LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA II°

la-schiavitu-della-donna1Mi sembra evidente che l’atteggiamento adottato naturalmente verso le varie citazioni (per quanto telegrafiche e del tutto embrionali) dei rapporti storici tra le religioni, i miti arcaici, le gerarchie patriarcali e le donne, venga recepito con distacco e – per così dire – disturbato dal sospetto di anacronismo, oppure di non sufficiente laicità, o ancora come un elemento che poco, molto poco abbia a che fare nel concreto con una discussione che – forse per alcuni/e – andrebbe epurata dai contesti storici, che possono risultare anche – volendo – pesanti o pedanti, quindi che “rallentino” il formarsi estemporaneo di un istinto alla risposta. Capisco. Capisco ma non condivido. 
Intanto, non v’è nulla, nulla al mondo che possa essere decontestualizzato.
A meno che non si voglia avventurarsi in quel cammino del parlare per il parlare, di cui auspico nessuno – dei presenti in questo peculiare gruppo (“peculiare” perchè non si sottrae a temi scottanti, scomodi, difficili, impegnativi, prendi me che stamattina ch’è domenica, anzichè stare a suonare il pianoforte che mi aspetta inutilmente sto qui a dedicare il miol tempo a questo gradevole e significativo scambio…) nessuno – dicevo – voglia parlare tanto per farlo.
Diciamo solo per sfogarsi, per partecipare e basta.

Sono convinto che si possa fare bene. Che si possano articolare pensieri supportati da fatti. Che, prima di fare affermazioni personali, si possa avere quell’attenzione (che fa la differenza) alle fonti (storiche, critiche, filosofiche, teologiche, sociologiche, antropologiche,etc.).

L’argomento che ho proposto – e ringrazio tutti quelli che hanno risposto e che risponderanno – è come un campo disseminato di cluster bomb: ad ogni piccolo passo c’è il rischio di una serie di esplosioni, e questo carattere di elevato indice di rischio e di lacerazione intellettuale mi piace, anzi lo prediligo. E’ così perchè viviamo in un mondo dove tutto è – apparentemente – semplice: è semplice – soprattutto – esprimersi. Esternarsi con naturalezza.

Ma tutto dipende dallo spessore che attribuiamo alle tematiche che vogliamo fare nostre, anche con poche righe.

Sembra una premessa ex-cathedra ma non lo è, e non lo è nei fatti che ora dimostrerò.

Riassumo i termini della mia provocazione intellettuale:

– Schiavitù (in generale);
– Schiavitù all’origine del moto perpetuo del progresso;
– Assenza cronica di dicotomia tra civiltà e crimine;
– Energia a costo zero nel rapporto tra potere e sopraffazioni;
– Schiavitù della donna;
– Patriarcato e religioni maschili o maschiloidi;
– Negazione e inquinamento della protoforma religiosa e civilizzatrice, o Grande Madre presente in tutte le culture anteriori alle divinità maschili, sotto diversi nomi e miti. 

Ma – per ora – restiamo nella dimensione femminile.
Nell’ultimo punto, quando dico “negazione” dico disinteresse prevalente statistico dei ricercatori; dico non sufficiente documentazione; dico non attribuzione di valore antropologico – se non in forme a cui la cultura maschile ci ha abituati: la divinità della Grande Madre è messa in realzione alla “terra”, come fosse un ulteriore meccanismo biologico al pari della vita animale, deprivata di intelligenza creativa o – per usare una definizione da mettere or ora in discussione “anima intellettiva”.

Quindi (nel secondo aspetto dell’ultimo punto dico “inquinamento”) cosa deve – necessariamente – incanalare il flusso delle domande che dobbiamo porci?

A questo punto – anche se pleonastico – dobbiamo o non dobbiamo anche dire che tutta la violenza esercitata sulle donne (una violenza tutta maschile, tutta nata nella culla delle paure profonde che i maschi hanno delle donne e delle loro qualità) è un prodotto “antico”, “primordiale”, che viene fuori quando nei miti il maschile spezza il legame con la madre, quindi con la terra generatrice, e assoggetta la natura (in sintesi estrema).

Il maschio (si badi bene e non l’uomo inteso “umanità sia maschile che femminile”) non è più figlio armonioso della terra, ma suo dominatore. 

Questo mi sembra il varco da cui far passare le nostre interrogazioni alla storia, all’antropologia.

La femmina è la madre di tutto, ma il suo potere viene detronizzato dal maschio per gradi. Nasce allora il Patriarcato che sostituirà il Matriarcato.

