SCANDALO, POLITICA e LINGUAGGIO

SCANDALO, POLITICA e LINGUAGGIO  di Salvatore Maresca Serra

La distanza tra il cittadino medio e la politica dei palazzi può essere anche una potenziale salvezza dello Stato. Meno il cittadino capisce il linguaggio del politico, più è pronto a scandalizzarsi: e lo scandalo è la nostra forza, la migliore. In tutti questi anni, il rischio che il popolo si abituasse al malcostume è stato evidente. Alcune realtà, alcuni conflitti tra tra i poteri forti hanno messo a repentaglio la morale. E la morale è in primis la stigmata di qualsiasi amministratore servitore della collettività. Non dobbiamo mai dimenticarlo, con una misura ideale ma concreta. In fondo, qualcuno ha tentato in tutti i modi e con ogni mezzo di generare opinioni nel merito che inquinassero questa verità fondamentale, elementare. L’elemento è affatto questa capacità: scandalizzarsi. L’elemento Uno. Tutto il resto dopo.

Finché avremo in noi la capacità di credere fermamente che buttarsi in politica è uno sport da superare, allora avremo anche una visione della politica che ristabilisca – potenzialmente – quali sono gli obblighi a cui un delegato deve ottemperare. Credo che ormai l’evidenza dei percorsi del malaffare sia superiore ad ogni spinta irrazionale che pur c’è stata. Giocando sulle paure, giocando su immagini incombenti e potenzialmente oppressive delle libertà individuali, giocando sulle ambizioni individualistiche, giocando sull’ignoranza e sull’apatia di molti si è incangrenito un male che viene da lontano, da molto lontano. Ma la civitas nasce dove nasce una libertà ben più grande di ogni altra: la libertà di non avere parassitismi odiosi nella macchina pachidermica ed elefantiaca che fu creata – a suo tempo – dalla Democrazia Cristiana, per assicurarsi voti là dove il solo denaro contante era lo scambio del voto con una promessa – a volte mantenuta – di un lavoro nel pubblico, “un posto fisso”, sopra le intemperie di un datore di lavoro privato e instabile per definizione. All’epoca era facile: l’italietta post-mussoliniana era tutta da ricostruire; nessuno faceva caso al debito pubblico: questo emerito sconosciuto. Nessuno individuava il vero percorso di questo denaro che finanziava non una ricostruzione autonoma, bensì la costruzione di una portaerei nel mediterraneo, dove l’america avrebbe potuto egemonizzare lo scacchiere europeo, dopo aver vinto la seconda guerra mondiale. Nel frattempo, si procedeva a creare un impianto egemonico partitico, con uno scambio che – all’epoca – sembrava naturale: io ti voto e tu mi sistemi! Capirai, dopo l’epopea tragica del fascismo, l’italiano con figli e nipoti intendeva solo questo prezzolato slancio verso la politica dei palazzi, che all’epoca altro non erano che cantieri malmessi dei gangli del malaffare. Bisogna ricordare – per chi ha un’età idonea -, o immaginare che “tutto” era solo un pilotaggio politico: concorsi nel pubblico, appalti, consulenze, ingaggi, assunzioni dirette, direzioni dirigenziali, compromessi nascosti, crescite aziendali, industriali, finanziamenti, partecipazioni statali, cassa del mezzogiorno, finanziamenti alla stampa, finanziamenti ai partiti, rettorati universitari, creazione di banche, di confederazioni e chi più ne ha ne metta. La politica partitica era dietro tutto questo. Questa inane macchina infernale nata dall’obbrobrio, dalla strumentalizzazione della storia: una storia altrettanto vergognosa e insopportabile, eppure perfettamente funzionale all’imbroglio, al ladrocinio, allo statalismo bieco, all’internazionalismo puttanesco, con un alleato abile a piazzarsi dove meglio conveniva. Una repubblica fondata su tutto questo, oltre che sul debito pubblico che cresceva come un mostro marziano in un film di fantascienza, e non di fantapolitica… In brutale sintesi, ecco com’è nata la partitica in Italia. Così.

