GIORGIO VASARI – 500 anni di storia dell’Arte

Ricordo che da ragazzo – studente all’accademia di belle arti in Napoli – vedevo, quando qualcuno voleva dare maggiore spessore a ciò che stava dicendo, mettere subito gli incisivi sul labbro inferiore e dire: “Vasari”, mordendosi leggermente nel dirlo. Quell’impercettibile morso scandiva un suono e un nome che erano indispensabili per sussistere nella consapevolezza dell’arte e della sua storia. In breve, anch’io mi mordevo tutti i giorni e, man mano che il tempo mi dava lo spazio per leggerlo, e per conoscerne le opere, Vasari diventò Giorgio Vasari. E diventò – da prima pittore e architetto – cortigiano, imprenditore, “spettegolatore” e storico enciclopedico dell’arte. Forse il primo storico, in quanto gli esiti non soddisfacenti delle biografie di artisti negli Uomini illustri di Paolo Giovio lo avevano spinto a farsi tale con Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri, pubblicato nel 1550 e riedito con aggiunte nel 1568. L’opera, preceduta da un’introduzione di natura tecnica e storico-critica sulle tre arti maggiori (architettura, scultura e pittura) è una vera e propria pietra miliare della storiografia artistica, punto di partenza tutt’oggi imprescindibile per lo studio della vita e delle opere dei più di 160 artisti descritti.

La prima edizione, pubblicata a Firenze dall’editore ducale Lorenzo Torrentino nel 1550 e dedicata al granduca Cosimo I de’ Medici, includeva un prezioso trattato sui metodi tecnici impiegati nelle varie arti. Fu in parte riscritto e arricchito nel 1568, con l’aggiunta di xilografie di ritratti degli artisti, taluni ipotetici. La prima edizione si presentava più corposa e più artistica della seconda edizione giuntina. Quest’ultima, con l’aggiunta di integrazioni e di correzioni, risulta più piatta, ma è anche quella che ha riscosso più successo e diffusione, con le sue 18 edizioni italiane ed 8 traduzioni straniere, a fronte di una sola edizione dell’opera originaria.

Un proemio introduce ognuna delle tre parti. Descrive vite ed opere degli artisti da Cimabue in poi, sostenendo che solo gli artisti fiorentini hanno fatto rinascere l’arte dal buio del Medioevo, talvolta esponendo idee per partito preso. Si può comunque dire che Vasari con quest’opera è stato l’iniziatore della critica artistica e molti artisti toscani devono la loro celebrità internazionale all’opera di valorizzazione e divulgazione da lui iniziata, molto prima che si cominciassero a studiare altre scuole, seppur altrettanto importanti (come la scuola romana del Duecento, la pittura dell’Italia settentrionale del Quattro e Cinquecento), ma tutt’oggi sconosciute al pubblico non specializzato.

Come primo storico dell’arte italiana iniziò il genere, tuttora in voga, dell’enciclopedia di biografie artistiche. Vasari coniò il termine “Rinascita“, sebbene una consapevolezza del fenomeno artistico che stava avvenendo era già nell’aria sin dai tempi di Leon Battista Alberti.

