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GINA PANE – OLTRE IL TABU’ DELLA SOFFERENZA E DEL SANGUE

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GINA  PANE

 

Gina Pane è nata a Biarritz, in Francia nel 1939 ed è morta a Parigi nel 1990. Dopo una formazione alle Belle Arti di Parigi, Gina Pane , alla fine degli anni 60, diventa un’importante protagonista della body-art: mette in scena il proprio corpo in performance di cui rimangono delle fotografie come traccia simbolica delle sue azioni.La sua prima performance è Escalade nel 1971: l’artista inizia il proprio lavoro d’investigazione e sfida sul corpo infierendolo con piccoli tagli e/o frustandolo, creando nell’osservatore uno shock visivo ed emotivo di notevole intensità. Tra le sue azioni performatiche in cui il pericolo e il dolore dell’artista sono presenti e talvolta portati al limite ci sono: “Azione sentimentale”, performance del 1973 presentata alla Galleria Diaframma di Milano, “Death Control”, performance del 1974 e infine Laure performance del 1976 presentata alla Isy Branchot di Bruxelles. A partire dagli anni 1980, Gina Pane non metti più direttamente la sua propria persona fisica al centro delle sue azioni, ma esegue delle istallazioni con accostamenti di differenti materiali mettendo sempre in evidenza la sua idea di sofferenza umana.

 

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Gina Pane nelle sue performance, adopera il suo corpo per ferirlo,trafiggerlo, oltrepassarlo: sul palmo candido della mano o sul lobo morbido dell’orecchio o sulle dita del piede, un deciso colpo di lametta sferrato con tensione, provoca una ferita, un solco di sangue. La ferita e il suo sangue, vengono vissuti come elementi accusatori e infine liberatori, lo sfidare il corpo penetrandolo grazie a tagli e ferite esprime il desiderio insano di attraversarlo nella sua totalità, ma anche di approfondire il rapporto con esso, insieme a quello di violare i tabù legati al sangue e alla violenza fisica. L’esterno da cui salvarsi, i ricordi da cui liberarsi attraverso il trauma emozionale di una lama che affonda nella carne, il disgusto come dimensione inoffensiva appartenente alla normalità, viene riattivato dalla Pane e liberato nello shock emotivo delle sue performance: il suo lavoro è una sorta di navigazione nell’inconscio collettivo. 

 

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“…I miei lavori erano basati su un certo tipo di pericolo. Arrivai spesso ai limiti estremi, ma sempre davanti ad un pubblico. Mostravo il pericolo,i miei limiti, ma non davo risposte. Il risultato non era vero e proprio pericolo, ma solo la struttura che avevo creato. Questa struttura dava all’osservatore un certo tipo di shock. Non si sentiva più sicuro. Era sbilanciato e questo gli creava un certo vuoto dentro. E doveva rimanere in quel vuoto. Non gli davo nulla….”.

 

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Grazie alla sua sensibilità, le sue azioni hanno un forte aspetto emotivo più che cruento: sono atti calibrati in cui il sangue esce misuratamente, sono gocce, non pozze come nel caso di altri artisti suoi contemporanei. Nelle sue azioni colpisce l’incredibile calma e compostezza contrapposta agli abiti macchiati di sangue, al dolore come strategia di perdita di identità, come rivolta corporale, come insulto alla quiete sonnolenta in cui si vuole relegare la vita umana. Gina Pane si espone in prima persona in un rituale che traccia una speciale archeologia dell’esistenza, della propria vita, dei ricordi, delle esperienze, dei sentimenti, che ritualizza in una serie di gesti che aprono una ferita, tanto fisica quanto mentale. Con l’artista il privato diviene pubblico in una dimensione poetica prima ancora che politica, definisce una propria autonomia in cui la ferita consente un linguaggio , una comunicazione, un dialogo, che irrompe sulle relazioni mancate tra esseri dalle esistenze separate da convenzioni, scelte, referenze. “…Nel mio lavoro il dolore era quasi il messaggio stesso. Mi tagliavo, mi frustavo e il mio corpo non ce la faceva più….La sofferenza fisica non è solo un problema personale ma è un problema di linguaggio….Il corpo diventa l’idea stessa mentre prima era solo un trasmettitore di idee. C’è tutto un ampio territorio da investigare. Da qui si può entrare in altri spazi, ad esempio dall’arte alla vita, il corpo non è più rappresentazione ma trasformazione…“.

 Nasce l’idea di un corpo che diviene un nuovo territorio di discorso, una nuova indicazione di fuoriuscita dai vicoli ciechi di una realtà che ci ha trasformati in utenti, elettori, pazienti, clienti…nell’esplosione dell’identità e di tutte le sue gabbie di riconoscimento.

 

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Opere: “Feu” – Gina Pane trasporta il suo corpo, quasi anestetizzato, su una serie di fuochi provocati con liquidi infiammabili accesi su uno strato di sabbia .Più volte tenta di spegnere le fiamme con le mani , con le piante dei piedi nudi.

“Le Lait Chaud” – Gina Pane si solca il viso con una lametta

“Azione Sentimentale” – Gina Pane , dopo aver infilato nel braccio sinistro le spine di una rosa, pratica un’incisione sul palmo della mano che simula la forma della rosa.

