IL NATALE DI SARTRE

adorazione

 

Sartre e il natale di Gesù. Un inizio di promessa. Non compiuta.
Il filosofo francese e il natale di Gesù

Natale 1940: lo scrittore francese, internato in un campo di prigionia tedesco, compone un racconto da recitare in una baracca. È il testo teatrale Bariona, ou le Fils du tonnerre. Incontriamo un Sartre inedito che per un istante sembra commuoversi per l’affezione stupita di Maria, lo sguardo di Giuseppe e la speranza dei Magi e dei pastori davanti al Dio bambino. “Hanno unito le mani e pensano: qualcosa è incominciato. E si sbagliano…”

 

1. L’ateismo di Sartre: una filosofia senza paternità?

«Qual è il vero volto di Sartre?» si chiedeva Charles Moeller in uno splendido saggio dedicato all’autore1. «È l’esperienza esistenziale della nausea, davanti alla sovrabbondanza cieca, oscena della natura? Oppure questa nausea non è che una conseguenza? C’è, all’origine, un’opzione, una scelta in favore di un certo tipo di esperienza umana a detrimento di altre? In altre parole è la nausea il fatto fondamentale o è la scelta del pensiero ateo che l’obbliga a vedere della vita un solo lato e sempre lo stesso?»2. Per rispondere al quesito Moeller tenta di decifrare il “paradosso” dell’uomo Sartre, di ritrovare il livello di esperienza che sta dietro il suo pensiero. Questo livello viene colto a partire da una lacuna, quella della paternità, che incide in tutta la visione del mondo del filosofo. Non ha forse egli scritto, ricordando la sua infanzia, «a quel tempo eravamo tutti, più o meno, orfani di padre: i Signori padri erano o morti o al fronte, e quelli che restavano, minorati, smidollati, cercavano di farsi dimenticare dai propri figli; era il regno delle madri»3? Per Moeller «sembra che sia mancata a Sartre una esperienza fondamentale, quella della paternità. […] Gli è mancata l’esperienza del legame intimo che unisce il senso di Dio e il senso della paternità»4. Rimasto orfano, assiste, nella sua infanzia, all’entrata in casa di un patrigno, nuovo marito della madre. È una situazione analoga a quella di Baudelaire, autore studiato da Sartre, nel quale poteva ritrovare una situazione simile alla sua. «Egli ha forse vissuto lo stesso dramma, ma l’ha risolto in modo diverso, con l’orgogliosa negazione della paternità, con l’affermazione violenta di una autonomia assoluta, della quale farà ben presto il perno della sua filosofia»5. Ipotesi difficile da certificare, secondo il critico, alla quale, tuttavia, non è possibile sottrarsi. «Non riesco a vincere l’impressione che il sentimento “d’essere di troppo”, che sembra così profondo nell’opera (pensiamo alla scena della radice in La nausée), trovi una delle sue ragioni nel fatto che Sartre fu orfano di padre e visse come un estraneo col patrigno»6. Il rifiuto della condizione filiale diviene rifiuto del mondo, avvertito come estraneo. In qualità di “straniero” (A. Camus) l’uomo si trova in un’esistenza assurda, egli è «di troppo», creatura non voluta da alcuno, desolato e anonimo passante in una metropoli immersa nella nebbia. Jean-Paul Sartre, secondo