Giorgio Vasari nacque ad Arezzo il 30 luglio 1511 e oggi ne celebriamo i 500 anni nella storia. Cinquecento anni che sono trascorsi – nell’arte, ma anche nella critica e nella storiografia – con variazioni multitimbriche e filosofiche, maggiormente determinate dalla nascita della fotografia e dall’art pour l’art. È necessario comprendere da subito che, quando Vasari stesso applicava i rudimenti della prospettiva euclidea ai suoi affannosi e iperaffollati dipinti, tutto ciò che di realistico vestiva la pittura del tempo contribuiva a farne una sorta di miracolo per gli occhi della gente semplice, che si stupiva e si riempiva gli occhi d’immenso. Con quella sacrosanta cautela che si deve applicare alle informazioni storiche, diremo anche che pare che Leon Battista Alberti – coi suoi bozzetti fiorentini dal vero – fu uno dei primi a mostrare e divulgare lo strumento prospettico, determinando quel salto qualitativo indiscutibile. Eppure esso, nelle opere degli architetti urbanisti, nei secoli a seguire, si è reso responsabile – ispirandoli a partire dai pittori e dai dipinti – di quella disumanizzazione degli spazi abitabili che, fino al termine dell’evo medio, non appestava di geometrie gli abitati. Basta visitare un centro storico antico che non abbia subìto sovrapposizioni (non ce ne sono, se non altro a causa della viabilità) per rendersi conto che gli aggregati urbani pre-prospettici-architettonici erano certo più divertenti della fredda prospettiva geometrica. Il mondo era da scoprire; era un piccolo mondo dotato di fantasia e di cunicoli, o di passaggi segreti per gli amanti o i mariuoli, anfratti e aie insospettabili, crescita caotica e demenziale, libertà insomma: la libertà che viene dall’assenza della scienza. Lo stesso concetto di Rinascimento, che qualcuno vorrebbe attribuire falsamente proprio al Vasari – e che molti storici rigettano del tutto ridimensionandone l’ufficializzazione in Europa – è un concetto non privo d’insidie, ma neanche di glorie: punti di vista. Mi lascio prendere dalla tentazione di parlarne in profondità, ma il discorso – che feci a suo tempo con Bruno Zevi – è vertiginoso nella sua indispensabile vastità d’interpretazione. Fatto è che il Vasari s’ispirava a Michelangelo, e che quest’idea rinascimentale gli faceva produrre corpi titanici per essere a tutti i costi un manierista. Rosso Fiorentino gli contaminò l’amore per i colori teatrali e profondi. Come pittore la sua formazione iniziò ad Arezzo nella bottega di Guglielmo di Marcillat, pittore di vetrate francese di buon talento, in seguito, grazie al cardinale Silvio Passerini, forse intorno al 1524, si trasferì giovanissimo a Firenze, dove ebbe modo di frequentare Michelangelo e in seguito Andrea del Sarto e Baccio Bandinelli, che gli fornirono strumenti essenziali, quali la perizia disegnativa e la capacità di composizione prospettica. Le esperienze si arricchirono per il giovane artista, frequentando il Rosso Fiorentino ad Arezzo e a Firenze con Francesco Salviati, con il quale creò un sodalizio artistico e col quale fu a Roma nel 1531-1536 per studiare le antichità e le opere di Raffaello e Michelangelo. L’incontro con il Rosso fu fecondo di nuove esperienze pittoriche soprattutto nel colorismo drammatico e nella capacità di composizione che si rivelano nel Cristo portato al Sepolcro del 1532, oggi nella Collezione di Casa Vasari, che dipende dalla Deposizione del Rosso (1528) a S. Sepolcro. Così ebbe importanza la capacità disegnativa nel fare le figure del Bandinelli e del Salviati. Seppure di qualche capacità inventiva e di grande erudizione, la sua pittura non è particolarmente originale o di eccelsa qualità: denota prestezza nel fare (gli venne rimproverata anche da Michelangelo negli affreschi della Sala dei Cento Giorni alla Cancelleria, terminata nel 46), tendenza alla ripetizione di figure, gesti, posizioni, carattere scenografico nelle architetture, complicazione di significati, tendenza più alla narrazione che all’espressione, ma senza particolare pathos o inventiva. Può essere considerato fra i maggiori manieristi tosco-romani e in questo ebbe particolare influenza a Venezia, dove si recò nel 1541 per realizzare l’allestimento teatrale della Talanta di Pietro Aretino. In questa attività di scenografo e architetto teatrale operò intensamente a Firenze dal 1536 al 1565; un’esperienza particolarmente importante che ha tracce nella sua pittura (ad esempio a Roma nella Sala dei Cento Giorni del 1542-46 e nella Sala Regia in Vaticano nel 1572), ma anche in quella dei suoi collaboratori, come Livio Agresti.

Fra le sue opere di maggior pregio su tavola va considerata la Cena di S. Gregorio del 1540 nella Pinacoteca Nazionale di Bologna per il Refettorio di S. Michele in Bosco della città. Caratteristica del suo essere artista è il fare cortigiano e imprenditoriale che lo portò ad avere grandi commissioni a Firenze, Roma, Napoli, Bologna, Venezia. Fra i suoi collaboratori, molto attivo e di un qualche talento fu Cristofano Gherardi.

