Stato-mafia, l’inevitabile passo del Colle

ROMA – E’ stata una decisione sofferta, ma inevitabile. Napolitano ha cercato attraverso vari passaggi istituzionali ad arrivare ad un chiarimento. Tutto è stato inutile. Con un punto crucialeabbastanza incomprensibile, almeno per il Colle: perché di fronte all’accertata irrilevanza di quelle registrazioni telefoniche tra il capo dello Stato e Mancino, non si è proceduto alla loro distruzione? Ora di fronte al rischio che un suo eventuale silenzio potesse comportare una «deminutio» delle prerogative presidenziali sancite dalla Costituzione, Giorgio Napolitano ha dovuto far prevalere i suoi doveri di capo dello Stato rispetto a quelli altrettanto onerosi di capo del Csm e avviare la procedura del conflitto di attribuzione davanti alla Consulta.

Beninteso: nessun intento polemico o desiderio di soffocare le inchieste sulla presunta trattativa Stato-mafia nell’iniziativa del capo dello Stato anche perché – come si è detto – l’inesistenza di interessi personali è già attestata dalla conclamata irrilevanza delle intercettazioni ai fini giudiziari. Quel che invece ha indotto Napolitano ad agire è la preoccupazione che si potesse creare un pericoloso precedente su un terreno sovente melmoso come quello delle intercettazioni telefoniche. Di qui un’esigenza di chiarezza non tanto per sé quanto per l’istituto presidenziale che – non a caso – induce Napolitano a ricordare la lezione di Luigi Einaudi e riporta in qualche modo alla memoria il più immediato precedente in materia di conflitto di attribuzione: quello del 2005 tra il precedente capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, e l’allora Guardasigilli Roberto Castelli sulla grazia presidenziale nella scia del caso Sofri.

Ora il tema è più delicato. Per il Colle quell’intercettazione telefonica andava e va distrutta e il fatto che essa sia «indiretta» non cambia la sostanza delle cose. Napolitano ha riflettuto bene prima di sollevare lo scontro tra poteri. Si è consultato con numerosi costituzionalisti. Egli non poteva tacere anche perché in più circostanze – ad esempio all’Aquila il 21 giugno scorso – aveva espresso tutta la sua indignazione per «la campagna di insinuazioni e di sospetti contro il Quirinale» alimentata dalle intercettazioni delle telefonate tra il suo consigliere D’Ambrosio e Mancino; una campagna – aveva sottolineato – fondata sul nulla, su interpretazioni arbitrarie e «talvolta con versioni manipolate».

Aveva fatto divulgare il testo di una lettera riservata del segretario generale del Colle, Marra, al pg della Cassazione in cui riferiva delle lamentele di Mancino perché non c’era il necessario coordinamento nelle indagini siciliane. Sperava che il polverone si dissipasse. Ma nulla è servito e quando ha compreso che quelle intecettazioni – ancorché irrilevanti – potevano aprire un vulnus nei poteri presidenziali, si è consultato con il suo staff giuridico e ha deciso di passare all’offensiva. D’altra parte, il pensiero di Napolitano sulle intercettazioni non da oggi è molto chiaro e preciso. Nell’incontro con i giornalisti all’Aquila aveva ribadito l’urgenza di una legge per regolamentare la delicata materia da deliberare in Parlamento «sulla base di un’intesa la più larga possibile».

Quanto ai suoi contenuti Napolitano si è limitato a indicare l’esigenza di rispettare e di conciliare tre valori fondamentali: il diritto alla sicurezza dei cittadini che comporta anche l’uso delle intercettazioni telefoniche da parte della magistratura, il rispetto della privacy e la libertà di stampa.

 

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