cercare. Tira una strana aria stasera, mentre le mamme faticano a riportare a casa i loro bambini, chissà se conserveranno per loro una carezza o una pagina di un libro di favole, quando stanchi di giocare si addormenteranno, loro sì non fingendo di sognare. Spensieratezza da cui noi tutti dovremmo imparare. L’aria è cambiata, il sole è tramontato, la notte si prepara a vivere il suo momento di festa. Gli altri non vedono l’ora di correrle dietro, chi stremato, chi assonnato, chi spiritato, tutti allegri fantasmi di ciò che solo lei è capace di architettare. 
I vicoli stanno ad ascoltare i segreti degli amanti. Nessuno li disturberà. Qualcuno ha lasciato libero un aquilone. 

Angela Rita Iolli

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NUMERI E PAROLE di Angela Rita Iolli

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“Anche all’ombra della morte due pù due non fa mai sei” (Tolstoi)

Ci sono giorni la cui somma viene data dall’esperienza che abbiamo avuto nei loro confronti, accorgendoci a malincuore che i conti non tornano quasi mai, fatti di numeri che vediamo di continuo attorno a noi. Quegli stessi numeri che maneggiamo con cura nel fare la spesa oppure con destrezza nel portare a termine un sudoku, quando ci riesce. E che proprio per questa familiarità verso di loro finiamo con il dare per scontati, senza immaginare l’universo di sogni, di idee, di scoperte e storie che ciascuno di loro può regalarci. Offrendoci una ricchezza infinita, nascosta dietro un pallottoliere di affascinanti formule. E così ci immaginiamo tanti Einstein, relativamente geni arrivando persino a convincerci che la matematica più che un’opinione è stata sempre una recondita armonia. Quella che ci porta a parlare di meccanica quantistica e di Gauss, rimanendo noi stessi catturati da quel flusso magnetico, come se stessimo ascoltando un andante allegro del divino Amadeus, un libro sui destini del mondo di George Orwell o riflettendo sul senso della vita. La vita, lei stessa ridotta ad un numero travestito e moltiplicato per gli anni della nostra età, con le sue domande infinite e i suoi calcoli infinitesimali, attraverso i quali si dipana l’intricato gomitolo della struttura del DNA, il sofferto pentagramma su cui Bach scrisse la sua Messa in Si minore, il gusto un po’ strano che caratterizza i sapori dei quark, ma assai elettrizzante. Numeri, soltanto numeri, che abbiamo imparato a conoscere ancor prima di andare a scuola, osservando quelle strane forme sulle targhe delle macchine, sui numeri civici delle vie, sulle foto un po’ sbiadite delle lire, sulle pagine di un libro, ossessionando sino allo sfinimento chi li conosceva già. Salvo poi pentirci di averli conosciuti, quando frequentando le scuole ci apparivano sotto forma di tabelline, memorizzate a pappagallo con grande gaudio di Pitagora che ahinoi così sapientemente ha saputo allinearli. Il nostro incubo dell’infanzia, appena attenuato da filastrocche e canzoncine in cui quarantaquattro gatti in fila per tre col resto di due dovevano portarci a capire che 6 per sette, da quando gli astronomi babilonesi si cimentarono con i numeri restando leggendari, avrebbe fatto per sempre 42. E crescendo avrebbero accompagnato le nostre giornate peggiori in compiti di matematica, dove iperboli assurde segnavano la nostra condanna e improbabili formule chimiche ci portavano a colorare la nostra media scolastica di uno strano rosso, che stava alla vergogna come il quattro impresso sulla pagella. Inesorabile, un colpo ai nostri sogni nel cassetto, schizofrenica convinzione di diventare ingegneri famosissimi. Andando a ritroso nel tempo a quei scienziati egizi, che hanno saputo creare dei veri e propri rompicapo, quasi a voler mantenere il segreto su quei straordinari capolavori di ingegneria. Questione di numeri, questione di solitudine. E i conti continuano a non tornare e noi come piccoli Don Chisciotte a lottare contro i mulini a vento dei nostri pensieri per arrivare a farli quadrare e a scoprire i nostri portafogli sempre più vuoti. E se i mesi sono fatti di 30 e 31 giorni, salvo una rara eccezione durante l’inverno, che fatica arrivare al 15 con l’acqua alla gola e la paura di non farcela. Anoressia da numero. E noi ad ascoltare promesse che non arriveranno mai, sotto smentite spoglie di chi con un sorriso vorrebbe ingannarci, mentre c’è chi non riesce nemmeno più a sorridere, invitandoci a segnare indelebilmente a matita un segno su speranze elettorali ormai andate in fumo. E i conti continuano a fare acqua da tutte le parti, mentre c’è chi fa mettere l’abito della festa a finanziarie senza scrupolo accumulando altri debiti sulla propria personale disperazione e sui nodi alle cravatte che stringono sempre di più. E i conti che ci inseguono con i loro numeri, che moltiplicati si divertono a farci recapitare bollette aggiungendo un pizzico di suspense subito svanito dopo l’apertura della buste. Numeri approssimativi su fragili giornate dove gli orologi spietati continuano a girare le loro lancette fino alla mezzanotte, quando solo la pienezza della luna illumina stanze dove non si riesce più a dormire e se solo si potesse ci piacerebbe puntare sui numeri sognati e dettati con una smorfia dal morto che parla, assolutamente da affiancare alla paura, in un ambo che ci regalerebbe ossigeno. La teoria della probabilità, che rovesciata si chiama sfortuna, lei sì che ci vede bene. Numeri e la loro solitudine insieme a chi li sta a guardare e come un bambino felice vorrebbe soltanto contare uno.. due .. tre … stella. Ma i conti non tornano più e i numeri hanno smesso di parlarci.

 

Angela Rita Iolli

IL CAPPELLO DI MOZART di Angela Rita Iolli

mozart

 

« Una tromba che diffonde un suono meraviglioso nei sepolcri di tutto il mondo, chiamerà tutti davanti al trono. La morte e la natura stupiranno, quando la creatura risorgerà, per rispondere al giudice. Verrà aperto il libro, nel quale tutto è contenuto, in base al quale il mondo sarà giudicato. Non appena il giudice sarà seduto, apparirà ciò che è nascosto, nulla resterà ingiudicato. E io che sono misero che dirò, chi chiamerò in mia difesa, se a mala pena il giusto è tranquillo? »

Sto ascoltando Mozart, un suo andante, vecchio mio pallino dell’adolescenza e chissa perché lo immagino con un cappello in testa. Lui così straordinario eppure così normale nella sua genialità, macchiata anzi annebbiata dal suo chiodo fisso. Quello di concludere il Requiem, la sua ultima opera, quella per cui avrebbe dato tutto se stesso. Una messa qualunque ma non per il genio, tentato più volte da quei ducati che ne avrebbero risollevato l’umore caduto in disgrazia, e ispirato da mano oserei divina per quello splendido pezzo Tuba Mirum, nel quale solo lui poteva così sapientemente fondere teatralità e sacralità. Sembra di sentirle le campane sciolte in suo onore durante i suoi funerali, quasi ad invidiare quella composizione celeste e a trattenere un pianto composto dinanzi al capolavoro. Lo immagino Mozart alle prese con le sue ispirazioni, lui così baciato dalla dea della Musica, che già in età bambina poteva permettersi il lusso di passare con nonchalance dal clavicembalo alle prime composizioni. Lui così timoroso della tromba eppure un vero e proprio miracolo vivente quando si trattava di sedurre la musica. Lui così attento ad ascoltare, tanto da riuscire a memorizzare un pezzo come il Miserere di Allegri gelosamente conservato e ai più interdetto, con una semplicità fanciullesca che solo a lui era concessa. Lui che poteva diventare addirittura principe, anche se della Musica lo sarebbe stato per l’eternità, se solo quella bambina di cui si era invaghito durante un ricevimento nella Vienna di Maria Teresa, gli avesse detto di sì. Ma non aveva bisogno della mano della futura regina di Francia, Maria Antonietta, lui abituato ad essere uno spirito libero, un vero libertino per i suoi tempi, un amabile mai noioso. Diavolo di un musicista che ha saputo cambiare i tempi, il suo tempo, lasciando a bocca aperta chi aveva la fortuna di udirlo suonare e chi la sfortuna di trovarselo nemico. Lui che sapeva dare quel tocco in più a quei violini veri protagonisti di Lacrimosa dove sembrano fondersi anzi piangono davvero, perché solo i suoi violini erano capaci di non temere il silenzio, trafiggendo i cuori in ascolto. E le lacrime era difficile trattenere insieme a quella strana commozione che solo i grandi sanno suscitare. Lo sto ascoltando Teofilo, altro suo nome, e mi sembra di conoscerlo da sempre. Quasi lo vedo nella sua risata sarcastica, magnificamente fotografata da Forman nel suo Amadeus, prendersi gioco di tutti noi, perché in fondo è rimasto sempre un genio bambino. Cresciuto troppo sotto quella buffa parrucca, simbolo dei tempi, ma padrone indiscusso di tutto ciò che si chiamasse Musica. Il genio di Salisburgo. Chissà come saranno state le tue sere davanti a quel pianoforte che adoravi suonare e quando la nota proprio non voleva saperne di entrare, addirittura sostituivi le mani con il tuo naso. Quasi l’olfatto potesse risolvere l’arcano, perché la perfezione doveva essere assoluta. Chissà se il calore del camino, in quelle sere scaldava i tuoi momenti di crisi e quella miseria in cui non dovevi cadere. E quegli enormi lampadari abituati a scortarti durante quei fastosi ricevimenti in cui tu eri la star indiscussa, chissà quanto avrebbero rimpianto la tua mancanza. La loro luce non sarebbe stata più la stessa, nonostante le loro gocce sfavillanti, simili a preziosi diamanti lucidati per l’occasione. La luce eri tu, attraverso la magìa di quel flauto, di quel re pastore e di quel Don Giovanni troppo simile a te per essere solo una composizione, e quell’andante, straordinaria colonna sonora della Mia Africa. 
Attraverso quel tuo essere sbarazzino e quel concerto in re minore K. 466, in quel dialogo tra pianoforte e orchestra che dopo un quarto d’ora ha regalato ai posteri una delle più belle pagine musicali di tutti i tempi. Il solo e tutti. Tu e i tuoi ascoltatori, che ancora oggi sognano con le tue note. E non è un sogno di una notte di mezza estate, è l’apoteosi del risveglio, in quel farsi dolcemente accarezzare dal tuo genio. Che un giorno ha deciso di sposare l’unica Musa che potesse interessarti: la Musica. Che gran regalo Amadeus. Persino Antonio avrebbe applaudito.
Preferisco chiudere il sipario qui ed immaginarti altrove, a dirigere un tuo concerto mentre ti sorridono gli occhi ed il pianoforte con i suoi tasti ti regala ancora una volta l’immortalità. Rock me Amadeus.

