CHE LINGUA PARLANO I GIOVANI? I° Dal forum Xing – Neolaureati

Non sono più giovane da almeno trent’anni (ne ho cinquantadue) è plausibile? La mia valutazione è subordinata alle responsabilità di cui mi sono caricato, responsabilità che variano da vita a vita ma che riflettono anche e simultaneamente a tutto un sistema di valori epocali dove il linguaggio è un medium dove rintracciare le plausibili identità: il tema è centrale nella mia vita.  

Non mi sento (dovrei?) a disagio tra voi; di contro avverto la necessità di raccogliere la provocazione di un giovane (cioè di uno uguale a me, se s’intende giovaneugualevivo) che s’interroga sul linguaggio e non sulla lingua (io la metterei in partenza così, con questa differenza dichiarata lessicale), quindi sull’identità collettiva, sul fluido percorribile, su quello impercorribile. 

Ho letto con attenzione i vari interventi perchè non ho quel vizio (o quella virtù) d’intervenire decontestualizzandosi – come avviene frequentemente nei forum, per cui si leggono disarticolazioni e dislessie bestiali dove ognuno parla solo di sé, della sua istintiva pruderia di intervenire (ma in cosa?) senza guardarsi intorno: e quello che vedo spesso ma non qui è che si soggiace ai costumi, annichilendo le possibilità di fare di un costume un topos, un logos. 

Non c’è – si può dire? – l’esplorazione del presente; non c’è la valutazione delle diversità in quanto stimolo intellettuale, e – si può! – c’è invece molto disorientamento nel linguaggio. 

Io metterei il linguaggio (e la sua indagine-esplorazione) nel nucleo primigenio della ricerca dell’identità, ma lo fanno tutti e io non sono diverso, almeno in questo.

L’identità che si cerca quando non la si ha (un connotato di tutti i giovani e non solo).
Ma ciò che mi preme dire è che nel medium si propongono identità – ad opera di sistemi consumistici di vendita delle identità – modelli che si aggirano nella comunicazione come magneti che attraggono polveri (frutto di disintegrazioni psicoaffettive) che avvertono l’urgenza di riaggregarsi in un corpo credibile e congruo. E questo – banale in apparenza – è necessario a punto banalizzare l’entelechia stessa dei linguaggi. 

La struttura sistemica semantica delle civiltà dei consuni stessa pone nel commerciale – tecniche di branding e marketing – una ristrutturazione delle valenze o dei valori evocati dal linguaggio: immagini, status, trend, comportamenti, selezioni del reale (sulla base di selezioni dei sottolinguaggi peculiari dei gruppi sofisticati, quindi fortemente a valenza inclusiva-esclusiva) e prodotti – oppure rifiuti mirati e aprioristici di determinati prodotti, che determinano astensioni di tipo radical-chic (per intenderci).

Commerciare è il dna dei nuovi linguaggi: come Freud dice – con grande anticipo – un grande mercato (ch’è poi mercato dell’identità) in quanto proiezione (all’epoca) verso una società dove lo sgretolamento del linguaggio è – di fatto – il totemizzarsi delle frustrazioni.

Comunicare è una patologia (?) che affresca scenari collettivi, dove i valori sono solo individuazioni di costi-introiti-guadagni. O tuttavia anche perdite.

La giungla è fatta così, più o meno come una vera giungla animale poichè quella umana è solo trasfigurata dal linguaggio.

Il linguaggio umano prima descrive dimensioni metafisiche, spirituali, dell’invisibile, della logica, della filosofia, dell’etica, dell’estetica…
Poi attinge dalla logica strutturazioni sistemiche semantiche per banalizzarsi in modo funzionale al sistema della giungla (mercato).
E reinclude in questa dialettica il tutto. Comprese spiritualità, irrazionalità, religiosità, psicoaffettività, etcetera.

Mi fermo un attimo.

Che linguaggio parlano i giovani (di oggi…) ?

Io mi domando – ancor prima – e rispondo: <<Esiste ancora nel medium una chance di intercettare un linguaggio – attraverso il quale accedere a una identità di carattere evolutivo, quindi dell’età in questione – che sia un codice di comunicazione libero da strumentalizzazioni, da ristrutturazioni diaframmatiche (intangibili) e che restituisca poi – nella sfera dei sentimenti e delle emozioni – delle realtà concrete, palpabili nell’esperienza personale psicoaffettiva del quotidiano, fuori dalla comunicazione virtuale?>>

La mia risposta è <<No>>.

Il mito della Torre di Babele esprime bene questo status.

