LO SVILUPPO O LO SVILUPPO DELLA CORRUZIONE? Giuseppina Meola

L’avvocato Giuseppina Meola

LO SVILUPPO O LO SVILUPPO DELLA CORRUZIONE?

In occasione della recente conferenza internazionale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico è stato diffuso il rapporto “Italia. Dare slancio alla crescita e alla produttività”.
Il documento e gli studi che ne costituiscono il prius logico-cronologico evidenziano quanto in Italia il livello di corruzione sia superiore a quello della media dei Paesi OCSE.
Il Presidente Monti è intervenuto sul punto stigmatizzando “l’inerzia non scusabile” di alcune parti politiche, che ha ostacolato l’iter parlamentare del ddl anticorruzione.
Non un fulmine a ciel sereno, ma l’ennesimo tuono in una notte buia e tempestosa per l’italica penisola, bagnata dal mare e affondata dalle falle partitocratiche, politichesi e finanziarie.
Un’Italia corrotta nel corpo e nell’anima. Nell’immagine!
Da questo dato preoccupante, ma non nuovo, si può procedere verso una breve riflessione in termini di raffronto tra la criminalità da strada e quella dei palazzi.
Il delinquente “semplice”, il mero mascalzone, che commette reati comuni, più o meno gravi, è considerato un criminale, è il reo per antonomasia, gode di pessima considerazione da parte della società. Ciò fa sì che la commissione di un reato ordinario tenda ad unire la collettività. La “gente onesta” si compatta per esprimere ad una voce la più dura riprovazione nei confronti di un ladro, di uno stupratore, di un omicida.
D’altra parte, il white collar crime ha una forza disgregante, alienante, rende tutti un po’ più monadi alla ricerca di un clinamen che non accenna a delinearsi.
I reati dei colletti bianchi mettono in discussione la legittimità dell’ordine sociale, la fiducia nelle Istituzioni, nella Giustizia, nel “noi” elevato a sistema!
I colletti bianchi appartengono alla classe dominante; un reato commesso da un colletto bianco è un reato commesso da chi ha potere. E’ il reato nelle mani di chi detiene il potere!
La corruzione e le finitime fattispecie penali inglobano la patologia dell’atto del singolo e macchiano il sistema, sporcano tutto e tutti, colpevoli ed innocenti.
Sono espressione del male delle società avanzate, più del traffico di stupefacenti, più del tanto pubblicizzato “delitto passionale”. Sono l’emblema della perversione del privato convinto che solo influendo con offerte, doni o promesse di doni sia possibile aprire le porte sulle meraviglie del pubblico ad uso e consumo ed abuso del privato.
E’ il reato che sale sul trono, che diviene dittatore della democrazia.
E’ il cancro capace d’infettare fasce sempre più ampie e capace di farlo sempre più velocemente.
L’evoluzione tecnologica nelle strutture deputate agli scambi di moneta e titoli, la moltiplicazione delle transazioni finanziarie, le enormi possibilità di connessioni intersoggettive, lo sviluppo del remote banking fanno sparire il provincialotto che porta il cappone all’impiegato piccolo borghese.
In un mondo che è villaggio globale si assiste anche alla globalizzazione della corruzione.
Ecco perché sentirsi dire che l’Italia è più corrotta della media OCSE disgrega ad un livello maggiore: internazionale, sovranazionale.
Non si può e non si deve cadere vittime della logica da erba sempre più verde nel giardino del vicino, ma, allo stesso tempo, non si può trascurare che sentirsi etichettati quali “cattivoni più cattivi degli altri cattivi” ha un peso in termini di fiducia globale, di capacità di attrarre investitori esteri, di spread.