Angela Rita Iolli

IL NATALE DI SARTRE

adorazione

 

Sartre e il natale di Gesù. Un inizio di promessa. Non compiuta.
Il filosofo francese e il natale di Gesù

Natale 1940: lo scrittore francese, internato in un campo di prigionia tedesco, compone un racconto da recitare in una baracca. È il testo teatrale Bariona, ou le Fils du tonnerre. Incontriamo un Sartre inedito che per un istante sembra commuoversi per l’affezione stupita di Maria, lo sguardo di Giuseppe e la speranza dei Magi e dei pastori davanti al Dio bambino. “Hanno unito le mani e pensano: qualcosa è incominciato. E si sbagliano…”

 

1. L’ateismo di Sartre: una filosofia senza paternità?

«Qual è il vero volto di Sartre?» si chiedeva Charles Moeller in uno splendido saggio dedicato all’autore1. «È l’esperienza esistenziale della nausea, davanti alla sovrabbondanza cieca, oscena della natura? Oppure questa nausea non è che una conseguenza? C’è, all’origine, un’opzione, una scelta in favore di un certo tipo di esperienza umana a detrimento di altre? In altre parole è la nausea il fatto fondamentale o è la scelta del pensiero ateo che l’obbliga a vedere della vita un solo lato e sempre lo stesso?»2. Per rispondere al quesito Moeller tenta di decifrare il “paradosso” dell’uomo Sartre, di ritrovare il livello di esperienza che sta dietro il suo pensiero. Questo livello viene colto a partire da una lacuna, quella della paternità, che incide in tutta la visione del mondo del filosofo. Non ha forse egli scritto, ricordando la sua infanzia, «a quel tempo eravamo tutti, più o meno, orfani di padre: i Signori padri erano o morti o al fronte, e quelli che restavano, minorati, smidollati, cercavano di farsi dimenticare dai propri figli; era il regno delle madri»3? Per Moeller «sembra che sia mancata a Sartre una esperienza fondamentale, quella della paternità. […] Gli è mancata l’esperienza del legame intimo che unisce il senso di Dio e il senso della paternità»4. Rimasto orfano, assiste, nella sua infanzia, all’entrata in casa di un patrigno, nuovo marito della madre. È una situazione analoga a quella di Baudelaire, autore studiato da Sartre, nel quale poteva ritrovare una situazione simile alla sua. «Egli ha forse vissuto lo stesso dramma, ma l’ha risolto in modo diverso, con l’orgogliosa negazione della paternità, con l’affermazione violenta di una autonomia assoluta, della quale farà ben presto il perno della sua filosofia»5. Ipotesi difficile da certificare, secondo il critico, alla quale, tuttavia, non è possibile sottrarsi. «Non riesco a vincere l’impressione che il sentimento “d’essere di troppo”, che sembra così profondo nell’opera (pensiamo alla scena della radice in La nausée), trovi una delle sue ragioni nel fatto che Sartre fu orfano di padre e visse come un estraneo col patrigno»6. Il rifiuto della condizione filiale diviene rifiuto del mondo, avvertito come estraneo. In qualità di “straniero” (A. Camus) l’uomo si trova in un’esistenza assurda, egli è «di troppo», creatura non voluta da alcuno, desolato e anonimo passante in una metropoli immersa nella nebbia. Jean-Paul Sartre, secondo Moeller, «ha voluto negare di essere “figlio”»7. Al pari dell’uomo moderno, che «vuole essere “senza padre e senza madre”»8, la sua filosofia abolisce ogni idea di dipendenza. La libertà, come autonomia assoluta, creatrice, è la negazione dell’alterità, della natura, di Dio. Libertà è negazione di ogni radice, legame, rapporto. Sartre ha il gusto del “nulla”: il “per sé”, la coscienza, è il vuoto che dissolve la bruta “cosalità” del mondo. In mezzo, tra il “nulla” dell’io e la realtà reificata, non ci sono più persone, volti, affetti. La filosofia della libertà come negatività esclude, fino a L’être et le néant, ogni esperienza di positività. Mondo travolto dalla malafede, l’universo sartriano appare ambiguo, sordido, inquietante. La luce della grazia non squarcia la notte. Come ha osservato Gabriel Marcel, quello di Sartre è il sistema più logico di rifiuto di qualsiasi grazia che sia mai stato presentato. Per Dio, l’estraneo per eccellenza, il nemico della libertà e dell’autonomia, non v’è posto. L’esistenzialismo sartriano è rigorosamente ateo.
Tutto ciò è vero. Moeller ha colto molto bene la dinamica che porta Sartre a negare ogni alterità, alla doppia esclusione di Dio e del mondo. Così come coglie la necessità per cui l’ateismo deve radicalizzarsi in antiteismo, in opzione contro Dio. Rimangono cionondimeno, nella sua analisi, dei punti aperti che meritano una riflessione appropriata. Tra essi, in primo luogo, l’idea che l’anticristianesimo di Sartre sia correlativo alla sua condizione di orfano, al risentimento edipico verso il patrigno. Il problema in realtà è più complesso. Moeller non era in grado di risolverlo poiché il suo saggio, del 1957, non poteva usufruire di quella preziosa confessione autobiografica data da Les mots, edita da Gallimard nel 1964. Il rifiuto sartriano di Dio, la sua orgogliosa autonomia, restavano per lui un «nodo segreto» difficile da sciogliere poiché «Sartre, a differenza di Gide, non si mette mai in primo piano»9. Questo è quanto accade in Les mots dove il filosofo traccia un quadro della propria infanzia, dei propri desideri, della propria posizione religiosa. Quest’ultima, lungi dall’essere determinata dall’assenza del padre, è piuttosto dominata dalla figura del nonno, Charles Schweitzer, protestante e veemente anticattolico. «In privato, per fedeltà alle nostre provincie perdute, alla pesante allegria degli antipapalini, suoi fratelli, non si lasciava sfuggire occasione per mettere in berlina il cattolicesimo: i suoi discorsi da tavola assomigliavano a quelli di Lutero. Su Lourdes era inesauribile: Bernadette aveva visto “una donnetta che cambiava la camicia” […]. Raccontava la vita di san Labre, coperto di pidocchi, quella di santa Marie Alacoque, che raccoglieva con la lingua le deiezioni degli ammalati. Queste frottole mi sono state utili […] rischiavo di essere una preda per la santità. Mio nonno me ne ha disgustato per sempre: la vidi attraverso i suoi occhi, quella follia crudele mi stomacò con l’insipidezza delle sue estasi, mi terrificò col suo sadico disprezzo per il corpo»10.

L’adorazione dei Magi, particolare, Gentile da Fabriano, Galleria degli Uffizi, Firenze
Sartre, diviso tra il nonno protestante e la madre cattolica, chiusa con “un Dio suo”, vive una tensione profonda. «In sostanza la cosa mi prostrava: fui condotto all’incredulità non dal conflitto dei dogmi ma dall’indifferenza dei miei nonni. Ciononostante, ero credente: in camicia, inginocchiato sul letto, a mani giunte, dicevo tutti i giorni la preghiera, ma pensavo al buon Dio sempre meno spesso»11. Rievocando quel tempo Sartre confessa di raccontare «la storia di una vocazione mancata: avevo bisogno di Dio, mi fu dato, lo ricevetti senza capire che lo cercavo. Non potendo attecchire nel mio cuore, egli ha vegetato in me, poi è morto. Oggi, quando mi si parla di Lui, dico […]: Cinquant’anni fa, senza quel malinteso, senza quell’errore, senza quell’incidente che ci separò, avrebbe potuto esserci qualcosa tra noi»12.
Il posto, lasciato vuoto da Dio, viene occupato dalla letteratura, dall’arte dello scrivere. «Questo pastore mancato, fedele alla volontà di suo padre, aveva conservato il Divino per versarlo nella cultura. […] Scoprii questa religione feroce e la feci mia per dorare la mia sbiadita vocazione […] Diventai cataro, confusi la letteratura con la preghiera, ne feci un sacrificio umano»13. Sartre si sente predestinato, eletto, “annalista degli inferi”. «Da questo venne quel lucido accecamento di cui ho sofferto per trent’anni. Una mattina, nel 1917, a La Rochelle, aspettavo dei compagni che dovevano accompagnarmi al liceo; erano in ritardo, e presto non seppi più cosa inventare per distrarmi: decisi di pensare all’Onnipotente. Immediatamente ruzzolò nel cielo e sparì senza dare spiegazioni: non esiste, mi dissi con uno stupore di cortesia, e credetti risolto il problema. E in certo qual modo era risolto, dato che mai, in seguito, ho avuto la minima tentazione di riaprirlo. Ma l’Altro rimaneva, l’Invisibile, lo Spirito Santo, colui che era garante del mio mandato e che signoreggiava la mia vita per mezzo di grandi forze anonime e sacre. Di quello feci tanto più fatica a liberarmi in quanto s’era installato sulla parte posteriore della mia testa […]. Scrivere fu per molto tempo un chiedere alla Morte, alla Religione, in forma mascherata, di strappare la mia vita al caso»14. Questa fede, allorché Sartre scrive Les mots, è perduta. «L’illusione retrospettiva è in briciole; martirio, salvezza, immortalità, tutto si deteriora, l’edificio cade in rovina, ho acchiappato lo Spirito Santo nelle cantine e l’ho discacciato; l’ateismo è un’impresa crudele e di lungo respiro»15. Consapevole che «la cultura non salva niente né nessuno, non giustifica»16, poiché «ci si disfa di una nevrosi, non ci si guarisce da sé»17, Sartre non può però non riconoscere come «consunti, cancellati, umiliati, cacciati in un angolo, passati sotto silenzio, tutti i lineamenti del fanciullo sono rimasti nel cinquantenario»18. Continuano a vivere, nella memoria, i personaggi letterari amati durante l’adolescenza. «Griselda non morta. Pardaillan ancora mi abita. E Strogoff. Non dipendo che da loro i quali dipendono solo da Dio, e io non credo in Dio. Andate a raccapezzarvici. Per parte mia, io non mi ci raccapezzo e mi chiedo a volte se non gioco a vinciperdi e non mi studio di calpestare le mie speranze d’un tempo sol perché tutto mi sia reso centuplicato. In questo caso sarei Filottete: magnifico e puzzolente, quest’infermo ha donato tutto, perfino il suo arco, senza condizioni: ma sotto sotto, si può essere certi che egli aspetta la sua ricompensa»19.

