Letteratura

Soft porno, epidemia e parodia

TENDENZE LETTARIE

Soft porno, è epidemia

Dopo il successo della trilogia di E.L. James fioriscono le rivisitazioni hard dei grandi classici. Ed è boom di parodie.

di Bruno Giurato

Quella del 2012 rischiadi passare alla storia come l’estate del porno chic e del sadomaso per signora. Il successo della trilogia di E.L. James, le famose 50 sfumature di grigio, e poi di nero e di rosso è inarrestabile. Alla faccia delle polemiche.
Il libro originale (50 sfumature di grigio) ha venduto, solo nell’ultima settimana, 25 mila copie. Il ‘nero’ segue in classifica al secondo posto. il ‘rosso’ si trova al quarto. La valanga sadomaso per ora lascia spazio solo all’ultimo romanzo di Andrea Camilleri,Una lama di luce, che resiste in terza posizione.
LE 50 SFUMATURE SI FANNO FILM. Ed è arrivato anche l’annuncio del film derivato dalla trilogia, con relativo toto attori: per la protagonista femminile ad alto tasso di morbosità si parla di Amanda Seyfried o Kristen Stewart, ma in corsa ci sono anche Kaya Scodelario e Ashley Greene, mentre per il protagonista maschile (il miliardario tenebroso Christian Grey) si fanno i nomi di Channing Tatum,Chris Pine, Ryan Gosling, Chris Hamsworth o Robert Pattinson. E proprio Pattinson ha portato avanti una sincera autocandidatura per il protagonista, tanto che in un’intervista a Mtv ha dichiarato che del libro della James, ne leccherebbe le pagine. Contento lui…

Ora anche Harmony diventa hard

Dietro pseudonimo di E.L: James nasconde Erika Leonard autrice del bestseller sfumature grigio.

Dietro pseudonimo di E.L: James nasconde Erika Leonard autrice del bestseller sfumature grigio.

Il successo della trilogia firmata E.L. James ha definitivamente sdoganato il soft porno e il sadomaso: le scene hard non sono più roba per youporn-addicted, ma fanno la loro parata trionfale alla luce del sole, o meglio sotto l’ombrellone. Basti dire che perfino le collane storiche di letteratura rosa virano e accendono  più o meno timidamente le luci rosse. Un esempio è Harmony, collana che per una vita abbiamo considerato emblema di soap literature quasi da nonne, che ha inaugurato la raccolta Passion, che promette di mostrare «il lato piccante dell’amore» con titoli come: Tocco proibitoTravolgente piacere.
HOLMES E WATSON IN VERSIONE SEXY. L’ondata hard ha coinvolto pure i grandi classici della letteratura, per ora solo di quella inglese: l’editore Total Ebound sta implementando una collana dal nome Clandestine Classics, vale a dire una riscrittura di grandi romanzi, da Jane Eyre a Orgoglio e Pregiudizio in versione finalmente esplicita: ci saranno inediti amplessi tra Jane e Mr. Rochester, e il legame tra Sherlock Holmes e il fido Watson potrebbe rivelarsi qualcosa di più di una semplice amicizia.
BEATRICE SI CONCEDE A DANTE. Una tendenza, quest’ultima, che potrebbe inorridire alcuni affezionati della letteratura classica pensando al possibile scempio che potrebbe essere fatto di alcuni capovalori letterari di tutto il mondo: dalla versione porno della liason tra Achille e Patroclo, all’amplesso amoroso esplicito tra Beatrice e Dante, che tanto ha incuriosito intere genereazioni di studenti.

Largo alle parodie made in Italy

Ma non finisce qui. Vista la serializzazione del mummy porn come fenomeno di costume, la parodia, lo sfottò, la goliardia diventano in certi casi legittima difesa. E in questo caso abbiamo un paio di esempi tutti (meritoriamente) italiani: il 3 agosto è  prevista l’ uscita dell’ebook di Rossella Calabrò 50 sbavature di Gigio (Sperling & Kupfer), nel quale l’oscuro Mr Gray si trasforma in un casalingo signor Gigio, cioè in un comune marito medio, che alla richiesta della protagonista di spaventarla un po’ risponde con un: «Perché hai il singhiozzo? Aspetta: BU! Ecco. Passato?».
SE NON LE PRENDI SEI OUT.  E invece lo scrittore Ottavio Cappellani ha virato su un umorismo perfido-surreale. La sua parodia 50 sfumature di minchia, dopo essere apparsa su Facebook in una imperdibile versione d’essai in dialetto siciliano, è stata pubblicata in italiano su Libero e ora è in arrivo l’ebook. All’interno ci si trova la signora che si sente alla moda perché il marito le dà schiaffoni da sempre. La madre di famiglia che graffia col cacciavite la macchine del marito, dietro insistenza di lui che vuole provare un nuovo gioco erotico. La moglie che si mette a fare ginnastica e sedute di beauty farm per onorare il contratto sadomaso, ma i figli tocca tenerli al marito. E dulcis in fundo la signora catanese che sull’onda della rabbia sociale per il default siciliano racconta: «Mi sono rappresentata a casa travestita da Fornero e me la sono fatta esodare». E se non è mummy porn questo…

