LA SCHIAVITU’ DELLA DONNA I°

la-schiavitu-della-donnaUna delle mie attività prevalenti è lo studio, l’altra lo scritto. 
Ebbene, in uno degli ultimi miei lavori è presente una parte dedicata alla donna nel rapporto con le religioni e le diverse culture. 

Il tema era utile all’architettura del lavoro complessivo: la mostruosità maschile nel rapporto con l’istituzione della schiavitù. Da dove nasce questa sorta di “istinto” a sottomettere l’altro da sé. 

Nonsolo: la parte che più mi interessa è dimostrare che la più grande energia che ha prodotto la “civiltà” è stata ed è (con una trasfigurazione delle modalità, oggi) la schiavitù. 

No schiavi? No civiltà!

Quando parliamo di “Energie” spesso dimentichiamo che quelle che hanno connotato maggiormente le forme del progresso non sono di carattere intellettuale, scientifico. Nell’analisi del progresso vi risiede una piramide che schiaccia le sue fondamenta storiche. E le scorpora culturalmente, sottoponendole ad un ulteriore oltraggio: la censura prevalente fatta di silenzi, di assenza di memoria istituzionale, di indifferenza alla celebrazione della sofferenza come valore delle società oggi “progredite e civili”.

Differentemente il mattone primigenio che dovremmo celebrare sull’altare del vero progresso è il sacrificio (sacer…concetto comodo) del primo schiavo della storia degli uomini, cioè la storia dei maschi: la donna.

Energia è donna. Energia è schiavi. Tutto il resto energetico viene molto dopo.

Vi invio quindi un appunto che avevo messo da parte nel 2000, e che mi sembra molto stimolante:

Le donne come capri espiatori. Teologia e femminismo

LA DONNA E’ LA PORTA DELL’INFERNO

Eva assaggiò la mela e da allora il mondo s’è trovato nei guai. O almeno, così è stato interpretato uno dei miti centrali della religione giudaico-cristiana. Non meraviglia che questa interpretazione sia stata pesantemente criticata dalla teologia femminista. Quel che segue riassume il dibattito.

“Non consento ad alcuna donna di insegnare o di aver autorità su uomini; essa deve tacere.” (I Timoteo, 2:12).

Undici di mattina, una domenica di Pasqua. La congregazione è in piedi mentre l’organo annuncia l’entrata della solenne processione. Un vescovo, mitra in testa, pastorale d’oro e paramenti colorati, parecchi preti e diaconi vestiti secondo il cerimoniale; numerosi ragazzi (chierichetti e coristi) avanzano lungo le navate prima di prendere i loro posti nella celebrazione del rito.

Che tutte queste persone siano soltanto maschi non sfugge a due donne della congregazione, prevalentemente femminile. Una si china verso l’altra e sussurra: “Ecco la marcia del patriarcato”.

La composizione tutta maschile del cast di questa cattedrale canadese è tipica di tutte le chiese cristiane nel mondo. Nonostante un piccolissimo numero di donne ordinate prete, la religione giudaico-cristiana è ancora dominio largamente maschile.

Oggi, tuttavia, sempre più donne si oppongono all’idea che la religione debba essere territorio solo maschile. Incolpare le donne di tutti i problemi del mondo è costume antico.

Le studiose di storia femministe hanno hanno rivelato storie orribili sulla persecuzione subita dalle donne per mano dell’ordine costituito. Si stima che circa nove milioni di donne siano morte nelle cacce alla streghe tra il 14° e il 17° secolo. Ma soltanto a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso le donne hanno cominciato a esprimere la loro collera, le loro ferite e il senso di tradimento. Il dolore ha dato voce a critiche aspre contro il pregiudizio maschile nella pratica, nel linguaggio e nel pensiero religioso.

Anche la vita privata delle donne continua a essere segnata dagli insegnamenti religiosi. In una riunione recente sulla violenza contro le mogli, una partecipante indicò il prete sul palco dei relatori: “Quante volte – chiese la donna—quante volte devo perdonare mio marito per avermi rotto le ossa e aver infuriato sul mio corpo? La Bibbia, il prete, la Chiesa, tutti mi dicono che devo perdonare settanta volte sette. I miei amici mi dicono che sono stupida a tornare da lui. Che cosa significa ‘mogli, siate sottomesse ai vostri mariti’?”

