In questa pagina il Lettore troverà – a cascata – una serie di spunti vari per prendere in considerazione la problematica della Cultura, e il suo rapporto con la politica, la scienza, la filosofia, la religione, la società.
IL CINEMA E LA POLITICA
Il Cinema in Italia è un’industria, come in moltissimi paesi occidentali e non, e offre lavoro a maestranze d’ogni genere. E’ frequente vedere un film; non è frequente immaginare cosa vi è dietro. In sé, una pellicola è come un libro: lo si compra, lo si legge, lo si ripone. Nella libreria o nella memoria.
La prassi è questa.
Eppure, dietro – spesso – vi sono le storie più incredibili, assurde (a volte). E non è neanche facile immaginarle, supporle, ipotizzarle.
Immaginiamo che dietro una qualsiasi opera d’ingegno (libro, film, teatro, musica, etcetera), diciamo dietro un’opera di arte o artigianato, che coagula il pensiero di autori che producono cultura, c’è di tutto.
E, chiaramente, questo “tutto” riguarda gli addetti ai lavori e non gli spettatori.
Le produzioni sono produzioni di prodotti. E i prodotti giungono al pubblico – a tutti noi – trascinadosi appresso tutto ciò che hanno raschiato nel solco del fiume, trasformandosi da “progetto” ad “oggetto-soggetto”. E spesso la filiera della cultura, degli oggetti-soggetti che apportano cultura, è immane e gigantiaca. Proprio come nel caso di una pellicola cinematografica, o di una esposizione d’arte, di un concerto, della distribuzione di un libro, o della produzione e distribuzione di un lavoro musicale, in particolare se non sono “commerciali” (ovvero studiati per fare grandi incassi), ma bensì “di nicchia”; quindi rivolti a tutti, ma affetti da quella sindrome culturale-sociale dove ante litteram <<ciò che ti induce a pensare, difficilmente diventerà un successo di massa>>.
E, quando parlo di cultura, parlo precipuamente di questo. Di qualcosa che ti fa pensare, discutere, porre dei problemi, e formarti una tua opinione. Qualcosa che – per un attimo – ti traina fuori dall’appiattimento che il sistema genera per sussistere e rigenerarsi.
In altri post ho parlato dell’ <<Infezione del Pensiero>>. Una cosa scomoda, tra virgolette. Una cosa che t’impone di lavorare su te stesso, per crescere.
Nella vita e nella società ci vengono offerte due possibilità: stare e rimanere supini; alzarci, sollevarci, e guardare. Quindi giudicare.
La Cultura è quella cosa che ci permette di avere a nostra disposizione i mezzi per sviluppare la capacità critica. E, evidentemente, altre strade non ve ne sono. Spesso si fa anche confusione, e si confonde l’erudizione con la cultura. Molti che hanno “studiato” sono convinti di aver raggiunto uno “stato di perfezione” – una volta acquisito un diploma qualsiasi e averlo appeso a un muro -; molti credono che “lo studio” sia un lavoro da fare e terminare; molti non percepiscono che “lo studio” è una condizione dell’intelletto. Status quo. La condizione fisiologica della cultura è l’amore, l’amore della conoscenza del giudizio. Diciamolo con altre parole: “Io voglio conoscere il mio giudizio”…
Posso avere dei giudizi. Bene. Ma sono i miei? Su quali metri li ho valutati? E poi, ho “giudicato anche i miei giudizi”?
Una cosa, un’altra, può piacermi o non piacermi. Bene. Ma “cosa” mi fa sentire piacere, e “cosa” disaffezione?
Questa “cosa” è la mia cultura.
Questa cultura la si crea. La si cerca. La si trova. La si coltiva. La si possiede ad una condizione: che non sia esclusiva. Perchè – per sua condizione – la cultura, quella vera, non esclude la diversità, bensì conosce perfettamente la diversità e sa che è l’humus stesso della conoscenza. Ogni diversità fertilizza il frutto della mia conoscenza e cultura.
Tutto ciò che giudichiamo – nel bene o nel male – dobbiamo farlo sempre “a ragion veduta”. E questa ragione dev’essere la nostra, originale, autonoma, libera. E perciò colta.
Ebbene, il video che ho postato pone un problema che ci riguarda tutti. Un problema politico, perchè tutto – cultura compresa, perchè la produce – è politica.
La politica amministra anche la cultura. I suoi oggetti. I suoi soggetti. I suoi progetti. E lo fa con i soldi dei contribuenti. E lo fa “verso” gli stessi contribuenti.
Ciò significa che i partiti, gli uomini politici, le reti clientelari, infine tutta l’organizzazione partitica che amministra i poteri dello Stato, in questo specifico caso, i fondi statali che vengono assegnati alle produzioni cinematografiche italiane, hanno e mettono le mani dove vogliono. Selezionano sulla base di criteri oscuri (individualistici e clientelaristici) tutto ciò che destinano a vedere la luce, oppure a non far nascere mai.
