Mafia, assolto Romano L’ex ministro piange in aula

NON C’È solo l’ennesimo passo falso per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, nell’assoluzione decisa ieri a Palermo dell’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano (area Pdl), sia pure con la formula che «reinterpreta» la vecchia insufficienza di prove. La sentenza del gup Fernando Sestito, a conclusione del rito abbreviato, rappresenta il coronamento di un rompicapo giudiziario durato 9 anni: la Procura, infatti, aveva archiviato la prima inchiesta sull’ex dc nel 2005 e riaperto le indagini nel 2009, salvo poi richiederne l’archiviazione e vedersi imporre l’imputazione coatta di Romano per iniziativa del gip Castiglia, da cui è nato l’ultimo processo.

Una vicenda vissuta dal fondatore dei Popolari di Italia Domani (Pid) in parallelo con le disavventure dell’ex presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, già assolto dall’accusa di concorso esterno perché per gli stessi fatti sconta una condanna definitiva a 7 anni di reclusione.

Ma, una volta arrivata in aula, la Procura, con il pm Di Matteo, superando le precedenti incertezze ha chiesto per Romano la condanna a 8 anni, per aver stretto «un patto politico-elettorale mafioso». Scoppiato in lacrime durante la replica della pubblica accusa, ieri l’ex ministro ha reso dichiarazioni spontanee: «Signor giudice, non ho mai tradito la legge, ho una toga che è pulita e spero di poterla consegnare a mio figlio al più presto. Signor giudice, io amo questo Paese». Non ha assistito alla lettura della sentenza. «Finalmente è finita», questo il suo commento da casa. «Inutile nascondere la mia soddisfazione: sono stato assolto perché il fatto non sussiste. In me vi è però l’amarezza per i tempi lunghi della giustizia, incompatibili con un Paese civile».

DAL CENTRODESTRA un coro di felicitazioni. Per il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, «finalmente è stata riconosciuta la sua estraneità ai fatti, dopo che per mesi ha pesato sulla sua testa come una spada di Damocle un’accusa pesantissima ovviamente strumentalizzata dall’opposizione». Il Procuratore di Palermo, Francesco Messineo, invita a meditare sulla formula adottata. «Rispettiamo qualsiasi sentenza. Questa viene classificata come assoluzione, ma con l’articolo 530, secondo comma, del codice di procedura penale, avviene per mancanza di prove, per prove insufficienti o contraddittorie».

Bruno Ruggiero

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