L’ITALIA DELLA FINZIONE Salvatore Maresca Serra

L’ITALIA DELLA FINZIONE

Nei secoli passati, lo spettacolo della morte era dovunque.

La morte era anche lo spettacolo offerto al popolo per divertirlo e spaventarlo e convertirlo, nelle piazze, nelle arene, sulle ziggurat, sui patiboli, nelle auto da fè, per le strade. Il nostro Dio cattolico è ancora appeso ad una croce, morto, con le mani e i piedi inchiodati, e questa croce è appesa ai muri delle case, delle scuole, è nelle chiese, nei dipinti, nei musei, sul petto della gente appeso al collo, ai capoletti di molte camere da letto degli italiani medi. Quegli stessi italiani medi che guardano la morte in televisione oggi. Una morte che di sacrificale possiede alcuni tratti distorti dalla storia che cambia le cose e gli uomini, e la stessa morte. E che, dall’arte, ha imparato a fingerla. A distanziarla virtualizzandola nelle sue rappresentazioni molteplici. Rappresentazioni che hanno per tema la morte ma non sono la morte: sono opere d’arte, sono racconti, sono film, sono fiction, etcetera. La morte ne è la protagonista, ma nelle strade e nelle piazze non c’è più come un tempo, è scomparsa la morte vera, quella che puzza, quella che nausea, quella che colpisce direttamente i sensi, senza alcuna mediazione concettuale, senza mimèsi artistica, poetica, letteraria.

Quella morte è stata fatta scomparire progressivamente nell’occidente fino a farla diventare un tabù.

Perchè? Perchè contrasta col dopaggio dei consumi, per esempio. Stride con la patinata dei giornali di gossip. Turba i sogni dei bambini, incrementa le paure degli anziani, depriva la società capitalistica del suo presunto potere di sconfiggerla in qualche modo o in qualche altro, corrompe il corpo glorioso della moda e l’avvenenza dei tronisti della De Filippi, rischia d’insinuarsi nella pianificazione del potere creando squilibri problematici, semina la meditatio come un tempo inducendo l’italiano medio a riflessioni insane, o che potrebbero diventralo laddove apparisse in carne ed ossa troppo spesso, alla portata dell’occhio di tutti, nuda veritas, troppo nuda.

Abbiamo un corpo nudo ma vivo e gaudente, e una morte paludata-occultata dalla finzione di essa.

La finzione della morte: è questo il tema della società italiana, che dimostra di non saper rinunciare allo share che totalizza quando se ne parla, in modo omicidiario, come nel caso Scazzi-Misseri, che viene frammentato in mille pezzi e poi ricostruito anche nella fiction, come un paravento di interesse giornalistico, antropologico, sessuologico, psichiatrico, sociologico, ad una morte che resta confusa sullo sfondo. Una morte come tante: quella di una ragazzina di quindici anni che – per gradi – da innocente vittima deve diventare piccola ricattatrice e sputtanatrice di una famiglia “sana” in una microsocietà bacchettona-cattolica: una classica piccola società provinciale dell’Italia del sud. Lo zio le ha palpato le natiche, per questo la ragazzina deve morire, perchè – al dire dell’assassino reo confesso – di questo gesto ha deciso di farsene un’arma di ricatto e di accusa.

Ma non è questo il punto, il punto è che tutto ciò deve diventare al più presto una storia finta: quella vera è troppo scomoda. Quella vera è fatta di orrore e di violenza, di complotto e di impietà, di meschina conservazione e di empietà. Nella storia vera, la piccola donna è morta. Nella storia finta dai media, cioè “ricostruita” fino alla fiction, la piccola donna è morta non una volta, ma mille, duemila, tremila. Muore ogni giorno cento volte ancora. Quindi perde ogni senso il suo morire, il suo essere stata uccisa, diventa altro da sé, proprio come le parole ripetute velocemente all’infinito (un esercizio che si fa all’accademia di teatro) che non significano più niente perchè il loro suono è solo una convenzione umana, e non la loro propria sostanza. E questo analfabetismo della morte si diffonde ogni santo giorno con trasmissioni televisive, dove tutti hanno il diritto di parlarne, come se la morte e la violenza fossero un bene-male comune, e dove tutti ne avessero il grado di conoscenza profondo che se ne richiede in un’arena con milioni di spettatori domenicali, tra il pranzo a base di ragù e salsicce, i parenti ospiti, i bambini che giocano e sgaiattolano tra un piatto e l’altro, lo zapping su Quelli del calcio, e lo stratificarsi di un interesse verso la morte omicidiaria che di non morboso ha solo ciò che gli è rimasto meccanicamente: il sentimento di lutto perpetuato che gli sceneggiatori televisivi tengono vivo ogni giorno per fare audience. La stessa ragione oscura per cui ci si trattiene dopo un funerale e si prova quello strano imbarazzo a congedarsi da tutti gli altri presenti. Stiamo vegliando un corpo che pur essendo morto lo si fa agonizzare meccanicamente come fosse in uno strano coma reiterativo, ad libitum. Una violenza tipica della finzione, che non si esaurisce mai avendo tutti i mezzi per non farlo. E’ l’Italia della finzione.

E’ la stessa Italia dell’accanimento popolare-mediatico.

E’ quella Italia che deve riempire il suo vuoto attraverso vuoti più grandi.

E’ quella Italia che si reca in pellegrinaggio verso i luoghi designati dalla tivvù: icone del vuoto e dell’orrore, perchè l’orrore della morte è stato nascosto e asportato dalle strade e dalle piazze dove un tempo giacevano per giorni e settimane i veri cadaveri, e ora la gente reclama un po’ di sano orrore, anche solo una foto del luogo, del cancello, del garage, della strada della morte.

Un rischio calcolato: non è come imbattersi in un cadavere per caso in una notte sfortunata, no.

Tutto questo è molto diverso, emblematicamente italiano.

La finzione autorizza di tutto ormai.

Esperti della morte e della psiche, docenti e consulenti del linguaggio del corpo televisivo, detectives della domenica, Holmes della porta affianco, protettori della morale comune e del senso del pudore, controllori dell’informazione, avvocati e medici della mutua, carabinieri eloquenti e procuratori scherzosi coi giornalisti che dicono: “Certo, fa piacere ma non prendeteci gusto” tra un sorriso e un ammiccamento.

Il problema non c’è. Non c’è più. Non c’è mai stato. Per gradi di amoralità.

E’ l’Italia che muore e uccide per finta: di vero, sotto la fiction, non c’è niente

Salvatore Maresca Serra – 25 ottobre 2010

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