E, come sempre, “la politica” s’infila dovunque.
Come ho scritto in altri luoghi (e ci macherebbe che non lo scrivessi proprio qui…), nella mia lunga carriera di pittore (oltre trent’anni) ho esposto in palazzi storici, in musei, in gallerie e pinacoteche pubbliche, e – tutte le volte – mi sono autolimitato a richiedere gli spazi. Punto. Non ho mai - e dico mai – voluto accedere a finanziamenti di carattere politico-partitico. Perchè l’ho fatto? Qualcuno dice perchè sono un fesso. Io dico perchè sono un uomo libero. Nell’ 89/90, la Regione Campania mi dedicò una esposizione antologica, dopo un ventennio di nozze con l’Arte (anche se Edgar Degas sosteneva che l’Arte non la si sposa, la si violenta; ebbene, una delibera della Regione – senza che io richiedessi alcunché – stanziò (sulla carta) circa dieci milioni di vecchie lire a mio nome…dieci milioni che non mi sono mai arrivati; che sarebbero serviti a coprire parte dei costi da me sostenuti; che non so in quali tasche siano andati a finire, né m’interessa minimamente saperlo. E certamente un pittore non è un’industria, come quella cinematografica. Ma pochissimi immaginano a quanto possono ammontare tutte le spese che un artista deve sostenere per realizzare una grande esposizione pubblica, cioè senza vendita al pubblico; quindi, una mera operazione culturale, senza alcuna finalità di lucro. Anche se, per fortuna, vi è un riflesso positivo nella globalità della carriera dell’artista in questione (ci macherebbe!).
Quindi, tornando al Cinema, al sostegno che lo Stato deve dare alla Cultura, io mi faccio delle domande.
La prima è questa: come si fa a strutturare finanziamenti che non siano solo espressione di interfacce partitiche?
La seconda: come si fa a creare spazi espressivi concreti per i nuovi nomi (quelli sconosciuti) che non rientrano nelle pianificazioni clientelari delle reti degli uomini politici e dei partiti?
La terza: quale pluralità libera e democratica godiamo nel nostro Stato, visto che la politica filtra e gestisce il tutto arbitrariamente per definizione?
Vi invito ad aiutarmi a rispondere a queste tre domande. O a proporne altre, magari migliori delle mie.
Di Cultura io ne parlerò sempre, e molto frequentemente.
Grazie
Salvatore Maresca Serra
LA SOCIETA’ APERTA - Karl Popper
LA SOCIETA’ APERTA
Fedele all’ obiettivo di ” comprendere il mondo, compresi noi stessi e la nostra conoscenza, in quanto parte del mondo , Popper elabora, nell’ultima fase della sua riflessione, soprattutto nel volume Conoscenza oggettiva , la concezione dei tre mondi . Una teoria scientifica, per poter essere criticata, deve essere formulata oggettivamente, ossia in termini linguistici: in quanto tale, essa fa parte di quello che Popper chiama il mondo 3. Esso è il mondo dei contenuti oggettivi del pensiero, ormai indipendenti dalla mente umana che li ha prodotti, ossia dagli stati di coscienza del soggetto, che costituiscono a loro volta il mondo 2. Per la loro esistenza autonoma gli oggetti del mondo 3 sono comparabili alle idee platoniche ma a differenza di queste essi sono i risultati dell’evoluzione del linguaggio umano e, quindi, hanno un’origine storica e carattere mutevole. Rispetto a questi mondi si distingue il mondo 1 costituito dagli oggetti fisici. Popper attribuisce ai tre mondi un’esistenza oggettiva: essi sono irriducibili l’uno all’altro, ma possono interagire tra loro. In particolare, è il mondo 3, che, sviluppandosi, retroagisce sugli altri due, determinando effetti imprevedibili. Esso include, oltre alle teorie, anche i prodotti dell’immaginazione, quelli dell’arte e i valori, i quali non sono derivabili dai fatti e non possono esistere senza i problemi, sia inconsci, sia creati dalla mente umana. L’io stesso come persona è una novità che emerge dall’interazione con gli oggetti del mondo 3, ossia con i problemi e con i valori: esso, è dunque, un prodotto culturale e storico. In questo conteso si pone la questione del rapporto tra mente e corpo . Popper respinge il monismo materialistico, che riduce gli stati della mente a stati corporei o, meglio, cerebrali; per questo aspetto, egli è un dualista, ma non nel senso che mente e corpo siano due sostanze, bensì nel senso che tra stati o eventi mentali e stati o eventi corporei esiste un’interazione. In questa interazione tra l’io, come abitante del mondo 3, e il cervello, come abitante del mondo 1, è l’io ad avere la funzione attiva di programmatore del cervello. I risultati raggiunti dall’indagine sui caratteri delle teorie scientifiche sono utilizzati da Popper, già prima e soprattutto durante la seconda guerra mondiale, per esaminare