Il movimento femminista ha reso possibile la trasformazione di questo genere di sofferenza privata in critica organica, sistematica della religione patriarcale. Le femministe ebree cominciarono a esaminare l’idea tradizionale che durante la mestruazione le donne erano impure e che la vita religiosa delle donne ebree dovesse essere incentrata sulla casa. Le femministe cristiane misero in discussione l’insegnamento di San Paolo che la donna debba essere sottomessa al marito come la Chiesa a Cristo.

Ancora oggi le donne ebree ortodosse sono escluse dalla comunità dei fedeli in preghiera e siedono dietro una grata. Le donne cattoliche e protestanti che vogliono distribuire il pane e il vino devono invece servire nelle cene parrocchiali. Donne di tutte le denominazioni sentono ancora le frasi “Dio nostro padre’, i Figli di Dio, ‘gli Uomini di Dio’, e ‘la fratellanza umana’.

In questa teologia patriarcale, scrive la femminista americana Rosemary Ruether, “il maschio è considerato il rappresentante normativo della specie umana, la norma per l’immagine di Dio, e per la definizione dell’antropologia, del peccato, della redenzione e del ministero [sacerdotale].” La femmina, al contrario, è vista come “subordinata e sussidiaria al maschio. Le donne non compaiono mai nella teologia patriarcale quali rappresentative del genere umano in quanto tale. 
La loro posizione normativa è quella dell’assenza e del silenzio. Quando la teologia patriarcale parla delle donne, lo fa per ribadire la definizione del loro ‘posto’ nel sistema.
Le studiose femministe cominciarono anche a esaminare il rapporto tra il sessismo che le donne subiscono nel culto e la visione del mondo nella bibbia. Il racconto della creazione, condiviso da ebrei, cristiani e musulmani, è la pietra angolare del pregiudizio storico contro le donne. Secondo questo mito popolare ebreo, Eva tentò Adamo col frutto proibito, provocando così la cacciata dell’umanità dal Paradiso. L’identificazione della donna col male, la tentazione e il peccato sono così diventati un ingrediente primario della tradizione cristiana.

Mentre l’uomo è associato alla spiritualità, alla ragione e al divino, la donna è stata associata alla carne, alla materia e al mondo. Il bene e il male ebbero in questo modo le loro chiare controparti sessuali. Secondo questa prospettiva, le donne in realtà introdussero il male nel mondo. E dunque esse devono pagare per la loro colpa collettiva e redimersi.

E come? La religione del patriarcato dice che le donne si redimono con l’accettazione volontaria del loro ruolo di genere. Devono generare figli, tenere la loro sessualità sotto controllo ed essere pronte a sottomersi ai voleri del maschio.

La vittimizzazione delle donne nella tradizione cristiana è uno dgli ostacoli più grandi per le femministe. Colpevolizzare le vittime, esse pensano, è inevitabilmente controproducente. Porta la gente a puntare il dito contro gli individui piuttosto che contro il sistema sociale. In questo modo, il peccato e il male vengono personalizzati e indeboliti.

Rosemary Ruether ritiene che le teologhe femministe debbano ‘smascherare’ questa ideologia del peccato che incolpa le vittime. Il sistema sociale del patriarcato “legittima il potere dominante della classe maschile”, essa sostiene, “e riduce le donne e i servi in soggezione…. Esso produce e giustifica il potere aggressivo sulle donne e su altri esseri umani assoggettati, e nega il rapporto umano genuinamente reciproco.”

Le teologhe femministe come Ruether vedono la religione patriarcale come una gigantesca piramide di potere oppressivo: la divinità maschile sopra gli angeli maschi (nella teologia classica non esistono angeli femmine), gli angeli sopra gli uomini, gli uomini sopra le donne, l’uomo (maschio) sopra la natura.
È così che negli anni ‘70-’80 del XX secolo il femminismo ha messo in discussione l’idea che esista anche una sola forma di oppressione che sia ‘naturale’, parte dell’ordine creato. Una critica così devastante della tradizione giudaico-cristiana ha portato molte femministe a lasciare le chiese e le sinagoghe ufficiali. Ne è uscito un ‘movimento della Dea’ in cui le donne tentano di rimodellare l’antico culto per celebrare il potere creativo femminile. Il femminismo spirituale è diventato in tutto il mondo un aspetto importante del movimento femminista.