Martedì, 24 Luglio 2012

 
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ANCORA LEI – Sandro Capodiferro

Ancora Lei

Seduto su di un divano di certezze, guardo le immagini da uno schermo colorato mentre volute di fumo accecano i miei occhi: un provvidenziale fastidio per non vedere e fingermi distratto. Nel silenzio del mio salotto asettico e piatto, mi trovo ad ascoltare la voce di un anonimo cronista che riporta la notizia assurdamente declamata tra le tante che impegnano i neuroni per il solo tempo di una frazione di secondo, quasi a fiaccarne la gravità nella scusante di un palinsesto tiranno. Un’altra lei a riempire un minuto scarso di comunicazione, a ritagliare sulle coscienze dei più l’ennesima reazione di salvifico sconforto, mentre intorno a me tutto tace come in attesa di una ribellione che non arriva, se non dentro di me. Questo ambiente che mi accoglie descrive tutto ciò che mi accomuna ad un genere, ad una stirpe, a un modo di essere solo fortuitamente cromosomico. E’ maschile una tenda bianca e ritta sugli attenti, un mobile d’acciaio freddo e lucido. Lo è un frigorifero semivuoto convinto della sua astinenza da un proprietario pigro che spaccia tutto questo per essenziale e utile; è virile una tavola di vetro dove non mangi mai perché un tappeto ha tutto ciò che può servirti ad essere più maschio durante il tuo letale pasto a ventre gonfio e irsuto. E’ così che ci si uccide di soli carboidrati e proteine proclamandosi asciutti e troppo impegnati; si riempiono le vene di insalubri sostanze fatte transitare per gozzi voraci e mal rasati, si iniettano gli alveoli polmonari di nebbia argentea e puzzo di bruciato, rigettandone con maschia decisione pezzi di vita, sprezzanti del pericolo. Quella notizia già non è più nulla e quella lei galleggia nei pensieri di chi dorme consapevole e appagato di quanto tutto questo faccia da sempre drammaticamente parte del gioco. Ma quale è gioco? E’ quello della vita ed è la sua per giunta. Non è un discorso dal quale lasciarsi annoiare nel ripetersi continuo di una storia millenaria fatta di tante lei che nell’anonimato di un istante hanno svettato, celebri un minuto, per esser dimenticate il successivo. E allora guardo ancora la mia stanza e provo a disegnarla nello spazio di un pensiero come se tutte quelle vittime fossero qui. Vedo lo sguardo attento dai mille toni d’espressione, arguto, indagatore, vero, forte ma anche scettico, disilluso, coinvolgente, freddo, colato via in una riga di rimmel che lascia traccia liquida delle proprie emozioni. Ascolto nell’aria le parole giuste, salaci, spontanee o programmate, perfide o dolcissime, di conforto, d’ira o d’amore, pronunciate da bocche morbide e taglienti mentre i denti mordono la patina vivida di un rossetto che ne accentua il lucido pensiero. Seguo intorno a me i gesti di mani capaci di essere ali per librarsi in volo oppure forti strumenti di precisione durante le innumerevoli attività delle quali sono in grado; mani che accarezzano e ora graffiano la mia anima, lucide di smalto, bagnate di saliva. Raccolgo tutto questo intorno a me e me lo metto addosso per ricordare la lei che sono anch’io come lo siamo stati tutti e ancor lo siamo. Fin dalla nascita virile che per prima ha ucciso questa lei, perché essere maschi e non evolvere in uomini è come aver sedato nel cloroformio degli istinti più terreni quella parte femminile che sostiene ogni nostro gesto. Non capire questa nostra comune radice è una bugia della quale fare scempio, è la codarda ipocrisia che è divenuta necessaria per non sentirsi poco più di nulla a confronto di quelle tante lei per le quali una dimensione non ha mai fatto la differenza, un lavoro è sempre stato soltanto una delle tante facce della vita, un amore è diventato il luogo dove essere e non soltanto comparire per sparire impaurite. Sul mio divano ora mi rivesto di me, lavando via il rimmel di quegli occhi, il rosso delle bocche e il brillio di quelle unghie, confondendoli con le mie cromie di nulla come di sottomarca, dolce amica, portando te che ridi in un ricordo di quanto poveri son gli uomini quando per esser come te ti uccidono eliminando la fonte del confronto, illudendosi così di non averne, sodomizzati dall’effimera illusione di un possesso contro natura, come la vile assuefazione alla cronaca che ancora una volta parla di te.

