Venti e uno racconti – Salvatore Maresca Serra

SOTTO  UN  MARE  DI  PIOGGIA

C’era un ombrello che giaceva orizzontalmente in un cassetto, sepolto nell’immobilità del suo inutilizzo.

Era un ombrello da uomo, col manico di ciliegio giovane, passato finemente di vernice trasparente che conferiva alle tre scanalature ornamentali un’aria come di purezza, castità e austerità.

Il tessuto era alquanto resistente e come rasato, verdino con decori ottagonali che evocavano qualcosa di liturgico, forse le basi di candelabri d’oro arredi di chiesa, o forse v’era una vaga idea in quel tessuto d’aristocratica estetica: una sobrietà simbolo di forza, di coraggio, di virilità cavalleresca. Era assolutamente nuovo; passato senza alcun trauma dalla vetrina di un negozio del centro,  affianco ad una grande banca sempre affollata da uomini d’affari perlopiù vestiti di grigio o di blu (di cui un po’ risentivano il suo aspetto contenuto, la sua sostanza riverente e armoniosa al tempo stesso, di un intero sistema di valori sociali e culturali) a quel cassetto ch’era in parte la sua dimora. Ma, col tempo, nell’attesa vana, un po’ snervante, anche ingiustificata e ingiustificabile, esso sentiva (senza esserselo per altro ancora per niente confessato, dignitoso e aristocratico com’era) che una sorta d’oblio che pesava su di lui stava come mutando la sua temporanea dimora in sarcofago.

Fuori c’era spesso la pioggia – la vita – egli lo sapeva, lo sentiva come si sente infallibilmente solo la propria vita, eppure, come fosse malato oppure morto, ne restava fuori. Privato.

L’entusiasmo per essere stato acquistato subito (dopo solo tre ore) dall’essere stato esposto gli aveva iniettato nell’anima di metallo un’energia superiore: era come se l’avesse sempre saputo che – nella vita – sarebbe stato un leone, e si sentiva fatalmente pronto a fronteggiare la sorte con un semplice e automatico click! Era allora che raggiungeva in un istante la sua vera forma nobile: pura alchimia. L’assoluto in lui era l’archetipo eterno e vittorioso dell’albero, e la pioggia non gli era in fondo così nemica poiché in un antica leggenda celtica egli stesso sorreggeva il cielo!

Aveva visto in faccia bene l’uomo che lo avrebbe brandito nell’aria, e lo aveva trovato degno, generoso, da come lo aveva guardato e tenuto per qualche istante fra le mani calde e sufficientemente forti. Il volto del suo padrone s’era ad un tratto illuminato in un sorriso di gioia, e dalle sue labbra era sgorgato con violenza un vagito di approvazione totale.

Negli occhi gli aveva letto temporali e temporali, e una complicità, un patto d’alleanza che, per ciò che lo riguardava, avrebbero potuto essere anche una vera amicizia.

Lui era il suo regale regalo, e non lo avrebbe di certo deluso. Questo era ciò che sentiva in ogni sua fibra…

Ma cosa era accaduto? Se, all’inizio,  aveva avuto occhi carichi quasi di sdegno malcelato per quel legno rassegnato del cassetto, tutto incurvato su se stesso, pur rispettandolo, ma per una superiorità schiacciante predeterminata da un destino di cui ci si può gloriare senza voler ferire i propri simili, il suo manico, nell’atto d’essere poggiato nel cassetto, aveva vibrato di netta e naturale superiorità al contatto. Ora, dopo un tempo incalcolabile (forse dieci o dodici mesi), il rovere lo guardava come se ne avesse esso stesso disagio.

Da parte sua, l’ombrello insisteva come chi non voglia accettare la sconfitta, in un silenzio carico di orgoglio intatto, ma era solo apparenza.

La verità era che l’orgoglio e l’entusiasmo iniziali s’erano mutati in stupore, poi in speranza, successivamente in preghiera, ed ora, quando cassetto e ombrello per caso si ricordavano l’uno dell’altro, nell’atto della coscienza di recuperarsi e differenziarsi, l’eroe celtico distingueva quasi a fatica la sua anima di rigore plastico dall’umile monotonia dell’inerzia fatale del cassetto chiuso. Irrimediabilmente chiuso dal fatto che conteneva solo lui.

Inutile dire che la preghiera, a sua volta, era diventata la sola arma della sua disperazione: il senso di colpa verso il suo ospite lo divorava giorno per giorno, ora per ora, nella sua dignità.

Ogni giorno era tormentato. La sua sorte infausta era diventata quella del cassetto: mai egli s’era aperto alla pioggia e al maltempo e mai il cassetto aveva rivisto, neanche per un istante, la luce.

In fondo, era come se una condanna invisibile avesse mutato la sorte del cassetto dall’essere dimora a diventare tomba; e questa morte tutta interiore del cassetto era la sua condanna tacita e per questo ineluttabile, franca e incontestabilmente colpevole. La colpa era solo sua.