2. Il natale di Gesù come «primo mattino del mondo».

Sartre non è diventato ateo perché, orfano, ha rifiutato la figura del patrigno. Le idiosincrasie anticattoliche di Charles Schweitzer hanno avuto un peso decisamente più grande nel dissolvere la fede giovanile del nipote. A riprova di ciò v’è un’opera, scritta nel 1940, in cui la tesi di Moeller, secondo cui Sartre «ha voluto negare di essere “figlio”», risulta sconfessata. È il testo teatrale Bariona, ou le Fils du tonnerre, tradotto ora per la prima volta in italiano dalle Christian Marinotti Edizioni 20, che Sartre compose durante la sua permanenza in un campo di prigionia tedesco. Moeller vi accenna di sfuggita: «In un campo di prigionia ha composto una laude natalizia da recitare in una baracca»21; né poteva essere diversamente poiché la prima pubblicazione dell’opera, in 500 copie fuori commercio, data al 1962. In essa emerge un Sartre inedito, distante dagli esiti nichilistici de La nausea, aperto alla speranza destata dal novum della nascita. Un Sartre che riconosce la positività dell’essere e sa descrivere, con rara delicatezza, l’affezione stupita di Maria, unitamente al pudore protettivo di Giuseppe, per il “Dio bambino”.
Nel giugno 1940 Sartre, a causa della disfatta dell’esercito francese, viene fatto prigioniero dai tedeschi. In agosto viene trasferito in Germania, nel campo di prigionia di Treviri, dove rimarrà fino all’aprile del 1941. Al di là delle privazioni, dei soprusi, non fu per Sartre un periodo negativo. L’esperienza della solidarietà tra prigionieri lo toglierà dalla sua solitudine, dal risentimento di Roquentin, dal disprezzo del mondo. È la premessa di quel passaggio verso il marxismo in cui crederà, in seguito, di trovare la possibilità di un “gruppo in fusione”, di una vita autentica, solidale nella lotta. «Nello Stalag ho trovato una forma di vita collettiva che non avevo più conosciuto dopo l’École Normale, e voglio dire che insomma lì ero felice»22. Lì conosce alcuni sacerdoti, tra cui l’abate Marius Perrin, con cui si lega d’amicizia. «Tutto sommato» scrive Annie Cohen-Solal «con i preti si sente in fraternità. Nonostante interminabii discussioni sulla fede»23. Nel campo, rileva Merleau-Ponty, «questo anticristo aveva intrecciato relazioni cordiali con un gran numero di preti e di gesuiti»24.
È in questo contesto che nasce l’idea di un lavoro teatrale che Sartre scrive in occasione del Natale 1940. Le prove si svolgono nell’hangar che padre Boisselot ha ottenuto dal comandante del campo per dire messa, per concerti e spettacoli teatrali. Nelle sue linee essenziali il lavoro mette in scena la storia di un capovillaggio ebreo, Bariona, che, di fronte all’ordine del procuratore romano concernente un aumento delle imposte, accetta il pagamento chiedendo però agli abitanti del luogo di non fare più figli. Roma potrà esercitare il suo potere solo sul deserto. Nel suo imperativo suicida Bariona non sa ancora che sua moglie Sara è in attesa di un figlio. La scoperta, drammatica, non lo fa desistere dalla scelta, scelta a cui la consorte si oppone. È in questo quadro che Bariona viene informato dai pastori della nascita del Messia in una stalla di Betlemme; una notizia, questa, che ai suoi occhi ha il sapore di una grande illusione, di un inganno. Il capo ebreo medita in cuor suo di uccidere il bambino, di sopprimere questa vuota speranza. Giunto a Betlemme vi trova Sara e, presso la capanna, una folla inginocchiata, commossa e felice. Sorpreso, desiste dal suo proposito e, alla notizia che Erode vuol ammazzare Gesù, raduna i suoi, raccoglie le armi, e, consapevole di andare a morire, va incontro agli sgherri del re. Sartre fu molto contento del suo lavoro. Scrivendo a Simone de Beauvoir dirà: «Ho fatto un mistero di Natale molto commovente, pare, tanto che a uno degli attori recitando veniva da piangere»25. Trent’anni dopo, al contrario, ne darà un’interpretazione negativa sottolineando le finalità politiche della pièce: «Ho fatto Bariona, che era molto brutto ma conteneva un’idea teatrale […]. I tedeschi non avevano capito l’allusione all’impegno, ci vedevano semplicemente uno spettacolo di Natale»26. E ancora: «Se ho preso il soggetto nella mitologia del cristianesimo, non è perché la direzione del mio pensiero fosse cambiata, magari momentaneamente, durante la prigionia. Si trattava di trovare, d’accordo con i preti prigionieri, un soggetto che nella sera di Natale potesse realizzare la più larga unità tra cristiani e non credenti»27.
Tutto ciò ha una sua verità. Non si spiega altrimenti il finale, chiaramente politico, in senso antitedesco, dell’opera. È tuttavia vero anche, come osserva Cohen-Solal, che si tratta, per Sartre, di un’«esperienza più importante di quanto sembrasse»28. Non è un caso che, nello stesso arco di tempo, si appassioni a Claudel e Bernanos: «Le due grandi scoperte che ho fatto nel campo sono state La scarpetta di raso e il Diario di un curato di campagna. Sono i soli libri che mi abbiano veramente fatto un’impressione profonda»29. Bariona, in realtà, è ben di più di un pamphlet politico, di lotta, anche se questo aspetto è chiaramente presente. In esso Sartre s’è avvicinato a una percezione del mistero della nascita e della maternità, nonché del mistero cristiano, come mai aveva fatto né farà più nella sua opera. In questo senso esso costituisce davvero, come scrive Antonio Delogu nell’introduzione all’edizione italiana, «una vera e propria eccezione»30 nell’arco del pensiero sartriano. Bariona è, innanzitutto, la fuoriuscita dalla visione del mondo espressa ne La nausea e nei racconti de Il muro, visione che è ancora al centro de L’essere e il nulla. Le parole che Bariona dice a Sara per convincerla a sopprimere il figlio in grembo esprimono il nichilismo esistenzialistico del primo Sartre: «Donna, questo bambino che vuoi far nascere è come una nuova edizione del mondo. Attraverso di lui le nubi e l’acqua e il sole e le case e la pena degli uomini esisteranno una volta di più. Tu ricreerai il mondo, si formerà come una crosta spessa e nera intorno ad una piccola coscienza scandalizzata che rimarrà là prigioniera, in mezzo alla crosta, come una lacrima. Capisci quale enorme incongruenza, quale mostruoso errore di tatto sarebbe il condurre il mondo fallito a nuovi esemplari? Fare un figlio è approvare la creazione del mondo dal fondo del proprio cuore, è dire al Dio che ci tormenta: “Signore, tutto è bene e vi rendo grazie d’aver fatto l’universo”. Vuoi veramente cantare questo inno? […]. L’esistenza è una lebbra orrenda che ci corrode tutti e i nostri genitori sono stati colpevoli»31.
Non generare è espiare la colpa dei genitori, la colpa di Dio. È rifiutare una creazione impura, mal riuscita. Bariona esprime tutto il risentimento della ribellione gnostica, “catara”, di un nichilismo che odia l’essere. La negazione del figlio è la negazione di un nuovo inizio. Ciò che esiste merita di perire: la morte è il giudizio del mondo. Di fronte alla domanda di Sara: «E se nondimeno fosse la volontà di Dio che noi generassimo?»32, Bariona chiede un segno, la manifestazione di Dio. Chiede un segno, ma in realtà non vuole credere: «Non chiederò grazia e non dirò grazie. […] Quand’anche l’Eterno mi avesse mostrato il suo volto tra le nuvole io rifiuterei ugualmente di sentirlo poiché sono libero, e contro un uomo libero, Dio stesso non può nulla. Può ridurmi in polvere o infiammarmi come una torcia […] ma non può nulla contro questo pilastro di bronzo, contro questa colonna inflessibile: la libertà dell’uomo»33.
Bariona è Sartre, il Sartre prometeico della libertà assoluta, della negazione dell’alterità come suprema forma di autonomia. Il Sartre che si vieta ogni possibile speranza, intesa come fuga, come diserzione dall’inesorabile durezza dell’esistere. Bariona non può sperare, attendere il Messia. «Questo mondo è una caduta interminabile, lo sapete bene. Il Messia sarebbe qualcuno che fermerebbe questo crollo, che rovescerebbe improvvisamente il crollo delle cose […] e noi nasceremmo vecchi per ringiovanire in seguito fino all’infanzia»34. Ciò non è possibile: «La dignità dell’uomo è nella sua disperazione»35. Fin qui nulla di nuovo. È il Sartre più noto, il Sartre “esistenzialista”. Nell’opera compare però la figura del re magio Baldassarre, impersonata sulla scena proprio da Sartre, improvvisatosi attore. Baldassarre rappresenta il momento nuovo che interviene nella visione sartriana, il momento della speranza: «è vero siamo molto vecchi e molto sapienti e conosciamo tutto il male della terra. Pertanto quando abbiamo visto questa stella nel cielo, i nostri cuori hanno gioito come quelli dei bambini e siamo diventati bambini e ci siamo messi in cammino, poiché volevamo compiere il nostro dovere di uomini che sperano. Chi perde la speranza, Bariona, sarà cacciato dal suo villaggio […]. Ma a chi spera, tutto gli sorride e il mondo è dato come un regalo»36.
La speranza di Baldassarre è la speranza di Sara. Anch’ella vuole andare a Betlemme: «Laggiù c’è una donna felice e soddisfatta, una madre che ha partorito per tutte le madri, ed è come un permesso che mi ha donato: il permesso di mettere al mondo il mio bambino. Voglio vederla, vederla, questa madre felice e sacra»37.
Il proposito della moglie non fa recedere Bariona. Saputo da una specie di veggente il destino di morte del Messia crocifisso, matura in lui il proposito di uccidere il bambino per il bene del suo popolo, per «conservare in essi la fiamma pura della rivolta»38. Giunto a Betlemme, davanti alla stalla, Bariona sorprende Maria di spalle, non vede Gesù in braccio alla madre, vede solo Giuseppe. «Ma vedo l’uomo. È vero: come lo guarda! Con quali occhi! Che cosa può avere dietro quei due occhi chiari, chiari come due limpide profondità in questo viso dolce e segnato? Quale speranza? […] Per trovare il coraggio di spegnere questa giovane vita tra le mie dita, non avrei dovuto scorgerlo dapprima in fondo agli occhi di suo padre. Andiamo, sono vinto»39. Lo sguardo di Giuseppe posato su Gesù ferma la mano omicida di Bariona il quale non può impedirsi di invidiare la felicità stupita della folla accorsa ad adorare il bambino. Una felicità illusoria, dal suo punto di vista, e tuttavia evidente: «Hanno unito le mani e pensano: qualcosa è incominciato. E si sbagliano, s’intende, e sono caduti in una trappola e pagheranno ciò caro più tardi; ma cionondimeno, avranno avuto questo minuto; hanno fortuna di poter credere a un inizio. Che cosa c’è di più commovente per un cuore d’uomo che l’inizio di un mondo e la giovinezza dai tratti ambigui e l’inizio di un amore, quando tutto è ancora possibile, quando il sole è presente nell’aria e sui visi […]. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo»40.
Bariona non partecipa di questa speranza. «Ecco: cantano e io sto solo sulla soglia della loro gioia […]. Mi hanno abbandonato e la mia donna è tra loro e si rallegrano, avendo dimenticato persino la mia esistenza. Sono sulla strada dal lato del mondo che finisce ed essi sono dalla parte del mondo che inizia. Mi sento più solo sul limite della loro gioia e della loro preghiera che nel mio villaggio deserto»41. Solamente ora, incapace di partecipare alla gioia comune, Bariona è veramente solo. Una solitudine solo apparentemente superata nel settimo quadro, l’ultimo dell’opera, in cui Bariona alfine si ricrede e raduna i suoi uomini per salvare Gesù dai mercenari di Erode. È la parte più “politica” e, forse, la meno riuscita che giustifica il giudizio a caldo dato dall’abate Perrin all’indomani della rappresentazione: «In questo Bariona non c’è nulla del mistero del Natale classico: non si vede la Vergine né il Bambino, tranne che in filigrana […]. Gli uomini di Bariona se ne vanno, forse alla morte, ma moriranno perché non venga assassinata la speranza degli uomini liberi»42.
Il giudizio è pertinente e, tuttavia, non del tutto esauriente. In realtà mai Sartre è stato più vicino nell’intuire il mistero cristiano, quel nuovo inizio che rende possibile la speranza. Inizio legato alla nascita di un bambino. Come afferma Bariona: «Un Dio-Uomo, un Dio fatto della nostra umile carne, un Dio che accetterebbe di conoscere quel gusto di sale che c’è in fondo alle nostre bocche quando il mondo intero ci abbandona, un Dio che accetterebbe in anticipo di soffrire ciò che soffro oggi […]. Andiamo, è una follia»43. Questa follia si tramuta in «stupore ansioso» nello sguardo tenero e trepidante di Maria. «Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia”. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive»44.
Sartre non scriverà più così, né di Dio né dell’uomo. L’opera del Natale 1940 resterà, da questo punto di vista, un’«eccezione», come se la peculiare atmosfera del campo lo avesse reso più vicino al mistero dell’esistenza. Quanto basta, tuttavia, per consegnarci una delle più belle rappresentazioni del Natale nella letteratura del Novecento.

