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L’IMBARAZZO DELLA SCELTA – Giuseppina Meola

L’IMBARAZZO DELLA SCELTA – Editoriale di Giuseppina Meola

La  parola del giorno è CHOOSY, l’equivalente dell’italiano schizzinoso.
Ho fatto una breve indagine etimologica ed ho verificato che schizzinoso deriva dalla voce settentrionale schizza, cioè naso schiacciato, schiacciato in una smorfia di disgusto.
Molto probabilmente,  anche sul mio volto si è palesata la schizza, quando ho appreso la notizia del ministro Fornero, che biasima i gusti troppo difficili degli italiani, definendoli, di conseguenza, schizzinosi.
Dopo il primo impatto, ho posto maggiore attenzione sul termine esatto usato dalla titolare del welfare con delega alle pari opportunità, tra l’altro.
La Fornero, che, evidentemente, non è l’ultima arrivata, ha impiegato, volutamente, una parola anglosassone, derivato di “to choose”, cioè scegliere.
Questa osservazione mi ha spostata verso un ulteriore profilo d’indagine: la scelta, la libertà di scelta.
In primis, però, voglio ricordare che l’art. 1 della Costituzione, al suo primo comma, recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
Andando oltre, l’art. 4, sempre della Costituzione, sancisce: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
In poche battute chiare, precise, secche, inequivocabili, come era proprio dei Padri Costituenti, è enucleato un principio fondamentale del nostro ordinamento: il principio lavorista.
In tale sistema, il lavoro non è una qualsiasi attività dell’uomo, ma è uno strumento di realizzazione della personalità e di adempimento del dovere di solidarietà. È un diritto-dovere.
Urge precisare che il lavoro non è un valore supremo di matrice economicistica. Se così fosse, ci troveremmo nella patologica situazione di considerare un minus habens chi non lavora ancora o non più per ragioni anagrafiche, chi non può lavorare a causa delle proprie condizioni psico-fisiche, per esempio.
Il diritto al lavoro è il primo diritto “sociale”, volto ad assicurare a tutti non solo i mezzi di sussistenza , senza i quali anche il godimento di altri diritti verrebbe di fatto vanificato, ma anche la possibilità di inserirsi nel contesto sociale e sentirsi parte attiva della res-publica.
In una società come quella italiana (o europea o anche del mondo occidentale in generale), nella quale il tasso di disoccupazione è elevato e nella quale si soffre per un lavoro troppo spesso poco gratificante, è ancora più forte il problema non del diritto al lavoro, ma di un diritto diverso, che è quello di avere chances al lavoro.
Non si può parlare di pretesa ad ottenere un lavoro con l’aiuto dello Stato (così non saremmo schizzinosi, ma bimbi o bamboccioni di brunettiana memoria da imboccare addirittura!!!). Si discute di un intervento statale –previsto già a livello costituzionale-, che promuova una forza lavoro competente, qualificata, adattabile, da inserire in un mercato del lavoro in grado di rispondere ai mutamenti economici.
Come sosteneva Massimo D’Antona, occorre pensare al lavoro non nell’ottica dei diritti soggettivi, ma avendo quale faro politiche economiche in grado di garantire una tutela che assicuri, a chi cerca o tenta di conservare il lavoro, uguali punti di partenza, non di arrivo.
Questa è meritocrazia.
Questa è uguaglianza sostanziale.
Questo sistema offre la vera possibilità di scelta.
Si deve scegliere perché è sintomatico dell’autodeterminazione: vagliare le offerte in quanto  l’occupazione risponde sia ad esigenze economiche sia alla realizzazione della persona sociale, dell’individuo.
Dovremmo essere lontani dall’idea di un’impresa economica e di un lavoro finalizzati al solo incremento della produzione, creando un clima di ostilità tra gruppi, un modello improntato alla preminenza dell’avere sull’essere.
Non è così.
Siamo vittime delle diseguaglianze che alimentano l’insoddisfazione e le spinte disgreganti. Siamo tenuti in scacco non dalla sana competizione, ma dalla fatica del tirare a campare, del vivere alla giornata, per occupare un angusto lembo di terra che offra non gratificazione personale-profesionale, ma risorse per ridurre, ahimè irrisoriamente, il debito col futuro, anzi il DEBITO DI FUTURO!!!
Quale futuro per un chossy qualunque?
Il futuro di un choosy-ricercatore costretto a lasciare l’Italia, perché questa Italia non finanzia la ricerca? (Forse la Fornero ritiene che questo ricercatore sia choosy-schizzinoso dinanzi ad un piatto di spaghetti, che sa poco di pasta in un falso ristorante italiano nei pressi di Harvard, tanto per dirne una?!?)
Il futuro di un choosy-centralinista che, al posto del microscopio e dei vetrini, come da laurea in biologia, ha cuffie e microfono e mi chiama per propormi un nuovo piano tariffario per rete telefonica fissa e mobile? (Forse la Fornero ritiene che sia io choosy-schizzinosa rispetto ad una vantaggiosa offerta all-inclusive senza canone e internet no-limits?!?)
Il futuro di un choosy-lavoratore dell’Irisbus di Flumeri (AV), che protesta perché la fabbrica chiude, non produce più pullman, ma i bus che circoleranno in Italia saranno comprati all’estero? (Forse la Fornero ritiene che sia choosy-schizzinoso il viaggiatore che sale sul pullman, pretendendo solo il posto accanto al finestrino?!?).
Potrei continuare, ma mi fermo.
Mi fermo anche perché so che ci sono tanti lavoratori che, realmente, attendono la manna dal cielo, non si rimboccano le mani e glissano offerte di lavoro. Ci sono mestieri in via di estinzione, quasi fossero panda. È un allarme lanciato a più riprese dalle associazioni di categoria, soprattutto nell’artigianato. Ci sono, poi, mestieri accettati solo dagli immigrati.
Tutto incontrovertibilmente vero.
Però, è altrettanto incontrovertibile che, in piena crisi, da un Ministro del lavoro mi aspetterei un’osservazione meno qualunquista del choosy quale unica etichetta per i giovani italiani considerati in blocco.
Come sottolineato in apertura, la Chiarissima Professoressa ha impiegato il termine anglosassone e non quello italiano perché, in fondo, sa benissimo che, per tanti, per troppi, non c’è scelta.
Non si può scegliere e se non si può scegliere significa che non c’è varietà. È questa un’assenza che implica mancanza di confronto, di dialogo, di crescita.
Questo è sinonimo di stallo.
In un tempo tanto lontano e tanto, tanto, tanto diverso, al suddito schizzinoso, in luogo del pane mancante, avrebbero consigliato di mangiare brioches.
Poiché quello è un tempo passato, guardando al presente, mi chiedo: ma è il cittadino-commensale ad essere schizzinoso o sono le Istituzioni-chef ad aver sbagliato gli ingredienti ed i tempi di cottura?