Ma cosa facevano – all’epoca – le procure e i magistrati? Possibile o che non sapessero di tutto questo o che non lo considerassero il peggiore coagulo di tutti i reati? Evidentemente, per chi ha buona memoria, nessuno si sognava di mettere il bavaglio alla magistratura: gli scandali c’erano anche allora, e così i processi e i condannati. Ciò nonostante, l’andazzo del sistema era istituzionalizzato dal bum economico della ricostruzione, che divorava pezzi e pezzi della moralità della cosa pubblica all’insegna d’ogni 600 Fiat che veniva “data in regalo” all’italiano ch’era stato bravo ad inserirsi in detto sistema. E così, a chi era stato capace di farsi fare un mutuo per comprare il quartino dove alloggiare con la famiglia felice. Tanto per capirci. Gli evasori erano disseminati un po’ dovunque, come semi sparsi nel vento pronti a fiorire sotto il sole della Diccì. Ogni tanto, le fiamme gialle andavano a ristabilire un ordine apparente, che rimbalzava sulle testate nazionali e regionali, come fosse vera ed immensa notizia. Nel frattempo, se nel 1954 quella meraviglia chiamata Rai aveva invaso qualche bar dove si faceva a cazzotti per guardare il miracolo catodico, in capo a pochi anni essa aveva con “Tribuna politica” preso a portare i comizi nelle case: nasce per prima, “Tribuna elettorale”, nel 1960, è regolamentata in modo ferreo dalla Commissione Parlamentare di Vigilanza per la Rai, e vede la luce in occasione delle elezioni amministrative. Moderatore è Gianni Granzotto. L’anno dopo, visto il successo di pubblico, la rubrica diventa permanente e, appunto, si trasforma in “Tribuna politica”; inizialmente viene seguita direttamente dal Telegiornale e curata dal suo direttore, Giorgio Vecchietti. In seguito verrà creata una struttura apposita, che fino alla pensione, verrà retta da un personaggio destinato a diventare molto noto in televisione: Jader Jacobelli.

Negli anni Settanta c’erano comunque alcuni leader politici che valevano da soli “Tribuna politica” perché “bucavano il video”: Andreotti, Berlinguer, Fanfani, Almirante, Pannella erano quelli che più degli altri reggevano un’ora di televisione di per sé abbastanza noiosa. Le loro risposte agli interlocutori erano molto dirette, talvolta infarcite di un certo umorismo, e questo in qualche modo rendeva più interessante una trasmissione che grandi giornalisti della televisione erano costretti a gestire con il cronometro. Sollecitare la domanda al giornalista della testata di turno quando il preambolo era troppo lungo, imporre al politico il rispetto dei tempi nella risposta e così via.

L’italiano medio credeva di avere una informazione attendibile. In fondo, per sua modalità estetica, tutto ciò che veniva dalla televisione non era oggetto di critica o di incredulità: era tutto sacralizzato dal miracolo tecnologico. Che non finiva mai di stupire. Due episodi fecero molto discutere, nella Tribuna politica degli anni Settanta: il primo fu quando un giornalista del “Quotidiano dei lavoratori”, polemicamente, lasciò lo scranno annunciando che non avrebbe fatto la domanda all’on.Almirante. L’altro episodio risale invece al 1978, alla puntata inaugurale della rubrica “Tribuna del referendum”; la prima tribuna, che riguardava tre consultazioni, era affidata al Comitato promotore: il leader Marco Pannella rimase per 25 minuti legato e imbavagliato davanti alla telecamera, cambiando ad ogni spazio collega di “imbavagliamento”: Gianfranco Spadaccia, Mauro Mellini, Emma Bonino. Tutti rigorosamente imbavagliati con tanto di cartello polemico nei confronti della Rai.


Erano i primi segnali di una larvata coscienza critica, nell’italietta del tempo. Ma anche il segnale che il linguaggio (un tempo definito col termine “politichese” che tutti ricordiamo) stava cambiando. Che, quindi, qualcuno c’era che era disposto a farne a meno. Evidentemente, il politichese era la cifra stilistica di chi governava (un linguaggio funzionale), mentre il nuovo linguaggio del politico che si trovava fuori dal potere era più o meno un modo di esprimersi ch’era intelligibile. Nello scorrere del tempo, quest’ultimo è diventato il linguaggio medio delle classi politiche, fino a scivolare sempre più in basso, grazie all’apporto linguistico di una nuova spinta verso il basso: il linguaggio della Lega: un postribolo di espressioni raccolte dal turpiloquio, dalla volgarità fine a se stessa nel suo trionfalismo tronfio, non senza un’esibizione greve di apporti fallici e machistici oppure maschiloidi. Finanche i corpi cavernosi del pene si sono intrufolati nel discorso del politico leghista, scandendo la propria turgidezza (autosupposta) in contrapposizione simbolica alle conquiste di un popolo omosessuale, che si è evoluto con i suoi sacrosanti orgogli, e che è arrivato anche nei palazzi del potere in modo aperto, con Vendola, Pecoraro Scanio, eccetera, mentre prima – con Colombo, per esempio – era ancora nella clandestinità. Come se poi l’omosessaule non avesse la capacità di erigersi fallicamente e, per questo, fosse meritevole di un motteggio da alcuna “politica” falloidocratica. Il paradosso è che questo linguaggio così immediato e immediatamente ributtante è altrettanto incomprensibile alla media, che s’interroga sulla fenomenologia dell’evoluzione dei canali espressivi dei partiti – o di alcuni partiti – e sulle tensioni che li generano. I ministeri del federalismo (che sarebbe nominalmente quello delle Riforme), della semplificazione, dell’interno e dell’economia stanno nelle mani di questi padani che si esprimono nella politica a botte di cel’hoduro, di foradiball, di cisipuliscailculoconlabandieraitaliana. Fatta eccezione per Maroni e Tremonti che sembrano invece – al confronto di Bossi e Calderoli – due incalliti radical-chic, di quelli che parlano proprio perché gli è indispensabile.