Sandro Capodiferro

EDITORI A PAGAMENTO

Essere pubblicati, o non essere pubblicati (quindi auto-pubblicarsi, in qualche modo o maniera) dagli “editori”? Questo è il problema.

Il problema che non è più quello degli scrittori e basta: essere scrittori – da quando l’editoria ha spalancato le porte ai dilettanti, agli improvvisati e agli assassini, ai volti diventati noti per qualsiasi storia che la società dei media ha fatto ingurgitare al pubblico passivo prolassato neuronale per definizione – è l’aspirazione più funzionale a questo sistema culturale: bastano un editor (spesso anche no), un correttore di bozze (se c’è), un ufficio stampa (o gli amici sfigati su Fb), e un pubblico che non sia un pubblico di «lettori» – che in Italia non esiste quanto dovrebbe, ma esiste quando non dovrebbe -, e che siano quelli che implicitamente autorizzano chiunque non solo a scrivere, ma a cercarsi poi – di pari passo – un editore: chiunque e comunque esso sia. Siamo tutti scrittori e abbiamo tutti una motivazione per esserlo, non c’è dubbio. Allo stesso modo, tutti dipingono e credono d’essere artisti, tutti poetano e credono d’essere poeti, tutti suonano e credono… e così via. Perché no? Trovare un editore, dicevamo: questo sembra essere il problema, oppure non essere affatto, non sembrare – neanche – tale: visto che, da Lulu.com (adesso anche punto it) a un’interminabile ridda di nomi, pagare e “diventare di colpo «scrittori»” sembra invece che sia la cosa più facile, da un po’ di anni. Il colpo è la regola. Anni disastrati da un’altra cosa, che si chiama «conflitto d’interessi, e corruzione», e che – dopo aver vomitato milioni di parole sui media, nel parlamento, nelle sedi e le riunioni dei partiti che hanno avuto la loro occasione di eliminare il conflitto (chissà perché sprecata), nelle abiure di scrittori “dotati di etica”, nei sommovimenti viscerali di lettori schierati – continua, in sottotono, a far parlare di sé, anche dopo la presa di posizione di certo Vito Mancuso, e l’ennesima legge ad personam (“ad aziendam”, dice Antonio Moresco nel 2010) per salvare Mondadori (gruppo) dal fisco. Vicende ormai – in parte – sorpassate dai Saviano, eccetera. Brevemente, mi sembra utile ricordare, da quando Berlusconi “apprese” della morte di Formenton, quella che, in termini processuali, fu la vicenda che portò Mondadori, Einaudi, Piemme, Sperling&Kupfner, eccetera a diventare una proprietà di famiglia B. e un 50,41% di Fininvest: nel 2007 in appello Cesare Previti, avvocato Fininvest, accusato di corruzione giudiziaria, fu condannato a un anno e sei mesi; Attilio Pacifico, avvocato Fininvest, accusato di corruzione giudiziaria, fu condannato a un anno e sei mesi; Giovanni Acampora, anch’egli avvocato Fininvest, accusato di corruzione giudiziaria, fu condannato a un anno e sei mesi; Vittorio Metta, ex giudice, accusato di corruzione, fu condannato a due anni e otto mesi. Perciò, se lasciamo parlare le sentenze, Mondadori fu conquistata da Silvio Berlusconi grazie a una corruzione portata in atto da alcuni suoi avvocati di Fininvest, in altre parole la sentenza del gennaio del 1991 che annullava il lodo arbitrale fu conseguenza di una corruzione, altrimenti la cordata di maggioranza sarebbe andata a De Benedetti. Corruzione, corruzione, corruzione…

Per qualcuno, una dote che si richiede oggi a uno scrittore è – tra le altre (?) – quella limpidezza tale che consentirebbe a chiunque di non considerarlo un ignavo, quindi che non sia, apocalitticamente, vomitato dalla bocca di Dio. Un dio che potrebbe essere il mercato, quindi il naturale coagulo dei lettori-compratori – in una logica aziendale, ma che invece – s’intenda – in un «linguaggio teologico», quindi non aziendale…, trattasi bensì di una divinità che – per prima (si suppone) – debba stare lì ad animare e (con)sustanziare il primo gesto di uno scrittore: contaminarsi o meno di tutto ciò che vige e opera dietro il logo del suo (reale o potenziale) editore.

Per essere scrittori oggi (gli aspiranti tali lo sappiano!) in Italia bisogna assumere da subito i tratti militari dei difensori della civitas, della democrazia, della giustizia. Dulcis in fundo, dell’etica.

Altro che essere pubblicati o auto-pubblicarsi! Sempre per qualcuno, essere scrittori deve assiomaticamente suonare così: essere contro la corruzione. Ma come si può fare, nei fatti?