la scientificità delle teorie sulla storia e sulla società, che stanno a fondamento delle varie forme di totalitarismo. In particolare, egli assume ad obiettivo polemico lo storicismo , che egli considera una derivazione della teoria sociale primitiva della cospirazione, cioè la secolarizzazione di una superstizione religiosa, secondo cui tutto quel che accade è risultato dei propositi di determinati individui o gruppi. Propria dello storicismo è, infatti, la credenza che la storia sia una totalità retta da leggi necessarie: in questo senso lo storicismo è chiamato da Popper una forma di olismo (dal greco olon , “tutto”). Due sono i tipi fondamentali di storicismo, a seconda che il cammino della storia sia considerato come un regresso o un progresso necessario: al primo tipo appartiene, per esempio, la filosofia di Platone, al secondo quelle di Hegel e di Marx. Tratto comune a tutti è, però, la convinzione che le leggi dello sviluppo storico possano essere scovate e che consentano di formulare profezie, cioè predizioni certe ad ampio raggio, le quali devono servire da guida all’azione politica. Stando a Popper, esiste una connessione tra storicismo, essenzialismo e totalitarismo: se si ritiene, come fa l’essenzialismo, che la verità possa essere integralmente posseduta, in particolare la verità riguardante lo sviluppo della storia e della società, allora la conseguenza necessaria è l’ autoritarismo , se non fanatismo, fondato sulla convinzione che solo chi è malvagio si rifiuta di riconoscere la verità e di sottomettersi ad essa. A conclusioni analoghe perviene il pessimismo epistemologico: la sfiducia dell’uomo porta all’esigenza di stabilire un’autorità e una tradizione che lo salvino dalla sua follia e dalla sua malvagità. A queste impostazioni corrispondono tipi di società chiusa , di tipo tribale, caratterizzata dal predominio della totalità del corpo sociale sugli individui e da un insieme compatto di credenze indiscutibili, fondate su autorità altrettanto indiscutibili. Ad essa, Popper contrappone, riprendendo una distinzione di Bergson, il modello della società aperta , caratterizzata invece dall’atteggiamento razionale della libera discussione critica. Presupposto di essa è il riconoscimento che dovremo sempre vivere in una società imperfetta e che nessuna società può esistere senza conflitti di valore. In questa situazione, lo Stato appare come un male necessario , ma proprio per questo, come ha sottolineato la tradizione del pensiero liberale cui Popper aderisce pienamente, ad esso non debbono essere attribuiti poteri oltre il necessario. Il vero problema politico non consiste nel chiedersi chi deve comandare, perché a questa domanda non si potrà che rispondere “i migliori” e questo condurrà ad attribuire un’autorità assoluta a quelli che si ritengono i migliori. L’impostazione corretta consiste, invece, secondo Popper, nel chiedersi come sia possibile organizzare le istituzioni politiche in modo che i governanti cattivi o incompetenti non possano fare troppi danni. Come le teorie scientifiche sono sottoposte a controlli ripetuti, così anche il potere deve essere controllato. In questa prospettiva, la democrazia liberale risulta la forma migliore, non perché la maggioranza abbia sempre ragione (anzi, potrebbe scegliere la tirannide), ma perché si tratta del male minore, che consente di sostituire i governi senza fare ricorso alla violenza, proprio come le teorie sono sostituibili grazie alla libera discussione e alla critica. In questo tipo di società, l’agire politico si configura come una tecnologia sociale, che non pretende di riorganizzare globalmente e in maniera definitiva la società, ma affronta via via problemi specifici cercandone le soluzioni più adeguate. Le scienze sociali possono, allora, assumersi il compito di individuare le conseguenze indesiderate delle nostre azioni. Il loro metodo deve consistere, secondo Popper, nell’ analisi situazionale , la quale comprende e spiega le azioni umane particolari come soluzioni relative a specifiche situazioni problematiche, sulla base di determinate scelte di valore.

Non sono un’esperta di cinema. Questa premessa è obbligatoria…
Quindi forse la mia domanda risulterà ingenua.
Ma quello che spesso mi chiedo è se il cinema sia un’industria oppure arte.
La scelta relativa ai finanziamanti dipende dalla risposta a questa domanda, a parer mio.
Il si o il no, le modalità di finanziamento, dipendono da come consideriamo il cinema.
A quanto pare è per lo più considerato un’industria… e come tale mi sembra che venga trattato. Soprattutto dai politici (ma anche dalla gente comune).
Sbaglio?