Ma – detto così – non vuol dir nulla (torniamo a non parlare tanto per farlo).

Per capire come è nato e si è sviluppato il patriarcato, è innanzitutto necessario conoscere le società non-patriarcali o matriarcali dalle quali ha tratto le sue origini. Il secondo punto cruciale consiste nell’evitare spiegazioni che prendano in considerazione una sola causa, cioè non cercare un’unica ragione di questa trasformazione che ha agito a livello mondiale e che è avvenuta in un lasso di tempo lunghissimo. Si potrà rispondere alla domanda: “Come è nato il patriarcato?”, solo se si prenderanno in considerazione tutti i passaggi delle molteplici cause che hanno contribuito al suo sviluppo. Durante il lungo periodo di transizione al patriarcato, in tempi diversi su continenti diversi, cause sempre nuove e diverse hanno generato molteplici cambiamenti.

I patriarcati sono società di dominio, ed è un mito che siano universali. Si tratta solamente di un caposaldo dell’ideologia patriarcale. Spiegare la nascita del patriarcato significa spiegare la nascita del dominio, e questo non è affatto un compito facile. Anzi, dato che i modelli di dominio dipendono da così tante condizioni correlate, dovettero passare lunghi periodi di tempo prima che questi sistemi di organizzazione sociale fossero inventati e perfezionati.

Prendiamo in esame alcune teorie sulla nascita del patriarcato e valutiamole: le principali sono la scoperta della paternità biologica, l’innovazione tecnologica; la pastorizia; la differenziazione sociale basata sulla divisione del lavoro e, ultima ma non meno rilevante, i difetti della personalità maschile.

1. Ci sarebbe molto da confutare nelle teorie che indicano la scoperta della paternità biologica quale causa del passaggio dal matriarcato al patriarcato. Affinché fosse riconosciuta la paternità e la genealogia patrilineare si sono dovute isolare le donne, metterle sotto chiave e obbligarle alla monogamia. Da un punto di vista storico, è successo abbastanza recentemente e solo sotto la pressione del dominio. Per affermare un sistema di riconoscimento della paternità si deve organizzare un gruppo coercitivo in grado di sopprimere e soggiogare la maggioranza delle persone. Tale processo comporta l’usurpazione della cultura preesistente e la reinterpretazione dei concetti religiosi in modo da permettere a chi governa di produrre ideologia; si tratta di complesse strategie sociali indirizzate contro le donne. Quindi, perché ci fosse il riconoscimento della paternità, si è dovuto prima affermare il dominio.

Inoltre, alcuni matriarcati concepiscono la paternità biologica, ma questa non è di alcuna rilevanza perché è eclissata dalla “paternità sociale”. Nelle società matriarcali, il fratello della madre, lo zio materno, è il “padre sociale” dei suoi e delle sue nipoti, che condividono il suo nome del clan. In aggiunta, il patriarcato non si può essere sviluppato solo perché alcuni individui sono diventati consapevoli della loro paternità biologica, dato che, affinché diventi rilevante la paternità biologica, devono aver preso piede alcune pre-condizioni sociali della paternità patriarcale, come sottrarre le donne ai loro clan materni, confinarle con un solo marito e proibire loro di avere amanti.

2. Un argomento altrettanto debole è che l’introduzione di una sola innovazione tecnica come l’aratro, che richiede la forza fisica dell’uomo, abbia condotto alla nascita del patriarcato. Le prove antropologiche mettono in evidenza che le donne nelle società matriarcali non sono affatto il “sesso debole” creato artificialmente dalla cultura. Oltretutto, in molte società matriarcali, gli uomini arano e fanno lavori pesanti senza per questo propendere per la scelta del patriarcato. Non è assolutamente plausibile che una struttura sociale complessa come il matriarcato si sia potuta trasformare in un’altrettanto complessa struttura sociale come il patriarcato semplicemente per l’introduzione di una nuova tecnica lavorativa.