Moeller, «ha voluto negare di essere “figlio”»7. Al pari dell’uomo moderno, che «vuole essere “senza padre e senza madre”»8, la sua filosofia abolisce ogni idea di dipendenza. La libertà, come autonomia assoluta, creatrice, è la negazione dell’alterità, della natura, di Dio. Libertà è negazione di ogni radice, legame, rapporto. Sartre ha il gusto del “nulla”: il “per sé”, la coscienza, è il vuoto che dissolve la bruta “cosalità” del mondo. In mezzo, tra il “nulla” dell’io e la realtà reificata, non ci sono più persone, volti, affetti. La filosofia della libertà come negatività esclude, fino a L’être et le néant, ogni esperienza di positività. Mondo travolto dalla malafede, l’universo sartriano appare ambiguo, sordido, inquietante. La luce della grazia non squarcia la notte. Come ha osservato Gabriel Marcel, quello di Sartre è il sistema più logico di rifiuto di qualsiasi grazia che sia mai stato presentato. Per Dio, l’estraneo per eccellenza, il nemico della libertà e dell’autonomia, non v’è posto. L’esistenzialismo sartriano è rigorosamente ateo.
Tutto ciò è vero. Moeller ha colto molto bene la dinamica che porta Sartre a negare ogni alterità, alla doppia esclusione di Dio e del mondo. Così come coglie la necessità per cui l’ateismo deve radicalizzarsi in antiteismo, in opzione contro Dio. Rimangono cionondimeno, nella sua analisi, dei punti aperti che meritano una riflessione appropriata. Tra essi, in primo luogo, l’idea che l’anticristianesimo di Sartre sia correlativo alla sua condizione di orfano, al risentimento edipico verso il patrigno. Il problema in realtà è più complesso. Moeller non era in grado di risolverlo poiché il suo saggio, del 1957, non poteva usufruire di quella preziosa confessione autobiografica data da Les mots, edita da Gallimard nel 1964. Il rifiuto sartriano di Dio, la sua orgogliosa autonomia, restavano per lui un «nodo segreto» difficile da sciogliere poiché «Sartre, a differenza di Gide, non si mette mai in primo piano»9. Questo è quanto accade in Les mots dove il filosofo traccia un quadro della propria infanzia, dei propri desideri, della propria posizione religiosa. Quest’ultima, lungi dall’essere determinata dall’assenza del padre, è piuttosto dominata dalla figura del nonno, Charles Schweitzer, protestante e veemente anticattolico. «In privato, per fedeltà alle nostre provincie perdute, alla pesante allegria degli antipapalini, suoi fratelli, non si lasciava sfuggire occasione per mettere in berlina il cattolicesimo: i suoi discorsi da tavola assomigliavano a quelli di Lutero. Su Lourdes era inesauribile: Bernadette aveva visto “una donnetta che cambiava la camicia” […]. Raccontava la vita di san Labre, coperto di pidocchi, quella di santa Marie Alacoque, che raccoglieva con la lingua le deiezioni degli ammalati. Queste frottole mi sono state utili […] rischiavo di essere una preda per la santità. Mio nonno me ne ha disgustato per sempre: la vidi attraverso i suoi occhi, quella follia crudele mi stomacò con l’insipidezza delle sue estasi, mi terrificò col suo sadico disprezzo per il corpo»10.

