CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? III° Dal forum Xing – Neolaureati

Sono in perfetta simmetria con l’analisi sintetica ed efficace che fai della lingua, quindi, di tutta la sfera che la lingua avvolge, che evoca, e che tiene a galla nella memoria collettiva intergenerazionale (la sfida più ardua) cara Marianna. 

L’impoverimento è la stigmata della comunicazione contemporanea. La lingua e i dialetti sono suoni, colori, atmosfere, dimensioni dell’essere, e la stigmata è sanguinolenta, è più una piaga che altro.

I modelli del parlato e della scrittura si sono come magicamente dissolti, ma – ancor peggio – io constato che ci si vergogna spesso di citare – una modalità espressiva dell’arte indispensabile alla cultura – modelli e modalità dello scritto e del parlato che dovrebbero anzi corroborare di retroterra il nostro presente.

E’ come se ci si vergognasse del nostro passato che, posso comprendere, evoca anche tanta rettorica, tanta sterile dialettica, tante movenze espressive che non hanno più nessun riscontro nella realtà della contemporaneità fatta di economizzazione del tempo, ottimizzazione della sintesi, pragmatismo dialettico.

Tutto si muove all’insegna del negotium: l’otium non si interpola più come significante automatico dello sfoggio (ma anche del semplice segnale) d’appartenenza culturale. La lingua dev’essere un medium asettico, quella italiana, da cui la progressiva perdita dei dialetti, l’imbastardimento progressivo di essi, la cancellazione di memorie (oggi si dice files) che ci appartengono e che non sono più un valore ma un disvalore: una grossa e drammatica e sofferente svista.

Quando si è fatta la “bonifica” dei bizantinismi, del “barocco”, del “citato”, del “dotto” (tutte cose che andavano eliminate a giusta ragione dalla lingua viva) ci si è ritrovati poi con un respiro asmatico, corto, troppo corto. E l’uso della ricchezza delle sfumature sensibili, i sinonimi, di cui l’italiano è così fecondamente nutrito, è diventato un “motore di ricerca” inutile.

Le sfumature non ci appartengono più, ma la lingua è solo un riflesso nell’impoverimento dell’animo.

Ciò che si è impoverita è la vita. Cioè la nostra capacità di decodificarla adeguatamente ai mutamenti dei nostri stati interiori intellettuali. Vale questo discorso per tutti gli intelletti. E la sfera è diventata una pallina da ping pong che rimbalza da una parte all’altra senza lasciare traccia profonda della comunicazione, ma solo il suo nevrotico ticchettio.

L’amore ha bisogno di tutte le possibili parole, tant’è che, quando non le trova, le cerca disperatamente, e se alla fine neanche le trova, allora parla il silenzio delle pause, dove la mediazione concettuale non arriva più a disporre dei sinonimi, che sono come gli infiniti nomignoli d’amore che gli amanti si scambiano attraversando spesso tutta la foresta incantata dell’eden e dei suoi animaletti più teneri e affettuosi, appropiandosene come identità ogni volta nuove, capaci di dilatare le identità umane, infinite nella tenerezza, nella dolcezza che trasfigura.

E io vedo che la trasfigurazione che la lingua, la nostra meravigliosa lingua (ma anche quelle di altri popoli) è in grado di offrirci per trasportarci nel pensiero, ha perduto molto della lezione magistrale dei poeti, dei grandi scrittori. 

Si parte dall’acme dell’amore per giungere dovunque ci trasporti il pensiero, che costruisce concetti e valori semantici simulando un mondo infinitamente ricco e vasto che appare – improvviso – nelle teofanie descritte dalla tavolozza di parole – per noi che non siamo mistici come Francesco, ma che pur egli condusse alla poesia – suoni e colori che del lessico sono il vento e l’ala, e laddove anche non v’è spazio per volare rendono sacro anche il profano, bello anche il brutto. E dove il volo c’è, concreto anche l’astratto, reale anche il sogno, palpitante anche il morto, lo scomparso, il perduto.