Una vera rivoluzione linguistica. Al confronto, il Pannella del tempo è Dante Alighieri che fa la dieta forzata.

Eppure tutto ciò è incapace di generare scandali o indignazioni: tutto passa ed è passabile. La gente non si scandalizza più di niente. Linguaggio corrente e linguaggio politico si equivalgono nella loro cachessia dialettica, che prelude alla morte cerebrale. Una società comatosa e volgare, povera e consunta di forme espressive, prolassata sinapticamente sembra essersi stabilizzata a quel livello infimo che le appartiene e che connota la maggior parte delle cose in Italia.

Resta quindi la sostanza delle parole e degli atti, esclusa ogni possibile ed elementare sufficienza scolastica delle forme dialettiche. In sé non è un male. Non lo è perché se l’italiano medio non comprende più neanche questo, allora si scandalizza e reagisce. I risultati del referendum ultimo ne sono una prova concreta. Sembra stia fnalmente montando una corrente dotata di rivendicazione di una minima etica nel popolo. Una pallida risposta, siamo d’accordo: la realtà è che dovrebbe essersi già innescata una vera rivoluzione e da tempo, ma non è avvenuta. C’è stata da tempo un’assuefazione di fatto al conflitto d’interessi di Berlusconi, alle leggi ad personam, alle porcate e ai porcellum, ai festini e ai ruffiani di turno, alle escort che, un tempo, si chiamavano puttane, alle nomine tiranniche improvvise, alle testate schierate e all’informazione politicizzata. L’assegnazione di alti incarichi fa pendant con le ruberie, le tangenti e i peculati; con le Ferrari regalate, i favori sessuali estorti, la fuga di notizie riservate, le P4 e le P5, P6, P7, eccetera che verrano… Quindi ci domandiamo: è stata l’evoluzione del linguaggio in uso dei politici a portare ad una nuova capacità di scandalizzarsi? Dando per certo che dei fatti delittuosi l’italiano medio si dà pace pensando che al potere non ci può essere altro che feccia, e da sempre. E non si sbaglia.

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One comment

  1. Mentre tornavo verso casa ,dopo un mio intervento storico-culturale che aveva come argomento IL CIBO in di quel di Lavinio, guardavo ,quasi apatica, dei cartelloni pubblicitari ai lati della strada che invitavano il popolo teledipendente ad abbonarsi a Sky, perchè solo quell’emittente poteva fare miracoli.
    Voltandomi verso il mio amico che mi stava riaccompagnano a casa, dissi sorridendo “Ha fatto BIngo chi ha avuto questa idea…nessuno ricorderà chi è il santo e da quale quadro proviene quel montaggio, ma scommetto che gli abbonamenti triplicheranno”.
    Il mio amico, senza distogliersi dalla guida, mi diede una risposta tanto ovvia quanto tragica ” E questo è il dramma; oggi si vende e si guadagna solo se si dissacra e si fa scandalo, e a dire questo è uno che non è affato un baciapile e lo sai”.
    Ha ragione lui, hai ragione tu, caro amico: oggi l’onore della cronaca lo acquista chi salta a piè pari ogni norma di decenza, rispetto, legalità e persino della semplice educazione.
    E mi tornano in mente, per ovvi motivi d’età, i film di Cervi e Fernandel…quella politica nostrana dove il piccolo imbroglio veniva rivestito di quella innocenza che lo allontana da ogni sporcizia, quell’Italietta che faceva sposare le Miss Italia a produttori, ma che regalava loro un ruolo nuovo che le obbligava a cesellare la propria bellezza in fascino, e la propria origine in talento….l’innocenza del principio….persino quelle foto che tanto scandalo fecero all ‘epoca di quel fotografo dissacrante che si permise di rappresentare con un casto bacio l’umanità di una suora e di un prete, oggi sembra preistoria se lo avviciniamo alla foto di alti prelati di quell’ibrido Vaticano, che li marchia come pedofili, razzisti ed omofobici…..forse si dovrebbe ritornare ad una consapevole certezza, che come l’antico filosofo ci porti, con la lanterna in mano, a cercare l’uomo in una folla di ominidi….

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