L’adorazione dei Magi, particolare, Gentile da Fabriano, Galleria degli Uffizi, Firenze
Sartre, diviso tra il nonno protestante e la madre cattolica, chiusa con “un Dio suo”, vive una tensione profonda. «In sostanza la cosa mi prostrava: fui condotto all’incredulità non dal conflitto dei dogmi ma dall’indifferenza dei miei nonni. Ciononostante, ero credente: in camicia, inginocchiato sul letto, a mani giunte, dicevo tutti i giorni la preghiera, ma pensavo al buon Dio sempre meno spesso»11. Rievocando quel tempo Sartre confessa di raccontare «la storia di una vocazione mancata: avevo bisogno di Dio, mi fu dato, lo ricevetti senza capire che lo cercavo. Non potendo attecchire nel mio cuore, egli ha vegetato in me, poi è morto. Oggi, quando mi si parla di Lui, dico […]: Cinquant’anni fa, senza quel malinteso, senza quell’errore, senza quell’incidente che ci separò, avrebbe potuto esserci qualcosa tra noi»12.
Il posto, lasciato vuoto da Dio, viene occupato dalla letteratura, dall’arte dello scrivere. «Questo pastore mancato, fedele alla volontà di suo padre, aveva conservato il Divino per versarlo nella cultura. […] Scoprii questa religione feroce e la feci mia per dorare la mia sbiadita vocazione […] Diventai cataro, confusi la letteratura con la preghiera, ne feci un sacrificio umano»13. Sartre si sente predestinato, eletto, “annalista degli inferi”. «Da questo venne quel lucido accecamento di cui ho sofferto per trent’anni. Una mattina, nel 1917, a La Rochelle, aspettavo dei compagni che dovevano accompagnarmi al liceo; erano in ritardo, e presto non seppi più cosa inventare per distrarmi: decisi di pensare all’Onnipotente. Immediatamente ruzzolò nel cielo e sparì senza dare spiegazioni: non esiste, mi dissi con uno stupore di cortesia, e credetti risolto il problema. E in certo qual modo era risolto, dato che mai, in seguito, ho avuto la minima tentazione di riaprirlo. Ma l’Altro rimaneva, l’Invisibile, lo Spirito Santo, colui che era garante del mio mandato e che signoreggiava la mia vita per mezzo di grandi forze anonime e sacre. Di quello feci tanto più fatica a liberarmi in quanto s’era installato sulla parte posteriore della mia testa […]. Scrivere fu per molto tempo un chiedere alla Morte, alla Religione, in forma mascherata, di strappare la mia vita al caso»14. Questa fede, allorché Sartre scrive Les mots, è perduta. «L’illusione retrospettiva è in briciole; martirio, salvezza, immortalità, tutto si deteriora, l’edificio cade in rovina, ho acchiappato lo Spirito Santo nelle cantine e l’ho discacciato; l’ateismo è un’impresa crudele e di lungo respiro»15. Consapevole che «la cultura non salva niente né nessuno, non giustifica»16, poiché «ci si disfa di una nevrosi, non ci si guarisce da sé»17, Sartre non può però non riconoscere come «consunti, cancellati, umiliati, cacciati in un angolo, passati sotto silenzio, tutti i lineamenti del fanciullo sono rimasti nel cinquantenario»18. Continuano a vivere, nella memoria, i personaggi letterari amati durante l’adolescenza. «Griselda non morta. Pardaillan ancora mi abita. E Strogoff. Non dipendo che da loro i quali dipendono solo da Dio, e io non credo in Dio. Andate a raccapezzarvici. Per parte mia, io non mi ci raccapezzo e mi chiedo a volte se non gioco a vinciperdi e non mi studio di calpestare le mie speranze d’un tempo sol perché tutto mi sia reso centuplicato. In questo caso sarei Filottete: magnifico e puzzolente, quest’infermo ha donato tutto, perfino il suo arco, senza condizioni: ma sotto sotto, si può essere certi che egli aspetta la sua ricompensa»19.

