Uncategorized

Alfredo Meluccio, l’istinto del colore

Immagine

Alfredo Meluccio, forse per dar ragione ad André Malraux, diventa pittore
fin da ragazzo non per imitazione della Natura, bensì per amore di altri
pittori, aggirandosi con lo stupore negli occhi per le gallerie degli Uffizi, in
quella magica Firenze dove compie gli studi superiori, ed è grazie a questo
soggiorno che noi oggi possiamo guardare nei suoi dipinti quanto fossero
grandi, già da allora, questo amore, questa passione, questo istinto del colore.
È affatto da giovane che Meluccio si immerge nella bellezza, conservandone
le stimmate per tutta la vita, armonizzandosi anche per gradi tecnici e di
ricerca, speculazione, curiosità, deja vu, proiezione con la sfera psichica del
linguaggio di ciò che chiamiamo Arte. Senza voler perseguire utile altro che
la capitalizzazione interiore di ciò, arricchendosene – senza dubbio – come
farebbe chiunque altri che guardasse oltre la superficie delle cose per
carpirne i segreti, mantenendo intatta la meraviglia di esse per sperimentarne
la sostanza sulla propria pelle. Poi e da solo. E solo per questo.
Per secoli i pittori hanno utilizzato ogni possibile mestiere per sopperire alle
deficienze d’ogni genere e rendere la visione delle proprie opere confacente
ai gusti dei committenti, dei critici, dei mercanti e del pubblico: il mestiere ha
accompagnato la laboriosità indefessa delle botteghe, degli allievi, dei
maestri. Meluccio è un pittore allo stato puro, senza alcun mestiere, senza né
trucchi né tantomeno artifizi, quindi compromessi. I suoi lavori lo rivelano, in
quella nudità dove non sussiste mediazione concettuale o tecnica, ma solo
purezza d’intenti. Il suo obiettivo è sempre centrale: dipingere, ovvero
maneggiare in libertà il colore per sperimentarlo nell’emozione.
Non vi sono altri intenti ed è bene tenerlo presente sempre nella visione delle
sue opere: niente mestiere e solo passione. Diletto allo stato puro, come
affermava Edgar Degas nella Parigi del XIX secolo, quale conditio sine qua
non dell’arte.
Ciò nonostante, Alfredo Meluccio è un affabulatore che talvolta “usa” la
pittura per raccontare storie, ma questa con tutta probabilità è la parte di sé
dove si riveste d’ogni nudità e mette in campo le sue capacità letterarie, che
pur sussistono e scandiscono momenti di racconti di vita, di fantasia e libertà.
Il pittore che non deve sottostare a tutti i costi a coerenze stilistiche si fa
plastico e multiforme, eclettico, a volte contraddittorio, eppure mai
conflittuale: tutto converge comunque sempre in quell’armonia alla quale ci
invita a guardare, oppure ci obbliga quando è impattante nell’estro e diretto.
Come ogni autore Meluccio ha creato un suo mondo di cui è il dominus,
senza vane glorie, senza celebrazione dell’effimero che non sia invece
citazione postmoderna di esso come nell’ultima produzione dove si confronta
col ritratto multiplo femminile, filtrato dalla moda e dalla pubblicità. Di pari
passo, così padrone del suo mondo, Meluccio – quando ne avverte l’esigenza
– non si sottrae al tema sacro, all’uso anche magico del colore, anche
simbolico, spirituale, immergendosi/ci in distese di rossi vermigli e verdi
veronesi, di blu manganesi o gialli cadmi, e così di terre di siena e rossi
veneziani o pompeiani… Conferisce agli incarnati tonalità spesso chiare e
luminose affinché si riflessino dei colori scanditi dagli abiti o dagli sfondi,
una antica maestria alchemico-cromatica che ritroviamo a ritroso nelle tele
dei grandi ch’egli ha studiato e di cui, per puro istinto, si è contaminato.
Meluccio è un pittore interessante e sempre gradevole, dotato di un rapporto
col colore istintuale che fa di lui un’oasi di libertà creativa.

Salvatore Maresca Serra

 

ImmagineImmagineImmagineImmagine

Immagine

È in corso fino al 25 Aprile 2014 una esposizione personale del pittore presso la sala storica ex Dogana dei grani ad Atripalda AV.

L’artista è presente nel pomeriggio

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 22.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 5 Film Festivals

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

PER UN PUGNO DI 40 MILIONI «Così Dell’Utri ricattava Berlusconi»

Silvio Berlusconi - Caricature

Silvio Berlusconi – Caricature (Photo credit: DonkeyHotey)

 

Per l’accusa l’ex premier pagò il silenzio nei processi

PALERMO – Sono tanti soldi, più di quaranta milioni, quelli che Silvio Berlusconi ha versato a Marcello Dell’Utri negli ultimi dieci anni. Il prezzo del ricatto, secondo l’accusa, esercitato sull’ex presidente del Consiglio da uno dei più stretti collaboratori colluso con la mafia. Il quale, per tacere particolari scomodi o per altre ragioni legate alle sue «relazioni pericolose» con i boss, ha costretto Berlusconi a pagarlo profumatamente. Anche di recente. Almeno fino alla vigilia della sentenza della Cassazione, dopo la quale sarebbe potuto finire in galera. A meno di darsi a una clamorosa latitanza. Invece evitò la cella perché la Corte annullò la condanna, pur confermando i rapporti dell’imputato con Cosa Nostra negli anni Settanta e Ottanta. Ma il ricatto, nell’ipotesi della Procura di Palermo, non s’è mai fermato.