Note

1 Ch. Moeller, Littérature du XXe siècle et christianisme, II, La foi en Jésus-Christ, Tournai-Paris 1957, capitolo “Jean-Paul Sartre o il rifiuto del soprannaturale”, tr. it., in Ch. Moeller, Letteratura moderna e cristianesimo, Milano 1995, p. 348.
2 Op. cit., pp. 348-349.
3 J.-P. Sartre, Les mots, Paris 1964, tr. it., Le parole, Milano 1968, p. 214.
4 C. Moeller, “Jean-Paul Sartre o il rifiuto del soprannaturale”, cit., p. 350.
5 Op. cit., pp. 350-351.
6Op. cit., p. 351.
7 Op. cit., p. 406.
8 Op. cit., p. 401.
9 Op. cit., p. 351.
10 J.-P. Sartre, Le parole, cit., p.95.
11 Op.cit., p. 96.
12 Op.cit., pp. 97-98.
13 Op.cit., pp.169 e 170.
14 Op.cit., pp. 236-237.
15 Op.cit., p. 238.
16 Op.cit., p. 239.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 Op. cit., p. 240.
20J.-P. Sartre, Bariona, ou le Fils du tonnerre, Paris 1970, tr. it., Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti, Milano 2003.
21 Ch. Moeller, “Jean- Paul Sartre o il rifiuto del soprannaturale”, cit., p. 348.
22 J.-P. Sartre,Oeuvres romanesques, Paris 1981, p. LXI.
23 A. Cohen-Solal,Sartre, New York 1985, tr. it., Sartre, Milano 1986, p.188.
24 M. Merleau-Ponty, Sens et non sens, Paris 1948, tr. it., Senso e non senso, Milano 1967, p. 61.
25 J.-P. Sartre, Lettres au Castor et à quelques autres, Paris 1983, tr. it., Lettere al Castoro e ad altre amiche, Milano 1985, p. 657.
26 Cit. in: S. De Beauvoir, La Cérémonie des adieux, Paris 1981, p. 238.
27 M. Contant – M. Rybalka, Les Ecrits de Sartre – Chronologie, Bibliographie commentée, Paris 1970, p. 564.
28 A. Cohen-Solal, Sartre, cit., p.191.
29 Intervista di Sartre con Claire Vervin per l’articolo Lectures de prisonniers, in Les lettres françaises, 2 dicembre 1944, p. 3.
30 A. Delogu, “Un mistero di Natale molto commovente”, Introduzione a: J.-P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono, cit., p.VII.
31 J.-P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono, cit., p. 36.
32 Op.cit., p. 38.
33 Op.cit., p. 61.
34 Op.cit., p. 64.
35 Op.cit., p. 68.
36 Op.cit., pp. 70-71.
37 Op.cit., p. 72.
38 Op.cit., p. 89.
39 Op.cit., p. 97.
40 Op.cit., p. 101.
41 Op.cit., p. 102.
42 M. Perrin, Avec Sartre au Stalag XII D, Paris 1980, p. 78.
43J.-P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono, cit., p.78.
44 Op.cit., p. 91.

Grazie a Massimo Borghesi

 

 

 

 

IL PENSIERO DEL GIORNO

CYBORGil-pensiero-del-giorno

 

E’ sufficiente sostituire al naturale equilibrio bio-pschico dell’individuo l’indottrinamento, l’introiettamento, il comportamentismo, il ricatto, l’ideologia, la dittatura dalla nascita. Cose sempre – con consapevolezza scientifica o anche senza (in tempi remoti) – esistite. Rimuovere la paura della morte, quindi il naturale istinto di conservazione. 
Rimuovere l’aspirazione alla coesistenza col gruppo.
Isolare.
Congelare le capacità critiche autocritiche.
Stabilizzare un pensiero olistico e monodirezionale.
Coartare con la forza dei regimi gli individui nella direzione del fanatismo.
Annullare la percezione dell’altro da sé.
Macchinalizzare il pensiero attraverso categorie e schemi labirintici.
Usare applicazioni di riflessi condizionati semplici per soffocare gli istinti.
Recintare la percezione della realtà con la propaganda.

Le tecniche sono infinite.

Non è necessario impiantare parti meccaniche nel corpo, è sempre bastato impiantare protesi pschiche per produrre banali automi. Affetti da quella “banalità del male” coniata da Hannah Arendt per il caso Adolf Heickman. La storia è fatta in prevalenza da “Cyborgs” – a mio avviso – che agiscono meglio delle stesse entità cibernetiche, nel male. Pur apparentemente non essendole, ma il discorso è diaframmatico.

LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA II°

la-schiavitu-della-donna1Mi sembra evidente che l’atteggiamento adottato naturalmente verso le varie citazioni (per quanto telegrafiche e del tutto embrionali) dei rapporti storici tra le religioni, i miti arcaici, le gerarchie patriarcali e le donne, venga recepito con distacco e – per così dire – disturbato dal sospetto di anacronismo, oppure di non sufficiente laicità, o ancora come un elemento che poco, molto poco abbia a che fare nel concreto con una discussione che – forse per alcuni/e – andrebbe epurata dai contesti storici, che possono risultare anche – volendo – pesanti o pedanti, quindi che “rallentino” il formarsi estemporaneo di un istinto alla risposta. Capisco. Capisco ma non condivido. 
Intanto, non v’è nulla, nulla al mondo che possa essere decontestualizzato.
A meno che non si voglia avventurarsi in quel cammino del parlare per il parlare, di cui auspico nessuno – dei presenti in questo peculiare gruppo (“peculiare” perchè non si sottrae a temi scottanti, scomodi, difficili, impegnativi, prendi me che stamattina ch’è domenica, anzichè stare a suonare il pianoforte che mi aspetta inutilmente sto qui a dedicare il miol tempo a questo gradevole e significativo scambio…) nessuno – dicevo – voglia parlare tanto per farlo.
Diciamo solo per sfogarsi, per partecipare e basta.

Sono convinto che si possa fare bene. Che si possano articolare pensieri supportati da fatti. Che, prima di fare affermazioni personali, si possa avere quell’attenzione (che fa la differenza) alle fonti (storiche, critiche, filosofiche, teologiche, sociologiche, antropologiche,etc.).

L’argomento che ho proposto – e ringrazio tutti quelli che hanno risposto e che risponderanno – è come un campo disseminato di cluster bomb: ad ogni piccolo passo c’è il rischio di una serie di esplosioni, e questo carattere di elevato indice di rischio e di lacerazione intellettuale mi piace, anzi lo prediligo. E’ così perchè viviamo in un mondo dove tutto è – apparentemente – semplice: è semplice – soprattutto – esprimersi. Esternarsi con naturalezza.

Ma tutto dipende dallo spessore che attribuiamo alle tematiche che vogliamo fare nostre, anche con poche righe.

Sembra una premessa ex-cathedra ma non lo è, e non lo è nei fatti che ora dimostrerò.

Riassumo i termini della mia provocazione intellettuale:

– Schiavitù (in generale);
– Schiavitù all’origine del moto perpetuo del progresso;
– Assenza cronica di dicotomia tra civiltà e crimine;
– Energia a costo zero nel rapporto tra potere e sopraffazioni;
– Schiavitù della donna;
– Patriarcato e religioni maschili o maschiloidi;
– Negazione e inquinamento della protoforma religiosa e civilizzatrice, o Grande Madre presente in tutte le culture anteriori alle divinità maschili, sotto diversi nomi e miti. 