2. Il natale di Gesù come «primo mattino del mondo».

Sartre non è diventato ateo perché, orfano, ha rifiutato la figura del patrigno. Le idiosincrasie anticattoliche di Charles Schweitzer hanno avuto un peso decisamente più grande nel dissolvere la fede giovanile del nipote. A riprova di ciò v’è un’opera, scritta nel 1940, in cui la tesi di Moeller, secondo cui Sartre «ha voluto negare di essere “figlio”», risulta sconfessata. È il testo teatrale Bariona, ou le Fils du tonnerre, tradotto ora per la prima volta in italiano dalle Christian Marinotti Edizioni 20, che Sartre compose durante la sua permanenza in un campo di prigionia tedesco. Moeller vi accenna di sfuggita: «In un campo di prigionia ha composto una laude natalizia da recitare in una baracca»21; né poteva essere diversamente poiché la prima pubblicazione dell’opera, in 500 copie fuori commercio, data al 1962. In essa emerge un Sartre inedito, distante dagli esiti nichilistici de La nausea, aperto alla speranza destata dal novum della nascita. Un Sartre che riconosce la positività dell’essere e sa descrivere, con rara delicatezza, l’affezione stupita di Maria, unitamente al pudore protettivo di Giuseppe, per il “Dio bambino”.
Nel giugno 1940 Sartre, a causa della disfatta dell’esercito francese, viene fatto prigioniero dai tedeschi. In agosto viene trasferito in Germania, nel campo di prigionia di Treviri, dove rimarrà fino all’aprile del 1941. Al di là delle privazioni, dei soprusi, non fu per Sartre un periodo negativo. L’esperienza della solidarietà tra prigionieri lo toglierà dalla sua solitudine, dal risentimento di Roquentin, dal disprezzo del mondo. È la premessa di quel passaggio verso il marxismo in cui crederà, in seguito, di trovare la possibilità di un “gruppo in fusione”, di una vita autentica, solidale nella lotta. «Nello Stalag ho trovato una forma di vita collettiva che non avevo più conosciuto dopo l’École Normale, e voglio dire che insomma lì ero felice»22. Lì conosce alcuni sacerdoti, tra cui l’abate Marius Perrin, con cui si lega d’amicizia. «Tutto sommato» scrive Annie Cohen-Solal «con i preti si sente in fraternità. Nonostante interminabii discussioni sulla fede»23. Nel campo, rileva Merleau-Ponty, «questo anticristo aveva intrecciato relazioni cordiali con un gran numero di preti e di gesuiti»24.
È in questo contesto che nasce l’idea di un lavoro teatrale che Sartre scrive in occasione del Natale 1940. Le prove si svolgono nell’hangar che padre Boisselot ha ottenuto dal comandante del campo per dire messa, per concerti e spettacoli teatrali. Nelle sue linee essenziali il lavoro mette in scena la storia di un capovillaggio ebreo, Bariona, che, di fronte all’ordine del procuratore romano concernente un aumento delle imposte, accetta il pagamento chiedendo però agli abitanti del luogo di non fare più figli. Roma potrà esercitare il suo potere solo sul deserto. Nel suo imperativo suicida Bariona non sa ancora che sua moglie Sara è in attesa di un figlio. La scoperta, drammatica, non lo fa desistere dalla scelta, scelta a cui la consorte si oppone. È in questo quadro che Bariona viene informato dai pastori della nascita del Messia in una stalla di Betlemme; una notizia, questa, che ai suoi occhi ha il sapore di una grande illusione, di un inganno. Il capo ebreo medita in cuor suo di uccidere il bambino, di sopprimere questa vuota speranza. Giunto a Betlemme vi trova Sara e, presso la capanna, una folla inginocchiata, commossa e felice. Sorpreso, desiste dal suo proposito e, alla notizia che Erode vuol ammazzare Gesù, raduna i suoi, raccoglie le armi, e, consapevole di andare a morire, va incontro agli sgherri del re. Sartre fu molto contento del suo lavoro. Scrivendo a Simone de Beauvoir dirà: «Ho fatto un mistero di Natale molto commovente, pare, tanto che a uno degli attori recitando veniva da piangere»25. Trent’anni dopo, al contrario, ne darà un’interpretazione negativa sottolineando le finalità politiche della pièce: «Ho fatto Bariona, che era molto brutto ma conteneva un’idea teatrale […]. I tedeschi non avevano capito l’allusione all’impegno, ci vedevano semplicemente uno spettacolo di Natale»26. E ancora: «Se ho preso il soggetto nella mitologia del cristianesimo, non è perché la direzione del mio pensiero fosse cambiata, magari momentaneamente, durante la prigionia. Si trattava di trovare, d’accordo con i preti prigionieri, un soggetto che nella sera di Natale potesse realizzare la più larga unità tra cristiani e non credenti»27.