Lo scopo principale dell’assiomatizzazione di una teoria è proprio quello di costruire una gerarchia dei concetti che la costituiscono, in modo da organizzarla. Quindi, siamo qui per fare questo.

Nel gioco grottesco-danzante dei paradossi, si deve a Berlusconi se questo processo gnoseologico sembra essersi verificato: quanto è necessario conoscere ciò che si è, oggettivandolo e, inevitabilmente, lo si diventa ignorandolo? Trascurandolo? Sottodimensionandolo?

Va da sé che, d’un tratto, dovremmo appiccicare addosso ad ogni scrittore mondadori un marchio – magari sulla fronte, proprio come nell’Apocalisse – d’ignominia, che deriverebbe dall’aver avuto rapporti – contronatura, democraticamente parlando – con quella sudicia e conflittuale cloaca che inquina corrompendolo lo Stato italiano che – sappiamo bene, per excursus storico – è del tutto alieno a tutto ciò che, nel rapporto col potere, coi massimi sistemi, con le anticamere o i salotti dei circuiti clientelari, con le satrapìe del momento o del memento potrebbe – “adesso”, invece – straripare e colludere e diventare una minaccia aperta ed esiziale, allagando nauseabondamente in quell’alluvione cosmica e diabolica i luoghi deputati alla cultura, quindi alla formazione delle nuove generazioni e delle future classi dirigenti: le librerie. Anche le librerie. Finanche le librerie. Non escludendo neanche gli stores online.

La scrittura d’invenzione, la saggistica, la scrittura specializzata, la poesia, la satira, la scienza, l’opinionistica, i libri per ragazzi, le favole, i libri di cucina e di ricette… tutto potrebbe essere la naturale e contro-naturale pròtesi di quel piano gelliano che voleva – e vuole ancora – un’Italia soggetta alla peggiore dittatura granfratellista, populista, post-craxista, pseudoliberista e pseudopopolarista: una minaccia che dovrebbe – da sola – attanagliare d’orrore e d’abominio anche la più convinta vocazione a diventare scrittori. Basterebbe, da sola, Mondadori a scoraggiare. Il terrore di un marchio, se – nell’assenza di una così sviluppata coscienza civica, che qualcuno immagina ipertrofica – si dovesse aspirare a diventare mondadoriani, che oggi molti scrivono e pronunciano con altri termini (…).

In questa Italia ex dell’intellighenzia letteraria e altro, ora sembra che l’ingnorantia abbia sottratto (logandole o legandole) molte delle menti e delle penne in circolazione. Qualcuno dice «perché il gruppo Mondadori è l’unico a rendicontare e a pagare gli scrittori con serietà e professionalità»: anche se – di contro – frodasse il fisco, perpetuasse nella sua logica corruttiva il malcostume, schierasse la sua depauperata e cachettica immagine “culturale” e il suo frame (ammesso che esista) a sostegno degli attacchi – per esempio – che Berlusconi ha mosso a Gomorra (accusato di far pubblicità alla mafia: “Sappiamo tutti quanto abbia pesato e pesi l’omertà nella lotta alla criminalità organizzata… ma certo una pubblicistica a senso unico non è il sostegno più efficace per l’immagine del nostro Paese”, firmato Silvio Berlusconi), statisticamente parlando, quanti aspiranti scrittori se ne fregherebbero della questione etica? Non sono certo tutti assetati – come S.B. – inesaustamente di Immagine Italia!

Quanti vorrebbero vedere approvate e pubblicate le loro opere da Giulia Ichino e compagni?

Quanti invece s’interrogano sul giuslavorismo di Ichino pater collocato per riflesso di discendenza in un ambiguo contesto – al dire di molti, moltissimi -, talmente ambiguo da dare adito a sperticate e surreali indagini (intellettuali) dove non si fa altro che parlare di resistenza alla corruzione operabile solo ed esclusivamente dall’interno del sistema di potere e giammai da un esterno che nella realtà non sussiste affatto e che solo gli sciocchi ci crederebbero non avendo mai letto e semmai capito gli urli munchiani degli scrittori einaudiani, che s’interrogano senza posa, dall’interno o dall’esterno della loro Q, ma sempre e pur sempre dall’interno della gloriosa Einaudi? Quanta ambiguità c’è nel restare per organizzare la sommossa popolare-intellettuale dall’interno? E quanta ce n’è nell’andar via? Nel farsi ricattare dai censori del costume e da chi vorrebbe tracciare la linea ad altri, come qualcuno ha creduto di dover fare con Roberto Saviano?