Un linguaggio di massa è un non linguaggio. Non ha radici perchè le cancella o le falsifica, oggi, nella nostra contemporaneità. E se possiamo credere che i guadagni che deriverebbero dalla circolazione di un linguaggio per tutti sarebbero immensi in termini di capacità di comunicazione vera, di depotenziamento delle tensioni etnico-culturali, delle discrasie tra collettività in guerra a causa – intanto – dell’incapacità di comunicarsi valori essenziali di convivenza pacifica, di emancipazione dei popoli dalle gerarchie di potere che li governano attraverso le caste, allora dobbiamo occuparci di comunicazione di massa…

Non è solo “la lingua” (la nostra magnifica lingua e altre altrettanto) a farne le spese ma la rappresentazione (l’immaginario) dei valori. Cosa ben peggiore perchè afferisce alle identità.

E’ evidente che linguaggio non è lingua/e.
Per cui la preoccupazione di una delle partecipanti al forum non mi sembra drammatica o quantomeno insidiosa.

Spero che siamo tutti d’accordo che il problema fosse se un linguaggio è e debba restare un bene in sé. Un coagulo di valori circolanti. Che elevino le identità con una spinta naturale verso l’alto, dove un plausibile “alto” significhi “conferimento di idealità e giustizia” quali parametri dell’etica che ci arriva addosso dai sistemi contemporanei: politica, religione, informazione, cultura, università (questo è un punto dolente), intellettualità, scienza, svago, arte, etcetera.

Ma non solo: parliamo anche della possibilità di parametrare la credibilità degli attori.

Il linguaggio un tempo era veicolato prevalentemente da rapporti personali, o da grandi macchine teatrali della fede, da architetture maestose, da parate rappresentative, dai miti e leggende, dalle tradizioni popolari, dall’epica degli eroi e degli dei. E non è mai stato alieno ai costumi.

Oggi linguaggio è metalepsi delle macchine. 

Il senso del parlato si ritrasferisce istantaneamente sulla valenza del mezzo tecnologico.
Il mezzo diventa un valore in sé.
E per questo parlavo di ristrutturazione sistemica della semantica.

Sarebbe come dire che ciò che contava nei segnali di fumo era la legna, il tappeto e il fuoco e non il messaggio.

E per questo parlavo anche di Babele.

Il nostro è un passaggio narcisistico che impedisce al valore di diffondersi (posto che i valori che ci aiutano a vivere sono due o tre, non di più, e lo sono da tempo immemorabile e fuori d’ogni dubbio immutabili) per la sola ragione che le tecnologie che utilizziamo per diffonderli li sopprimono nello stagno-stagnazione in cui ci appaiono specchiate.

Metafora: in quello stagno c’è ancora inesorabilmente la nostra umana immagine.

L’uomo tecnologico.

L’amore che ti porto, o mia amata, può variare. Se te lo dico da un Nokia o da un LG. Se te lo scrivo da un SMS o da un MMS. Se te lo esprimo regalandoti un Mac o un volgare Acer.

Ma questo status dei simboli esiste da sempre: una teoria evoluzionistica molto accreditata – come tutti sappiamo – ipotizza che la posizione eretta dei primati viene dall’utilizzo degli arti anteriori come raccoglitori e “cestelli” dei migliori frutti per conquistare le femmine e accoppiarsi.

Tecnologie? Tecnologie.

Oggi, i giovani si trovano (ci troviamo..) nel bel mezzo dei magneti e della tempesta magnetica: attirati da tutti i lati verso reintegrazioni meccaniche che utilizzano le falsificazioni semantiche degli equilibri psicoaffettivi indispensabili.

L’offerta dei prodotti è diventata talmente gigantesca che ha ridotto il tempo ad un soffio.
E così la sacrosanta ricerca dell’identità personale.

Un uomo, posto davanti alla scelta oggi, è un impotente: la sua vita non basterebbe a esaminare la teoria infinita dei prodotti. Ogni prodotto è un simbolo. Ogni marchio una vita. 

Ma è solo un meccanismo prodotto ormai dalle macchine (o da uomini-macchina).

Io frequento da sempre ormai un linguaggio che mi è costato un pozzo.
In termini di scelta di isolamento, di riflessione profonda, di selezione d’ogni gesto dei massimi sistemi, di analisi di ogni stimolo indotto nel medium e di qualsivoglia utilizzo del corpo glorioso per veicolare strumentalmente le mie scelte.

Poi – quando mi rilasso – me ne frego e mi sottopongo per qualche ora al lavaggio del cervello, che posso fà.

Sono giovane? 

Qual’è il mio linguaggio?

Ciao e auguri a tutti

Salvatore Maresca Serra

Salvatore Maresca Serra  
IPPOKRATES PROJECT

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