Tutto ciò ha una sua verità. Non si spiega altrimenti il finale, chiaramente politico, in senso antitedesco, dell’opera. È tuttavia vero anche, come osserva Cohen-Solal, che si tratta, per Sartre, di un’«esperienza più importante di quanto sembrasse»28. Non è un caso che, nello stesso arco di tempo, si appassioni a Claudel e Bernanos: «Le due grandi scoperte che ho fatto nel campo sono state La scarpetta di raso e il Diario di un curato di campagna. Sono i soli libri che mi abbiano veramente fatto un’impressione profonda»29. Bariona, in realtà, è ben di più di un pamphlet politico, di lotta, anche se questo aspetto è chiaramente presente. In esso Sartre s’è avvicinato a una percezione del mistero della nascita e della maternità, nonché del mistero cristiano, come mai aveva fatto né farà più nella sua opera. In questo senso esso costituisce davvero, come scrive Antonio Delogu nell’introduzione all’edizione italiana, «una vera e propria eccezione»30 nell’arco del pensiero sartriano. Bariona è, innanzitutto, la fuoriuscita dalla visione del mondo espressa ne La nausea e nei racconti de Il muro, visione che è ancora al centro de L’essere e il nulla. Le parole che Bariona dice a Sara per convincerla a sopprimere il figlio in grembo esprimono il nichilismo esistenzialistico del primo Sartre: «Donna, questo bambino che vuoi far nascere è come una nuova edizione del mondo. Attraverso di lui le nubi e l’acqua e il sole e le case e la pena degli uomini esisteranno una volta di più. Tu ricreerai il mondo, si formerà come una crosta spessa e nera intorno ad una piccola coscienza scandalizzata che rimarrà là prigioniera, in mezzo alla crosta, come una lacrima. Capisci quale enorme incongruenza, quale mostruoso errore di tatto sarebbe il condurre il mondo fallito a nuovi esemplari? Fare un figlio è approvare la creazione del mondo dal fondo del proprio cuore, è dire al Dio che ci tormenta: “Signore, tutto è bene e vi rendo grazie d’aver fatto l’universo”. Vuoi veramente cantare questo inno? […]. L’esistenza è una lebbra orrenda che ci corrode tutti e i nostri genitori sono stati colpevoli»31.
Non generare è espiare la colpa dei genitori, la colpa di Dio. È rifiutare una creazione impura, mal riuscita. Bariona esprime tutto il risentimento della ribellione gnostica, “catara”, di un nichilismo che odia l’essere. La negazione del figlio è la negazione di un nuovo inizio. Ciò che esiste merita di perire: la morte è il giudizio del mondo. Di fronte alla domanda di Sara: «E se nondimeno fosse la volontà di Dio che noi generassimo?»32, Bariona chiede un segno, la manifestazione di Dio. Chiede un segno, ma in realtà non vuole credere: «Non chiederò grazia e non dirò grazie. […] Quand’anche l’Eterno mi avesse mostrato il suo volto tra le nuvole io rifiuterei ugualmente di sentirlo poiché sono libero, e contro un uomo libero, Dio stesso non può nulla. Può ridurmi in polvere o infiammarmi come una torcia […] ma non può nulla contro questo pilastro di bronzo, contro questa colonna inflessibile: la libertà dell’uomo»33.
Bariona è Sartre, il Sartre prometeico della libertà assoluta, della negazione dell’alterità come suprema forma di autonomia. Il Sartre che si vieta ogni possibile speranza, intesa come fuga, come diserzione dall’inesorabile durezza dell’esistere. Bariona non può sperare, attendere il Messia. «Questo mondo è una caduta interminabile, lo sapete bene. Il Messia sarebbe qualcuno che fermerebbe questo crollo, che rovescerebbe improvvisamente il crollo delle cose […] e noi nasceremmo vecchi per ringiovanire in seguito fino all’infanzia»34. Ciò non è possibile: «La dignità dell’uomo è nella sua disperazione»35. Fin qui nulla di nuovo. È il Sartre più noto, il Sartre “esistenzialista”. Nell’opera compare però la figura del re magio Baldassarre, impersonata sulla scena proprio da Sartre, improvvisatosi attore. Baldassarre rappresenta il momento nuovo che interviene nella visione sartriana, il momento della speranza: «è vero siamo molto vecchi e molto sapienti e conosciamo tutto il male della terra. Pertanto quando abbiamo visto questa stella nel cielo, i nostri cuori hanno gioito come quelli dei bambini e siamo diventati bambini e ci siamo messi in cammino, poiché volevamo compiere il nostro dovere di uomini che sperano. Chi perde la speranza, Bariona, sarà cacciato dal suo villaggio […]. Ma a chi spera, tutto gli sorride e il mondo è dato come un regalo»36.