Solo la metà di quel fiume di denaro risulta formalmente giustificata dall’acquisto di villa Comalcione a Torno, sul lago di Como. Venduta da Dell’Utri a Berlusconi per 21 milioni l’8 marzo scorso (il giorno prima del giudizio della Corte suprema, per l’appunto), nonostante una valutazione del 2004 fissasse il prezzo della lussuosa abitazione a «soli» 9,3 milioni. Tutto il resto non ha motivazione ufficiale, e i versamenti dai conti bancari dell’ex premier a quelli del senatore e di sua moglie sono stati registrati sempre sotto la stessa voce: «prestito infruttifero». Stesso discorso per la donazione di titoli bancari.

I magistrati considerano Berlusconi vittima della presunta estorsione realizzata dal senatore del Pdl che lo aiutò a fondare Forza Italia e l’ha accompagnato in tutta la sua avventura politica. E come lui sua figlia Marina, giacché alcuni pagamenti sono arrivati da conti correnti cointestati a lei. Per questo entrambi sono stati convocati.

La nuova indagine nasce da uno stralcio di quella sulla presunta trattativa tra lo Stato e la mafia al tempo delle stragi, tra il ’92 e il ’94, all’interno della quale un anno fa la Procura di Palermo acquisì le prime tracce dei movimenti milionari scovati dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta romana sulla cosiddetta P3 (Dell’Utri è imputato anche lì): 9 milioni e mezzo elargiti in tre tranche : 1,5 il 22 maggio 2008, tratto da un conto del Monte dei Paschi di Siena, e altri 8 tra il 25 febbraio e l’11 marzo 2011, arrivati da una filiale milanese di Banca Intesa private banking. Dopo gli approfondimenti degli investigatori delle Fiamme gialle sono venuti alla luce altri movimenti bancari sospetti, è così scattata la nuova ipotesi di estorsione. Collegata, più che alla trattativa, al processo per concorso in associazione mafiosa a carico del senatore.

Proprio mercoledì è cominciato il nuovo dibattimento di appello, dopo l’annullamento della Cassazione. Che però è stato parziale, poiché alcune parti della precedente sentenza sono state confermate. Come quella in cui è sancita la colpevolezza del senatore per i fatti precedenti al 1974. È stato definitivamente accertato che Dell’Utri, «avvalendosi dei rapporti personali di cui già a Palermo godeva con i boss, realizzò un incontro materiale e il correlato accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi e l’imprenditore amico Berlusconi», hanno scritto i giudici. Un’intermediazione da cui derivò «l’accordo di protezione mafiosa propiziato da Dell’Utri» in favore del futuro presidente del Consiglio. In questa trama criminale è rimasto impigliato il solo senatore, mentre Berlusconi non ha subito conseguenze nonostante le inchieste subite (è stato più volte inquisito dalla Procura di Palermo, ma sempre archiviato) sulla misteriosa origine dei suoi capitali. Oggi l’ipotesi dell’accusa è che con quei quaranta milioni, e chissà quali altre «donazioni» non ancora scoperte, l’ex premier abbia comprato il silenzio del suo amico e collaboratore su qualche particolare che poteva trasformarlo da vittima dei boss in un complice consapevole dei traffici di Cosa Nostra.

In questa ricostruzione Berlusconi è diventato dunque vittima di Dell’Utri, dopo esserlo stato della mafia per i ricatti dai quali il senatore lo avrebbe liberato grazie ai suoi «buoni uffici» negli anni Settanta e Ottanta. Ad esempio attraverso l’assunzione come stalliere nella villa di Arcore del «picciotto» Vittorio Mangano, «indicativa di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia», scrivono ancora i giudici della Cassazione.

La convocazione dell’ex premier in Procura coincide con quella chiesta dal sostituto procuratore generale nel nuovo processo d’appello a Dell’Utri. Anche in quel giudizio l’ex capo del governo è considerato dall’accusa una «persona offesa» dai reati attribuiti all’imputato. Nel 2002, ascoltato dal tribunale, si avvalse della facoltà di non rispondere poiché all’epoca era indagato in un procedimento connesso. Oggi non lo è più, e quindi sarebbe obbligato a rispondere. Come in Procura. I legali di Dell’Utri si sono opposti alla sua testimonianza. La Corte d’Appello deciderà, i procuratori hanno già deciso.

L’acquisto della villa sul lago di Como, oltre a non spiegare l’intera somma dei versamenti, agli inquirenti sembra un paravento. Al di là della sopravvalutazione rispetto alla stima del 2004, infatti, Dell’Utri giustificò i «prestiti infruttiferi» del 2008 e del 2011 con i restauri da effettuare in quella residenza. Finanziati da Berlusconi, dunque, che alla fine avrebbe l’avrebbe pagata più di 30 milioni. Un po’ troppo, pensano i pubblici ministeri in attesa di spiegazioni.
Giovanni Bianconi

Aids: Fda, primo farmaco contro infezione

(ANSA) – MILANO – La Food and drug administration americana ha approvato, per la prima volta, un farmaco per prevenire la trasmissione dell’hiv. Prodotto da un’azienda californiana, e’ a base di due antiretrovirali, il tenofovir e l’emtricitabina, e puo’ essere usato non solo da chi e’ sieropositivo, ma anche da chi e’ ad alto rischio di infezione e da chi abbia rapporti sessuali con un partner sieropositivo. Secondo gli studi riduce il rischio di contrarre l’hiv fino al 73%, come spiega la Bbc.