Nel 2013, sulla base dei dati forniti dal Consiglio d’Europa, dall’OCSE e dalle Nazioni Unite nonché da esperti indipendenti, verrà pubblicata una relazione sulle dimensioni del fenomeno della corruzione e sulle buone pratiche realizzate dagli Stati membri dell’UE per contrastarlo.
L’Italia non ha ancora ratificato la Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, datata 1999!!!
Quale aderente al Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO), il nostro Paese è stato sottoposto a valutazione, sfociata in un rapporto finale nel quale si rileva che, malgrado la determinata volontà della magistratura inquirente e giudicante di combatterla, la corruzione è percepita in Italia come fenomeno consueto e diffuso, che interessa l’urbanistica, lo smaltimento rifiuti, gli appalti pubblici, la sanità e la pubblica amministrazione. Il rapporto rivolge all’Italia ventidue raccomandazioni, suddivise tra il settore della repressione e quello della prevenzione, ritenendo che la lotta al fenomeno deve diventare una questione di cultura e non solo di rispetto delle leggi.
Siamo al cospetto di una minaccia allo sviluppo, alla democrazia e alla stabilità, attraverso la distorsione dei mercati e l’erosione sia del servizio pubblico sia della fiducia nei funzionari pubblici.
Il prezzo della corruzione è alto (circa l’1% del PIL dell’UE). Ancora più alto se letto in chiave sociale tout-court.
All’aumentare della crisi aumenta la percezione ed il collegamento con il dato che è sotto gli occhi di tutti, coinvolgendo il concetto dinamico di cittadinanza, profondamente intriso dell’idea di progresso economico-capitalistico.
Per i giuristi segna il passaggio dai diritti civili a quelli politici e poi a quelli sociali.
Il taglio socio-politico degli studi permette di convogliare una serie di gravissimi problemi che evidenziano, per esempio, la tendenziale incompatibilità dell’economia di mercato in relazione all’affermazione di effettivi diritti sociali.
Nella nostra tradizione giuridica, il nucleo concettuale di cittadinanza è dato dall’appartenenza. Un soggetto è ascritto ad uno Stato e perciò è titolare di diritti e doveri. Se lo Stato è la fonte esclusiva della produzione giuridica, diviene storicamente il garante dei diritti nel momento in cui, divenendo Stato costituzionale, è esso stesso a positivizzare e porre quei diritti.
Oggi evidentemente la sovranità degli Stati è profondamente in crisi, così come il concetto di garanzia dei diritti medesimi.
I surrogati (holding, banche, furbetti vari) non hanno legittimazione di sorta, non offrono l’idea di appartenenza: non si può essere cittadini di una banca, ergo manca chi tuteli effettivamente il cittadino, sempre più in balia di un meccanismo perverso e malato.
La bilancia del potere tra la politica e l’economia, tra i governi e le multinazionali pende sempre più inequivocabilmente a favore delle grandi corporazioni. Come scriveva Willke, rispetto alla politica esse possiedono il vantaggio di un’opzione strategica aggiuntiva accanto a voice e loyalty, quella di exit verso collocazioni più vantaggiose.
La partita si gioca tra lo scetticismo circa le residue capacità di governo delle istituzioni politiche ed il razionalismo giuridico che mira ad uno Stato costituzionale e cosmopolitico, capace di dare attuazione a rivendicazioni anche etiche.
Ecco dunque, l’importanza di una seria presa di posizione del legislatore italiano sul tema della corruzione, al fine di ripristinare o semplicemente rinsaldare l’asse verticale protezione-obbedienza, allo scopo d’impiegarlo come una bussola nella difficile navigazione dei cittadini irrequieti, sradicati, sfiduciati, quasi “meno cittadini”.