Giuseppina Meola

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BUONI PROPOSITI – Isabella Goldmann

L’architetto Isabella Goldmann

LA GIOIA DELLA FINITEZZA – Editoriale

Inutile nasconderlo: il vero nuovo anno inizia dopo la lunga pausa estiva dal lavoro. E come tutti gli inizi, è accompagnato da nuovi ferrei propositi.

Che fine sono destinati a fare? Possiamo fornire molte risposte, a seconda del tempo che concediamo a ogni proposito per finire nel cestino.Secondo una ben nota ricerca della Università di Hertfordshire, tornati dalle vacanze ci presentiamo generalmente alla nuova vita con cinque gettonatissime convinzioni lapidarie: che riusciremo a perdere peso, a fare più esercizio fisico, a smettere di fumare, a fare tutto il lavoro previsto nei tempi giusti senza ridursi all’ultimo momento, e a lavorare sostanzialmente meno. Tutto questo perché fortissimamente lo vogliamo, e abbiamo deciso stavolta di impegnarci davvero.Non ci riesce quasi nessuno anche se, immancabilmente, ogni anno ci riprova. Il motivo per cui solo in terzo degli stakanovisti riesce (parzialmente) nell’intento è perché ha messo in pratica una furbizia che, a pensarci bene, è il segreto di ogni successo: la politica dei piccoli, anzi, piccolissimi passi.