Ammesso anche che il teorizzato boicottaggio di mister B, ad opera di scrittori, editors, direttori editoriali, lettori, eccetera sortisse un qualche realistico effetto, a chi si consegnerebbe, poi, dopo, lo strapotere di questa editoria? Una domanda lecita, non si creda che non lo sia: in Italia quello che può e deve preoccupare è che il dopo in genere diventa sempre peggio del prima, quindi…

La risposta di Marina Berlusconi a Saviano sulla questione critiche a Gomorra del padre – che, per caso, è stato anche il presidente del consiglio più longevo politicamente della storia dei governi italiani – mette in luce, nella sostanza delle sue apparentemente ingenue e spontanee dichiarazioni un aspetto delle cose che ha il sapore di una caramella comprata in farmacia: cos’è e com’è da considerare?, un farmaco o un brand per chi assume zuccheri solo a condizione che a venderglieli sia una croce verde? La farmacopea ci salva la vita pur nascendo in quanto veleno: bene. Il papà ha il diritto di muovere critiche. È il presidente del consiglio? È anche l’editore che ha pubblicato il libro a cui muove critiche? Certamente. Ma, certamente, è anche un uomo libero: tutto quello che ha fatto in diciott’anni di democrazia è appunto fondato sul concetto e sulla convinzione profonda di libertà. Ha finanche fondato un partito, il maggiore fino a un attimo fa, che coagula un popolo – addirittura – di uomini e donne e ragazzi e bambini liberi! E quanta libertà c’è nelle esternazioni libere di un presidente del consiglio ch’è anche un editore e che parla male di un libro che egli stesso ha pubblicato nella sua incontestabilmente netta forma mentis di libertà al di là d’ogni ruolo e responsabilità istituzionale? Molta. Moltissima: parlano i fatti. Non si crederà certo che B. in persona si metta  leggere quello che Marina, Giulia, prima ancora Antonio pubblicano? Scherziamo? Scherziamo. Né prima né dopo: chi crede che B. si metta a leggere Gomorra? Scherziamo? Scherziamo. Quando per esempio l’immagine internazionale della nostra bella Italia era compromessa dalle fotografie amatoriali dei turisti a caccia di sensazioni olfattive forti tra miliardi di chili di immondizie che oggi si chiamano monnezza e basta come la serie di Tomas Milian, il più grosso editore italiano era non poco preoccupato di come ciò potesse ridicolizzare l’Immagine Italia, screditarla e inibire quel flusso creativo ch’è l’industria del turismo, giustamente affidata a una Brambilla, e rivalorizzata sempre giustamente dal riflesso narcisistico che, per primo, deve permeare la scuola e gli studenti, facendogli se non altro intuire che l’Italia (o “un’Italia”) – il posto dove sono nati e dove voteranno un giorno nell’esercizio sacrosanto della democrazia – è quel bel paese che gli dà identità, non a caso, dove tutti c’invidiano bellezze che la scuola riverbera poi, giustamente affidata a una Maria Stella Gelmini, nelle consapevolezze delle giovani vite di cui uno Stato e un partito dimostrano di prendersi la giusta cura a partire – per esemplificare – dalla Domus dei gladiatori, giustamente affidata a un poeta, un vero poeta come un Bondi, che ha sofferto l’indicibile sulla propria pelle, della macchina del fango che si è scatenata anche per un’archeologia del presente che ha messo radici strumentali e surrettizie in quella del 79 d.C. Ma si sa: i veleni ci salvano la vita, non ci uccidono più; e la storia contemporanea diventa con immanenza addirittura passato, archeologia, maceria, disidentità nello stesso medesimo istante in cui si compie e qualcuno – assurdo – tenta di scriverla. La stessa ragione per cui anche tutta la campagna mediatica contro l’editore più grosso d’Italia, quello degli editti bulgari contro Biagi, Santoro, eccetera, nel nome di un’etico comportamento in sede di servizio pubblico pagato coi soldi dei contribuenti di cui il provetto premier si prende cura come un vero pater familias, per intenderci, viene volgarmente attaccato – ogni santo giorno per non diventare archeologia – per delle sciocche – nel senso d’insignificanti e non indicative o compromettenti -, puerili, fanciullesche ormonali e innocenti patonzate («insomma, la patonza deve girare!», intercettazione telefonica tra Berlusconi e un tale Tarantini), uno che telefona a tutte le ore al premier e gli dà consigli illuminati di gestione della cosa pubblica, oppure della cosetta che sta tra le cosce delle ragazze, queste povere e perseguitate ragazze strumentalizzate dalle tentazioni istituzionalizzate a cui lo stesso Oscar Wilde dice di cedere per polverizzarle. Più e più volte viene fatto intervenire alle festicciole Fabrizio Del Noce «è il direttore di Rai uno e della fiction su Rai uno, quindi uno che può cambiare il destino di queste ragazze!, ma si rendono conto – queste – che hanno a che fare con chi gli può cambiare il destino?!» (i.t. con Tarantini, ancora): insomma, al di là di questa spensierata goliardica gerontofania dell’ormone dopato dai farmaci e dal potere, che tra tutti i farmaci della farmacopea risulta essere il più efficace e pervicace alterando definitivamente lo stato cenestetico dell’editore più grosso d’Italia («a tempo perso il primo ministro»), tutta questa purezza, questa angelicata palestra della frequentazione sacrosanta della bellezza femminile disponibile, questa etica nell’uso della opportunità di raccomandare una ragazza o l’altra non all’editoria privata Mondadori oppure a Mediaset (si badi bene), bensì al servizio pubblico pagato dai contribuenti, tra cui anche gli aspiranti scrittori – disperati alla ricerca di un editore e pronti a mettere mano alla tasca per inventarselo dal nulla, «un editore» – c’è un popolo d’intellettuali che ancora trascorre le ore della propria esistenza, breve per definizione, a interrogarsi se affidare le proprie opere al gruppo Mondadori oppure no.