Molte femministe, tuttavia, preferiscono rimanere all’interno della religione organizzata. Esse credono, ovviamente, che il movimento femminista possa cambiare la chiesa. In particolare le femministe cristiane guardano alla chiesa dei primi tempi e alla vita di Gesù per trarne ispirazione. Le donne erano trattate da eguali nella comunità che Gesù raccolse intorno a sé, e avevano ruoli centrali nella chiesa primitiva.

Gesù disse ai suoi seguaci: “non chiamate alcun uomo padre, né padrone”, e li ammonì a ‘non farsi signori sopra alcuno”. Per questo le femministe cristiane trovano conferma e speranza nella vita e negli insegnamenti del Cristo.

Insieme ad altre teologhe della liberazione, esse dicono che la Bibbia mette Dio chiaramente dalla parte dei poveri e degli oppressi. E che la vera liberazione può avvenire soltanto quando le donne prenderanno il loro posto nel cuore stesso della fede –come soggetti piuttosto che oggetti.

Sacri Pregiudizi

La discriminazione contro le donne non è prerogativa esclusiva del cristianesimo. Le grandi religioni hanno tutte un qualche pregiudizio, insito nella loro struttura, in questo senso. Lo dimostrano queste poche citazioni ed esempi:

ISLAM
Secondo il Corano: “Gli uomini sono i custodi delle donne.. Dunque le donne oneste sono obbedienti, e proteggono in segreto ciò che Allah ha voluto proteggere [dagli sguardi altrui]” E riguardo a quelle di cui temete l’abbandono, ammonitele, e lasciatele sole nel loro letto e punitele. Se esse vi obbediscono, non cercate vendetta contro di loro.”

INDUISMO
Molti testi religiosi induisti descrivono la donna come bugiarda e sessualmente provocatrice di natura. Questa è una citazione dalla Devi Bhagaveta (1.5.83) è emblematico: ‘la donna è la personificazione della sventatezza e una miniera di vizi… essa è un ostacolo sul sentiero della devozione, un freno alla liberazione… essa è praticamente una strega e rappresenta il basso desiderio.”

Buddismo
Secondo la tradizione buddista, la matrigna del Budda desiderava farsi monaca. Ella manifestò diverse volte questo desiderio al Budda, che ogni volta rifiutò. Finalmente, su consiglio di un discepolo, il Budda acconsentì. Ma nello stesso momennto, egli dichiarò che l’istituzione di una comunità di religiose avrebbe ridotto il tempo dell’efficacia del suo insegnamento da mille a cinquecento anni.

Ebraismo
Una delle benedizioni del mattino degli ebrei orrtodossi maschi recita: “Sia tu benedetto o Signore nostro Dio, re dell’universo, che non mi hai creato femmina.”

Scritto da Terry Flower.

Per ulteriori informazioni, vedi lo studio del Consiglio Mondiale delle Chiese “Female sexuality and bodily functions in different religious traditions”

Si ringraziano Mary Thompson Boyd, Janet Silman e Linda Murray per la loro ricerca e consulenza.

Da New Internationalist, n.155, January 1986 (Traduzione Virginia Del Re).

Spero – nonostante la sintesi brutale dell’appunto – sia stato utile a un dibattito che per me è vitale. C’è in questi appunti un piccolo accenno alla caccia alle streghe e, implicitamente, al Malleus Maleficarum (trad. Il martello delle streghe) un testo redatto nel 1486 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, che fu uno tra gli strumenti più devastanti e utili alla strage di donne, e che a tutt’oggi non è stato “messo all’indice” dalla Chiesa Cattolica, e che meriterebbe un discorso a parte, ancora di grande attualità.

Cordialissimi saluti a tutti

Salvatore Maresca Serra

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