E la stessa obiezione può essere fatta riguardo al fatto che l’uso del cavallo e dell’allevamento intensivo, arrivati con le belligeranti culture pastorizie, possano aver condotto alla nascita del patriarcato. Sebbene queste tesi abbiano incontrato il favore di molti studiosi, sono contraddette da una grande quantità di prove storiche e antropologiche. La società nomade basata sulla pastorizia deriva dalle società agricole matriarcali, che già da molto prima allevavano gli animali domestici. Si sviluppò in regioni troppo aride per permettere la coltivazione, ma ne rimase pesantemente dipendente, perché gli uomini hanno bisogno di cibarsi di verdure. In effetti, la stessa società nomade una volta aveva una struttura matriarcale che in alcuni casi è durata fino ai nostri giorni, come per esempio i Tuareg del Sahara centrale, che sono rimasti fino a poco tempo fa una società nomade basata sulla pastorizia. Aggredivano le tribù confinanti cavalcando cammelli e cavalli. Tuttavia, hanno preservato fino ai giorni nostri i modelli sociali del matriarcato dell’età dell’oro. Modelli simili sono ancora validi presso le popolazioni pastorizie della Siberia e della Mongolia. Nel caso del Tibet, la società nomade pastorizia ha vissuto al margine della società agricola matriarcale delle valli dei fiumi da cui dipendeva. Quindi né l’allevamento intensivo né l’uso del cavallo possono essere i motivi che hanno determinato la nascita del patriarcato, dato che non spiegano la nascita del dominio maschile.

3. C’è anche la tesi secondo cui la proprietà di grandi mandrie di bestiame abbia fornito la base al potere dei primi patriarcati. Ma nelle società egualitarie – da cui si sono sviluppati i patriarcati – non è possibile che si sia determinata un’iniziale accumulazione di proprietà nelle mani di pochi senza che vi fosse una strenua resistenza da parte degli altri membri. Prima devono essere stabiliti i modelli di dominio e aboliti i principi economici dell’egualitarismo; in seguito, ma solo dopo, diventa possibile per qualcuno accumulare possedimenti privati su larga scala contro la volontà della maggioranza.

4. Improponibile è la tesi che, nel corso della storia, la divisione strutturata del lavoro e la differenziazione sociale che ne consegue abbiano potuto condurre al patriarcato. Ciò presuppone che le società matriarcali dovessero essere più “primitive”, solo perché precedettero quelle patriarcali. La teoria dell’evoluzione lineare dello sviluppo della storia della cultura umana è una pura finzione. Se fosse vera, oggi ci sarebbe la società più perfetta in assoluto! Da questo punto di vista, lo sviluppo della storia è distorto. Vengono omesse molte forme diverse di società, incluse quelle che, pur avendo generato varie competenze specializzate, si sono estinte. Inoltre, le società matriarcali del neolitico annoveravano i primi centri urbani caratterizzati da un alto livello di divisione del lavoro e differenziazione sociale. Non è stato trovato un così alto grado di cultura tra le orde patriarcali che le conquistarono.

5. A questo punto seguono poche ultime tesi discutibili. Una di queste è che gli uomini sono per natura “aggressivi e cattivi”, dimostrato dal fatto che sono stati loro a creare la società patriarcale della guerra e del dominio. Una tesi simile ipotizza che il matriarcato abbia messo a disagio gli uomini emarginandoli. Quindi si suppone che si siano rivoltati abbattendo il matriarcato e creando il patriarcato. Questa tesi presuppone che il sentire degli uomini matriarcali fosse lo stesso degli uomini patriarcali delle civiltà contemporanee. Nella nostra società, gli uomini sono propensi a pensare di essere marginali a meno che non siano al centro delle cure della madre, e che non costituiscano il senso della vita delle donne e, in generale, il fulcro della società. Ma i sentimenti degli uomini matriarcali sono diversi, perché i modelli delle società matriarcali sono diversi. Non ci sono né prove storiche né etnologiche a sostegno di queste argomentazioni biologiche o psicologiche.

Potremmo andare avanti per secoli su questo umile tentativo di analisi, ma – a questo punto – immagino che molti abbiano già gettato la spugna. Quindi fermiamoci un momento a riflettere.

Ciò che mi preme dimostrare è che le mie provocazioni meritano una centralità di interesse nella precipua domanda che pongo (a me stesso) adesso:

<<Quanto hanno snaturato l’identità naturale della donna tutte le sovrastrutture imposte dal dominio dell’uomo? E in particolare da quel sottile dominio ideologico che ha attraversato le religioni dove Dio è maschio?>>

Questa “non-forma” come riscatto, questo amorfismo rivendicativo è oggi al centro di una profonda riflessione di alcune filosofe e teologhe femministe contemporanee. Io la condivido pienamente, e accolgo con grande soddisfazione un innalzamento vertiginoso del senso del confronto. Il femminismo attuale non è quello del passato. Finalmente le cose si sono fatte più interessanti, anche per “i maschietti”, ma solo se intelligenti e in armonia con il femminino che vive in noi.

Grazie dell’attenzione 

Cordialissimi saluti

Salvatore Maresca Serra

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