Ma, cos’era successo?! Dov’era finito l’uomo?

Cosa c’era in lui che non andava?

I giorni di maggiore tormento in cui la sua anima sceglieva un volontario oblio, in forma d’esilio dalla sua forma e sostanza, fino alla perdita del sé, pur di non soffrire ulteriormente fino allo spasimo dell’agonia, erano i giorni in cui, con chiarezza, dall’armadio posto nell’angolo nord della camera da letto, si udiva roboante il fragore del cielo: era la pioggia! Un tormento lungo miliardi di gocce di dolore, di sconforto, di umiliazione insopportabile!

Quale orrore era ormai il suo destino. Quello che era il ticchettio sui vetri, sul tetto, sulle pareti dello stabile, quel ticchettio di vita e di passione era ormai il suono della sua infausta sorte di sepolto vivo. Ogni tuono lo faceva sobbalzare nel suo corpo morto, esiliato dalla vita, negletto, ripudiato, inutile,  dimenticato.

Quale orribile tormento!

Il cassetto a volte lo terrorizzava anche più del temporale. Ad un tratto, scricchiolava minacciosamente come avesse voluto presentargli il conto tutt’insieme. E sapeva bene che non avrebbe mai potuto pagarlo: con che cosa lo avrebbe risarcito? Oh no! Preferiva tacere, obliarsi e ristagnare fino a farsi fagocitare dalla sua coscienza; così, in quei momenti d’inferno, egli stesso diventava nel suo intimo profondo il cassetto.

Era il suo modo per espiare la sua innominabile colpa. Colpa di cui nulla sapeva, se pure, ormai, si sentiva responsabile in una misura inconsolabile e cupamente ignorante.

Gli anni ormai erano trascorsi e con essi le estati: periodi in cui, a volte, il cassetto scricchiolava con timbri e suoni ancora più accusatori. Sentiva nell’anima del rovere che, se solo avesse potuto, avrebbe preferito bruciare nel fuoco pur di distruggere il suo abitante simile ad una repellente mummia.

Ma quando proprio s’è in fondo all’abisso e la memoria si scolora di ogni istanza di vita, e anche la speranza era quasi del tutto morta, qualcosa di bizzarro e miracoloso accadde.

Dunque “Dio non era veramente morto!”, com’egli pensò in un susseguirsi di attimi che presero a vorticare furiosamente uno dietro l’altro come l’allucinazione finale d’ogni oblio ed un’eternità di morte di cui era ormai certo.

Cosa era possibile ancora che gli accadesse?

All’inizio, fu un rumore ovattato e rotolante sul pelo dell’aria che stagnava nel cassetto: ne avvertì a stento nel suo letargo la vibrazione lontana, come un’eco irreale e irrealizzabile. Ma poi non ci fu più niente da fare, era il tuono! E poi altri, e altri ancora, come tormenti finali del volto dell’abisso. Un abisso che ora avrebbe visto faccia a faccia per poi dire addio ad ogni possibile residuo della sua coscienza distrutta e cancellata dal dolore. Era la fine?

Nel frastuono generale tutto si accavallò: la pioggia che scrosciava a catinelle e che sembrava triplicarsi ad ogni lampo, e poi indistinti e nervosi rumori per la casa. Dei passi rapidi, poi dei movimenti caotici come di chi cerca qualcosa, e infine, grottescamente, all’improvviso il cassetto s’aprì e una luce violenta se pur languida lo schiaffeggiò sul viso con violenza indicibile di vita, la violenza irreparabile della vita ch’era ad un passo da lui nell’esito finale!

Le mani dell’uomo lo strinsero con un sicuro istinto di proprietà e di orgoglio.

Egli si lasciò andare a quella stretta con la voluttà totale dell’abbraccio della morte, ma era invece la vita.

Ebbe appena il coraggio e la viltà ad un tempo di guardare gli occhi dell’uomo che lo brandiva tenendolo con estremo atto virile: non era lo stesso uomo, era un altro, più fiero e forse volgare nei modi, ma lo sentì subito il suo vero padrone.

Alle sue spalle rivide la donna che lo comprò anni addietro. Per ciò che ricordava, anche se gli sembrò comunque apparsa da un’ altra esistenza, era invecchiata e un po’ rassegnata.

<<Era di Antonio>> ella affermò senza alcuna vibrazione nel cuore. <<Lo dimenticò qui quando andò via. Non sarai geloso?>>

<<Scherzi?!>> fece l’uomo volgarmente, con la caotica forza della vita. <<Ora è mio!>> e frettolosamente baciò con distrazione la donna, poi volò giù di corsa per le scale e, quindi, si gettò sotto un mare di pioggia.

Salvatore Maresca Serra

Milano, 1994

Ringrazio Miriam Maltese per tutto il lavoro amorevolmente svolto per me.

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