Ma – per ora – restiamo nella dimensione femminile.
Nell’ultimo punto, quando dico “negazione” dico disinteresse prevalente statistico dei ricercatori; dico non sufficiente documentazione; dico non attribuzione di valore antropologico – se non in forme a cui la cultura maschile ci ha abituati: la divinità della Grande Madre è messa in realzione alla “terra”, come fosse un ulteriore meccanismo biologico al pari della vita animale, deprivata di intelligenza creativa o – per usare una definizione da mettere or ora in discussione “anima intellettiva”.

Quindi (nel secondo aspetto dell’ultimo punto dico “inquinamento”) cosa deve – necessariamente – incanalare il flusso delle domande che dobbiamo porci?

A questo punto – anche se pleonastico – dobbiamo o non dobbiamo anche dire che tutta la violenza esercitata sulle donne (una violenza tutta maschile, tutta nata nella culla delle paure profonde che i maschi hanno delle donne e delle loro qualità) è un prodotto “antico”, “primordiale”, che viene fuori quando nei miti il maschile spezza il legame con la madre, quindi con la terra generatrice, e assoggetta la natura (in sintesi estrema).

Il maschio (si badi bene e non l’uomo inteso “umanità sia maschile che femminile”) non è più figlio armonioso della terra, ma suo dominatore. 

Questo mi sembra il varco da cui far passare le nostre interrogazioni alla storia, all’antropologia.

La femmina è la madre di tutto, ma il suo potere viene detronizzato dal maschio per gradi. Nasce allora il Patriarcato che sostituirà il Matriarcato.

Ma – detto così – non vuol dir nulla (torniamo a non parlare tanto per farlo).

Per capire come è nato e si è sviluppato il patriarcato, è innanzitutto necessario conoscere le società non-patriarcali o matriarcali dalle quali ha tratto le sue origini. Il secondo punto cruciale consiste nell’evitare spiegazioni che prendano in considerazione una sola causa, cioè non cercare un’unica ragione di questa trasformazione che ha agito a livello mondiale e che è avvenuta in un lasso di tempo lunghissimo. Si potrà rispondere alla domanda: “Come è nato il patriarcato?”, solo se si prenderanno in considerazione tutti i passaggi delle molteplici cause che hanno contribuito al suo sviluppo. Durante il lungo periodo di transizione al patriarcato, in tempi diversi su continenti diversi, cause sempre nuove e diverse hanno generato molteplici cambiamenti.

I patriarcati sono società di dominio, ed è un mito che siano universali. Si tratta solamente di un caposaldo dell’ideologia patriarcale. Spiegare la nascita del patriarcato significa spiegare la nascita del dominio, e questo non è affatto un compito facile. Anzi, dato che i modelli di dominio dipendono da così tante condizioni correlate, dovettero passare lunghi periodi di tempo prima che questi sistemi di organizzazione sociale fossero inventati e perfezionati.

Prendiamo in esame alcune teorie sulla nascita del patriarcato e valutiamole: le principali sono la scoperta della paternità biologica, l’innovazione tecnologica; la pastorizia; la differenziazione sociale basata sulla divisione del lavoro e, ultima ma non meno rilevante, i difetti della personalità maschile.

1. Ci sarebbe molto da confutare nelle teorie che indicano la scoperta della paternità biologica quale causa del passaggio dal matriarcato al patriarcato. Affinché fosse riconosciuta la paternità e la genealogia patrilineare si sono dovute isolare le donne, metterle sotto chiave e obbligarle alla monogamia. Da un punto di vista storico, è successo abbastanza recentemente e solo sotto la pressione del dominio. Per affermare un sistema di riconoscimento della paternità si deve organizzare un gruppo coercitivo in grado di sopprimere e soggiogare la maggioranza delle persone. Tale processo comporta l’usurpazione della cultura preesistente e la reinterpretazione dei concetti religiosi in modo da permettere a chi governa di produrre ideologia; si tratta di complesse strategie sociali indirizzate contro le donne. Quindi, perché ci fosse il riconoscimento della paternità, si è dovuto prima affermare il dominio.

Inoltre, alcuni matriarcati concepiscono la paternità biologica, ma questa non è di alcuna rilevanza perché è eclissata dalla “paternità sociale”. Nelle società matriarcali, il fratello della madre, lo zio materno, è il “padre sociale” dei suoi e delle sue nipoti, che condividono il suo nome del clan. In aggiunta, il patriarcato non si può essere sviluppato solo perché alcuni individui sono diventati consapevoli della loro paternità biologica, dato che, affinché diventi rilevante la paternità biologica, devono aver preso piede alcune pre-condizioni sociali della paternità patriarcale, come sottrarre le donne ai loro clan materni, confinarle con un solo marito e proibire loro di avere amanti.

2. Un argomento altrettanto debole è che l’introduzione di una sola innovazione tecnica come l’aratro, che richiede la forza fisica dell’uomo, abbia condotto alla nascita del patriarcato. Le prove antropologiche mettono in evidenza che le donne nelle società matriarcali non sono affatto il “sesso debole” creato artificialmente dalla cultura. Oltretutto, in molte società matriarcali, gli uomini arano e fanno lavori pesanti senza per questo propendere per la scelta del patriarcato. Non è assolutamente plausibile che una struttura sociale complessa come il matriarcato si sia potuta trasformare in un’altrettanto complessa struttura sociale come il patriarcato semplicemente per l’introduzione di una nuova tecnica lavorativa.

E la stessa obiezione può essere fatta riguardo al fatto che l’uso del cavallo e dell’allevamento intensivo, arrivati con le belligeranti culture pastorizie, possano aver condotto alla nascita del patriarcato. Sebbene queste tesi abbiano incontrato il favore di molti studiosi, sono contraddette da una grande quantità di prove storiche e antropologiche. La società nomade basata sulla pastorizia deriva dalle società agricole matriarcali, che già da molto prima allevavano gli animali domestici. Si sviluppò in regioni troppo aride per permettere la coltivazione, ma ne rimase pesantemente dipendente, perché gli uomini hanno bisogno di cibarsi di verdure. In effetti, la stessa società nomade una volta aveva una struttura matriarcale che in alcuni casi è durata fino ai nostri giorni, come per esempio i Tuareg del Sahara centrale, che sono rimasti fino a poco tempo fa una società nomade basata sulla pastorizia. Aggredivano le tribù confinanti cavalcando cammelli e cavalli. Tuttavia, hanno preservato fino ai giorni nostri i modelli sociali del matriarcato dell’età dell’oro. Modelli simili sono ancora validi presso le popolazioni pastorizie della Siberia e della Mongolia. Nel caso del Tibet, la società nomade pastorizia ha vissuto al margine della società agricola matriarcale delle valli dei fiumi da cui dipendeva. Quindi né l’allevamento intensivo né l’uso del cavallo possono essere i motivi che hanno determinato la nascita del patriarcato, dato che non spiegano la nascita del dominio maschile.

3. C’è anche la tesi secondo cui la proprietà di grandi mandrie di bestiame abbia fornito la base al potere dei primi patriarcati. Ma nelle società egualitarie – da cui si sono sviluppati i patriarcati – non è possibile che si sia determinata un’iniziale accumulazione di proprietà nelle mani di pochi senza che vi fosse una strenua resistenza da parte degli altri membri. Prima devono essere stabiliti i modelli di dominio e aboliti i principi economici dell’egualitarismo; in seguito, ma solo dopo, diventa possibile per qualcuno accumulare possedimenti privati su larga scala contro la volontà della maggioranza.

4. Improponibile è la tesi che, nel corso della storia, la divisione strutturata del lavoro e la differenziazione sociale che ne consegue abbiano potuto condurre al patriarcato. Ciò presuppone che le società matriarcali dovessero essere più “primitive”, solo perché precedettero quelle patriarcali. La teoria dell’evoluzione lineare dello sviluppo della storia della cultura umana è una pura finzione. Se fosse vera, oggi ci sarebbe la società più perfetta in assoluto! Da questo punto di vista, lo sviluppo della storia è distorto. Vengono omesse molte forme diverse di società, incluse quelle che, pur avendo generato varie competenze specializzate, si sono estinte. Inoltre, le società matriarcali del neolitico annoveravano i primi centri urbani caratterizzati da un alto livello di divisione del lavoro e differenziazione sociale. Non è stato trovato un così alto grado di cultura tra le orde patriarcali che le conquistarono.

5. A questo punto seguono poche ultime tesi discutibili. Una di queste è che gli uomini sono per natura “aggressivi e cattivi”, dimostrato dal fatto che sono stati loro a creare la società patriarcale della guerra e del dominio. Una tesi simile ipotizza che il matriarcato abbia messo a disagio gli uomini emarginandoli. Quindi si suppone che si siano rivoltati abbattendo il matriarcato e creando il patriarcato. Questa tesi presuppone che il sentire degli uomini matriarcali fosse lo stesso degli uomini patriarcali delle civiltà contemporanee. Nella nostra società, gli uomini sono propensi a pensare di essere marginali a meno che non siano al centro delle cure della madre, e che non costituiscano il senso della vita delle donne e, in generale, il fulcro della società. Ma i sentimenti degli uomini matriarcali sono diversi, perché i modelli delle società matriarcali sono diversi. Non ci sono né prove storiche né etnologiche a sostegno di queste argomentazioni biologiche o psicologiche.

Potremmo andare avanti per secoli su questo umile tentativo di analisi, ma – a questo punto – immagino che molti abbiano già gettato la spugna. Quindi fermiamoci un momento a riflettere.

Ciò che mi preme dimostrare è che le mie provocazioni meritano una centralità di interesse nella precipua domanda che pongo (a me stesso) adesso:

<<Quanto hanno snaturato l’identità naturale della donna tutte le sovrastrutture imposte dal dominio dell’uomo? E in particolare da quel sottile dominio ideologico che ha attraversato le religioni dove Dio è maschio?>>

Questa “non-forma” come riscatto, questo amorfismo rivendicativo è oggi al centro di una profonda riflessione di alcune filosofe e teologhe femministe contemporanee. Io la condivido pienamente, e accolgo con grande soddisfazione un innalzamento vertiginoso del senso del confronto. Il femminismo attuale non è quello del passato. Finalmente le cose si sono fatte più interessanti, anche per “i maschietti”, ma solo se intelligenti e in armonia con il femminino che vive in noi.