Questa ricchezza interiore sembra non essere più tale.
Il nostro quotidiano è sempre più parlato da muscoli, corde, e non dal mistero ch’essi incarnano e rappresentano.

E tutti i mondi di suoni che udivo un tempo per le strade di Napoli, di Genova, di Firenze, di Palermo, di Bari, di Spello, di Milano, sembrano non aver più quei musici. Che si estinguono, amaramente, sotto i colpi di giorni che si susseguono in una interminabile teoria di perdita delle nostre identità più antiche. E dove l’uomo è sempre più individuo, senza che questo voglia più dire “dentro di me c’è ancora altro”.

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

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2 comments

  1. Tutti i giovani vorrebbero buttare il passato che preme pesantemente sulle loro vite appena in formazione, un po’ per ribellione e un po’ per asfissia spinti dalla consapevolezza che nel passato c’è anche tanto “schifo”da lasciar perdere… Una delle prime cose che scrissi pensando alla Storia dell’Arte era infatti sul Peso del Passato che toglie l’aria prendendo spazio anche dentro la culla del “nascente”… Però c’è poi un passaggio importante: il Presente non basta. La creatività ha bisogno di cibarsi sempre di qualcosa di più. Se e chi vuole fare il tipico salto in Avanti deve per forza di cose fare come si vede fare anche agli animali: per qualsiasi balzo in avanti si fanno almeno due passi indietro.
    Molti “giovani” di oggi, che pasteggiano a TV da appena nati, si cibano del passato solo attraverso i revival di tanti programmi televisivi e non studiano e a scuola non imparano, quelli appiccicati al cellulare e agli sms… sono messi molto male perché non è inculcata in essi la magica voglia di “ricerca” che non sia l’ultimo cd, l’ultima seduzione etc…
    Che dire ancora? Che conosco per fortuna qualche giovane che ama ri_appriopriarsi del suo dialetto? che ama studiare? Per fortuna una qualche speranza c’è. Se la maggior parte dei giovani per esempio non ama leggere bisognerà che altre fonti culturali parlino al posto dei libri e così via.. Adattarsi all’oggi può farlo solo il Presente. Il Passato può essere solo testimone del suo presente d’allora.
    (Concludo se no ne esce un trattatello 🙂
    Dioydea

  2. Tutti i giovani vorrebbero buttare il passato che preme pesantemente sulle loro vite appena in formazione, un po’ per ribellione e un po’ per asfissia spinti dalla consapevolezza che nel passato c’è anche tanto “schifo”da lasciar perdere… Una delle prime cose che scrissi pensando alla Storia dell’Arte era infatti sul Peso del Passato che toglie l’aria prendendo spazio anche dentro la culla del “nascente”… Però c’è poi un passaggio importante: il Presente non basta. La creatività ha bisogno di cibarsi sempre di qualcosa di più. Se e chi vuole fare il tipico salto in Avanti deve per forza di cose fare come si vede fare anche agli animali: per qualsiasi balzo in avanti si fanno almeno due passi indietro.
    Molti “giovani” di oggi, che pasteggiano a TV da appena nati, si cibano del passato solo attraverso i revival di tanti programmi televisivi e non studiano e a scuola non imparano, quelli appiccicati al cellulare e agli sms… sono messi molto male perché non è inculcata in essi la magica voglia di “ricerca” che non sia l’ultimo cd, l’ultima seduzione etc…
    Che dire ancora? Che conosco per fortuna qualche giovane che ama ri_appriopriarsi del suo dialetto? che ama studiare? Per fortuna una qualche speranza c’è. Se la maggior parte dei giovani per esempio non ama leggere bisognerà che altre fonti culturali parlino al posto dei libri e così via.. Adattarsi all’oggi può farlo solo il Presente. Il Passato può essere solo testimone del suo presente d’allora.
    (Concludo se no ne esce un trattatello 🙂

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