E’ morto Jon Lord dei Deep Purple L’alchimista “classico” dell’hard rock

Affetto da un tumore al pancreas, il musicista è spirato a Londra per embolia polmonare. Dietro di sé lascia una band leggendaria, una hit eterna come Smoke On The Water e l’unicità di un suono permeato di durezza e classicità
di PAOLO GALLORI

LONDRA – All’età di 71 anni è morto Jon Lord, co-fondatore e tastierista dei Deep Purple. La notizia è apparsa sul sito ufficiale del musicista, dove “con profonda tristezza” si annuncia che Jon Lord, colpito da embolia polmonare, è spirato alla London Clinic, circondato dall’amore della sua famiglia, dopo una lunga battaglia contro un tumore al pancreas.

L’ennesimo lutto di un 2012 terribile per la musica, che colpisce in particolare la grande comunità degli appassionati di hard rock ed heavy metal, milioni in tutto il mondo, per il quale Jon Lord resterà per sempre uno degli autori di Smoke On The Water, il brano più conosciuto dei Deep Purple, sul cui giro di accordi hanno mosso i primi passi tantissimi musicisti in erba. Ma se la firma di Lord campeggia su gran parte del repertorio della band, il suo contributo va ben oltre l’aspetto puramente compositivo.

A Lord si deve infatti la prima e più riuscita commistione tra hard rock e venature classiche, tra chitarre elettriche ruggenti, drumming pesante e coloriture d’organo hammond, di cui Jon era autentico maestro. Un lavoro sublimato nel celebre Concerto for Group & Orchestra presentato per la prima volta nel 1969 alla Royal Albert Hall di Londra, i Deep Purple sul palco assieme alla Royal Philharmonic Orchestra diretta dal maestro Malcolm Arnold. Esperienza ripetuta nel 1999, ancora nel celebre teatro londinese, tre anni prima che Jon Lord desse definitivamente l’addio ai Deep Purple, sfiancati dall’età e da innumerevoli cambi di formazione.

Nato nel 1941 a Leicester, figlio di musicisti, Jon Douglas Lord prese lezioni di pianoforte sin dalla tenera età e, forte di questo bagaglio, si trasferì a Londra nel 1960. In una Inghilterra sempre più affascinata dal blues e dal jazz, pronta a produrre una scena matura, da cui nel seguito del decennio sarebbero scaturiti i Rolling Stones come i Cream, i Led Zeppelin, sarebbe diventato qualcuno Jimi Hendrix e sarebbero passati tutti i grandi del blues revival, Jon Lord non faticò a ritagliarsi uno spazio in una lunga serie di band, accumulando esperienza e conoscenze. Finché, nel 1968, dall’incontro con il chitarrista Ritchie Blackmoore, non scaturì la scintilla creativa all’origine dei Deep Purple.

La prima formazione contava anche sul cantante Rod Evans, sul bassista Nick Simper e sul batterista Ian Paice. Shades Of Deep Purple l’album debutto di una line-up destinata a mutare nel suono, inizialmente orientato verso il pop, e nella personalità. Dopo il terzo, omonimo album, al posto di Simper e Evans arrivarono il cantante Ian Gillan e il bassista Roger Glover, a comporre la formazione dei Deep Purple più amata dai fan. Anche la più ambiziosa, dedita a canzoni dalla struttura complessa e connotata dalle influenze classiche di Lord.

Un suono che raggiunge l’apice con il gran lavoro di Jon Lord per il concerto con la Royal Philarmonic Orchestra. Impresa all’epoca poco apprezzata dalla critica, il che consegnò a Blackmoore la direzione artistica dei Deep Purple. La band si ritrovò così proiettata verso un guitar rock esaltato dalle incredibili altezze della voce di Ian Gillan, una formula destinata al grande successo commerciale, a cominciare dall’album Fireball del 1971.

I Deep Purple avrebbero dovuto registrarne il seguito al Casino di Montreux, in Svizzera, ma un incendio scoppiato nel locale durante un concerto di Frank Zappa sconvolse i suoi piani. In compenso, l’accaduto ispirò Smoke On The Water, la gemma più luminosa dell’album Machine Head, con cui la band entrò a tutti gli effetti nell’elite del rock, status consolidato con Who Do We Think We Are nel 1973.

Ma fu proprio a quel punto che nei Deep Purple iniziarono le divergenze di vedute che avrebbero portato a continue, quasi cicliche rivoluzioni d’organico, con la fuga di Gillan e Glover, rimpiazzati da David Coverdale e Glenn Hughes.

Pur costretto a piegarsi alla dittatura delle chitarre, Jon Lord riuscì comunque a marchiare il sound della band, rivelando alla crescente comunità rock uno stile destinato a rivalutazioni a posteriori e a influenzare altri grandi tastieristi, soprattutto nell’ambito del successivo prog-metal. Oltre a ispirare tante performance con orchestre classiche, quasi un must per ogni grande metal band.

Dal vivo, Jon Lord non nascose mai le sue radici musicali, inserendo in scaletta lunghe digressioni ispirate a Beethoven e Bach. Ma resteranno negli annali soprattutto le sue partiture d’organo Hammond, “esplose” attraverso un classico amplificatore Marshall per chitarra. L’ingrediente segreto dietro l’unicità del suono rock dei Deep Purple, Jon Lord il suo alchimista.