Qualcun altro se andar via da Mondadori oppure restare.

Qualcun altro ancora – è possibile? – se mirare a Mondadori per il proprio esordio, oppure no.

Una cosa è certa: l’Immagine Italia è il nucleo centrale etico del più grande editore italiano.

Quindi, scegliere Mondadori per mirare all’esordio su un editore è una scelta che va accompagnata da un’ottima dose di trascendenza, di fede nella libertà di esercizio del pensiero che – da sola – garantirebbe a chiunque di aver fatto la sola ed unica scelta seria, professionale e irrinunciabile in quell’universo così precario, reso tale da una cattiva abitudine di leggere solo quelle cosette di poco conto che vengono macerate-strizzate come mozzarelle di bufala campana alla diossina, per produrre quel latte grasso, da vacche grasse, e che ben indica la formula della fortuna additandola nefastamente a chi, della scrittura, ha fatto un piano e un obiettivo che si ponga nel rispetto dello statuario assetto di quest’epoca strabiliante per libertà, dove le camicie di forza di retaggi che definire obsoleti è poca cosa, rispetto alla vera capacità d’innalzarsi dai ruoli, quindi da quelle ipocrisie tombali che ci hanno accompagnato per anni e anni, dove tutto lo si nascondeva nella sacca malevola di un Eolo che soffiava poi solo nel nascondimento, nel dolo del segreto, mentre adesso è più luminoso-intercettato-consapevole di esserlo che mai: e questo – da solo – dovrebbe essere la garanzia più grande di libertà a viso aperto, per scardinare un passato vergognoso e definitivamente detronizzarlo e deistituzionalizzarlo perché falso, surrettizio, ipocrita, nauseabondo di fronte a tale purezza e spregio della retorica ipocrita di certe classi dirigenti di quel passato che ormai sprofonda nell’insana e subdola vocazione a voler rappresentare una morale comune che di comune ormai ha solo la disidentità del vero. Vero è che il potere viene sempre esercitato per scopi che poco o nulla hanno a che vedere con quella meritocrazia che non sia una meritocrazia reale di rendimenti e performances per arrecare piacere ai potenti, e solo a quelli. Alla luce di ciò, con una netta limpida inconfutabile coscienza bisogna affermare dovunque sia possibile che lo sguardo non raggiunga la vera sostanza delle cose, che bisogna guardare senza affettazioni moralistiche le cose del mondo, e gioirne. Se, per esempio, qualche aspirante scrittore c’è che voglia credere nella propria opera al di là di valutazioni che vengano da sedi istituzionali dell’editoria, e che potrebbero demotivarlo, farlo traballare, anche, nella sua certezza precaria in cerca di conferme da addetti ai lavori, ebbene ci si ricordi sempre e comunque che è grazie al fatto che un editore si è messo a fare anche il presidente del consiglio che tanta, cotanta verità e nudità (nuda veritas) e trasparenza sono venute a galla determinando un’Italia diversa, finalmente!, che ormai veleggia verso una totale libertà meritocratica. Se, dunque, riceverete un rifiuto da Mondadori, allora interrogatevi su quanta schiettezza ci sia nel vostro testo; quanta nudità pari a libertà abbiate scritto; quanta onestà intellettuale vi siate caricati sulle spalle e sulle penne; quanto ciò che vorreste comunicare ad ad altri possa realmente reggere il confronto con l’onestà e la limpidezza che l’editore più grosso, ma anche più illuminato d’Italia ha saputo incarnare per tutti, con la consapevolezza piena e determinata che il confronto non sarà facile per nessuno.

