Avellino

Alfredo Meluccio, l’istinto del colore

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Alfredo Meluccio, forse per dar ragione ad André Malraux, diventa pittore
fin da ragazzo non per imitazione della Natura, bensì per amore di altri
pittori, aggirandosi con lo stupore negli occhi per le gallerie degli Uffizi, in
quella magica Firenze dove compie gli studi superiori, ed è grazie a questo
soggiorno che noi oggi possiamo guardare nei suoi dipinti quanto fossero
grandi, già da allora, questo amore, questa passione, questo istinto del colore.
È affatto da giovane che Meluccio si immerge nella bellezza, conservandone
le stimmate per tutta la vita, armonizzandosi anche per gradi tecnici e di
ricerca, speculazione, curiosità, deja vu, proiezione con la sfera psichica del
linguaggio di ciò che chiamiamo Arte. Senza voler perseguire utile altro che
la capitalizzazione interiore di ciò, arricchendosene – senza dubbio – come
farebbe chiunque altri che guardasse oltre la superficie delle cose per
carpirne i segreti, mantenendo intatta la meraviglia di esse per sperimentarne
la sostanza sulla propria pelle. Poi e da solo. E solo per questo.
Per secoli i pittori hanno utilizzato ogni possibile mestiere per sopperire alle
deficienze d’ogni genere e rendere la visione delle proprie opere confacente
ai gusti dei committenti, dei critici, dei mercanti e del pubblico: il mestiere ha
accompagnato la laboriosità indefessa delle botteghe, degli allievi, dei
maestri. Meluccio è un pittore allo stato puro, senza alcun mestiere, senza né
trucchi né tantomeno artifizi, quindi compromessi. I suoi lavori lo rivelano, in
quella nudità dove non sussiste mediazione concettuale o tecnica, ma solo
purezza d’intenti. Il suo obiettivo è sempre centrale: dipingere, ovvero
maneggiare in libertà il colore per sperimentarlo nell’emozione.
Non vi sono altri intenti ed è bene tenerlo presente sempre nella visione delle
sue opere: niente mestiere e solo passione. Diletto allo stato puro, come
affermava Edgar Degas nella Parigi del XIX secolo, quale conditio sine qua
non dell’arte.
Ciò nonostante, Alfredo Meluccio è un affabulatore che talvolta “usa” la
pittura per raccontare storie, ma questa con tutta probabilità è la parte di sé
dove si riveste d’ogni nudità e mette in campo le sue capacità letterarie, che
pur sussistono e scandiscono momenti di racconti di vita, di fantasia e libertà.
Il pittore che non deve sottostare a tutti i costi a coerenze stilistiche si fa
plastico e multiforme, eclettico, a volte contraddittorio, eppure mai
conflittuale: tutto converge comunque sempre in quell’armonia alla quale ci
invita a guardare, oppure ci obbliga quando è impattante nell’estro e diretto.
Come ogni autore Meluccio ha creato un suo mondo di cui è il dominus,
senza vane glorie, senza celebrazione dell’effimero che non sia invece
citazione postmoderna di esso come nell’ultima produzione dove si confronta
col ritratto multiplo femminile, filtrato dalla moda e dalla pubblicità. Di pari
passo, così padrone del suo mondo, Meluccio – quando ne avverte l’esigenza
– non si sottrae al tema sacro, all’uso anche magico del colore, anche
simbolico, spirituale, immergendosi/ci in distese di rossi vermigli e verdi
veronesi, di blu manganesi o gialli cadmi, e così di terre di siena e rossi
veneziani o pompeiani… Conferisce agli incarnati tonalità spesso chiare e
luminose affinché si riflessino dei colori scanditi dagli abiti o dagli sfondi,
una antica maestria alchemico-cromatica che ritroviamo a ritroso nelle tele
dei grandi ch’egli ha studiato e di cui, per puro istinto, si è contaminato.
Meluccio è un pittore interessante e sempre gradevole, dotato di un rapporto
col colore istintuale che fa di lui un’oasi di libertà creativa.

Salvatore Maresca Serra

 

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È in corso fino al 25 Aprile 2014 una esposizione personale del pittore presso la sala storica ex Dogana dei grani ad Atripalda AV.

L’artista è presente nel pomeriggio

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L’IMBARAZZO DELLA SCELTA – Giuseppina Meola