Al pari di non pochi artisti della sua epoca, anche Vasari si occupò attivamente di spettacolo, un’attività molto gradita dal pubblico e piuttosto redditizia, che faceva parte delle comuni commissioni di bottega e che Vasari apprese in quelle di Guglielmo di Marcillat ad Arezzo e di Andrea del Sarto a Firenze. Il suo esordio nel campo dell’effimero è precocissimo: a soli 19 anni, a Bologna, nel 1530, in occasione dell’incoronazione di Carlo V, partecipa alla decorazione di un grande arco trionfale progettato da Amico Aspertini.

Nel 1536, a Firenze, protetto da Ottaviano de’ Medici e ben voluto dal duca, dirige vari apparati urbani in occasione del matrimonio fra Alessandro de’ Medici e la figlia di Carlo V. Nel 1541 è chiamato a Venezia dal suo compatriota Pietro Aretino per l’allestimento dell’apparato della Talanta, la commedia scritta dallo scrittore per la Compagnia della Calza dei Sempiterni, che la recitarono in un salone della Ca’ Gonnella in Cannaregio nel carnevale del 1542. La scenografia allegorica totale, espressa nel linguaggio figurativo manierista tosco-romano, se non ebbe particolari effetti sul tradizionale allestimento festivo veneziano pur suscitando grande ammirazione, fornì suggestioni figurative ai giovani Tintoretto, Paolo Veronese e Paris Bordone.

Ma è solo nel 1565 quando a Firenze, seguendo le indicazioni dell’intellettuale mediceo Raffaello Borghini, che Vasari diventa il regista di una serie di grandi eventi spettacolari in occasione dei festeggiamenti per il matrimonio fra Francesco I de’ Medici e Giovanna d’Austria. In questa occasione, riprendendo l’esperienza veneziana, suggestioni vitruviane e scenografico-prospettiche oramai mature, realizza un grande allestimento nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, costituendo il primo prototipo di teatro da sala che verrà poi perfezionato nel Teatro Mediceo degli Uffizi, dal suo allievo Bernardo Buontalenti, al quale lascerà in eredità il suo immenso sapere di grande artista dello spettacolo.

La sua formazione artistica fu comunque composita, basata sul primo manierismo, su Michelangelo, su Raffaello e sulla cultura veneta. Come architetto fu la figura chiave delle iniziative promosse da Cosimo I de’ Medici, contribuendo, grazie anche alla protezione di Sforza Almeni, a grandi cantieri a Firenze e in Toscana, tra cui spiccano la costruzione degli Uffizi, la ristrutturazione di Palazzo Vecchio e molto altro.

In quanto primo storico dell’arte italiano, Vasari iniziò il genere enciclopedico delle biografie artistiche, genere che si protrae ancor oggi. Fu lui – secondo alcuni – a coniare termini come Rinascimento, sebbene già dai tempi di Leon Battista Alberti fosse presente la consapevolezza di questa rinascita artistica, Gotico o “Maniera moderna”. Il lavoro del Vasari fu pubblicato per la prima volta nel 1550 da Lorenzo Torrentino a Firenze e dedicato al Granduca Cosimo I de’ Medici, comprendendo una valida trattazione dei metodi tecnici utilizzati nelle varie arti. Fu parzialmente riscritto e largamente ampliato nel 1568, corredandolo anche dei ritratti (talora ricreati a partire da molteplici fonti, non sempre attendibili) degli artisti esaminati.

L’opera è fortemente di parte a favore degli artisti fiorentini e tende ad attribuire loro tutte le nuove scoperte dell’arte rinascimentale, ad esempio l’invenzione dell’incisione. L’arte veneziana, in particolare, fu completamente ignorata nella prima edizione e solo dopo un viaggio a Venezia il Vasari le dedicò più attenzione (includendo infine tra gli artisti anche Tiziano), senza tuttavia tenere un punto di vista obiettivo.