Se dovesse restare alla fine quale unica possibilità affidarsi a quegli angeli inviati dal Signore misericordioso che nella loro misericordia vi pubblicheranno per duemila o tremila euri, allora abbiate considerazione che comunque non avrete alterato di un micron la vostra posizione in questa società, e, in questo, ci vedo una profonda, religiosa coerenza delle cose e del fato: se, da un lato, il confronto etico con un uomo insuperabile che detiene anche lo strapotere dell’editoria libraria vi ha visti perdenti perché non abbastanza meritocratici, dall’altro le braccia aperte degli editori a pagamento avranno ristabilito la loro fraterna apertura in quell’afflato universale che fonde i perdenti in ogni caso. Per essere vincenti, è necessario o essere bellissime ragazze dispensatrici di giovinezza e spregiudicatezza e apertura (mentale), oppure essere voi quei compagni affettuosi leali rotti a tutto per autentica amicizia anche a farsi indagare e magari condannare da qualche invidioso magistrato ormai relitto di una società che va scomparendo, come Tarantini. Eppure, se tali questi ultimi voi foste, allora non avreste una ragione di scrivere: quelli veri come Tarantini non scrivono, telefonano.

Salvatore Maresca Serra, Roma febbraio 2012

Evelina Santangelo

Rafael è un ragazzino tutto pepe, pieno di vita, di dubbi e di pensieri strani. Richi è un irresistibile sbruffoncello, segnato ma non piegato dalla malattia.
Nella casba dei vicoli di una Palermo in trasformazione, si buttano nel mondo. Sperimentano l’alfabeto mafioso e il suo contrario, incarnato nella figura di una piccola professoressa dagli occhi verdi.
Crescono a scossoni, tra cani randagi, mirabolanti imprese calcistiche ispirate al capitano rosanero Miccoli, e gli ormoni impazziti dell’adolescenza.
E la loro amicizia, insieme alle storie e alle contraddizioni che li circondano, a poco a poco illumina e complica la comprensione delle cose.

Il cuore di questo libro è la storia di una grande amicizia tra due ragazzini.
Intorno a quel cuore c’è un corpo: la Palermo di oggi, tra vecchie botteghe e lounge bar. Una città dove tutto quello che fai o non fai, anche senza volerlo, può alimentare il potere mafioso. E questo per il semplice fatto che i padroni della strada traggono profitto anche dai gesti più piccoli e quotidiani di chiunque, come comprare senza saperlo un biglietto della lotteria taroccato.
Per Rafael – figlio di un’emigrata colombiana e di un operaio quasi disoccupato – e il suo amico Richi, crescere lì, nel quartiere Spina, è un percorso accidentato, pieno di ostacoli che i loro occhi quasi non registrano. Piantati come sono dalla mattina alla sera in vicolo Grande, a parlare dei rosanero, di corse clandestine, del culo sodo di Maura la Grossa, si confrontano quotidianamente, e per così dire naturalmente, con le regole non scritte di un mondo dove ogni diritto si trasforma in favore, ricevuto o concesso, e dove la connivenza s’infiltra ovunque.
Quelle regole stridono sempre di più con le lezioni di una piccola professoressa precaria dagli occhi verdissimi, una «persona civile», troppo civile per molti degli abitanti del quartiere Spina. Una che pare piovuta da un altro pianeta. È lei a dire giorno dopo giorno, in un ciclo di lezioni sulla legalità, qualcosa d’inconcepibile e dissonante. Sul pizzo, ad esempio, che i ragazzi chiamano «recupero crediti ». Sulla moda, sulla politica, sui sogni più inauditi. Le sue parole hanno la rara forza di suscitare reazioni imprevedibili,dubbi, domande, smarrimento, e insieme un profondo rispetto.
Cose da pazzi segue il destino di Rafael, di Richi e di altri personaggi a cui ci si affeziona, creando un ponte tra un sud immerso in un tessuto mafioso che crea miti e detta modelli e un nord di sradicamento, non diversamente compromesso. La Milano a cui approda Rafael.
E così, stando dietro alle singole esistenze che prendono strade imprevedibili, davanti agli occhi ti si disegna un mondo vivo, affollato d’umanità, di quelli che calpesti in lungo e in largo e che alla fine senti tuoi. E quando ne esci ti resta dentro per molto tempo l’eco di una storia potentissima, incredibile e vera.

NUOVI AUTORI AL VITTORIANO

SINFONIA PER VOCI E SOGNI di  Patrizia Palese

Avete mai assistito ad un concerto di quelli che quando iniziano sembrano solo delle prove di accordo di strumenti?

Io mi ci trovai una volta trascinata da una amica che continuava a ripetere quanto fosse speciale quello che stavamo per ascoltare, decantando con termini da addetti ai lavori, la raffinata “padronanza dello strumento” come lo definì, volendomi forse trasmettere una specie di timore reverenziale, tale da non permettermi il minino cenno di disapprovazione.