Avv. Giuseppina Meola

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10 comments

  1. Ho trovato questo articolo estremamente interessante, tecnicamente ineccepibile, con in trasparenza anche molta indignazione che condivido. La corruzione è il male della politica italiana, in particolare. Il popolo è stanco oltre ogni limite. La vicenda Lazio-Polverini segna il passo allo sfacelo del rapporto cittadini-partitica. Grazie all’autrice e al blog d Salvatore Maresca Serra.

  2. E’ la fiducia il collante che mette insieme cittadini e istituzioni. Oggi questo rapporto è minato alla base dai privilegi che si trasformano in ruberie assurde e inaccettabili. Abbiamo ancora un futuro democratico?
    Eli Durante

  3. Grazie Giuseppina Meola, per l’articolo sulla corruzione in Italia,che fa venire la pelle d’oca! E’ un cancro,quello della corruzione politica, le cui metastasi hanno infestato tutto il paese e scoraggia gli onesti, che vivono,impotenti,nell’indifferenza…ed intanto la nave Italia affonda.

  4. Nutro seri dubbi che la situazione italiana possa cambiare, e rapidamente. La corruzione è il risultato di secoli di culture stratificate nella nostra società, di cui il popolo ha sempre pagato amaramente il prezzo, anche in termini di struttura e di pensiero. I recenti fatti della regione lazio indicano che anche le nuove generazioni sono coinvolte, indifferenti alla minima civiltà che la collettività richiede a pubblici amministratori. Mentre affondiamo ci interroghiamo su quali siano le plausibili armi civili che i cittadini possano ancora usare, scontato che anche il voto non è più nulla, nessuna preferenza salverà la nazione dal complotto ordito dai partiti. I venti che vengono dalla Merkel e dalle elite mondiali, d’altrnde, non incoraggiano alcuna speranza di via d’uscita dalla crisi, a mio modesto parere creata per usurpare pezzi interi di sovranità nazionali: una vera guerra trasfigurata nell’economia. Mi piacerebbe ascoltare anche il suo parere nel merito ultimo, gentile avvocato Meola.
    Colgo l’occasione per ringraziare questo blog e il suo autore, per proporre sempre articoli, spunti e informazioni di alto livello che latitano spesso anche su grandi testate.
    Mario Toffolo – Insegnante latino ist.superiori, precario.

  5. Concorcdo con Mario Toffolo in merito all’idea di “guerra trasfigurata nell’economia” e con piacere rispondo alla sua richiesta.
    E’ una guerra in atto, a mio modesto avviso, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, quando si è operata una scissione tra economia e finanza. E’ da quel momento che si è creata una finanza da teorici, non destinata alle imprese reali, ma funzionalizzata ed asservita agli interessi degli azionisti. Seguendo questo orientamento, si è giunti ad esperienze come quelle della Parmalat. Il fallimento Parmalat è stato espressione di una crisi finanziaria non industriale e/o dell’economia concreta: i prodotti Parmalat non conoscevano crisi sul mercato.
    Il debito pubblico paga lo scotto anche del finanziamento senza “merito creditizio”. L’economia concreta riparte se ed in quanto il credito è concesso per interessi socialmente utili. Lo dice la nostra Costituzione.
    L’eurozona vive una crisi globale e cerca di uscirne facendo leva su di una moneta unica che non è unica! Non lo è perchè l’euro è il frutto di un compromesso tra una pluralità di valute tenute insieme dai parametri di Maastricht, con la fissazione di tassi di cambio irrevocabili euro-monete nazionali.
    Nel secondo dopoguerra si è avuta la nascita della CECA, dell’Euratom, della CE, strumenti per unire economicamente (ed un po’ anche politicamente) alcuni degli Stati europei usciti a pezzi dal conflitto. Le originarie comunità si sono evolute e si è giunti all’UE, macchina preziosa, ma non perfetta. Non è la panacea dei mali dei singoli Stati. Banale, ma vero.
    Mi sento, ci sento in trappola.

  6. P.S.
    Per evitare la giusta indignazione degli avvocati usurpati , preciso che sono un praticante avvocato, quindi un atomo guidato dal clinamen del precariato. 🙂

  7. Sono anche io convinto che la differenza tra economico ed economicistico sia la chiave di tutto. Simo scivolati in un abisso.Venirne fuori nn sarà facile!!

  8. Ci hanno fatto vedere l’europa come la soluzione di tutti i mali ma la germania ha imposto la sua ricchezza come un’arma e sta schiacciando le vite di tutti i lavoratori! Dove andremo a finire di quiesto passo mentre tutti i partiti rubano? Non sarebbe meglio uscire dall’euro?!

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