 

Foto Il cinema più piccolo del mondo

Il cinema più piccolo del mondo ha solo due posti, un’allure molto vintage e può correre a 200 all’ora. Il suo schermo è incastonato nell’abitacolo di una fiammante Alfa Romeo berlina 2000 verde pino del 1974, di quelle che sfrecciavano negli inseguimenti dei poliziotteschi anni Settanta. È la ‘Cortomobile’ che approda a Milano ed è stata inventata dal fiorentino Francesco Azzini, convinto che “se la gente non va più al cinema, sarà il cinema ad andare dalla gente”. Un’idea un po’ folle che dal 2006 ha già accolto sui suoi sedili 9.348 spettatori e macinato 120mila chilometri. Una maschera all’esterno offre agli spettatori un menù da cui scegliere i film, esclusivamente cortometraggi di giovani autori italiani degli ultimi vent’anni (in elenco ce ne sono 70). Poi apre la portiera, fa salire il pubblico — due persone alla volta — sul sedile posteriore di pelle e chiude le tendine bordeaux. Dal proiettore montato sul bagagliaio le immagini colpiscono lo schermo sul cruscotto, che altro non è se non il retro della locandina di un film con Belmondo. Una scatola magica piena di memorabilia — una sirena blu della polizia, locandine di vecchi polizieschi all’italiana, la sagoma di Kenneth Branagh nelle vesti di Amleto — per un miniviaggio nella fabbrica dei sogni (Simona Spaventa)

Strage di Ustica, ecco i pezzi mancanti e tutte le bugie dell’Aeronautica

Carenze, omissioni, manipolazioni documentali e silenzi. Accadde tutto questo la notte di Ustica. Quando una quarantina di militari dell’Aeronautica – mai processati perché i reati a loro contestati andarono in prescrizione al termine dell’istruttoria condotta dal giudice Rosario Priore – ostacolarono la verità ubbidendo a un ordine superiore che andava oltre la sovranità del nostro Paese…continua a leggere Strage di Ustica, ecco i pezzi mancanti e tutte le bugie dell’Aeronautica

View original post

Trattativa Stato-mafia. Il percorso di 20 anni (prima parte).

Notte Criminale ripercorre le fasi che durante questi 20 anni hanno scosso il Paese intero in un continuo depistaggio delle indagini tra memorie tardive, indagati e finti pentiti fino alle ultime novità …continua a leggere Trattativa Stato-mafia. Il percorso di 20 anni (prima parte).

View original post

È MORTA IDA MARCHERIA, Ciao Ida

Un cioccolatino per ricordare

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, è l’anniversario della liberazione dei campi di sterminio Auschwitz-Birkenau. Il racconto di Ida Marcheria, sopravvissuta alla Shoah, grazie a una bugia sull’età e alla promessa di una torta al cioccolato.

Le piccole di casa

Fotografia di Alberto Novelli

Siamo nate a Trieste, in una famiglia ebrea come tante altre, ebree o cristiane, in un appartamento in piazza della Borsa, vicina a piazza Grande, quella che oggi si chiama piazza dell’Unità. Mio padre, che si chiamava Ernesto, era commerciante di prodotti kasher, prodotti di vario tipo come carne, azzime, e tanti altri. Vendeva e commerciava in un bel negozio, frequentato dai membri della nostra Comunità, ma anche da tanti triestini non ebrei. Mia madre, Anna Nacson, era invece una casalinga e come la maggior parte delle donne allora – ma anche oggi tocca sempre a loro – si occupava di noi figli. Il maggiore di noi si chiama Giacomo ed era nato nel 1926. C’era poi Raffaele, che era del 1927. Poi io e Stella, da tutti chiamata Stellina anche per distinguerla dalla nonna che aveva lo stesso nome. Noi eravamo le bambine, le piccole di casa.

Prima dell’arresto

Fotografia archivio personale di Ida Marcheria

La nostra fu un’infanzia piuttosto felice, non avevamo grossi problemi e potevamo vivere tranquillamente. Il nostro era il tempo dello studio, dei giochi e i nostri genitori, con molta attenzione e tatto, lasciavano che ci raggiungesse solo ciò che non poteva arrecarci turbamenti. Anche in questo eravamo bambini come tutti gli altri.

Trieste, una gran bella città, era, come si direbbe oggi, multiculturale, multietnica: c’erano ebrei, anche originari della Grecia – molti come il nonno provenivano da Corfù – austriaci, ungheresi, sloveni, italiani ovviamente, insomma Trieste era una gradevole Babele di lingue, dialetti, di gusti, di profumi, di sapori. Una città di confine e di conseguenza di ricchezze culturali composite e magnifiche. Purtroppo, anche in un tessuto sociale così ricco e articolato, non mancavano i veleni per gli scontri, a volte molto violenti, fomentati, per lo più, dai fascisti nei confronti degli slavi. Ma noi, piccoli di casa, anche da queste violenze, eravamo protetti.

(Nella foto: da sinistra, Hanna Schwartz, Ida e Stellina Marcheria, Trieste, ottobre 1943, pochi giorni prima dell’arresto).

Le leggi razziali

Foto archivio personale di Ida Marcheria

Improvvisamente, tutto cambiò. Nel 1938, in novembre, il fascismo emanò le leggi razziali. Allora avevo nove anni… Giorno per giorno ci trovavamo senza più punti di riferimento, non avevamo più alcun luogo ove sentirci protetti e al sicuro. Fu un processo molto lungo e parecchio umiliante. Qualcuno sostiene, oggi, che fu poca cosa. Non è assolutamente vero! Fu mortificante e doloroso. I genitori persero il posto di lavoro, scontrandosi

con la dura realtà di dover portare avanti, tra enormi difficoltà, la famiglia. Nutrirla, vestirla, accudirla in tutte le elementari necessità. Non c’era più niente di decoroso nella vita quotidiana. Professionisti di valore, stimati da tutta la città, si videro cacciare dalle scuole, si impedì loro di svolgere una attività, spesso per tutti, ebrei e non, importante e necessaria. I bambini furono cacciati dalle scuole pubbliche, costretti a dividersi dai loro compagni, tra vergogna, rabbia e pianti. Difficoltà continue, proibizioni sempre più numerose, sempre più avvilenti. Tanti si videro costretti a lasciare la città, a lasciare l’Italia. Perdemmo così molti amici, tra i più cari. Ai commercianti, oltre al ritiro della licenza, vennero più volte sfasciate le vetrine dei loro negozi. Si proibì, anche con la violenza, che i non ebrei li frequentassero. Fu anche per questo che mio padre perse molti suoi clienti. No. Non direi proprio, non si può con onestà affermare che le leggi razziali furono ben poca cosa.