Devo perdere 5 chili? Entro questa settimana voglio perdere un etto. Se ci riesco, faccio una festa (magari non a base di lasagne…). E via di questo passo.
Devo leggere 840 fascicoli entro lunedi? (oddio, se mi trovo in questo stato, forse i problemi sono più di uno, e di varia natura…): ne leggo tre al giorno, e gli altri…pazienza. Il segreto sta nel scegliere i tre giusti ogni giorno, ossia quelli che tra tutti, portano il beneficio maggiore.

Come diceva Oscar Wilde, «i buoni propositi sono inutili tentativi di interferire nelle leggi scientifiche». Ma lo diceva solo perché quando facciamo un buon proposito, questo di solito è gigantesco e quasi inarrivabile.

Se ci persuadessimo finalmente di non essere un dio (per molti questo potrebbe rappresentare un problema), scopriremo la gioia della finitezza, ossia la sorpresa di avere un limite. Nulla di più rassicurante.

Dietro il concetto di limite si declina l’essenza tutta della Natura nella sua espressione più nobile. Tutta l’evoluzione, a qualunque cosa si riferisca, si basa sull’allontanamento o estensione del limite, ma non nella sua negazione. In parole povere, dato un obiettivo importante, questo va frammentato in obiettivi consecutivi di breve periodo, molto piccoli e ravvicinati. Da accompagnare sempre con un piccolo premio. Piccolo, e possibilmente virtuale: un sorriso, un buon film, una bella telefonata, un bagno caldo.

Non basta? Allora è questo il territorio su cui dobbiamo lavorare di più: scoprire che un premio, per essere considerato tale, non è necessario che sappia di cioccolato, che abbia il tacco 12 o che contenga le ultime app.

Isabella Goldmann

Sicilia, l’Ue «congela» 600 milioni

Sicilia, crollano Pil e lavoro, l’Ue «congela» 600 milioni

Stime di previsione contenute nell’ultimo report di Diste Consulting e Fondazione Curella sul 2012

PALERMO – Si va verso il crac finanziario o no? Una risposta (in negativo) per la Sicilia arriva dall’ultimo report Diste. Il dato, allarmante, è che nella regione crollano Pil e occupati mentre l’Unione Europea congela 600.000 milioni di fondi comunitari legati al ciclo di programmazione 2007-2013. Sulla base delle stime di previsione contenute nell’ultimo Report Sicilia elaborato da Diste Consulting e Fondazione Curella relative al primo semestre 2012, si delinea nell’Isola una fase recessiva piu’ grave rispetto al resto del Paese, con effetti pesanti sul mercato del lavoro. Nel corso del 2012 l’economia siciliana potrebbe registrare infatti, una flessione del prodotto interno lordo attorno al 2,4 per cento, un risultato peggiore rispetto a quanto prefigurato per l’economia italiana (-1,9 per cento).

PARTE DEBOLE DEL SISTEMA – «Una situazione complessa – afferma Pietro Busetta, presidente della Fondazione Curella – nella quale si intrecciano fattori economici strutturali e politici. Certamente non sarà facile uscire da questa crisi che e’ strutturale e che durerà per molti anni. La Sicilia deve trovare delle nicchie per riuscire a mantenere i livelli di reddito conseguiti fino ad adesso. Stiamo assistendo alla crisi del sistema occidentale. E noi siamo la parte debole di tale sistema». «Secondo le nostre stime – evidenzia Alessandro La Monica presidente Diste Consulting – la caduta del prodotto interno lordo provocherà nell’anno la perdita di circa 35 mila occupati. Per cui in Sicilia siamo passati dal dato record di 1 milione 502 mila e 700 unità lavorative del 2006 fino 1 milione 397 mila e 950 unità delle stime 2012, determinando una perdita nel sessennio di quasi 105 mila posti di lavoro, come cancellare dal mercato del lavoro – sottolinea Alessandro La Monica – una città delle dimensioni di Siracusa».