La speranza di Baldassarre è la speranza di Sara. Anch’ella vuole andare a Betlemme: «Laggiù c’è una donna felice e soddisfatta, una madre che ha partorito per tutte le madri, ed è come un permesso che mi ha donato: il permesso di mettere al mondo il mio bambino. Voglio vederla, vederla, questa madre felice e sacra»37.
Il proposito della moglie non fa recedere Bariona. Saputo da una specie di veggente il destino di morte del Messia crocifisso, matura in lui il proposito di uccidere il bambino per il bene del suo popolo, per «conservare in essi la fiamma pura della rivolta»38. Giunto a Betlemme, davanti alla stalla, Bariona sorprende Maria di spalle, non vede Gesù in braccio alla madre, vede solo Giuseppe. «Ma vedo l’uomo. È vero: come lo guarda! Con quali occhi! Che cosa può avere dietro quei due occhi chiari, chiari come due limpide profondità in questo viso dolce e segnato? Quale speranza? […] Per trovare il coraggio di spegnere questa giovane vita tra le mie dita, non avrei dovuto scorgerlo dapprima in fondo agli occhi di suo padre. Andiamo, sono vinto»39. Lo sguardo di Giuseppe posato su Gesù ferma la mano omicida di Bariona il quale non può impedirsi di invidiare la felicità stupita della folla accorsa ad adorare il bambino. Una felicità illusoria, dal suo punto di vista, e tuttavia evidente: «Hanno unito le mani e pensano: qualcosa è incominciato. E si sbagliano, s’intende, e sono caduti in una trappola e pagheranno ciò caro più tardi; ma cionondimeno, avranno avuto questo minuto; hanno fortuna di poter credere a un inizio. Che cosa c’è di più commovente per un cuore d’uomo che l’inizio di un mondo e la giovinezza dai tratti ambigui e l’inizio di un amore, quando tutto è ancora possibile, quando il sole è presente nell’aria e sui visi […]. E io sono nella grande notte terrestre, nella notte tropicale dell’odio e della disgrazia. Ma – potenza ingannevole della fede – per i miei uomini, migliaia d’anni dopo la creazione, si alza in questa stanza, al chiarore di una candela, il primo mattino del mondo»40.
Bariona non partecipa di questa speranza. «Ecco: cantano e io sto solo sulla soglia della loro gioia […]. Mi hanno abbandonato e la mia donna è tra loro e si rallegrano, avendo dimenticato persino la mia esistenza. Sono sulla strada dal lato del mondo che finisce ed essi sono dalla parte del mondo che inizia. Mi sento più solo sul limite della loro gioia e della loro preghiera che nel mio villaggio deserto»41. Solamente ora, incapace di partecipare alla gioia comune, Bariona è veramente solo. Una solitudine solo apparentemente superata nel settimo quadro, l’ultimo dell’opera, in cui Bariona alfine si ricrede e raduna i suoi uomini per salvare Gesù dai mercenari di Erode. È la parte più “politica” e, forse, la meno riuscita che giustifica il giudizio a caldo dato dall’abate Perrin all’indomani della rappresentazione: «In questo Bariona non c’è nulla del mistero del Natale classico: non si vede la Vergine né il Bambino, tranne che in filigrana […]. Gli uomini di Bariona se ne vanno, forse alla morte, ma moriranno perché non venga assassinata la speranza degli uomini liberi»42.
Il giudizio è pertinente e, tuttavia, non del tutto esauriente. In realtà mai Sartre è stato più vicino nell’intuire il mistero cristiano, quel nuovo inizio che rende possibile la speranza. Inizio legato alla nascita di un bambino. Come afferma Bariona: «Un Dio-Uomo, un Dio fatto della nostra umile carne, un Dio che accetterebbe di conoscere quel gusto di sale che c’è in fondo alle nostre bocche quando il mondo intero ci abbandona, un Dio che accetterebbe in anticipo di soffrire ciò che soffro oggi […]. Andiamo, è una follia»43. Questa follia si tramuta in «stupore ansioso» nello sguardo tenero e trepidante di Maria. «Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia”. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive»44.
Sartre non scriverà più così, né di Dio né dell’uomo. L’opera del Natale 1940 resterà, da questo punto di vista, un’«eccezione», come se la peculiare atmosfera del campo lo avesse reso più vicino al mistero dell’esistenza. Quanto basta, tuttavia, per consegnarci una delle più belle rappresentazioni del Natale nella letteratura del Novecento.