(Nella foto, Ida nel 1943)

L’arresto

Foto archivio personale di Ida Marcheria

Era mattina presto, ci eravamo appena alzati quando sentimmo prima suonare con insistenza e poi bussare con violenza alla porta. Quando mio padre, come tutti noi sorpreso, ha aperto, questi uomini sono entrati subito in casa, nel nostro appartamento senza neanche chiedere il permesso, senza proferire parola. Si sentivano padroni, pieni di autorità, signori della nostra quotidianità. Colpirono le nostre vite, le sconvolsero per sempre.

Uno di loro aveva un foglio in mano, sembrava essere una lista di nomi. Erano infatti i nostri nomi. Ebbi l’impressione che ci conoscessero già tutti, che sapessero tutto della mia famiglia. Sapevano quanti eravamo, perché nella lista compariva il nome di mio padre, quello di mia madre, comparivano quelli dei nostri fratelli e il mio con quello di Stellina. ….

La fretta, la paura, l’incertezza, la tremenda

tensione che si era impadronita di noi, tutto ci mise in uno stato di indicibile tensione. Non potevamo certo sapere che ciò che stavamo, in quel momento, vivendo era ben poca cosa rispetto a quanto ci sarebbe accaduto nei giorni a venire. Era veramente impossibile il solo immaginarlo. Anche lontanamente.

… Un tedesco mi avvicinò e io, senza pensarci più di tanto, mi sfilai i braccialetti, di poco valore se non affettivo, cose da ragazzina insomma, e glieli porsi. Lui continuò a guardarmi, alzando la voce, sbraitando mi disse qualcosa che io non potevo capire. Non conoscevo il tedesco, la sua lingua mi suonava strana, assurda, cattiva e in ogni modo incomprensibile. Improvvisamente, con una aggressività che non riuscirò mai a dimenticare, allungò le sue mani, pesantemente sul mio viso, sulle mie orecchie. Cercava di strapparmi qualcosa, con rabbia e con violenza. Spaventata, totalmente sconvolta, cercai di fare un passo indietro. Solo in quel momento mi vennero in mente gli orecchini che indossavo. Cercava di strapparmeli, con quelle sue mani grosse e ruvide. Provai come una scossa. Capii che erano quelli che lui rabbiosamente voleva. Con le mani tremanti, me li sfilai e glieli allungai. Da allora, io non porto più orecchini.

Guardai la mamma per trovare qualche conforto, ma lei non si era accorta di quello che mi era capitato. Incontrai, invece, gli occhi della signora Cesana. Mi si avvicinò e, stringendomi a sé, mi disse: “Non aver paura, presto torneremo a casa e io ti preparerò una bella torta alla cioccolata, tutta per te”. Pur in quel momento, così drammatico, si era ricordata della mia passione per la cioccolata!

Terminata la razzia dei nostri beni, dopo averci depredato di tutto, i tedeschi c’informarono che il mattino successivo dovevamo farci trovare pronti per il trasferimento. Senza rivelarci di che trasferimento si trattasse e per quale luogo. Imparammo dopo che questa era la loro norma.

(Nella foto Stellina nel 1943)

Aushwitz, la Judendrampe

Fotografia per gentile concessione dell’archivio del museo Yad Vashem di Gerusalemme

La Judenrampe! Il caos, il terrore, l’anticamera dell’inferno. Credo che non ci saranno mai parole sufficienti e tali da poterci fare capire, e da parte mia da rendere benché minimamente comprensibile, ciò che accadeva su quel binario. Si potrà mai capire cosa e con quale violenza scuotesse l’animo dei deportati al loro arrivo sulla Rampa degli Ebrei? No, non bastano tutte le parole che conosciamo, tutte le parole del mondo. Scese, anzi meglio, saltate dal carro bestiame, ci trovammo in un girone allucinante di suoni, di grida, di urla. In una lingua dura, feroce, incomprensibile. I tedeschi, le SS urlavano ordini che nessuno capiva, su tutti grandinavano botte e bastonate, i cani, tanti cani abbaiavano, latravano eccitati e infuriati. Digrignando i denti, cercando di aggredire noi poveretti in preda al panico. Un po’ le SS li trattenevano, un po’ li aizzavano. Tutti, e noi tra loro, cercavamo con occhi smarriti di trovare i nostri cari, il padre, la madre, i fratelli.

Sempre tra urli e bastonate ci fecero lasciare sulla rampa i nostri fagotti, le nostre valigie. Guai cercare di tenere con sé qualcosa, anche la più piccola cosa. A botte e spintoni, senza alcun riguardo per niente e per nessuno, ci fecero disporre in due file. Ci prepararono per la selezione. In una colonna gli uomini, nell’altra le donne con i bambini. Stellina e io eravamo con la mamma. Lentamente le due file avanzavano verso un ufficiale tedesco, una SS glaciale nella sua indifferenza che, a volte quasi con aria annoiata, indicava con un frustino a ciascuno se andare alla sua destra o alla sua sinistra. Il suo sguardo non pareva nemmeno vederci. Era Mengele, il medico selezionatore, l’angelo della morte.