Come molti degli storici del suo tempo, Vasari peccò talvolta di un eccesso di zelo, incorporando nelle biografie racconti relativi a scandali e pettegolezzi, e di creduloneria, dando per buone fonti orali a distanza di secoli dai fatti, non verificate né verificabili, che diedero origine ad alcuno macro-errori (come l’inverosimile assassinio di Domenico Veneziano da parte di Andrea del Castagno), che screditarono in parte l’opera vasariana agli occhi della critica moderna. La maggior parte degli aneddoti, pur essendo descritta come realmente accaduta, è più probabilmente frutto di fantasia o di creduloneria. Alcuni sono generiche storie, come il racconto del giovane Giotto che dipinse una mosca su un quadro di Cimabue e che il vecchio maestro cercò più volte, invano, di scacciare; storiella che riecheggia gli aneddoti raccontati sul pittore greco Apelle. Con poche eccezioni, tuttavia, il giudizio estetico del Vasari è molto accurato e acuto.

Le biografie scritte dal Vasari sono generalmente attendibili per i pittori della sua generazione e di quelle immediatamente precedenti, meno per artisti a lui più distanti nel tempo. I critici moderni – grazie a nuove informazioni e ricerche – hanno corretto molte delle sue attribuzioni e date. L’opera rimane comunque un classico anche oggi, sebbene debba essere integrato da ricerche critiche contemporanee.

Il Vasari incluse un’autobiografia di 42 pagine alla fine delle Vite e aggiunse ulteriori dettagli su di sé e sulla sua famiglia ne Le Vite di Lazzaro Vasari e di Francesco Salviati. Le Vite del Vasari hanno avuto una triplice influenza: in primo luogo come esempio per i biografi e gli storici dell’arte contemporanei e successivi, poi per la sua visione del Rinascimento e del ruolo svolto da Firenze e Roma in questo processo, infine come fonte primaria da cui attingere informazioni sulle vite e sulle opere dei primi artisti italiani.

Le Vite sono state tradotte in molte lingue, tra cui inglese, francese, tedesco e olandese.

Le Vite diedero il via a un’ondata di biografie di artisti. Inoltre, la maggior parte dei biografi del XVII secolo furono spesso soprannominati “il Vasari” della loro nazione. Karel van Mander nei Paesi Bassi fu probabilmente il primo autore vasariano, col suo Het Schilderboeck (Il libro dei pittori) del 1604, il primo elenco completo di biografie dei pittori dei Paesi Bassi. Joachim von Sandrart (1606-1688), autore di Deutsche Akademie, fu soprannominato il “Vasari tedesco”. In Inghilterra il Painting Illustrated (Dipinti illustrati) di William Aglionby del 1685 fu basato in gran parte sul lavoro del Vasari.

Le Vite sono inoltre un’importante base per la discussione dello sviluppo della corrente artistica rinascimentale. Il libro, infatti, ha a lungo influenzato la visione degli storici dell’arte riguardo al primo Rinascimento, ponendo troppa enfasi sui risultati fiorentini e romani, sottostimando quelli del resto d’Italia e d’Europa. Infine, il testo è stato per secoli la principale fonte di informazioni per quanto riguarda i pittori del primo Rinascimento, in particolare toscani e per l’attribuzione dei loro dipinti; rimanendo ancora oggi, nonostante le sue ovvie parzialità e mancanze, di basilare importanza per la compilazione della biografia di artisti.

Avremmo bisogno anche oggi di un Vasari che enciclopedicamente – con tutti i suoi limiti dettati da gusti personale e personali convinzioni e credenze – si facesse carico di esplorare il panorama dell’arte contemporanea per lasciare ai posteri molti nomi meritevoli. Ma ormai ci pensano gli artisti stessi a infilarsi in qualche enciclopedia: i Vasari non esistono e non esisteranno più. In un certo senso, dispiace. Quindi: Buon mezzo millennio Giorgio Vasari! Continueremo felicemente a morderci il labbro quando ti ricorderemo all’infinito.

Salvatore Maresca Serra, Roma 31 Luglio 2011

(Le fonti di informazione sono troppe per elencarle qui).

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