DISOCCUPAZIONE ALTISSIMA – Dalle analisi contenute in questo trentasettesimo Report Sicilia emerge che nel corso dell’anno il numero dei disoccupati è destinato a salire in misura abnorme. Si stima una crescita a oltre 306 mila unità (da 240 mila e 700 del 2011), equivalente ad un tasso di disoccupazione che potrebbe raggiungere il 18,0 per cento (10,5 per cento il dato dell’Italia), il livello massimo dal 2004. Al forte aumento della disoccupazione contribuiranno, oltre a coloro che hanno perso un precedente impiego e a chi e’ alla ricerca di una prima occupazione, anche i massicci rientri nel mercato del lavoro di persone che in precedenza avevano cessato la ricerca perché scoraggiate dalle difficoltà incontrate. Secondo le statistiche, il soggetto che nel corso dell’intervista dichiara di non essere alla ricerca di un lavoro non e’ considerato, ovviamente, disoccupato. Si tratterebbe per lo più di studenti e casalinghe spinti dalla necessità di reintegrare redditi famigliari erosi per vari motivi dalla crisi. Le drastiche misure di aggiustamento della finanza pubblica, gli annunci di nuovi tagli di posti di lavoro correlati a ristrutturazioni aziendali sono destinati a frenare ulteriormente la già debole spesa di consumo. Si stima perciò una contrazione – la quinta consecutiva – del 2,8 per cento, che riporta il livello dei consumi delle famiglie siciliane indietro di quindici anni.

LENTEZZA DELLA SPESA – Le inquietudini sulle prospettive di domanda penalizzano massicciamente anche gli investimenti, attesi scendere del 5,8 per cento a causa di consistenti ripiegamenti sia della spesa in macchinari e attrezzature sia di quella in costruzioni. In questo contesto si inserisce la vicenda della spesa relativa ai fondi comunitari legai al ciclo di programmazione 2007-2013, divenuta un caso nazionale ed europeo di inefficace programmazione e gestione poco trasparente dei fondi strutturali: si veda l’intervista rilasciata dal ministro della coesione territoriale, Fabrizio Barca, lo scorso 14 luglio, così come le numerose inchieste giornalistiche svolte da diversi quotidiani nazionali all’indomani della decisione di congelamento di 600.000 milioni di pagamenti già anticipati dalla Regione da parte del commissario Ue per gli Affari regionali Johannes Hahn. Al tradizionale dato sulla lentezza della spesa (ad esempio il comitato di sorveglianza del Fesr accertava alla fine di aprile che lo stato di avanzamento finanziario in termini di pagamenti effettuati era di poco meno dell’8%), si aggiunge il sistematico spiazzamento delle risorse comunitarie, programmate per obiettivi strutturali e straordinari, verso obiettivi ordinari di spesa corrente. La corretta ed efficiente gestione delle risorse comunitarie è strettamente connessa alla grave situazione del bilancio regionale, le cui voci di spesa risultano ulteriormente aumentate evidenziando una situazione seria di effettiva insostenibilità delle future gestioni, come ha ricordato il procuratore generale d’appello nel ‘Giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione relativo al 2011’, presentato a fine giugno 2012. Agli aspetti specifici, già ricordati nei due punti precedenti, si aggiungono le difficoltà che ha attraversato l’attuazione del ciclo di programmazione 2007-2012 in Italia e, in particolare, nell’attuazione del Fesr.

VINCOLI PESANTI – La difficoltà ad attuare il cofinanziamento nazionale, la rimodulazione continua dei fondi Fas, il percorso avviato del federalismo fiscale e, non ultima, la crisi economica globale hanno determinato una serie di vincoli che hanno comportato la sostanziale ridefinizione degli obiettivi strategici ed operativi. Le iniziative intraprese dal governo Monti negli ultimi mesi hanno riproposto una nuova stagione per la politica di coesione: il piano d’azione-coesione dell’autunno 2011 che prevede anche un accentramento delle risorse non utilizzate a livello locale per finalità di carattere sociale, con particolare riferimento destinate al Mezzogiorno.