IL CAPPELLO DI MOZART di Angela Rita Iolli

mozart

 

« Una tromba che diffonde un suono meraviglioso nei sepolcri di tutto il mondo, chiamerà tutti davanti al trono. La morte e la natura stupiranno, quando la creatura risorgerà, per rispondere al giudice. Verrà aperto il libro, nel quale tutto è contenuto, in base al quale il mondo sarà giudicato. Non appena il giudice sarà seduto, apparirà ciò che è nascosto, nulla resterà ingiudicato. E io che sono misero che dirò, chi chiamerò in mia difesa, se a mala pena il giusto è tranquillo? »

Sto ascoltando Mozart, un suo andante, vecchio mio pallino dell’adolescenza e chissa perché lo immagino con un cappello in testa. Lui così straordinario eppure così normale nella sua genialità, macchiata anzi annebbiata dal suo chiodo fisso. Quello di concludere il Requiem, la sua ultima opera, quella per cui avrebbe dato tutto se stesso. Una messa qualunque ma non per il genio, tentato più volte da quei ducati che ne avrebbero risollevato l’umore caduto in disgrazia, e ispirato da mano oserei divina per quello splendido pezzo Tuba Mirum, nel quale solo lui poteva così sapientemente fondere teatralità e sacralità. Sembra di sentirle le campane sciolte in suo onore durante i suoi funerali, quasi ad invidiare quella composizione celeste e a trattenere un pianto composto dinanzi al capolavoro. Lo immagino Mozart alle prese con le sue ispirazioni, lui così baciato dalla dea della Musica, che già in età bambina poteva permettersi il lusso di passare con nonchalance dal clavicembalo alle prime composizioni. Lui così timoroso della tromba eppure un vero e proprio miracolo vivente quando si trattava di sedurre la musica. Lui così attento ad ascoltare, tanto da riuscire a memorizzare un pezzo come il Miserere di Allegri gelosamente conservato e ai più interdetto, con una semplicità fanciullesca che solo a lui era concessa. Lui che poteva diventare addirittura principe, anche se della Musica lo sarebbe stato per l’eternità, se solo quella bambina di cui si era invaghito durante un ricevimento nella Vienna di Maria Teresa, gli avesse detto di sì. Ma non aveva bisogno della mano della futura regina di Francia, Maria Antonietta, lui abituato ad essere uno spirito libero, un vero libertino per i suoi tempi, un amabile mai noioso. Diavolo di un musicista che ha saputo cambiare i tempi, il suo tempo, lasciando a bocca aperta chi aveva la fortuna di udirlo suonare e chi la sfortuna di trovarselo nemico. Lui che sapeva dare quel tocco in più a quei violini veri protagonisti di Lacrimosa dove sembrano fondersi anzi piangono davvero, perché solo i suoi violini erano capaci di non temere il silenzio, trafiggendo i cuori in ascolto. E le lacrime era difficile trattenere insieme a quella strana commozione che solo i grandi sanno suscitare. Lo sto ascoltando Teofilo, altro suo nome, e mi sembra di conoscerlo da sempre. Quasi lo vedo nella sua risata sarcastica, magnificamente fotografata da Forman nel suo Amadeus, prendersi gioco di tutti noi, perché in fondo è rimasto sempre un genio bambino. Cresciuto troppo sotto quella buffa parrucca, simbolo dei tempi, ma padrone indiscusso di tutto ciò che si chiamasse Musica. Il genio di Salisburgo. Chissà come saranno state le tue sere davanti a quel pianoforte che adoravi suonare e quando la nota proprio non voleva saperne di entrare, addirittura sostituivi le mani con il tuo naso. Quasi l’olfatto potesse risolvere l’arcano, perché la perfezione doveva essere assoluta. Chissà se il calore del camino, in quelle sere scaldava i tuoi momenti di crisi e quella miseria in cui non dovevi cadere. E quegli enormi lampadari abituati a scortarti durante quei fastosi ricevimenti in cui tu eri la star indiscussa, chissà quanto avrebbero rimpianto la tua mancanza. La loro luce non sarebbe stata più la stessa, nonostante le loro gocce sfavillanti, simili a preziosi diamanti lucidati per l’occasione. La luce eri tu, attraverso la magìa di quel flauto, di quel re pastore e di quel Don Giovanni troppo simile a te per essere solo una composizione, e quell’andante, straordinaria colonna sonora della Mia Africa. 
Attraverso quel tuo essere sbarazzino e quel concerto in re minore K. 466, in quel dialogo tra pianoforte e orchestra che dopo un quarto d’ora ha regalato ai posteri una delle più belle pagine musicali di tutti i tempi. Il solo e tutti. Tu e i tuoi ascoltatori, che ancora oggi sognano con le tue note. E non è un sogno di una notte di mezza estate, è l’apoteosi del risveglio, in quel farsi dolcemente accarezzare dal tuo genio. Che un giorno ha deciso di sposare l’unica Musa che potesse interessarti: la Musica. Che gran regalo Amadeus. Persino Antonio avrebbe applaudito.
Preferisco chiudere il sipario qui ed immaginarti altrove, a dirigere un tuo concerto mentre ti sorridono gli occhi ed il pianoforte con i suoi tasti ti regala ancora una volta l’immortalità. Rock me Amadeus.

Angela Rita Iolli

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