L’IMBARAZZO DELLA SCELTA – Editoriale di Giuseppina Meola

La  parola del giorno è CHOOSY, l’equivalente dell’italiano schizzinoso.
Ho fatto una breve indagine etimologica ed ho verificato che schizzinoso deriva dalla voce settentrionale schizza, cioè naso schiacciato, schiacciato in una smorfia di disgusto.
Molto probabilmente,  anche sul mio volto si è palesata la schizza, quando ho appreso la notizia del ministro Fornero, che biasima i gusti troppo difficili degli italiani, definendoli, di conseguenza, schizzinosi.
Dopo il primo impatto, ho posto maggiore attenzione sul termine esatto usato dalla titolare del welfare con delega alle pari opportunità, tra l’altro.
La Fornero, che, evidentemente, non è l’ultima arrivata, ha impiegato, volutamente, una parola anglosassone, derivato di “to choose”, cioè scegliere.
Questa osservazione mi ha spostata verso un ulteriore profilo d’indagine: la scelta, la libertà di scelta.
In primis, però, voglio ricordare che l’art. 1 della Costituzione, al suo primo comma, recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
Andando oltre, l’art. 4, sempre della Costituzione, sancisce: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
In poche battute chiare, precise, secche, inequivocabili, come era proprio dei Padri Costituenti, è enucleato un principio fondamentale del nostro ordinamento: il principio lavorista.
In tale sistema, il lavoro non è una qualsiasi attività dell’uomo, ma è uno strumento di realizzazione della personalità e di adempimento del dovere di solidarietà. È un diritto-dovere.
Urge precisare che il lavoro non è un valore supremo di matrice economicistica. Se così fosse, ci troveremmo nella patologica situazione di considerare un minus habens chi non lavora ancora o non più per ragioni anagrafiche, chi non può lavorare a causa delle proprie condizioni psico-fisiche, per esempio.
Il diritto al lavoro è il primo diritto “sociale”, volto ad assicurare a tutti non solo i mezzi di sussistenza , senza i quali anche il godimento di altri diritti verrebbe di fatto vanificato, ma anche la possibilità di inserirsi nel contesto sociale e sentirsi parte attiva della res-publica.
In una società come quella italiana (o europea o anche del mondo occidentale in generale), nella quale il tasso di disoccupazione è elevato e nella quale si soffre per un lavoro troppo spesso poco gratificante, è ancora più forte il problema non del diritto al lavoro, ma di un diritto diverso, che è quello di avere chances al lavoro.
Non si può parlare di pretesa ad ottenere un lavoro con l’aiuto dello Stato (così non saremmo schizzinosi, ma bimbi o bamboccioni di brunettiana memoria da imboccare addirittura!!!). Si discute di un intervento statale –previsto già a livello costituzionale-, che promuova una forza lavoro competente, qualificata, adattabile, da inserire in un mercato del lavoro in grado di rispondere ai mutamenti economici.
Come sosteneva Massimo D’Antona, occorre pensare al lavoro non nell’ottica dei diritti soggettivi, ma avendo quale faro politiche economiche in grado di garantire una tutela che assicuri, a chi cerca o tenta di conservare il lavoro, uguali punti di partenza, non di arrivo.
Questa è meritocrazia.
Questa è uguaglianza sostanziale.
Questo sistema offre la vera possibilità di scelta.
Si deve scegliere perché è sintomatico dell’autodeterminazione: vagliare le offerte in quanto  l’occupazione risponde sia ad esigenze economiche sia alla realizzazione della persona sociale, dell’individuo.
Dovremmo essere lontani dall’idea di un’impresa economica e di un lavoro finalizzati al solo incremento della produzione, creando un clima di ostilità tra gruppi, un modello improntato alla preminenza dell’avere sull’essere.
Non è così.
Siamo vittime delle diseguaglianze che alimentano l’insoddisfazione e le spinte disgreganti. Siamo tenuti in scacco non dalla sana competizione, ma dalla fatica del tirare a campare, del vivere alla giornata, per occupare un angusto lembo di terra che offra non gratificazione personale-profesionale, ma risorse per ridurre, ahimè irrisoriamente, il debito col futuro, anzi il DEBITO DI FUTURO!!!
Quale futuro per un chossy qualunque?
Il futuro di un choosy-ricercatore costretto a lasciare l’Italia, perché questa Italia non finanzia la ricerca? (Forse la Fornero ritiene che questo ricercatore sia choosy-schizzinoso dinanzi ad un piatto di spaghetti, che sa poco di pasta in un falso ristorante italiano nei pressi di Harvard, tanto per dirne una?!?)
Il futuro di un choosy-centralinista che, al posto del microscopio e dei vetrini, come da laurea in biologia, ha cuffie e microfono e mi chiama per propormi un nuovo piano tariffario per rete telefonica fissa e mobile? (Forse la Fornero ritiene che sia io choosy-schizzinosa rispetto ad una vantaggiosa offerta all-inclusive senza canone e internet no-limits?!?)
Il futuro di un choosy-lavoratore dell’Irisbus di Flumeri (AV), che protesta perché la fabbrica chiude, non produce più pullman, ma i bus che circoleranno in Italia saranno comprati all’estero? (Forse la Fornero ritiene che sia choosy-schizzinoso il viaggiatore che sale sul pullman, pretendendo solo il posto accanto al finestrino?!?).
Potrei continuare, ma mi fermo.
Mi fermo anche perché so che ci sono tanti lavoratori che, realmente, attendono la manna dal cielo, non si rimboccano le mani e glissano offerte di lavoro. Ci sono mestieri in via di estinzione, quasi fossero panda. È un allarme lanciato a più riprese dalle associazioni di categoria, soprattutto nell’artigianato. Ci sono, poi, mestieri accettati solo dagli immigrati.
Tutto incontrovertibilmente vero.
Però, è altrettanto incontrovertibile che, in piena crisi, da un Ministro del lavoro mi aspetterei un’osservazione meno qualunquista del choosy quale unica etichetta per i giovani italiani considerati in blocco.
Come sottolineato in apertura, la Chiarissima Professoressa ha impiegato il termine anglosassone e non quello italiano perché, in fondo, sa benissimo che, per tanti, per troppi, non c’è scelta.
Non si può scegliere e se non si può scegliere significa che non c’è varietà. È questa un’assenza che implica mancanza di confronto, di dialogo, di crescita.
Questo è sinonimo di stallo.
In un tempo tanto lontano e tanto, tanto, tanto diverso, al suddito schizzinoso, in luogo del pane mancante, avrebbero consigliato di mangiare brioches.
Poiché quello è un tempo passato, guardando al presente, mi chiedo: ma è il cittadino-commensale ad essere schizzinoso o sono le Istituzioni-chef ad aver sbagliato gli ingredienti ed i tempi di cottura?

Giuseppina Meola