Grazie dell’attenzione 

Cordialissimi saluti

Salvatore Maresca Serra

LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA I°

la-schiavitu-della-donnaUna delle mie attività prevalenti è lo studio, l’altra lo scritto. 
Ebbene, in uno degli ultimi miei lavori è presente una parte dedicata alla donna nel rapporto con le religioni e le diverse culture. 

Il tema era utile all’architettura del lavoro complessivo: la mostruosità maschile nel rapporto con l’istituzione della schiavitù. Da dove nasce questa sorta di “istinto” a sottomettere l’altro da sé. 

Nonsolo: la parte che più mi interessa è dimostrare che la più grande energia che ha prodotto la “civiltà” è stata ed è (con una trasfigurazione delle modalità, oggi) la schiavitù. 

No schiavi? No civiltà!

Quando parliamo di “Energie” spesso dimentichiamo che quelle che hanno connotato maggiormente le forme del progresso non sono di carattere intellettuale, scientifico. Nell’analisi del progresso vi risiede una piramide che schiaccia le sue fondamenta storiche. E le scorpora culturalmente, sottoponendole ad un ulteriore oltraggio: la censura prevalente fatta di silenzi, di assenza di memoria istituzionale, di indifferenza alla celebrazione della sofferenza come valore delle società oggi “progredite e civili”.

Differentemente il mattone primigenio che dovremmo celebrare sull’altare del vero progresso è il sacrificio (sacer…concetto comodo) del primo schiavo della storia degli uomini, cioè la storia dei maschi: la donna.

Energia è donna. Energia è schiavi. Tutto il resto energetico viene molto dopo.

Vi invio quindi un appunto che avevo messo da parte nel 2000, e che mi sembra molto stimolante:

Le donne come capri espiatori. Teologia e femminismo

LA DONNA E’ LA PORTA DELL’INFERNO

Eva assaggiò la mela e da allora il mondo s’è trovato nei guai. O almeno, così è stato interpretato uno dei miti centrali della religione giudaico-cristiana. Non meraviglia che questa interpretazione sia stata pesantemente criticata dalla teologia femminista. Quel che segue riassume il dibattito.

“Non consento ad alcuna donna di insegnare o di aver autorità su uomini; essa deve tacere.” (I Timoteo, 2:12).

Undici di mattina, una domenica di Pasqua. La congregazione è in piedi mentre l’organo annuncia l’entrata della solenne processione. Un vescovo, mitra in testa, pastorale d’oro e paramenti colorati, parecchi preti e diaconi vestiti secondo il cerimoniale; numerosi ragazzi (chierichetti e coristi) avanzano lungo le navate prima di prendere i loro posti nella celebrazione del rito.

Che tutte queste persone siano soltanto maschi non sfugge a due donne della congregazione, prevalentemente femminile. Una si china verso l’altra e sussurra: “Ecco la marcia del patriarcato”.

La composizione tutta maschile del cast di questa cattedrale canadese è tipica di tutte le chiese cristiane nel mondo. Nonostante un piccolissimo numero di donne ordinate prete, la religione giudaico-cristiana è ancora dominio largamente maschile.

Oggi, tuttavia, sempre più donne si oppongono all’idea che la religione debba essere territorio solo maschile. Incolpare le donne di tutti i problemi del mondo è costume antico.

Le studiose di storia femministe hanno hanno rivelato storie orribili sulla persecuzione subita dalle donne per mano dell’ordine costituito. Si stima che circa nove milioni di donne siano morte nelle cacce alla streghe tra il 14° e il 17° secolo. Ma soltanto a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso le donne hanno cominciato a esprimere la loro collera, le loro ferite e il senso di tradimento. Il dolore ha dato voce a critiche aspre contro il pregiudizio maschile nella pratica, nel linguaggio e nel pensiero religioso.

Anche la vita privata delle donne continua a essere segnata dagli insegnamenti religiosi. In una riunione recente sulla violenza contro le mogli, una partecipante indicò il prete sul palco dei relatori: “Quante volte – chiese la donna—quante volte devo perdonare mio marito per avermi rotto le ossa e aver infuriato sul mio corpo? La Bibbia, il prete, la Chiesa, tutti mi dicono che devo perdonare settanta volte sette. I miei amici mi dicono che sono stupida a tornare da lui. Che cosa significa ‘mogli, siate sottomesse ai vostri mariti’?”

Il movimento femminista ha reso possibile la trasformazione di questo genere di sofferenza privata in critica organica, sistematica della religione patriarcale. Le femministe ebree cominciarono a esaminare l’idea tradizionale che durante la mestruazione le donne erano impure e che la vita religiosa delle donne ebree dovesse essere incentrata sulla casa. Le femministe cristiane misero in discussione l’insegnamento di San Paolo che la donna debba essere sottomessa al marito come la Chiesa a Cristo.

Ancora oggi le donne ebree ortodosse sono escluse dalla comunità dei fedeli in preghiera e siedono dietro una grata. Le donne cattoliche e protestanti che vogliono distribuire il pane e il vino devono invece servire nelle cene parrocchiali. Donne di tutte le denominazioni sentono ancora le frasi “Dio nostro padre’, i Figli di Dio, ‘gli Uomini di Dio’, e ‘la fratellanza umana’.

In questa teologia patriarcale, scrive la femminista americana Rosemary Ruether, “il maschio è considerato il rappresentante normativo della specie umana, la norma per l’immagine di Dio, e per la definizione dell’antropologia, del peccato, della redenzione e del ministero [sacerdotale].” La femmina, al contrario, è vista come “subordinata e sussidiaria al maschio. Le donne non compaiono mai nella teologia patriarcale quali rappresentative del genere umano in quanto tale. 
La loro posizione normativa è quella dell’assenza e del silenzio. Quando la teologia patriarcale parla delle donne, lo fa per ribadire la definizione del loro ‘posto’ nel sistema.
Le studiose femministe cominciarono anche a esaminare il rapporto tra il sessismo che le donne subiscono nel culto e la visione del mondo nella bibbia. Il racconto della creazione, condiviso da ebrei, cristiani e musulmani, è la pietra angolare del pregiudizio storico contro le donne. Secondo questo mito popolare ebreo, Eva tentò Adamo col frutto proibito, provocando così la cacciata dell’umanità dal Paradiso. L’identificazione della donna col male, la tentazione e il peccato sono così diventati un ingrediente primario della tradizione cristiana.

Mentre l’uomo è associato alla spiritualità, alla ragione e al divino, la donna è stata associata alla carne, alla materia e al mondo. Il bene e il male ebbero in questo modo le loro chiare controparti sessuali. Secondo questa prospettiva, le donne in realtà introdussero il male nel mondo. E dunque esse devono pagare per la loro colpa collettiva e redimersi.

E come? La religione del patriarcato dice che le donne si redimono con l’accettazione volontaria del loro ruolo di genere. Devono generare figli, tenere la loro sessualità sotto controllo ed essere pronte a sottomersi ai voleri del maschio.

La vittimizzazione delle donne nella tradizione cristiana è uno dgli ostacoli più grandi per le femministe. Colpevolizzare le vittime, esse pensano, è inevitabilmente controproducente. Porta la gente a puntare il dito contro gli individui piuttosto che contro il sistema sociale. In questo modo, il peccato e il male vengono personalizzati e indeboliti.

Rosemary Ruether ritiene che le teologhe femministe debbano ‘smascherare’ questa ideologia del peccato che incolpa le vittime. Il sistema sociale del patriarcato “legittima il potere dominante della classe maschile”, essa sostiene, “e riduce le donne e i servi in soggezione…. Esso produce e giustifica il potere aggressivo sulle donne e su altri esseri umani assoggettati, e nega il rapporto umano genuinamente reciproco.”

Le teologhe femministe come Ruether vedono la religione patriarcale come una gigantesca piramide di potere oppressivo: la divinità maschile sopra gli angeli maschi (nella teologia classica non esistono angeli femmine), gli angeli sopra gli uomini, gli uomini sopra le donne, l’uomo (maschio) sopra la natura.
È così che negli anni ‘70-’80 del XX secolo il femminismo ha messo in discussione l’idea che esista anche una sola forma di oppressione che sia ‘naturale’, parte dell’ordine creato. Una critica così devastante della tradizione giudaico-cristiana ha portato molte femministe a lasciare le chiese e le sinagoghe ufficiali. Ne è uscito un ‘movimento della Dea’ in cui le donne tentano di rimodellare l’antico culto per celebrare il potere creativo femminile. Il femminismo spirituale è diventato in tutto il mondo un aspetto importante del movimento femminista.

Molte femministe, tuttavia, preferiscono rimanere all’interno della religione organizzata. Esse credono, ovviamente, che il movimento femminista possa cambiare la chiesa. In particolare le femministe cristiane guardano alla chiesa dei primi tempi e alla vita di Gesù per trarne ispirazione. Le donne erano trattate da eguali nella comunità che Gesù raccolse intorno a sé, e avevano ruoli centrali nella chiesa primitiva.

Gesù disse ai suoi seguaci: “non chiamate alcun uomo padre, né padrone”, e li ammonì a ‘non farsi signori sopra alcuno”. Per questo le femministe cristiane trovano conferma e speranza nella vita e negli insegnamenti del Cristo.

Insieme ad altre teologhe della liberazione, esse dicono che la Bibbia mette Dio chiaramente dalla parte dei poveri e degli oppressi. E che la vera liberazione può avvenire soltanto quando le donne prenderanno il loro posto nel cuore stesso della fede –come soggetti piuttosto che oggetti.

Sacri Pregiudizi

La discriminazione contro le donne non è prerogativa esclusiva del cristianesimo. Le grandi religioni hanno tutte un qualche pregiudizio, insito nella loro struttura, in questo senso. Lo dimostrano queste poche citazioni ed esempi:

ISLAM
Secondo il Corano: “Gli uomini sono i custodi delle donne.. Dunque le donne oneste sono obbedienti, e proteggono in segreto ciò che Allah ha voluto proteggere [dagli sguardi altrui]” E riguardo a quelle di cui temete l’abbandono, ammonitele, e lasciatele sole nel loro letto e punitele. Se esse vi obbediscono, non cercate vendetta contro di loro.”

INDUISMO
Molti testi religiosi induisti descrivono la donna come bugiarda e sessualmente provocatrice di natura. Questa è una citazione dalla Devi Bhagaveta (1.5.83) è emblematico: ‘la donna è la personificazione della sventatezza e una miniera di vizi… essa è un ostacolo sul sentiero della devozione, un freno alla liberazione… essa è praticamente una strega e rappresenta il basso desiderio.”