(Nella foto, Auschwitz-Birkenau, selezione alla Judenrampe)

La selezione

Fotografia per gentile concessione dell’archivio del museo Yad Vashem di Gerusalemme

Mentre la selezione era in corso ci si avvicinò un uomo, neanche poi così male in arnese, vestito con uno strano abito a righe grigie e blu. Ci guardò solo per un attimo, facendo scivolare lo sguardo frettolosamente, poi guardando altrove; fingendo attenzione per altro da noi, con molta circospezione, parlando italiano mi chiese quanti anni avessi. “Quattordici” risposi. “No, tu ne hai sedici”. Pensai fosse matto. D’altro canto tutto ciò che vedevo

intorno a me non poteva che farmi credere di essere arrivata nel mondo dei matti, nel mondo della follia. Ma come, ho quattordici anni e questo strano essere pretende di sapere meglio di me la mia età! Se ho quattordici anni perché mai devo dire sedici? Ma che ne sa, se nemmeno mi conosce. Poi fece la stessa domanda a Stellina. “Tredici anni da pochi giorni” disse mia sorella. “No, tu ne hai quindici, capito! Ne hai quindici”. Allontanandosi ancor più circospetto, come se temesse che le SS avessero potuto vederlo nel rivolgerci la parola, ci ripeté ancora una volta: “Tu ne hai sedici e tu quindici. Ricordatevelo! “. Ma prima di rivolgersi ad altri prigionieri e con ben poco garbo ci spintonò verso la nostra fila. Toccò a noi arrivare davanti alle SS. Senza una parola, con un gesto secco venimmo indirizzate nella fila meno numerosa.

(Nella foto, Birkenau, donne e ragazzi già destinati alle camere a gas)

Nostra madre aveva capito

Fotografia per gentile concessione dell’archivio del museo Yad Vashem di Gerusalemme

Nostra madre andò nell’altra. Ma questo non ci interessò, non era quello che in quel momento per noi era importante. Da una parte o dall’altra per noi nulla significava. Avevamo già perso di vista mio padre e i nostri fratelli Giacomo e Raffaele, anche se erano nella nostra colonna. Cercavamo la mamma. Ci guardammo intorno per individuarla. I nostri occhi, seppur stanchi e sbarrati dal terrore, la cercarono nella fila che s’ingrossava sempre più di donne e bambini. Non la trovammo. Poi la vedemmo su di un camion. Volevamo andare con lei, ma non ci fu possibile. Qualcuno ci disse che l’avremmo ritrovata nel campo. Gli anziani, i meno forti ci avrebbero preceduto. Che tragica bugia! Mamma non piangeva. Lei aveva capito. “Bambine mie” ci disse “cercate di stare sempre insieme”. Poi i camion, non pochi e tutti strapieni di donne e bambini ammassati come bestie, si avviarono. Verso dove nessuno di noi sapeva e poteva immaginare. Vedemmo mamma allontanarsi, senza una lacrima. Non l’abbiamo più vista.

(Nella foto, Birkenau, donna con bambini)

Kanada Kommando

Fotografia per gentile concessione dell’archivio del museo Yad Vashem di Gerusalemme

Quando arrivammo [al Kanada Kommando], quello che ebbi modo di vedere mi lasciò di stucco. Le baracche erano piene fino al soffitto di vestiti, di valigie, di coperte, di scarpe… di tutto! Da non poter immaginare, incredibile. Era tutta la nostra roba, i beni di tutti i deportati, quelli ancora vivi ma soprattutto di quelli ridotti in fumo. Delle nostre madri, dei fratelli, dei figli. Il frutto di una inimmaginabile, criminale rapina.

Io sono nata lì, al Kanada ho aperto gli occhi su un mondo di dolore, di offesa, di crudeltà. Al Kanada è finita la mia infanzia, è finita anche quella di Stellina. Lì abbiamo imparato a odiare, abbiamo imparato a non perdonare, abbiamo capito che ciò non sarebbe mai stato possibile. Le SS, i nazisti ci avevano rubato tutto e noi non potevamo nemmeno toccare. Tutto era verboten, proibito, tutto era esclusiva proprietà del Reich. Noi pure, noi per primi. Ci insegnarono il lavoro, ci insegnarono rudemente a scegliere tra quanto continuamente, senza sosta ci arrivava, in grande quantità, ogni giorno, e a dividere il meglio dal peggio. Gli stracci, i Lumpen, da una parte, le cose migliori e utilizzabili da inviare ai buoni cittadini del Reich da un’altra. A noi una copertaccia nera e un paio di ruvidi, scomodi zoccoli, a loro calde coperte, piumini, comode scarpe di pelle, orologi, tappeti… Oro, gioielli, brillanti, beni preziosi, medicine – così necessarie nel campo – soldi dovevano essere consegnati agli ufficiali delle SS che ci controllavano minuto per minuto, dalla mattina alla sera. Se un ufficiale vedeva che una di noi tentava di “organizzare”, di rubare un gioiello, estraeva la rivoltella e, a bruciapelo, uccideva la ladra. Alla fine del turno, prima di tornare in baracca, venivamo perquisite. In fila, tutte nude, con la divisa in mano. Le SS, senza alcun riguardo, erano pronte a esplorare persino il nostro corpo anche nelle parti più intime.