Purtroppo la poverina ottenne solo l’effetto opposto; con nella mente gli scolastici ricordi di quel Marsia che volle sfidare un Dio, consapevole della sua purtroppo solo umana maestria, rimasi abbastanza interdetta da quell’inizio di suoni un po’ troppo caotico, che sembravano non avere nessun elemento in comune fra di loro… ma poi, proprio quando stavo per annunciare alla mia amica che una tremenda emicrania mi stava possedendo, ecco che quei suoni si intrecciarono fra di loro, e il caos iniziale, o quello che credevo tale, divenne un rincorrersi di suoni, che come le Ninfe, anche loro retaggio dei miei studi classici, sembravano precedere il loro Signore, che, con un suono appena al di sopra di quello che già si adagiava nell’aria, irruppe nella sala materializzato da voci che non accompagnavano la musica, ma la creavano; insomma una magia di armonia che sembrava essere stata nascosta per tanto tempo dentro le tavole di quello stesso palco.

Qualcuno a questo punto si chiederà dove voglio andare a parare… questo descrivere, in modo così attento, l’incontro con qualcosa di sconosciuto, poteva nascondere una scarsa adesione alla realtà, partendo da un punto lontanissimo per giungere ad un traguardo molto dopo il tempo previsto.

Forse questi signori hanno ragione: la prendo alla larga è vero, ma solo per trasmettere quella sensazione di totale caos che nei primi mesi del 2011 noi tre – Anna Maria, Alba ed io – vivemmo; anzi, per onor del vero, quella che da principio si ostinò a crederci fu Anna Maria…

Insomma, a cosa direte voi, Sant’Iddio?

Voler rendere visibile un popolo di scrittori veri, di artisti che credevano nelle loro opere, e lo voleva nel cuore di Roma, ma soprattutto lo voleva come un regalo da fare alla CULTURA, si quella con tutte le lettere maiuscole.

Ora è chiara la metafora dei suoni disarmonici e dell’icona che avevo nella testa? Tante cose giuste che però non si armonizzavano fra di loro, e quella convinzione che nessuno, per quanto bravo, avrebbe potuto togliere dal suo trono un Dio… ed invece è accaduto!

Dopo Anna Maria, Alba si unisce alla follia della prima e con lei comincia a buttar giù date da presentare alla Provincia di Roma per un calendario di Autori che sarebbero stati presentati in una manifestazione. Ed ecco cominciare ad armonizzarsi i suoni… le prime email con quelle frasi che dovevano solo comunicare, ma che già avevano un suono dolce come quello della danza di Ninfe in una pastorale… e poi le pause della burocrazia;  ed ecco che mi unisco alle due amiche, ed anch’io vengo contagiata da questa voglia di andare avanti e, con l’appoggio della Biblioteca Storica del Ministero dell’Agricoltura e Foreste, finalmente otteniamo la sede, e che sede: IL VITTORIANO… lassù fino quasi a toccare il cielo bellissimo di questa città che ci regala ogni volta che ci troviamo per il nostro appuntamento letterario, il panorama ineguagliabile della Roma imperiale.

Quando il 27 maggio iniziò questo nostro percorso ci sembrò di aver in mano il mondo, anche se eravamo coscienti che tutto sarebbe finito a Dicembre, ma adesso volevamo di più: I NUOVI AUTORI dovevano diventare evento permanente!

Non so voi, ma io non credo al caso. Qualche giorno prima di quel fatidico 27 maggio attraverso il social-network più famoso del momento, ovvero FaceBook, avevo conosciuto virtualmente un signore che riuniva tutto ciò che contraddistingue un vero artista: musicista, pittore, scultore, fotografo, scrittore che si incuriosì di questo mio pubblicizzare il nascente evento e me lo vidi presentare proprio quel giorno insieme a sua moglie, alla quale aveva comunicato poche ore prima la sua decisione, e così conobbi Salvatore Maresca Serra e sua moglie Miriam.

Quello che accadde dopo è cronaca: Salvatore sposò il progetto con la benedizione di Miriam ed oggi, alla vigilia del terzo appuntamento che avverrà il 22 luglio, i suoi più cari amici, attori, poeti, scrittori, artisti in genere, mettono il loro conosciuto nome, come garanzia del progetto e della sua validità, rendendosi disponibili  chi come padrini e madrine, chi come lettori, chi come giornalisti, chi come pubblico, unendosi ai nostri primi amici, scrittori, artisti e attori anche loro, e tutti si uniscono intorno a noi ed ai nostri NUOVI AUTORI…

Non posso e non voglio fare i nomi dei singoli per paura di dimenticarne qualcuno, ma oggi sappiamo che ci sarà una ripresa in diretta via web, articoli su blog e giornali on-line e cartacei, foto, che hanno creato per tutti noi dei momenti difficili da dimenticare…

Se è un sogno non svegliatemi, ma se è la vita allora imitatela, perché solo chi crede nei suoi sogni può far si che la vita non sia più un incubo, e adesso il traguardo dell’evento come permanente non è più così lontano; ma la strada è lunga e quindi non dobbiamo fermarci, perché un buon libro non è determinato da un rimbombare di tamburi, ma da un’armonica Sinfonia di Voci e Sogni.

Patrizia Palese