“Transfert” – Il corpo di Gina Pane è straziato da vetri scheggiati

“Psichè” – Il corpo di Gina Pane è sfigurato

“Death Control” – Il viso di Gina pane è attraversato dai vermi che tentano di smascherare il rimosso

“Laure” – Gina Pane si infila nell’avambraccio sinistro degli aghi da cucito con fili di diverso colore mentre nello stesso tempo una collaboratrice posta nel pubblico batte un testo di Laure

 

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Bibliografia:

– Vergine Lea, (1986), Gina Pane, Catalogo Della Mostra, Mazzotta, Milano.

– Macrì Teresa, (1996), Il Corpo Postorganico, Costa & Nolan, Genova.

– Baudson Michel, Debò Valerio, (1998), Gina Pane. Opere(1968-1990) Catalogo della Mostra (Reggio Emilia Chiostro di San Domenico), Charta

– Collectif, (2002), Gina Pane, RMN

– Blessing Jennifer, Tronche Anne, Linde Gaillard Inge, (2002), Gina Pane University of Southampton

 

Webliografia:

http://www.artcomnews.com/artistes/anne_tronche/

http://www.noemalab.org/sections/specials/tetcm/2002-03/gina_pane/gina_pane.html

http://www.the-artists.org/ArtistView.cfm?id=EF2BF0C1-8C0D-49FB-97894F23DDCC338A

 

 

IL CORPO COME LINGUAGGIO: PERFORMANCE E BODY ART

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JANINE ANTONI

Janine Antoni è un’ artista newyorkese che usa il corpo in tutte le sue manifestazioni per creare originali performances (come dipigere con i capelli o cesellare le sue sculture con i denti) ed è pertanto considerata una rappresentante della così detta “body art”. In Italia si è fatta conoscere per aver presentato ad una precedente Biennale di Venezia una serie di busti di calchi della sua testa (12 di cioccolato e 12 di grasso) a dimostrazione del rapporto forte che esiste tra il mangiare ed il vomitare, tra il cioccolato ed il grasso. Nei lavori presentati in questa mostra vuole dimostrare che l’equilibrio non è uno stato ottimale ma piuttosto un fugace momento che sperimentiamo dal nostro generale stato di disequilibrio.

 

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In America la figura del performer è quasi scomparsa, restano i risultati di azioni comportamentali che ne ritracciano l’identità. Rappresentante di questa corrente  è Janine Antoni interprete del disagio contemporaneo in cui viene avvolta l’identità femminile all’interno del sistema socioculturale. Nel suo lavoro ONAW, presentava due cubi di seicento libbre ciascuno uno di cioccolato e l’altro di lardo. Antoni nelle settimane precedenti alla mostra aveva masticato il cioccolato plasmando un cubo e riciclando la sostanza rimasta,con la quale aveva modellato delle scatole di cioccolato a forma di cuore. Lo stesso procedimento per il lardo: aveva dato forma ad un cubo gemello e aveva riutilizzato la materia in eccesso trasformandola in astucci di rossetto. In questa scissione c’é tutta la schizzofrenia del quotidiano su cui indaga Antoni. I due materiali sono oggetto di nevrosi:il cioccolato come oggetto di attrazione e il lardo come oggetto di repulsione. Janine Antoni è nota anche in Italia per aver realizzato per La Biennale di Venezia una serie di busti di calchi della sua testa (12 di cioccolato e 12 di grasso) a cui ha poi leccato via naso, occhi e bocca. Per Antoni il rapporto tra cibo e corpo è strettissimo. Lei cesella le sue sculture con i denti mangiando il cioccolato a dimostrazione del rapporto forte che esiste tra il mangiare ed il vomitare, tra il cioccolato ed il grasso.

 

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In  “Saddle”  Janine si copre con una pelle di mucca e cammina a quattro zampe.


 

Altro lavoro di Antoni è EUREKA, in cui immerge totalmente il suo corpo in una vasca da bagno piena di lardo fino a coprirlo,in una seconda fase lascia la sua impronta nella vasca recuperando il lardo in eccesso con il quale realizza un cubo di sapone,mescolando il grasso si lava. In un’altra opera LOVING CARE l’artista aziona il corpo e lo rende macchina, cioè dipinge interamente il suolo e le pareti della galleria in cui espone con i suoi capelli dipinti di vernice. La performance offre un corpo in ossessione, che sconfina nella trance estetica, oltre lo spazio possibile. Un’azione particolarmente bella in cui lei imbeveva i suoi capelli di tintura in secchio e dipingeva strisciando sul pavimento. Da notare la duplicità della doppia azione: lo stare inginocchiata a lavare il pavimento per terra (azione comunemente associata alla donne occidentali) e il dipingere strisciando e muovendo i propri capelli e la propria testa.

 

In SLUMBER 4 performance del l993 Janine dorme all’interno della galleria, dove è collegata ad una macchina del sonno che registra i suoi sogni e li memorizza in segnali grafici. Al suo risveglio utilizza lo schema grafico trascritto dalla macchina Rem per tessere il suo disegno su un telaio. I suoi lavori gravitano tutti intorno alle forme inconsce, alla dimensione del femminile, all’aspetto fantasmatico del processo creativo, alla spiazzamento del tradizionale.

 

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“I think the startling thing for me was that I made a ghost of myself. When I’m with the piece I feel the absence, both of my body and the cow. It wasn’t necessarily something I intended for the piece, to be so ghostlike. It’s transparent…there’s nothing underneath, although the shape so articulates the figure. It’s a kind of push-pull that you feel, of such a presence of the figure. For me, the shocking thing was to realize that I’ve made a piece about the death of the cow, my own death.”

Janine Antoni