Ogni giorno toccava a noi selezionare, accoppiare, fare grossi pacchi che, una volta riportati sulla rampa ferroviaria, prendevano strade per noi allora sconosciute. Poi abbiamo saputo che erano quelle non solo per la Germania ma anche per la Svizzera, per il Brasile, per l’Argentina. Anche l’oro dei denti dei nostri morti è finito lì. Noi non potevamo prendere nulla, ma gli ufficiali delle SS si servivano in abbondanza. Per se stessi e per le loro mogli. Quando arrivava un trasporto “ricco”, non dai ghetti ma come quelli degli ebrei ungheresi, dovevi vedere come si precipitavano. Come falchi. Anche le ragazze del Kanada rubavano, sfidando la morte, per sé e per le loro compagne del campo.

(Nella foto, Birkenau, donne addette alla selezione degli oggetti provenienti dai vari trasporti. Sullo sfondo, in alto, è possibile vedere le cime dei camini)

La camera a gas

Fotografia per gentile concessione dell’archivio del museo Yad Vashem di Gerusalemme

Anch’io finii davanti all’entrata della camera a gas. Con altre compagne avevo gettato del pane a persone di un trasporto appena arrivato. In attesa del loro ignoto appuntamento con l’inferno delle SS. Le kapò ci avevano scoperte e alcune di noi, forse quelle che già da prima venivano tenute sotto un più attento controllo, furono subito portate con la forza nel cortile del crematorio. Mentre eravamo sul piazzale in attesa che la camera a gas si rendesse disponibile, arrivò con la sua motocicletta una hauserka, una delle guardiane SS, le più cattive e perverse. Erano sempre rabbiose, violente, giravano per il campo in motocicletta e sempre accompagnate da un cane persino più rabbioso di loro. Mi guardò, pensò forse che mi avevano mandato al crematorio perché non più idonea al lavoro. Ma evidentemente il mio aspetto non era tale da giustificare questa decisione. Mi urlò, quindi: “Augenfressen, zu arbeiten”, tu stai bene, vai a lavorare. “Zu arbeiten”. Non me lo feci ripetere un’altra volta e tornai, e di corsa, al lavoro. Forse non furono nemmeno le sue parole a salvarmi, anche se furono determinanti in quel momento. Mi salvò ancor prima il fatto che la camera a gas era troppo affollata, che era già impegnata nella sua quotidiana opera di sterminio. In ogni modo se l’hauserka fosse passata mezz’ora più tardi, anch’io sarei diventata fumo.

(Nella foto: Birkenau 1943, deportati in attesa di entrare nella camera a gas)

Il ritorno

Fotografia di Alberto Novelli

Ero rientrata a Trieste con un paio di scarpette da ciclista che mi aveva regalato un soldato italiano. Ero tornata dall’inferno di Auschwitz nuda e cruda, tenendo per mano mia sorella. Ed era come se nulla fosse accaduto. Trovammo che casa nostra era stata occupata da un fascista con la sua famiglia. Era stata data a lui, per chissà quali alti meriti, così come l’avevamo lasciata. Con ancora le posate sul tavolo, con le nostre provviste, con il pranzo già preparato sui fornelli, con la biancheria pulita pronta a sostituire quella da lavare. Con i nostri giochi di ragazzi e con i nostri libri.

La vita di una persona è fatta anche di tanti oggetti, piccoli o grandi, spesso di nessun valore o apparentemente insignificanti per gli altri. Ma per quella persona e solo per lei hanno valore inestimabile. Sono legati a un ricordo, a una amicizia: una penna, una spazzola, un nastrino, una fotografia. Io non sono riuscita a recuperare neanche un oggetto, una piccola cosa della mia vita passata. Come volevano i nazisti, nel loro lucido piano criminale. Niente oggetti, niente ricordi, niente vita. Il fascista che aveva occupato la nostra casa non aveva alcuna intenzione di ridarcela. Fummo perciò costrette a chiedere ospitalità, almeno un letto dove dormire, a qualche conoscente.

Ritorno a Birkenau

Fotografia di Alberto Novelli

Poi abbiamo cercato di ricostruirci una vita. Abbiamo frugato nelle case dei nostri parenti, che erano sopravvissuti alla Shoah, per cercare qualcosa della nostra famiglia. Anche solo una fotografia che potesse alimentare i nostri ricordi di un tempo felice. Che potesse ridarci il volto dei nostri famigliari scomparsi nel cielo polacco… Abbiamo elemosinato i nostri ricordi.

Poi mi sono sposata, povera, senza un soldo. Anche Stellina si è sposata. Poi i ricordi, le notti d’angoscia, l’incubo continuo di nome Birkenau l’hanno sopraffatta. Ci ha lasciati. Io ho avuto un figlio e il regalo di due nipoti. Anche Giacomo si è sposato e ha avuto quattro figli e quattro nipoti. … Mio marito aveva un laboratorio di cioccolata, una cioccolateria – che ancora oggi gestisco con mio figlio.

Oggi mi chiedono più volte se ho mai pensato di tornare ad Auschwitz, di tornare a camminare, da persona libera, tra le baracche di Birkenau. Non sarei mai voluta tornarci. Poi alcuni superstiti, e tra questi Shlomo Venezia, che abita a Roma e con il quale mi incontro continuamente, e il sindaco della mia città mi hanno convinto a fare con loro un viaggio-studio al quale avrebbero partecipato numerosi studenti e professori.

Sono tornata ma, devo dire la verità, soprattutto per ricordare i miei, per portare alcuni sassi sulla Judenrampe! Perché sentissero che io sono sempre, in ogni momento della mia vita, il giorno come la notte, nel dolore e nella felicità, con loro.

Perché ogni notte io torno a Birkenau.

C’è anche chi afferma che è giunto il momento di perdonare.