Buddismo
Secondo la tradizione buddista, la matrigna del Budda desiderava farsi monaca. Ella manifestò diverse volte questo desiderio al Budda, che ogni volta rifiutò. Finalmente, su consiglio di un discepolo, il Budda acconsentì. Ma nello stesso momennto, egli dichiarò che l’istituzione di una comunità di religiose avrebbe ridotto il tempo dell’efficacia del suo insegnamento da mille a cinquecento anni.

Ebraismo
Una delle benedizioni del mattino degli ebrei orrtodossi maschi recita: “Sia tu benedetto o Signore nostro Dio, re dell’universo, che non mi hai creato femmina.”

Scritto da Terry Flower.

Per ulteriori informazioni, vedi lo studio del Consiglio Mondiale delle Chiese “Female sexuality and bodily functions in different religious traditions”

Si ringraziano Mary Thompson Boyd, Janet Silman e Linda Murray per la loro ricerca e consulenza.

Da New Internationalist, n.155, January 1986 (Traduzione Virginia Del Re).

Spero – nonostante la sintesi brutale dell’appunto – sia stato utile a un dibattito che per me è vitale. C’è in questi appunti un piccolo accenno alla caccia alle streghe e, implicitamente, al Malleus Maleficarum (trad. Il martello delle streghe) un testo redatto nel 1486 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, che fu uno tra gli strumenti più devastanti e utili alla strage di donne, e che a tutt’oggi non è stato “messo all’indice” dalla Chiesa Cattolica, e che meriterebbe un discorso a parte, ancora di grande attualità.

Cordialissimi saluti a tutti

Salvatore Maresca Serra

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? III° Dal forum Xing – Neolaureati

Sono in perfetta simmetria con l’analisi sintetica ed efficace che fai della lingua, quindi, di tutta la sfera che la lingua avvolge, che evoca, e che tiene a galla nella memoria collettiva intergenerazionale (la sfida più ardua) cara Marianna. 

L’impoverimento è la stigmata della comunicazione contemporanea. La lingua e i dialetti sono suoni, colori, atmosfere, dimensioni dell’essere, e la stigmata è sanguinolenta, è più una piaga che altro.

I modelli del parlato e della scrittura si sono come magicamente dissolti, ma – ancor peggio – io constato che ci si vergogna spesso di citare – una modalità espressiva dell’arte indispensabile alla cultura – modelli e modalità dello scritto e del parlato che dovrebbero anzi corroborare di retroterra il nostro presente.

E’ come se ci si vergognasse del nostro passato che, posso comprendere, evoca anche tanta rettorica, tanta sterile dialettica, tante movenze espressive che non hanno più nessun riscontro nella realtà della contemporaneità fatta di economizzazione del tempo, ottimizzazione della sintesi, pragmatismo dialettico.

Tutto si muove all’insegna del negotium: l’otium non si interpola più come significante automatico dello sfoggio (ma anche del semplice segnale) d’appartenenza culturale. La lingua dev’essere un medium asettico, quella italiana, da cui la progressiva perdita dei dialetti, l’imbastardimento progressivo di essi, la cancellazione di memorie (oggi si dice files) che ci appartengono e che non sono più un valore ma un disvalore: una grossa e drammatica e sofferente svista.

Quando si è fatta la “bonifica” dei bizantinismi, del “barocco”, del “citato”, del “dotto” (tutte cose che andavano eliminate a giusta ragione dalla lingua viva) ci si è ritrovati poi con un respiro asmatico, corto, troppo corto. E l’uso della ricchezza delle sfumature sensibili, i sinonimi, di cui l’italiano è così fecondamente nutrito, è diventato un “motore di ricerca” inutile.

Le sfumature non ci appartengono più, ma la lingua è solo un riflesso nell’impoverimento dell’animo.

Ciò che si è impoverita è la vita. Cioè la nostra capacità di decodificarla adeguatamente ai mutamenti dei nostri stati interiori intellettuali. Vale questo discorso per tutti gli intelletti. E la sfera è diventata una pallina da ping pong che rimbalza da una parte all’altra senza lasciare traccia profonda della comunicazione, ma solo il suo nevrotico ticchettio.

L’amore ha bisogno di tutte le possibili parole, tant’è che, quando non le trova, le cerca disperatamente, e se alla fine neanche le trova, allora parla il silenzio delle pause, dove la mediazione concettuale non arriva più a disporre dei sinonimi, che sono come gli infiniti nomignoli d’amore che gli amanti si scambiano attraversando spesso tutta la foresta incantata dell’eden e dei suoi animaletti più teneri e affettuosi, appropiandosene come identità ogni volta nuove, capaci di dilatare le identità umane, infinite nella tenerezza, nella dolcezza che trasfigura.

E io vedo che la trasfigurazione che la lingua, la nostra meravigliosa lingua (ma anche quelle di altri popoli) è in grado di offrirci per trasportarci nel pensiero, ha perduto molto della lezione magistrale dei poeti, dei grandi scrittori. 

Si parte dall’acme dell’amore per giungere dovunque ci trasporti il pensiero, che costruisce concetti e valori semantici simulando un mondo infinitamente ricco e vasto che appare – improvviso – nelle teofanie descritte dalla tavolozza di parole – per noi che non siamo mistici come Francesco, ma che pur egli condusse alla poesia – suoni e colori che del lessico sono il vento e l’ala, e laddove anche non v’è spazio per volare rendono sacro anche il profano, bello anche il brutto. E dove il volo c’è, concreto anche l’astratto, reale anche il sogno, palpitante anche il morto, lo scomparso, il perduto.

Questa ricchezza interiore sembra non essere più tale.
Il nostro quotidiano è sempre più parlato da muscoli, corde, e non dal mistero ch’essi incarnano e rappresentano.

E tutti i mondi di suoni che udivo un tempo per le strade di Napoli, di Genova, di Firenze, di Palermo, di Bari, di Spello, di Milano, sembrano non aver più quei musici. Che si estinguono, amaramente, sotto i colpi di giorni che si susseguono in una interminabile teoria di perdita delle nostre identità più antiche. E dove l’uomo è sempre più individuo, senza che questo voglia più dire “dentro di me c’è ancora altro”.

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? II° Dal forum Xing – Neolaureati

Caro Maurizio, 
(mettiamo il caso in cui io dovessi scriverti una lettera e cominciassi così – ma questo è uno dei tabù imposti ai giovani, fatto introiettare da un sistema culturale in cui la portata o, se vuoi, il “respiro” di una “lettera” non deve avere più un senso, per cui non ti scrivo ma ti messaggio) posso risultarti giovane e interessante, o “incredibilmente interessante nel linguaggio” ma la realtà è che io sono uno di quelli che hanno massacrato la tua generazione ( ma tu non sei affatto massacrato, non sei un residuato di una strage, non sei uno stupido, ma non sei neanche un fattore della media, o statistica elementare, per cui non fai testo: tu sei un uomo che fa domande, come in un film.  

Mettiamola così: tu sei uno fra i rompicoglioni che non si fanno i fatti (cazzi) loro. E io sono uno che ha massacrato, non te, ma la tua generazione, dall’alto (si fa per dire) della mia: la generazione dei tuoi padri – perchè non hanno (loro e non io) fatto altro che farsi i cazzi (fatti) loro.

Sempre come in un film.

Quando io avevo vent’anni – proprio come te – io mi facevo e facevo domande.
Quindi il mio linguaggio era identico al tuo. E la mia strada era segnata. Come la tua.

Noi eravamo giovani. Voi siete giovani. 
Credi che sia cambiato qualcosa?

I miei (cinquant’anni) erano “vecchi”. E questa è la differenza, in apparenza.
I miei erano vecchi perchè non sapevano chi fosse Bob Dylan (non gli interessava, punto). E non sapevano neanche perchè avesse chiesto “Quanto tempo deve ancora passare prima che un uomo possa essere un uomo ?”, e solo per questo io ero giovane e loro vecchi: perchè non c’era (e non c’è) nessuna comunione di domande.

Mentre loro si chiedevano perchè avessero ammazzato il presidente Kennedy io mi chiedevo perchè avessero massacrato Martin Luther King. E se avessimo condiviso anche una sola domanda non ci sarebbero stati due linguaggi. Il film era questo.

Noi abbiamo massacrato la vostra generazione perchè vi abbiamo (s)venduti.
Noi baby-boomers abbiamo guadagnato quello che loro figlidellaguerra hanno solo sudato: avere il diritto di mettere al mondo una nuova generazione che avesse quello che ci era stato negato dalla generazione dei nostri padri. Ma cosa?

Cosa vi abbiamo dato?, e cosa vi abbiamo tolto? 

Noi vi abbiamo dato solo quello che noi volevamo per noi stessi: il disprezzo e l’indifferenza per i ruoli, e al posto di false istituzioni un dialogo, o una possibilità di dialogo. Diciamo una plausibile ipotesi.

E vi abbiamo tolto una certezza: la certezza che i genitori sono tutti dei vecchi.

Non è facile dare ai propri figli quello che non si ha avuto dai propri padri. 
Così noi abbiamo fatto i padri senza crederci, perchè ci credevamo troppo. Non avevamo alle spalle un passato ma un futuro. E per questo non abbiamo sudato, ma abbiamo guadagnato un guado.

Il passato ci appariva come un frutto senza seme: no, noi volevamo essere di più. Il nostro linguaggio doveva essere un linguaggio universale. Fatto di futuro, un futuro dove noi avremmo risposto alle domande dei nostri profeti. E, affatto, le abbiamo date, le nostre risposte. E le nostre risposte siete voi.

Noi siamo rimasti tutti “giovani”, e così facendo vi abbiamo tolto il diritto alla gioventù, solo perchè noi abbiamo rifiutato d’invecchiare.

Il linguaggio è stata la nostra arma, un’arma nata per lottare contro i nostri padri che ha colpito invece i nostri figli.

E così – dopo il fallimento – abbiamo puntato tutto sulla tecnologia, perchè ci è rimasta la speranza di risolvere ogni mistero attraverso le macchine. Ma il più grande mistero è stata la nostra paternità (genitorialità).

La società che noi abbiamo prodotto è di gran lunga peggiore di quella che ebbe a produrre i nostri vecchi.
E ci abbiamo messo voi dentro a viverci.

Tutto il materialismo che avvolge il nostro derma è solo quello che si poteva creare senza mettere in gioco i sentimenti, e questa è una buona strada per non invecchiare. A patto che non si sia mai stati né figli né padri.