Note

1 Ch. Moeller, Littérature du XXe siècle et christianisme, II, La foi en Jésus-Christ, Tournai-Paris 1957, capitolo “Jean-Paul Sartre o il rifiuto del soprannaturale”, tr. it., in Ch. Moeller, Letteratura moderna e cristianesimo, Milano 1995, p. 348.
2 Op. cit., pp. 348-349.
3 J.-P. Sartre, Les mots, Paris 1964, tr. it., Le parole, Milano 1968, p. 214.
4 C. Moeller, “Jean-Paul Sartre o il rifiuto del soprannaturale”, cit., p. 350.
5 Op. cit., pp. 350-351.
6Op. cit., p. 351.
7 Op. cit., p. 406.
8 Op. cit., p. 401.
9 Op. cit., p. 351.
10 J.-P. Sartre, Le parole, cit., p.95.
11 Op.cit., p. 96.
12 Op.cit., pp. 97-98.
13 Op.cit., pp.169 e 170.
14 Op.cit., pp. 236-237.
15 Op.cit., p. 238.
16 Op.cit., p. 239.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 Op. cit., p. 240.
20J.-P. Sartre, Bariona, ou le Fils du tonnerre, Paris 1970, tr. it., Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti, Milano 2003.
21 Ch. Moeller, “Jean- Paul Sartre o il rifiuto del soprannaturale”, cit., p. 348.
22 J.-P. Sartre,Oeuvres romanesques, Paris 1981, p. LXI.
23 A. Cohen-Solal,Sartre, New York 1985, tr. it., Sartre, Milano 1986, p.188.
24 M. Merleau-Ponty, Sens et non sens, Paris 1948, tr. it., Senso e non senso, Milano 1967, p. 61.
25 J.-P. Sartre, Lettres au Castor et à quelques autres, Paris 1983, tr. it., Lettere al Castoro e ad altre amiche, Milano 1985, p. 657.
26 Cit. in: S. De Beauvoir, La Cérémonie des adieux, Paris 1981, p. 238.
27 M. Contant – M. Rybalka, Les Ecrits de Sartre – Chronologie, Bibliographie commentée, Paris 1970, p. 564.
28 A. Cohen-Solal, Sartre, cit., p.191.
29 Intervista di Sartre con Claire Vervin per l’articolo Lectures de prisonniers, in Les lettres françaises, 2 dicembre 1944, p. 3.
30 A. Delogu, “Un mistero di Natale molto commovente”, Introduzione a: J.-P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono, cit., p.VII.
31 J.-P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono, cit., p. 36.
32 Op.cit., p. 38.
33 Op.cit., p. 61.
34 Op.cit., p. 64.
35 Op.cit., p. 68.
36 Op.cit., pp. 70-71.
37 Op.cit., p. 72.
38 Op.cit., p. 89.
39 Op.cit., p. 97.
40 Op.cit., p. 101.
41 Op.cit., p. 102.
42 M. Perrin, Avec Sartre au Stalag XII D, Paris 1980, p. 78.
43J.-P. Sartre, Bariona o il figlio del tuono, cit., p.78.
44 Op.cit., p. 91.

Grazie a Massimo Borghesi

 

 

 

 

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