Io non posso perdonare. Non perdonerò mai.

Il libro

Il racconto di Ida Marcheria e le immagini di archivio sono tratte dal libro Non perdonerò mai di Aldo Pavia e Antonella Tiburzi, ed. Nuova dimensione e riprodotte per gentile concessione dell’editore.

IL CAPPELLO DI MOZART di Angela Rita Iolli

mozart

 

« Una tromba che diffonde un suono meraviglioso nei sepolcri di tutto il mondo, chiamerà tutti davanti al trono. La morte e la natura stupiranno, quando la creatura risorgerà, per rispondere al giudice. Verrà aperto il libro, nel quale tutto è contenuto, in base al quale il mondo sarà giudicato. Non appena il giudice sarà seduto, apparirà ciò che è nascosto, nulla resterà ingiudicato. E io che sono misero che dirò, chi chiamerò in mia difesa, se a mala pena il giusto è tranquillo? »

Sto ascoltando Mozart, un suo andante, vecchio mio pallino dell’adolescenza e chissa perché lo immagino con un cappello in testa. Lui così straordinario eppure così normale nella sua genialità, macchiata anzi annebbiata dal suo chiodo fisso. Quello di concludere il Requiem, la sua ultima opera, quella per cui avrebbe dato tutto se stesso. Una messa qualunque ma non per il genio, tentato più volte da quei ducati che ne avrebbero risollevato l’umore caduto in disgrazia, e ispirato da mano oserei divina per quello splendido pezzo Tuba Mirum, nel quale solo lui poteva così sapientemente fondere teatralità e sacralità. Sembra di sentirle le campane sciolte in suo onore durante i suoi funerali, quasi ad invidiare quella composizione celeste e a trattenere un pianto composto dinanzi al capolavoro. Lo immagino Mozart alle prese con le sue ispirazioni, lui così baciato dalla dea della Musica, che già in età bambina poteva permettersi il lusso di passare con nonchalance dal clavicembalo alle prime composizioni. Lui così timoroso della tromba eppure un vero e proprio miracolo vivente quando si trattava di sedurre la musica. Lui così attento ad ascoltare, tanto da riuscire a memorizzare un pezzo come il Miserere di Allegri gelosamente conservato e ai più interdetto, con una semplicità fanciullesca che solo a lui era concessa. Lui che poteva diventare addirittura principe, anche se della Musica lo sarebbe stato per l’eternità, se solo quella bambina di cui si era invaghito durante un ricevimento nella Vienna di Maria Teresa, gli avesse detto di sì. Ma non aveva bisogno della mano della futura regina di Francia, Maria Antonietta, lui abituato ad essere uno spirito libero, un vero libertino per i suoi tempi, un amabile mai noioso. Diavolo di un musicista che ha saputo cambiare i tempi, il suo tempo, lasciando a bocca aperta chi aveva la fortuna di udirlo suonare e chi la sfortuna di trovarselo nemico. Lui che sapeva dare quel tocco in più a quei violini veri protagonisti di Lacrimosa dove sembrano fondersi anzi piangono davvero, perché solo i suoi violini erano capaci di non temere il silenzio, trafiggendo i cuori in ascolto. E le lacrime era difficile trattenere insieme a quella strana commozione che solo i grandi sanno suscitare. Lo sto ascoltando Teofilo, altro suo nome, e mi sembra di conoscerlo da sempre. Quasi lo vedo nella sua risata sarcastica, magnificamente fotografata da Forman nel suo Amadeus, prendersi gioco di tutti noi, perché in fondo è rimasto sempre un genio bambino. Cresciuto troppo sotto quella buffa parrucca, simbolo dei tempi, ma padrone indiscusso di tutto ciò che si chiamasse Musica. Il genio di Salisburgo. Chissà come saranno state le tue sere davanti a quel pianoforte che adoravi suonare e quando la nota proprio non voleva saperne di entrare, addirittura sostituivi le mani con il tuo naso. Quasi l’olfatto potesse risolvere l’arcano, perché la perfezione doveva essere assoluta. Chissà se il calore del camino, in quelle sere scaldava i tuoi momenti di crisi e quella miseria in cui non dovevi cadere. E quegli enormi lampadari abituati a scortarti durante quei fastosi ricevimenti in cui tu eri la star indiscussa, chissà quanto avrebbero rimpianto la tua mancanza. La loro luce non sarebbe stata più la stessa, nonostante le loro gocce sfavillanti, simili a preziosi diamanti lucidati per l’occasione. La luce eri tu, attraverso la magìa di quel flauto, di quel re pastore e di quel Don Giovanni troppo simile a te per essere solo una composizione, e quell’andante, straordinaria colonna sonora della Mia Africa. 
Attraverso quel tuo essere sbarazzino e quel concerto in re minore K. 466, in quel dialogo tra pianoforte e orchestra che dopo un quarto d’ora ha regalato ai posteri una delle più belle pagine musicali di tutti i tempi. Il solo e tutti. Tu e i tuoi ascoltatori, che ancora oggi sognano con le tue note. E non è un sogno di una notte di mezza estate, è l’apoteosi del risveglio, in quel farsi dolcemente accarezzare dal tuo genio. Che un giorno ha deciso di sposare l’unica Musa che potesse interessarti: la Musica. Che gran regalo Amadeus. Persino Antonio avrebbe applaudito.
Preferisco chiudere il sipario qui ed immaginarti altrove, a dirigere un tuo concerto mentre ti sorridono gli occhi ed il pianoforte con i suoi tasti ti regala ancora una volta l’immortalità. Rock me Amadeus.

Angela Rita Iolli