I nostri sentimenti sono allora diventati “comunicazione”, “diritti”, “emancipazione”, “consapevolezza”.
L’unica cosa che ci fa sentire a volte vecchi è il fallimento delle nostre battaglie, un fallimento scritto con l’inchiostro delle vostre paure. E tutti quelli tra noi che ci hanno creduto non avrebbero voluto mai vedere le paure scritte addosso ai nostri figli. E poi ci sono quelli che non ci hanno mai creduto, ma essi non sono il linguaggio.

Il linguaggio siamo noi. Perchè abbiamo creato il vostro linguaggio.

Sembra che non ci sia più posto per i vecchi; quelli che sanno tutto (perchè noi abbiamo dichiarato – un tempo -di non sapere niente). 

Ebbene, oggi siamo tutti figli di un tempo in cui esistevano i genitori, accecati dal loro ruolo, all’apice di un delirio onnipotente che determinava il fatto che i giovani non devono saper niente.

E così – se ci guardiamo intorno – tutti non sappiamo niente, ma questo non può essere.

Tutti siamo uguali.
Perchè noi vi abbiamo venduti all’ignoranza, al dubbio, alla scienza, alla relatività, e in cambio di cosa?

Noi abbiamo creato il pensiero debole, la morte di Dio, il relativismo e la reificazione.
Le nostre domande non hanno avuto risposte.

E le nostre risposte non hanno innescato domande. 

C’è un solo modo per mantenere un linguaggio affrancato dal tempo soggettivo: la percezione del tempo oggettivo.

Mi dispiace di non essere così interessante come credevi.

Ciao

Salvatore

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? I° Dal forum Xing – Neolaureati

Non sono più giovane da almeno trent’anni (ne ho cinquantadue) è plausibile? La mia valutazione è subordinata alle responsabilità di cui mi sono caricato, responsabilità che variano da vita a vita ma che riflettono anche e simultaneamente a tutto un sistema di valori epocali dove il linguaggio è un medium dove rintracciare le plausibili identità: il tema è centrale nella mia vita.  

Non mi sento (dovrei?) a disagio tra voi; di contro avverto la necessità di raccogliere la provocazione di un giovane (cioè di uno uguale a me, se s’intende giovaneugualevivo) che s’interroga sul linguaggio e non sulla lingua (io la metterei in partenza così, con questa differenza dichiarata lessicale), quindi sull’identità collettiva, sul fluido percorribile, su quello impercorribile. 

Ho letto con attenzione i vari interventi perchè non ho quel vizio (o quella virtù) d’intervenire decontestualizzandosi – come avviene frequentemente nei forum, per cui si leggono disarticolazioni e dislessie bestiali dove ognuno parla solo di sé, della sua istintiva pruderia di intervenire (ma in cosa?) senza guardarsi intorno: e quello che vedo spesso ma non qui è che si soggiace ai costumi, annichilendo le possibilità di fare di un costume un topos, un logos. 

Non c’è – si può dire? – l’esplorazione del presente; non c’è la valutazione delle diversità in quanto stimolo intellettuale, e – si può! – c’è invece molto disorientamento nel linguaggio. 

Io metterei il linguaggio (e la sua indagine-esplorazione) nel nucleo primigenio della ricerca dell’identità, ma lo fanno tutti e io non sono diverso, almeno in questo.

L’identità che si cerca quando non la si ha (un connotato di tutti i giovani e non solo).
Ma ciò che mi preme dire è che nel medium si propongono identità – ad opera di sistemi consumistici di vendita delle identità – modelli che si aggirano nella comunicazione come magneti che attraggono polveri (frutto di disintegrazioni psicoaffettive) che avvertono l’urgenza di riaggregarsi in un corpo credibile e congruo. E questo – banale in apparenza – è necessario a punto banalizzare l’entelechia stessa dei linguaggi. 

La struttura sistemica semantica delle civiltà dei consuni stessa pone nel commerciale – tecniche di branding e marketing – una ristrutturazione delle valenze o dei valori evocati dal linguaggio: immagini, status, trend, comportamenti, selezioni del reale (sulla base di selezioni dei sottolinguaggi peculiari dei gruppi sofisticati, quindi fortemente a valenza inclusiva-esclusiva) e prodotti – oppure rifiuti mirati e aprioristici di determinati prodotti, che determinano astensioni di tipo radical-chic (per intenderci).

Commerciare è il dna dei nuovi linguaggi: come Freud dice – con grande anticipo – un grande mercato (ch’è poi mercato dell’identità) in quanto proiezione (all’epoca) verso una società dove lo sgretolamento del linguaggio è – di fatto – il totemizzarsi delle frustrazioni.

Comunicare è una patologia (?) che affresca scenari collettivi, dove i valori sono solo individuazioni di costi-introiti-guadagni. O tuttavia anche perdite.

La giungla è fatta così, più o meno come una vera giungla animale poichè quella umana è solo trasfigurata dal linguaggio.

Il linguaggio umano prima descrive dimensioni metafisiche, spirituali, dell’invisibile, della logica, della filosofia, dell’etica, dell’estetica…
Poi attinge dalla logica strutturazioni sistemiche semantiche per banalizzarsi in modo funzionale al sistema della giungla (mercato).
E reinclude in questa dialettica il tutto. Comprese spiritualità, irrazionalità, religiosità, psicoaffettività, etcetera.

Mi fermo un attimo.

Che linguaggio parlano i giovani (di oggi…) ?

Io mi domando – ancor prima – e rispondo: <<Esiste ancora nel medium una chance di intercettare un linguaggio – attraverso il quale accedere a una identità di carattere evolutivo, quindi dell’età in questione – che sia un codice di comunicazione libero da strumentalizzazioni, da ristrutturazioni diaframmatiche (intangibili) e che restituisca poi – nella sfera dei sentimenti e delle emozioni – delle realtà concrete, palpabili nell’esperienza personale psicoaffettiva del quotidiano, fuori dalla comunicazione virtuale?>>

La mia risposta è <<No>>.

Il mito della Torre di Babele esprime bene questo status.

Un linguaggio di massa è un non linguaggio. Non ha radici perchè le cancella o le falsifica, oggi, nella nostra contemporaneità. E se possiamo credere che i guadagni che deriverebbero dalla circolazione di un linguaggio per tutti sarebbero immensi in termini di capacità di comunicazione vera, di depotenziamento delle tensioni etnico-culturali, delle discrasie tra collettività in guerra a causa – intanto – dell’incapacità di comunicarsi valori essenziali di convivenza pacifica, di emancipazione dei popoli dalle gerarchie di potere che li governano attraverso le caste, allora dobbiamo occuparci di comunicazione di massa…

Non è solo “la lingua” (la nostra magnifica lingua e altre altrettanto) a farne le spese ma la rappresentazione (l’immaginario) dei valori. Cosa ben peggiore perchè afferisce alle identità.

E’ evidente che linguaggio non è lingua/e.
Per cui la preoccupazione di una delle partecipanti al forum non mi sembra drammatica o quantomeno insidiosa.

Spero che siamo tutti d’accordo che il problema fosse se un linguaggio è e debba restare un bene in sé. Un coagulo di valori circolanti. Che elevino le identità con una spinta naturale verso l’alto, dove un plausibile “alto” significhi “conferimento di idealità e giustizia” quali parametri dell’etica che ci arriva addosso dai sistemi contemporanei: politica, religione, informazione, cultura, università (questo è un punto dolente), intellettualità, scienza, svago, arte, etcetera.

Ma non solo: parliamo anche della possibilità di parametrare la credibilità degli attori.

Il linguaggio un tempo era veicolato prevalentemente da rapporti personali, o da grandi macchine teatrali della fede, da architetture maestose, da parate rappresentative, dai miti e leggende, dalle tradizioni popolari, dall’epica degli eroi e degli dei. E non è mai stato alieno ai costumi.

Oggi linguaggio è metalepsi delle macchine. 

Il senso del parlato si ritrasferisce istantaneamente sulla valenza del mezzo tecnologico.
Il mezzo diventa un valore in sé.
E per questo parlavo di ristrutturazione sistemica della semantica.

Sarebbe come dire che ciò che contava nei segnali di fumo era la legna, il tappeto e il fuoco e non il messaggio.

E per questo parlavo anche di Babele.

Il nostro è un passaggio narcisistico che impedisce al valore di diffondersi (posto che i valori che ci aiutano a vivere sono due o tre, non di più, e lo sono da tempo immemorabile e fuori d’ogni dubbio immutabili) per la sola ragione che le tecnologie che utilizziamo per diffonderli li sopprimono nello stagno-stagnazione in cui ci appaiono specchiate.

Metafora: in quello stagno c’è ancora inesorabilmente la nostra umana immagine.

L’uomo tecnologico.

L’amore che ti porto, o mia amata, può variare. Se te lo dico da un Nokia o da un LG. Se te lo scrivo da un SMS o da un MMS. Se te lo esprimo regalandoti un Mac o un volgare Acer.

Ma questo status dei simboli esiste da sempre: una teoria evoluzionistica molto accreditata – come tutti sappiamo – ipotizza che la posizione eretta dei primati viene dall’utilizzo degli arti anteriori come raccoglitori e “cestelli” dei migliori frutti per conquistare le femmine e accoppiarsi.

Tecnologie? Tecnologie.

Oggi, i giovani si trovano (ci troviamo..) nel bel mezzo dei magneti e della tempesta magnetica: attirati da tutti i lati verso reintegrazioni meccaniche che utilizzano le falsificazioni semantiche degli equilibri psicoaffettivi indispensabili.

L’offerta dei prodotti è diventata talmente gigantesca che ha ridotto il tempo ad un soffio.
E così la sacrosanta ricerca dell’identità personale.

Un uomo, posto davanti alla scelta oggi, è un impotente: la sua vita non basterebbe a esaminare la teoria infinita dei prodotti. Ogni prodotto è un simbolo. Ogni marchio una vita. 

Ma è solo un meccanismo prodotto ormai dalle macchine (o da uomini-macchina).

Io frequento da sempre ormai un linguaggio che mi è costato un pozzo.
In termini di scelta di isolamento, di riflessione profonda, di selezione d’ogni gesto dei massimi sistemi, di analisi di ogni stimolo indotto nel medium e di qualsivoglia utilizzo del corpo glorioso per veicolare strumentalmente le mie scelte.

Poi – quando mi rilasso – me ne frego e mi sottopongo per qualche ora al lavaggio del cervello, che posso fà.

Sono giovane? 

Qual’è il mio linguaggio?

Ciao e auguri a tutti

Salvatore Maresca Serra

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT